Sara Sgarbossa, stella emergente della lirica

Si dice spesso che le grandi passioni nascono per caso, da un’occasione colta al volo, se non più semplicemente da un consiglio ascoltato con curiosità. È così che Sara Sgarbossa – giovanissima cantante residente a Vadena e la cui voce è ancora in piena maturazione – ha scoperto il fascino della lirica.

Quella del concorso di Innsbruck è stata una sfida, affrontata quasi per gioco, che però le ha regalato un prestigioso secondo posto e, soprattutto, la consapevolezza di un talento da coltivare con dedizione. Ad oggi Sara sembra essere una promessa del canto lirico: un potenziale astro nascente che sta trovando la propria strada tra esibizioni emozionanti e sacrifici quotidiani, in un intreccio di studio, ambizione e sogni. Tra palcoscenici inattesi e l’ispirazione offerta da grandi nomi del passato, Sara Sgarbossa pian piano potrà imparare a brillare di luce propria, custodendo nel cuore un futuro che si spera potrà essere ricco di successi.

Sara Sgarbossa, ci potrebbe raccontare l’esperienza vissuta ad Innsbruck? 

Prima di quel momento non sapevo nemmeno che esistesse quel concorso, è stata la mia maestra di canto a chiedermi di partecipare. All’inizio non ero interessata a quel campo della musica, ma ci ho provato comunque, e ho visto che mi piaceva… ed è anche andata bene! Nella giuria che mi ha valutata c’erano diverse persone importanti, docenti e professionisti del settore.

Come si è preparata, e cosa ha provato quando ha capito di essere arrivata seconda? 

Frequento il liceo linguistico a indirizzo musicale “Walther von der Vogelweide” di Bolzano, quindi la preparazione si è svolta a scuola. Mi sono preparata nelle ore di scuola con la mia insegnante e scoprire il risultato del mio studio è stata una soddisfazione.

Più tardi sono arrivati altri inviti per andare a cantare: che emozioni le hanno scatenato e cosa hanno significato per lei? 

Dopo il concorso ho sostenuto l’esame di ammissione al Conservatorio di Bolzano. Poi mi sono esibita nella chiesa di Salorno, e con la scuola ho partecipato al concerto di Natale nella chiesa di Gries. È stato qualcosa di molto bello, perché nonostante non abbia frequentato nemmeno un anno di Conservatorio sono stata scelta per poter cantare come solista con un’intera orchestra: una magnifica esperienza!

Come trova invece l’esperienza al Conservatorio? 

Mi piace molto. Nel frattempo sto anche finendo le superiori, quest’anno ho la maturità, e quindi sono sempre di fretta e con mille impegni da portare a termine. Ma il Conservatorio mi viene incontro in modo da potermi concentrare sulla musica senza perdere di vista l’istruzione.

Ci sono già dei progetti, degli obiettivi o delle aspettative future? 

Per il momento superare l’esame di maturità, poi continuare a studiare canto a Bolzano.

C’è stato un momento particolare in cui ha capito che voleva dedicarsi alla lirica? 

Subito dopo il concorso: ho sempre cantato ma mai il repertorio classico. Ho iniziato quasi due anni fa e non avrei mai pensato di continuare su questa strada. Prima suonavo in una band, avevo in repertorio più moderno, ma quello che faccio adesso mi piace e vedo che piace molto anche agli altri.

C’è un artista o una figura del mondo lirico a cui si ispira? 

Quando ascolto lirica cerco di ampliare il repertorio sentendo ed ispirandomi un po’ a tutti. Ma se devo imparare un pezzo nuovo mi ispiro a Jessy Norman, una grande voce lirica statunitense della seconda metà del ‘900.

Autore: Daniele Bebber

Bullismo: parliamone all’Oratorio Santiago

All’Oratorio Santiago è stato dato il via ad un progetto suddiviso in più incontri per riuscire finalmente a dire stop e imparare a difendersi da un fenomeno sempre più preoccupante: il bullismo. 

Bullismo e cyberbullismo: due parole che sono sempre più prepotentemente presenti nel nostro vocabolario. Non passa giorno in cui i media non narrino qualche episodio con protagonisti giovani e giovanissimi e sempre di più sono i fatti denunciati all’interno degli istituti scolastici, dove l’età di bulli e vittime è sempre più bassa. 

Per questo non sono mai abbastanza gli interventi dedicati al tema: così, venerdì 31 gennaio si svolgerà presso l’Oratorio Santiago di San Giacomo il primo di una serie di incontri dedicati a approfondire il tema, per imparare a riconoscere il fenomeno e difendersi. 

Questo primo incontro sarà rivolto ai bambini a partire dai 6 anni di età (fascia scuola elementare). Gli esperti dell’Ufficio Minori della Questura di Bolzano incontreranno i bambini e – con un linguaggio adatto a loro – daranno preziosi input per sensibilizzare, informare e soprattutto prevenire fatti così gravi. 

Ma poiché a essere vittime sono non solo bambini e ragazzi ma anche adulti e anziani, seguiranno incontri anche per le altre fasce d’età. Un progetto importante su un problema sempre più serio nella nostra società. 

Questo primo incontro dedicato ai bambini è aperto a tutti gli associati dell’Oratorio e si terrà nel teatro alle ore 16.30. Nel corso della stessa giornata sarà possibile rinnovare il tesseramento all’Oratorio. Per informazioni sugli appuntamenti dedicati al tema bullismo e il tesseramento per divenire soci è possibile consultare il sito www.oratoriosantiago.it

Autrice: Raffaella Trimarchi

In arrivo l’ennesimo semaforo?

La notizia dell’installazione di un possibile, nuovo semaforo nell’abitato di San Giacomo – in aggiunta a quelli spuntati come funghi dopo i lavori della nuova piazza e del nuovo complesso residenziale Amonn – ha infiammato la discussione tra i residenti, tanto tra le strade e nei bar quanto sui social network. La questione emersa, in breve, è questa: perchè non un nuovo semaforo all’incrocio tra la statale e la Via Maso Hilber, dove in orario di ingresso a scuola si formano delle code per chi è in uscita dalla via Hilber per immettersi sulla statale?

Si tratta sicuramente una situazione temporanea, aggravata dall’apertura del nuovo cantiere edile nelle campagne oltre la scuola dell’infanzia in lingua italiana ma – di fatto – è un problema che si risolve spontaneamente nel giro di un quarto d’ora o poco più. In paese ci si chiede quindi se un ennesimo semaforo sia davvero necessario a risolvere una situazione in cui, probabilmente, sarebbe sufficiente la presenza di un vigile urbano a regolare quel quarto d’ora bollente. 

Il dibattito al bar giardino

La discussione tiene banco anche tra i tavolini del Bar Giardino, dove a ritrovarsi quotidianamente a  parlare anche della vita di paese sono persone come le signore Luciana, Irma e Andreina che, a una sola voce, si dichiarano contrariate all’idea di un ulteriore incrocio semaforico, dopo che la popolazione ha atteso – finora inutilmente – una programmazione più funzionale del semaforo posto a regolazione del traffico tra la statale sulla nuova piazza e quello in entrata e uscita dalla via di accesso ai nuovi condomini Amonn. 

“Era stato dichiarato che i nuovi semafori avrebbero dovuto far respirare il paese, scoraggiando il transito per San Giacomo di chi arriva da più a sud e prosegue in direzione Bolzano – ci dicono – e invece la situazione a noi sembra peggiorata. Anche perché i semafori non ci sembrano ben sincronizzati, per esempio nella zona tra il cimitero e il bar Campo, dove i semafori sono a brevissima distanza, appena scatta il verde quello subito successivo è rosso”. 

La conseguenza di questo tira-e-molla tra il verde e il rosso di semafori così ravvicinati è proprio una coda di macchine che si muove a fisarmonica tra uno stop e l’altro, producendo quindi in sostanza fumi di scarico in abbondanza. L’impressione poi, è che la coda tra la via Maso Hilber e la statale nell’ora di punta sia esasperata dall’arretramento del semaforo precedentemente situato dopo il Residence “Alpenrose” e che oggi, invece, si trova immediatamente prima della curva. 

Poiché il rosso scatta di frequente, le macchine provenienti da sud formano in quel punto un vero e proprio “tappo”, che spesso impedisce a chi è in uscita dalla via Hilber di immettersi con fluidità nel traffico diretto a nord.

La discussione anche sui social

Il dibattito è piuttosto infiammato anche sui social dove, come spesso accade, è l’ironia a farla da padrona. 

È così che sui vari gruppi Facebook dedicati a San Giacomo e Laives, ci si chiede se San Giacomo arriverà ad avere più semafori che abitanti e c’è chi propone una rotonda possibilmente corredata di semaforo, fino all’iperbole della proposta di un passaggio a livello e un ponte levatoio. 

Tra una battuta e l’altra però, sembra che nessuno o quasi tra i residenti abbia accolto di buon grado la proposta, lamentando ripetutamente un flusso di traffico che appare notevolmente peggiorato dalla nuova regolazione semaforica. Bisogna ricordare che, se anche una buona parte di non residenti si sposta in galleria – la popolazione del paese è cresciuta parecchio con il nuovo complesso residenziale. 

C’è chi prova a proporre soluzioni più pratiche, come il coinvolgimento dei comitati di paese per discutere su più proposte. Molti sottolineano, sempre sui social, come invece sarebbe più saggio porre nuovamente in funzione il semaforo che regola l’incrocio con la Via Thaler, spento da diverso tempo, e di come la mancata regolazione di tale intersezione crei situazioni di pericolo ben maggiori dell’incrocio successivo, quello – appunto – oggetto del dibattito. 

L’assessore spiega la situazione

Dall’amministrazione comunale però, pare arrivare una risposta rassicurante: con un ulteriore intervento, proprio in risposta alla diatriba scoppiata come una bomba, l’assessore alla mobilità Paolo Zenorini calma le acque. Non solo non vi è alcuna intenzione di installare un nuovo semaforo, ma si sta lavorando concretamente anche a un miglioramento dell’attuale – soffertissima – situazione degli incroci semaforici.

Nello specifico, il Comune sta lavorando insieme alla Provincia non solo per dotare i semafori esistenti di impianti di sicurezza per i non vedenti, attualmente non presenti, ma sopratutto per rendere la rete semaforica della frazione “intelligente”, sulla falsariga di impianti già esistenti sul territorio del comune di Bolzano. 

Nello specifico, si tratterà di creare una cosiddetta onda che vada a integrare tutti i semafori compresi nel territorio di San Giacomo di competenza del comune di Laives e quelli bolzanini di Via Maso della Pieve. Questa operazione dovrebbe agevolare il flusso in transito nella frazione, soprattutto in vista dei lavori di ampliamento di Via Einstein, per i quali è uscito il bando alla fine del 2024, e che prevede la creazione di un sottopasso al posto dell’attuale incrocio semaforico verso la via Galvani, con conseguenze importanti sulla viabilità, poiché i lavori prevederanno in alcuni periodi anche il senso unico di marcia e la chiusura della galleria della variante.

Scongiurato quindi, a quanto pare, il rischio di un nuovo semaforo, resta da chiarire la tempistica per i miglioramenti annunciati, dal momento che i tempi previsti per i lavori di ampliamento di via Einstein, con un bando appena pubblicato, non sono sicuramente dietro l’angolo. 

Vi è soddisfazione quindi, per il fatto che l’amministrazione pare non ignorare il problema della gestione del traffico a San Giacomo, ma la speranza naturalmente è quella di non dover attendere tempi immemori per vedere dei miglioramenti nell’attuale regolazione semaforica dove, anche solo per passare a piedi da una parte all’altra della strada in sicurezza, vien quasi voglia di addormentarsi dalla noia.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Cesare Maggi, il pittore della neve

Nella mostra in cui si celebra i grandi pittori austriaci Alfons Walde e Max von Esterle e i loro paesaggi innevati non poteva mancare un dialogo con i pittori che si cimentarono nella difficile resa della neve e degli effetti della luce sulla neve che vissero e operarono a Nord e a Sud delle Alpi. 

Primo fra tutti merita di essere conosciuto il torinese Cesare Maggi, che è rappresentato in mostra da un trittico composto da tre tele intitolate: “Mattino d’inverno” (1908), “Neve” (1909), “Nevicata” (1911) e proveniente dal Museo del Paesaggio di Verbania.

Classe 1881 inizia a dipingere fin da bambino, a 17 anni Maggi fu allievo del famoso ritrattista livornese di origine ebraica Vittorio Corcos a Firenze. Sono gli anni in cui Corcos rientra dal suo periodo Parigino ma continua ad esporre al Salon. Successivamente Maggi frequentò lo studio del ritrattista, paesaggista e pittore di genere Gaetano Esposito a Napoli. Una formazione precoce questa, che lo portò a un esordio quasi da enfant prodige quando, appena maggiorenne, la Società delle Belle Arti di Firenze ammise una sua opera all’Esposizione Annuale. 

Nel 1899 fu quindi la volta del viaggio a Parigi, all’epoca il centro europeo dell’arte. Qui lavorò presso il paesaggista e pittore di genere Fernand Cormon. Parigi in quegli anni era la città prescelta dal folto gruppo dei divisionisti, fu qui quindi che ebbe modo si approfondire questa tecnica.  

Ma fu la pittura di Giovanni Segantini, quella della svolta del 1886 divisionista e simbolista a far breccia nella personalità di Maggi e a guidarlo nella sua futura produzione e nella scelta della sua tecnica artistica. Nel 1900 Maggi si recò a Maloja dove si dedicò ai paesaggi alpini engadinesi e valdostani e la tecnica cara a Segantini, il divisionismo. Grazie alla collaborazione commerciale con Alberto Grubicy fino al 1913, il Maggi si impone rapidamente tra i maggiori rappresentanti del secondo divisionismo in Italia con un repertorio di paesaggi di montagna, indagati perlopiù negli aspetti di percezione visiva della rifrazione della luce e del colore, ma privi della profonda spiritualità dell’opera segantiniana. 

Due furono i punti fondanti dell’affermazione di Cesare Maggi quale pittore della montagna: da un lato il suo trasferimento a Torino, sede ottimale per l’approccio al paesaggio alpino, dall’altro proprio la collaborazione con la galleria d’arte di Alberto Grubicy de Dragon, mediatore di chiara fama, e una delle voci più autorevoli del panorama artistico dell’epoca. Che inoltre aveva in esclusiva la rappresentanza delle opere di Segantini. Fu proprio per suo tramite che Cesare Maggi riuscì a far conoscere la propria opera e ad imporsi con il soprannome di “pittore della montagna” con il quale verrà conosciuto anche negli anni successivi.

Promotore, esponente e fulcro della corrente detta “Secondo Divisionismo”, le sue opere condividevano con la produzione Segantiniana la ricerca del colore e la percezione personale del paesaggio, discostandosene tuttavia per una più approfondita indagine sulla rifrazione della luce, che Maggi mostra di privilegiare rispetto alla ricerca della spiritualità che era stata trait d’union delle opere di Segantini.

Nel “Secondo Divisionismo” Cesare Maggi incontrò la sua tecnica espressiva più profonda e distintiva, 

Prese parte a numerose esposizioni italiane e estere e nel 1912  partecipò alla Biennale di Venezia dove ebbe l’onore di una sala interamente a lui dedicata. Pur prediligendo ancora le vedute d’alta montagna, ampliò i propri soggetti impegnandosi anche nelle marine e nelle nature morte, utilizzando una tecnica che con accenti divisionisti accostava una stesura ad impasto e a larghi tocchi di colore, risentendo tra il 1920 e il 1930 anche dell’influenza del movimento artistico Novecento. Nella fase tarda ritornò ad un naturalismo più illustrativo. Il 1935 vide la nomina a insegnante alla Cattedra di Pittura presso l’Accademia Albertina, carica che mantenne fino al 1951. Dieci anni più tardi, nel 1961 Cesare Maggi morì a Torino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Julia Bornefeld ospite a Carte Blanche

A partire dal 9 gennaio Julia Bornefel è ospite di Carte Blanche, la piattaforma per artisti locali e internazionali dell’Hotel Aurora curata da Eva von Ingram Harpf. Eclettica, sempre pronta a nuove sperimentazioni, conosciutissima e apprezzata a livello internazionale, Julia Bornefeld ha origini germaniche è infatti nata a Kiel nel 1963. Particolari le città nelle quali ha compiuto i propri studi: dopo Kiel si è infatti trasferita a Lubiana dove ha frequentato l’Accademie di Belle Arti. Ma è stato poi anche l’Accademia di Venezia, frequentando i corsi tenuti da Emilio Vedova. Vive e lavora tra Berlino e Brunico. 

Julia Bornefeld si esprime attraverso la pittura, la fotografia, le installazioni e il video, ma il suo linguaggio fondamentale di riferimento è la danza. Ha esordito nel mondo dell’arte con opere pittoriche evolvendo via via in esiti sempre nuovi usando la fotografia, il disegno, la scultura, il collage, ecc. Bornefeld guarda al passato e al futuro tenendo in grande considerazione anche non solo la storia ma anche le tradizioni. Da questo interesse scaturiscono opere legate a tematiche quali la femminilità, il corpo, l’ambiente, la morte e la sua ritualità. Per le sue installazioni o performance spesso si appoggia agli esperti di altri campi cercando di dar vita ad una produzione artistica capace di coinvolgere il fruitore sia emotivamente che fisicamente. Le sue opere sono presenti in collezioni private e pubbliche, tra cui: Fondazione Antonio Dalle Nogare a Bolzano; Raiffeisen Kunstsammlung di Innsbruck, Bolzano e Brunico; Lentos Kunstmuseum Linz, Austria; Fondazione Van de Loo, Monaco; Art Gallery of Nova Scotia, Halifax, Canada. 
Julia Bornefeld ha esposto in svariate mostre collettive e personali e ha ricevuto premi a livello nazionale e internazionale. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Il tennis è la mia vita, con un futuro ancora da scrivere”

Nicolò Toffanin ha ventun anni, e la sua vita si intreccia indissolubilmente con il tennis, un amore che è nato da bambino e che lo ha portato a conquistare i primi punti ATP, un traguardo che ha reso il suo sogno professionale sempre più concreto. Lontano dal frastuono dei grandi centri sportivi, Nicolò è cresciuto a Laives, ma la sua carriera l’ha portato a esplorare orizzonti sempre più ampi. Oggi andremo ad intervistarlo per conoscere meglio questo giovane talento, che con sacrificio e passione sta costruendo il suo cammino nel mondo del tennis.

Nicolò, raccontaci un po’ di te… 

Sono nato e cresciuto a Laives, ma ho frequentato la scuola a Bolzano, prima alle elementari e medie alla scuola privata Marcelline, poi i primi due anni di liceo al Toniolo, con indirizzo scientifico sportivo. Durante gli ultimi tre anni, ho cambiato scuola e sono passato all’Istituto Walther, una scelta che mi ha permesso di allenarmi la mattina e il pomeriggio e andare a scuola la sera, seguendo la mia passione per il tennis.

Come hai iniziato a giocare a tennis?

Ho cominciato a giocare all’età di quattro anni, ai campi di tennis di Laives, che purtroppo oggi non esistono più. A sette anni mi sono trasferito al circolo tennis di Caldaro, dove c’erano più bambini e allenatori. A dodici anni ho deciso di dedicarmi seriamente al tennis e ho conosciuto il Tc Rungg, dove mi alleno tutt’oggi. Credo sia la struttura più completa dell’Alto Adige e tra le migliori d’Italia per l’attività agonistica.

Chi ti ha ispirato a intraprendere questa carriera?

Mio nonno e mia mamma! Entrambi hanno giocato, ma mai a livello professionistico. Sono sempre stati molto vicini a questa disciplina, e credo che siano stati loro a trasmettermi l’amore per questo sport.

Quali pensi siano le caratteristiche più importanti per un tennista?

Sicuramente la forza mentale e la perseveranza. Questo sport richiede molta determinazione, e se non hai una mente forte, rischi di non andare lontano. Poi c’è la parte fisica, che oggi è sempre più determinante. Il talento tennistico arriva infine come un elemento aggiuntivo, ma senza le prime due caratteristiche, non si va lontano.

Hai fatto molta strada in poco tempo. Quali sono i tuoi risultati più significativi finora?

L’anno scorso è stato molto positivo: ho conquistato il mio primo punto ATP, e successivamente altri due. Alla fine dell’anno, ho ottenuto il mio miglior ranking, 1539° al mondo. Questo mi ha dato una grande soddisfazione, e mi ha fatto capire che posso alzare il mio livello di gioco.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Quest’anno mi sono reso conto di aver alzato molto il mio livello di gioco, ma so che ora la sfida è riuscire a mantenerlo costante e a esprimerlo su più partite possibili. Voglio continuare a crescere e a migliorare.

Consiglieresti il tennis ad altri ragazzi?

Assolutamente sì. Il tennis è uno sport che ti insegna molto, non solo sul piano atletico, ma anche nella vita. Ti mette di fronte a sfide che devi affrontare da solo, e questo ti aiuta a sviluppare una grande resilienza. È un’esperienza che ti forma, e credo che ogni ragazzo dovrebbe provarlo.

Hobby al di fuori del tennis?

I miei hobby sono l’hockey, che ho praticato da bambino fino a otto anni, e gli sport automobilistici, una passione che seguo con grande entusiasmo. 

Autore: Niccolò Dametto

Il 6 gennaio è deceduto il famoso archeologo e etnografo Reimo Lunz

Archeologo, etnografo, autore di numerosi libri, direttore del Museo civico di Bolzano, collaboratore della Sovrintendenza ai beni culturali, collaboratore della rivista Der Schlern, importanti furono gli studi, gli scavi, gli scritti e le scoperte che Reimo Lunz compì nell’arco della sua carriera, consentendo di comprendere meglio il territorio altoatesino e per certi versi l’intero arco alpino ponendo spesso a confronto lo sviluppo delle popolazioni che lo percorsero e lo abitarono nelle varie epoche dalla protostoria all’antichità. 

Reimo Lunz studiò fra l’altro gli influssi culturali fra le diverse popolazioni che attraversarono e si stanziarono nelle zone alpine e riscontrabili nei reperti archeologici soprattutto nella produzione di alcuni oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione. 

Così Lunz scriveva ad esempio nel saggio intitolato “Considerazioni sull’età del bronzo finale e la prima età del ferro nel Trentino – Alto Adige” e pubblicato nel Vol. XLVII di Studi Trentini di Scienze Naturali del 1970. 

“Gli influssi culturali dell’area bavarese e danubiana che si rispecchiano soprattutto in una serie di oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione alpina, si vanno via via perdendo durante un orizzonte recente dell’età del bronzo dando luogo ad un intensificarsi dei rapporti con la zona prealpina tra Brenta e Mincio. Da un esame dei materiali della prima e media età del bronzo, ci sono parsi d’intravvedere, nelle vallate alpine, diversi centri locali, con uno specifico inventario di forme vascolari e di bronzi; anche per una fase recente dell’età del bronzo, notiamo un fenomeno analogo determinato più che altro dalla posizione geografica delle singole aree prese in considerazione. Nei bronzi ravvisiamo diversi punti di contatto con l’ambiente palafitticolo di Peschiera, mentre rimane circoscritta alla V al Pusteria l’infiltrazione di elementi irradianti dai bacini di Villach e Klagenfurt e dalla Stiria”. 

Reimo Lunz era nato a Innsbruck nel 1943, ma dopo la guerra la famiglia fece ritorno a Brunico dove Reimo frequentò le scuole elementari e medie. A Bressanone frequentò invece il liceo scientifico. Nel 1962 ebbe modo di partecipare agli scavi presso il cimitero di Windschnur vicino a Rasun e appartenente al periodo di Hallstatt. Da quel momento l’archeologia divenne la passione e la professione di una vita. Nel 1964 infatti iniziò a studiare preistoria e storia antica all’Università di Innsbruck, che completò nel 1971 dopo un periodo di studi anche all’Università di Marburgo. La sua tesi, supervisionata da Osmund Menghin, direttore del Dipartimento di Preistoria e Storia Antica della Regione Alpina dell’Università di Innsbruck, era intitolata “Studi sulla fine dell’età del bronzo e sull’età del ferro antica nella regione alpina meridionale”. Nel 1973 pubblicò con Athesia Preistoria e protostoria dell’Alto Adige. Nello stesso anno, sempre con Athesia, pubblicò La collezione archeologica del Museo civico di Bolzano. L’anno dopo con Sansoni pubblicò Studi sulla tarda età del bronzo e sull’età del ferro antico nella regione alpina meridionale.  Nel 1981 pubblicò Venosten und Raeter che resterà una pietra miliare negli studi sulla Val Venosta. 

Numerosissimi furono gli scavi archeologici cui prese parte e altrettanti che diresse sia nel Tirolo del Nord che in Trentino e ovviamente in Alto Adige. La sua attenzione scientifica si concentrò in particolare sull’età del ferro, ma i suoi numerosi scavi lo fecero progredire anche nella conoscenza di altre epoche. Egli scoprì ad esempio diversi luoghi di riposo di cacciatori mesolitici sui passi dell’Alto Adige. 

Dal 1971 al 1999 Reimo Lunz lavorò al Museo Civico di Bolzano. Qui la sua carriera iniziò dapprima come conservatore della sezione archeologica e, a partire dal 1986, divenne il direttore del museo. Nel 1977 fu premiato con l’ambito riconoscimento “Walther von der Vogelweide Preis” e nel 1982 la città di Brunico gli conferì la Medaglia d’onore per la cultura. Negli anni Novanta sotto la sua direzione ci fu la riorganizzazione, secondo schemi scientificamente più rigorosi, dell’esposizione archeologica del museo. Ai funerali, tenutisi a Brunico, Helmut Rizzolli ha ricordato con parole toccanti l’attività scientifica di questo studioso. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Parliamo di intelligenza emotiva, per favore!

“La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità…” eccetera. Questa frase la si trova in rete e viene furbescamente attribuita a Socrate, ma poco importa in realtà che l’abbia detta lui o meno, si tratta infatti di un pensiero diffuso trasversalmente in tutte le epoche, cioè: i giovani sono problematici. Ma, in fondo, è davvero una questione generazionale? O forse è semplicemente il trito e ritrito conflitto tra il vecchio e il nuovo?

Ecco, se dovessi scrivere un articolo sull’intelligenza emotiva comincerei proprio così: citazione farlocca presa dal web e predicozzo sui conflitti intergenerazionali. Ma sotto-sotto io non so cosa sia l’intelligenza emotiva, posso intuirne i contenuti, ma rimango pur sempre un profano. E a quanto pare va bene così!

Va bene così, perché per capire che i “giovani” (categoria rigorosamente monolitica!) non si conformano, ma si ribellano e sperimentano, non ci vuole un esperto in psicologia.

Spesso li giudichiamo con leggerezza, senza considerare che – oggi più che mai – vivono in un mondo fatto di ignoto e di futuro incerto. E questo scenario rende l’intelligenza emotiva più rilevante che mai, perché non è solo una competenza individuale, ma anche un antidoto per affrontare le sfide che ci circondano.

Per convincervi che non serve essere esperti per prendere dimestichezza con l’intelligenza emotiva, mi faccio aiutare da… un’esperta: Francesca Alemanno, psicologa e psicoterapeuta.

“La vera sfida educativa è prendere per mano i giovani e accompagnarli in quello che decideranno essere il loro futuro. Ciò non significa preservarli da ogni rischio, come si fa con dei vasi di porcellana, ma accompagnarli e sostenerli ad affrontare il mondo in autonomia.”

Però il mondo è pieno di rischi, è un po’ come una “foresta”.

“Certo, di per sé la foresta nasconde in sé molti pericoli, però è anche un luogo ricco di opportunità (e di biodiversità). Maldestramente potremmo avere la tentazione di vietarne l’ingresso ai “giovani”… ma di poche cose si può essere certi a questo mondo, e una di queste è che, proibita o no, in quella foresta ci andranno, tanto vale – quindi – fornire loro gli strumenti per affrontarla.”

Del resto evitare loro ogni difficoltà significa privarli della possibilità di sviluppare resilienza e “antifragilità”. 

“Un concetto affascinante coniato da Nassim Taleb, che descrive l’attitudine di un oggetto o di un sistema di migliorarsi in seguito a un trauma. Jonathan Haidt, psicologo americano, lo applica al sistema immunitario psicologico. Imparare a gestire sofferenze, ingiustizie, tensioni ed emozioni negative trasformandole in risorse per crescere, e poi, saper riconoscere le proprie emozioni, gestirle in modo sano e – quindi – comprendere le emozioni altrui, sviluppando empatia, è essere emotivamente intelligenti.”

Eccoci arrivati all’intelligenza emotiva. Quelli bravi ora direbbero che “l’intelligenza scolastica è la più sopravvalutata di tutte le intelligenze”…

Sì, perché non basta saper fare calcoli complessi, scrivere testi, avere una cultura enciclopedica… in pratica essere ChatGPT. Bisogna essere capaci di costruire e gestire relazioni sane e significative.
Ricordandoci che la foresta è foresta, anche per noi. È sorpresa, è novità. E che per crescere giovani antifragili, c’è bisogno di educatori antifragili ed emotivamente intelligenti.”

Quindi, zaino in spalla, ché si va nella foresta.

Autore: Marco Valente

Laudes e la venerazione di san Leonardo

Insolito e quanto mai suggestivo appare il gioco di arcate che fanno da base all’edificio sacro e che dal corpo di fabbrica ridiscendono, a scaricare il sistema delle spinte e controspinte, tipico dell’architettura gotica, fin sulla carreggiata creando oggi una sorta di galleria. 

Questa è solo una delle caratteristiche di spicco della chiesa di San Leonardo di Laudes che per più motivi merita d’essere conosciuta. Laudes si trova in val Venosta all’imbocco della val Monastero. Si tratta di un edificio che subì ampliamenti e rifacimenti al punto da presentare una pianta ed un alzato assai compositi. Fu infatti ricostruita nel 1408, quando vi si aggiunse anche l’imponente torre campanaria. Dopo le devastazioni dovute alla guerra d’Engadina fu ristrutturata nel 1505. I fori delle finestre e delle porte nonché le arcate sembrano sottolineare con le loro forme diversificate la successione delle epoche stilistiche intervenute. L’edificio, che racchiude una chiesa doppia costituita dalla cappella e dalla cripta, fungeva anche da chiusa sull’importante nodo viario Resia-Malles-Tubre, riuscendo a creare un vero e proprio sbarramento di controllo.

La scelta del patrocino può essere giustificata col fatto che il santo è molto venerato in tutte le regioni germanofone e soprattutto in area bavarese e tirolese. Il culto di San Leonardo data all’XI secolo e nelle zone teutoniche fu diffuso dalla predicazione degli ordini cistercensi. 

San Leonardo è considerato in Tirolo il più grande protettore del bestiame e dei cavalli: in molte zone si conserva ancora la tradizione della cavalcata di San Leonardo che termina con l’offerta di ferri di cavallo e di catene, in altre durante la festa vengono benedetti i cavalli.

La raffigurazione della leggenda del santo patrono si sviluppa nei riquadri affrescati sulla parete meridionale dal pittore Hans Jakob Greiter e dalla sua bottega nel 1609. Al centro della raffigurazione spicca san Leonardo con il saio e le catene in mano, simbolo del tempo che egli dedicava ai carcerati. Nei riquadri della composizione appaiono sei episodi della sua vita e della sua opera: il soggiorno di Leonardo con Lifardo in un monastero nei pressi di Orleans, Leonardo salva la regina nella casa di caccia, la costruzione del convento di Noblat e l’arrivo periodico di carcerati e così via. I riquadri terminano in basso con una tenda dipinta illusionisticamente. Gli affreschi sono stati restaurati insieme all’altare fra il 1984 e il 1986. 

All’esterno, in una nicchia vicino all’ingresso alla piccola cripta, è raffigurato san Cristoforo, ma si conserva solo la parte alta dell’immagine mentre dalla cintola in giù l’intonaco è caduto. L’opera non può che essere il prodotto di un artigiano minore viste le sproporzioni e le piccole e grandi ingenuità e i veri e propri errori come il braccio sinistro del Bambin Gesù che pare non aver collegamento col resto della corporatura. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Da Bolzano a Praga con Erasmus+

George Ciprian-Lungu è uno studente di Scienze Storiche presso l’Università di Trento. Viene dalla Romania e ha sempre avuto la passione per la storia, che, durante la triennale, l’ha spinto a iscriversi al programma Erasmus+ con il quale è giunto fino a Praga. 

Come mai hai scelto di studiare scienze storiche?

Ho sempre avuto una grande passione per la storia quindi intraprendere questo percorso è stato abbastanza naturale; a Trento il corso si occupa di vari ambiti della materia e ciò mi ha dato un’ulteriore motivazione, sapendo di poter approfondire la “grande storia” molto più di come non avessi potuto fare alle superiori o individualmente.

Perché hai scelto di andare in Erasmus? Dove sei stato?

Sin dalle superiori ho avuto l’obiettivo di partire per un’esperienza universitaria all’estero. Sono stato in Repubblica Ceca a Praga, nonostante non fosse stata la mia prima scelta. Quest’ultima sarebbe stata un’università nella Federazione Russa, tuttavia, a causa dell’invasione dell’Ucraina del 2022, i bandi per questa destinazione sono stati cancellati. 

Quali sono i pro e i contro di questa esperienza?

Sicuramente l’offerta didattica diversa da quella italiana, i professori e i corsi. Uno dei corsi che ho frequentato, che a Trento purtroppo non è disponibile, è “Storia degli Stati Uniti tra gli anni ‘80 e ‘90” nel quale non si guardava solo alla storia politica, ma anche a quella economica e culturale utilizzando anche serie tv, musica e film prodotti in quel periodo come fonti per avere una percezione della realtà americana di quel periodo e di come veniva percepita o come voleva essere fatta percepire dal resto del mondo. Di contro non ce ne sono, per me. Tutto è andato bene, l’unico svantaggio è la burocrazia cartacea che, però, è un problema principalmente italiano.

Questa esperienza ti ha arricchito?

L’offerta formativa mi ha dato nuovi punti di vista grazie ai corsi che non avrei mai avuto occasione di frequentare su molti periodi storici e argomenti differenti. Per fare un esempio, un argomento su cui mi sono soffermato è stato la storiografia russa e l’interpretazione storiografica dei Paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica e dell’Impero Russo. Chiaramente un ulteriore arricchimento risiede nelle persone che ho conosciuto nei diversi ambiti di studio, anche perché in Repubblica Ceca la storia non è parte della facoltà umanistica, perché viene considerata una scienza sociale con un apporto più scientifico-sociologico già dalla triennale e molto più aperto al dibattito. è una cosa che in Italia manca, vista la generale predilezione per le lezioni frontali.

Da storico, l’esperienza in Repubblica Ceca ti ha aperto nuovi orizzonti?

I metodi di studio mi hanno davvero arricchito. Oltre all’offerta formativa in sé anche l’esperienza universitaria in generale ha giocato un gran ruolo in questo. L’Università Carolina, essendo un ateneo molto più grande di quello di Trento, offre una qualità dello studio proporzionalmente più alta. Questo dal punto di vista dei miei studi sulla storiografia est-europea, della Russia sono stati un cambiamento di prospettiva non indifferente grazie anche all’approccio attuale, visto il conflitto in corso, e l’obiettivo di comprendere il perché si pensino determinate cose.

Consiglieresti anche ad altri di partire?

Sì. Non pensate di perdere tempo andando all’estero; è impegnativo, ma è un’esperienza formativa a 360 gradi. 

Autrice: Anna Michelazzi