La strada dedicata a Johann Gutenberg

La via  che collega viale Europa alla parte finale di via Milano è dedicata a Johann Gutenberg, un personaggio al quale l’umanità deve molto se si pensa a quanto sono serviti, e servono tuttora, libri, giornali ecc. per la crescita culturale di persone, famiglie, popoli. Ciò grazie all’invenzione da parte dell’artigiano tedesco Johann Gutenberg di un metodo per fabbricare lettere o tipi metallici con i quali si potevano stampare migliaia di testi identici. Johannes Gensfleisch, più noto come Johann Gutenberg, era nato a Magonza  tra il 1393 e il 1403. Lavorò a Strasburgo come apprendista orafo. Intraprese varie attività con altri artigiani, entrò in contatto con degli orafi che padroneggiavano le tecniche di elaborazione dei punzoni e della fusione dei metalli.  In quel periodo tra gli artigiani europei erano in corso esperimenti paralleli per la scrittura meccanica dei testi. Nel 1448 Johann Gutenberg poté tornare  a Magonza, dove stabilì la sua officina. Nel 1450 si mise in società con Johann Fust, proveniente da agiata famiglia di orafi, e con l’incisore Peter Schröffer, per la produzione di un libro stampato con la nuova tecnica. L’invenzione di Gutenberg fu, sintetizzando strumenti e tecniche già esistenti e applicandoli alla stampa, quella di un processo industriale comprendente: i caratteri mobili, forgiati in metallo tenero e fondibile; l’inchiostro per i caratteri mobili con qualità chimiche appropriate ai caratteri in metallo; il processo di composizione, con il torchio tipografico come attrezzatura principale. Tra i testi prodotti a Magonza fu, in latino, la “Bibbia a 42 linee” (dal numero di righe per ogni colonna di testo); il progetto della Bibbia fu ufficialmente completato il 23 febbraio 1455, con 180 esemplari (come in tale anno dichiarò il vescovo umanista Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II). Mentre la stampa si era diffusa in Germania  e nel resto d’Europa, Johann Gutenberg, pressoché cieco, morì nel febbraio 1468.

Autore: Leone Sticcotti

Prefigurando l’ordine del caos

In un’epoca complessa e all’insegna di grandi cambiamenti come quella che stiamo vivendo, è fondamentale poter disporre di un’informazione puntuale e approfondita che aiuti a leggere le vicende del presente, vicende che inevitabilmente coniugano il globale con il locale. Per questo è stato davvero di grande interesse l’incontro avvenuto lo scorso 15 gennaio presso la libreria Nuova Cappelli di Corso Libertà 2 e dedicato alla rivista di geopolitica Limes, che da più di 30 anni si sforza di fornire chiavi di lettura su ciò che avviene nell’intreccio tra politica, economia e cultura, traducendosi ahinoi molto spesso in conflitti, anche sanguinosi. 

Protagonisti dell’incontro, dicevamo, sono stati la geografa Laura Canali – che in ogni numero del mensile traccia le mappe politiche a corredo degli articoli giornalistici -, e il direttore Lucio Caracciolo, volto televisivo noto per i suoi frequenti interventi soprattutto nel programma Otto e Mezzo condotto da Lilli Gruber su LA7.

La serata ha messo al centro dell’attenzione soprattutto il numero di Limes del novembre scorso, un volume denso di saggi volti a proporre un approccio maturo e realistico alla questione climatica; non per sminuirla, ma per smettere di farne un totem e affrontarla fattivamente. Il volume, significativamente intitolato “A qualcuno piace caldo”, è partito dal presupposto che le “narrazioni” correnti sul tema hanno fatto il loro tempo e dalla presa di consapevolezza che l’approccio allarmistico alla lunga provoca rigetto e assuefazione. Qual è allora l’atteggiamento proposto da Limes per leggere questi cambiamenti in prospettiva?

Si parte inevitabilmente dalla peculiarità dei contesti, ovvero osservando l’impatto dei cambiamenti in base a latitudine, ubicazione geografica, caratteristiche orografiche e socioeconomiche, quantità e qualità di risorse a disposizione per contrastarlo. Il cambiamento climatico si declina in modi diversi, a seconda dei territori, e ce ne sono alcuni che addirittura possono beneficiarne, dal punto di vista economico, a fronte dei disastri che si prospettano invece nella maggior parte del globo. La consapevolezza di ciò non può che essere la premessa necessaria per evidenziare gli impatti geostrategici e contribuire in questo modo alle possibili soluzioni. 

Durante l’incontro in libreria, affollatissimo, a Caracciolo è stato richiesto di riassumere in poche parole qual è la filosofia di fondo che ha portato alla nascita e al successo di Limes. La risposta del giornalista è stata semplice quanto significativa. La rivista è nata sulla scia dell’esigenza di offrire ai suoi lettori una visione del mondo reale, declinato nello specifico dei territori, che non rifugga ma anzi abitui alla complessità dei fenomeni geopolitici ed economici. In secondo luogo Caracciolo ha ribadito la necessità di non fornire solo visioni di parte dei fenomeni geopolitici. Sono la conoscenza delle opinioni degli “altri” può consentire infatti di comprendere le ragioni di fondo che alimentano il consenso dei vari gruppi di potere, al giorno d’oggi, siano essi politici, economici o mediatici. 

Questo approccio non ha potuto che divenire lo sfondo sul quale si è svolto il breve dibattito conclusivo con il pubblico, inevitabilmente dedicato al secondo mandato di Donald Trump negli Stati Uniti, protagonista del numero di dicembre di Limes, intitolato “Musk o Trump, America al bivio”, e prefigurante la successiva edizione della rivista, che si intitolerà “L’ordine del caos”. 

è in quest’ottica che dovranno muoversi, nel 2025, coloro che cercheranno di capire le dinamiche del grande e pericoloso gioco mondiale, rispetto al quale il nostro Sudtirolo non potrà sottrarsi in alcun modo.  

Autore: Luca Sticcotti

Trentini e sudtirolesi in Spagna: storia di ideali e sacrifici

Enzo Ianes racconta il nuovo libro Un’alba sorgerà, che ripercorre le vicende degli internazionalisti che combatterono nella guerra civile spagnola a difesa della libertà e della giustizia sociale.

Enzo Ianes, di cosa parla il libro?

Questo libro, che ho scritto insieme a Lorenzo Vicentini, ricostruisce le vicende travagliate di 88 uomini, di cui 72 trentini e 16 sudtirolesi, che fra il 1936 e il 1939, hanno deciso di lasciare i  propri luoghi di emigrazione – ovvero prevalentemente l’Austria, per i sudtirolesi, e la Francia e il Belgio per i trentini – per varcare i Pirenei e andare a combattere i franchisti arruolandosi fra le file dell’esercito repubblicano, oppure fra le milizie antifasciste o le brigate internazionali.

Molto spesso la componente che spinge le persone ad arruolarsi in una guerra di altri è quella economica; spesso è un modo di sfuggire alla miseria. Nel caso degli internazionalisti, invece, la motivazione è stata ideologica/antifascista.

Trovo il paragone un po’ azzardato, anche se è innegabile che, in alcuni casi, a spingere questi volontari a partire per la Spagna siano state sia una certa precarietà esistenziale, sia difficoltà economiche. Tuttavia, la maggioranza dei volontari di cui abbiamo scritto, erano mossi da un ideale antifascista,  di libertà e di giustizia sociale. Essi rischiarono la propria vita, arruolandosi in un esercito straniero per combattere quella che veniva percepita come una minaccia. Una minaccia che, qualora avesse trionfato in Spagna, avrebbe rapidamente soggiogato il resto dell’Europa, ancora non completamente sotto il tallone nazifascista.

Il volume conta oltre 900 pagine, di cui 100 di fotografie. C’è una storia di un sudtirolese che si sente di condividere?

Dei 16 sudtirolesi che partirono per la Spagna, quattro erano quelli nati a Bolzano: Karl Huber, Johann Dobersberger, Johann Pfund e Kurt Pollitzer-Retzer. Se proprio devo scegliere, vorrei segnalare la storia di Jochen Wielander nativo di Castelbello: nel 1935, per evitare l’arruolamento nel servizio militare e quindi combattere nella guerra d’Etiopia, espatriò clandestinamente in Austria e successivamente visse anche per un periodo in Germania. Durante il periodo dell’emigrazione si avvicinò agli ideali socialisti e comunisti, maturando l’idea di andare a combattere in Spagna arruolandosi nelle Brigate Internazionali. In Spagna fu gravemente ferito e ricoverato per lunghi periodi in ospedale. In quel periodo scrisse molte lettere alla propria famiglia residente in Val Venosta, nelle quali spiegava come sia Hitler che Mussolini fossero nemici del popolo sudtirolese, entrambi determinati a soggiogare e opprimere i popoli. Nelle lettere sottolineava inoltre quanto fosse assolutamente falso che Hitler volesse difendere la nazione tedesca e il popolo sudtirolese dall’oppressione fascista

Il libro ha un prezzo di copertina importante (49€). Dove lo si può trovare? Il volume è già stato presentato alla Biblioteca Claudia Augusta, ma pensa che ci sarà una seconda presentazione a Bolzano?

Si troverà nelle biblioteche e quindi negli archivi. Chi fosse interessato ad acquistarlo, lo può ordinare online nelle varie piattaforme, ma chiaramente il mio invito è quello di andare presso le librerie, in particolare alla Nuova Libreria Cappelli in piazza Vittoria a Bolzano, dove il 27 febbraio alle ore 17.30 Lorenzo Vicentini ed io faremo una nuova presentazione di questo libro.

Till Antonio Mola

Vivere, ridere e amare

Qui Intervista a Johanna Brunner, pusterese DOC, che ha studiato Lavoro Sociale, Filosofia e Teologia a Benediktbeuern, in Baviera. Per nove anni ha diretto il collegio femminile delle Orsoline di Brunico e dal 2017 è direttrice dell’Ufficio Famiglia della Diocesi di Bolzano-Bressanone. È impegnata nella promozione di un linguaggio inclusivo e ha contribuito all’istituzione del gruppo di lavoro “Fede e omosessualità”, volto a favorire l’inclusione e il dialogo all’interno della diocesi.

La cosa di me che mi piace di più.

La mia voglia di vivere.

Il mio principale difetto.

L’autocritica.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei figli.

La mia occupazione preferita.

Far “niente”.

Il luogo dove vorrei vivere.

Su un maso di montagna.

Il mio piatto preferito.

Parmigiana, panzanella.

Non sopporto…

Scortesia e grettezza.

Per un giorno vorrei essere…

Il papa (come donna, ovviamente!).

Se fossi un animale sarei…

Un gatto, semplicemente perché loro possono essere così meravigliosamente pigri e rilassati.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che… 

Sono andata in bici da casa mia fino a Vienna.

Tre aggettivi per definirmi.

Testarda, empatica, a volte imprevedibile.

La prima cosa che faccio al mattino.

Orientarmi… 

Il mio film preferito

“I ponti di Madison County” con Meryl Streep e Clint Eastwood.

Il mio ultimo acquisto.

Un maglione di lana coccoloso.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La natura proprio davanti alla porta di casa e il fatto che il sole, d’inverno, mi raggiunge sul divano.  

Amo il mio lavoro perché…

Perché lavoro con le persone.

L’errore che non rifarei.

Rinunciare alla buona musica, in occasione del mio matrimonio. 

La persona che ammiro di più.

Ammiro le persone disposte a mettere in gioco la propria vita per altri o per le proprie convinzioni.

L’ultima volta che ho pianto.

Oggi, quando una conoscente mi ha raccontato dell’improvvisa morte di sua mamma.

Il mio motto.

Vivere, ridere, amare. 

Il mio primo ricordo.

“Cucinare” canederli di fango (Matschknödel) da bambina.

Autore: Marco Valente

Parole importanti

Durante le feste appena trascorse ancora una volta alcune parole chiave si sono imposte all’attenzione dell’opinione pubblica. 

Per prima è arrivata la parola “rispetto”, nominata parola dell’anno 2024 dalla prestigiosa enciclopedia Treccani. Nell’ambito della campagna di comunicazione #leparolevalgono, volta a promuovere un uso corretto e consapevole della lingua, l’Istituto ha motivato così la scelta: “Per la sua estrema attualità e rilevanza sociale”. Sfogliando il Dizionario Treccani, rispetto è definito come un “sentimento e atteggiamento di stima, di attenzione, ma anche di riguardo verso una persona, un’istituzione, una cultura, che si può esprimere con azioni o parole”. “Questa parola – spiegano i condirettori del Vocabolario – dovrebbe essere posta al centro di ogni progetto pedagogico, fin dalla prima infanzia, e poi diffondersi nelle relazioni tra le persone, in famiglia e nel lavoro, nel rapporto con le istituzioni civili e religiose, con la politica e con le opinioni altrui. Il termine rispetto, continuazione del latino respectus, va oggi rivalutato e usato in tutte le sue sfumature, proprio perché la mancanza di rispetto è alla base della violenza esercitata quotidianamente nei confronti delle donne, delle minoranze, delle istituzioni, della natura e del mondo animale”.     

La seconda parola messa in primo piano in questo periodo è stata “speranza” ed è stata lanciata dalla chiesa cattolica nell’atto di aprire l’anno giubilare. Il titolo del messaggio del papa che ha indetto il giubileo significativamente è stato la speranza non delude, e Francesco ha invitato i credenti (e non solo) a “non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza e invece riflettere “su tutto il buono che c’è”. Si tratta di una prospettiva che si estende dalla dimensione interiore a quella globale, pensando alle ingiustizie che non solo oggi sono ancora presenti nel mondo ma che tendono pure ad aumentare, insieme alla crescente e colpevole “normalizzazione” delle guerre da parte degli stati. 

Anche il presidente Mattarella alla fine del suo discorso di fine anno ha parlato di speranza, ricordando però che “la speranza non è attesa inoperosa, siamo noi, il nostro impegno, la nostra libertà”. 

Ecco dunque una terza parola chiave. Precedentemente nel discorso il presidente aveva già citato la parola libertà, associandola ad altri termini quali pace, dignità, rispetto, giustizia, democrazia. Sì, perché in una società civile e in uno stato di diritto libertà non è pensare solo ai fatti propri e ai propri interessi, come purtroppo molti di noi siamo portati a pensare. Sbagliando.

Autore: Luca Sticcotti

Una scala = una comunità

Mara Granitto è l’inquilina di una scala del quartiere Casanova in cui si è creata una comunità di vicinato. In questa intervista racconta il rapporto tra i vicini e la positività che ne scaturisce.

Secondo te perché è nata questa forte unione tra vicini di casa?

Sicuramente perché c’è necessità di avere supporto, amicizie che ti sostengono nelle cose belle e brutte di tutti giorni. Si tratta di condividere le piccole cose: un saluto, un sorriso, se si ha bisogno della spesa, condividere consigli riguardanti i figli… Siamo entrati in cooperativa nel 2009 più o meno con le stesse necessità, avendo in media la stessa età. Se si avevano e hanno pensieri e bisogni, si possono pure condividere e c’è sempre un grande scambio di idee. è mix fortunato perché siamo persone socievoli che hanno voglia di stare insieme e di darsi sostegno reciproco.

Quali sono le principali attività o tradizioni che legano voi vicini?

Le attività sono prevalentemente “pratiche”; abbiamo creato il gruppo whatsapp della scala per tenerci aggiornati sulle necessità del condominio che possono andare dalla gestione delle piante comuni alle lampadine da cambiare; se succede qualcosa ci si avvisa subito, si scambiano tutti i tipi di informazioni utili. Si è sempre attivi: se qualcuno si dimentica il garage aperto o le chiavi sulla porta, il problema viene subito risolto, c’è un controllo generale. I caposcala si attivano subito per le necessità. Abbiamo creato anche uno spazio in cui ognuno ha portato degli attrezzi per una specie di “palestra condominiale”. Abbiamo poi delle tradizioni come quella di incontrarci sotto Natale nell’atrio per almeno una mezz’ora in cui ognuno porta qualcosa da bere e da mangiare in cui ci scambiamo gli auguri e abbiamo l’occasione di passare del tempo insieme. Si è creata una bella situazione. Ci si fa la spesa o ci si aiuta con gli animali domestici quando c’è necessità e c’è davvero un “pronto intervento”  quando c’è bisogno di aiuto. Se manca qualcosa in casa sono tutti disponibili, c’è sempre qualcuno, tra i 17 condomini, che ti dà qualcosa per finire la preparazione della torta quando magari i negozi sono tutti chiusi. Chi ha l’orto lascia molte volte una cassetta in entrata con i prodotti da condividere, e la stessa cosa avviene con i punti e buoni del supermercato. All’inizio facevamo anche le pizzate, ma ora è più complicato organizzarsi. Essendo tutti più o meno della stessa età ci siamo accompagnati un po’ in tutte le fasi della vita degli ultimi 16 anni; siamo passati da darci consigli sui figli a darci dritte sui nonni e a sostenerci nelle difficoltà legate alle vari situazioni.

Come vi aiutate a vicenda nelle situazioni quotidiane?

Ritiriamo i pacchi gli uni per gli altri; se qualcuno sta male o ha degli imprevisti ci si organizza per fare la spesa o portare a spasso il cane. Se qualcuno è malato gli si porta da mangiare direttamente a casa. Un esempio significativo può essere raccontare di quando mia figlia è stata molto male e io e mio marito eravamo via e ho potuto chiamare varie vicine che si sono subito attivate per dare una mano e portarla al pronto soccorso e a prendersi cura di lei nei giorni successivi. Nel 2022 in occasione dello scoppio del conflitto in Ucraina io e mia figlia ci siamo attivate per la raccolta di beni di prima necessità da poter inviare ai rifugiati e tutti i condomini si sono attivati. Basta scrivere sul gruppo e tutti sono pronti ad aiutare. Si spegne la macchina? C’è chi arriva con la batteria. Si è rotta la lavatrice? C’è sempre chi ha la porta aperta. L’ascensore è diventato il primo luogo di incontro in cui c’è sempre sostegno e condivisione, sia nelle situazioni negative che positive.

Cosa ti piace di più di vivere in una comunità così unita?

Mi sento molto serena, so che se c’è bisogno non sono mai sola. Inoltre si cerca sempre di condividere momenti speciali. 

In che modo questa comunità ha influenzato la tua vita quotidiana?

Non ero contenta di andare via dalla vecchia casa perché era vicina a tutto ciò che conoscevo. Venire in un quartiere nuovo e sconosciuto e lontano dalle mia abitudini e familiari con le bambine piccole non è stato facile, ma la fortuna è stata proprio in questa scala in cui tutti ci siamo sostenuti e aiutati sin dall’inizio. Si torna a casa tranquilli, ci si sente al sicuro. C’è attenzione. Non ci si vede tanto, ma sappiamo che ci siamo. Quando arrivano nuovi inquilini vengono accolti bene e si inseriscono al meglio in questo gruppo affiatato. Alcune di queste persone sono diventate vere e proprie amiche e amici con cui si condivide la vita, dal festeggiare la fine dell’anno ad andare in vacanza e a concerti. Durante il covid è stato spettacolare: avendo il giroscale a ringhiera riuscivamo, sempre mantenendo le distanze, a chiacchierare, scambiare informazioni e a fare i brindisi di tutti i compleanni sui pianerottoli. E se qualcuno rimaneva in quarantena sapeva che aveva sostengo. In quel periodo questo rapporto si è esteso a tutto il condominio: organizzavamo appuntamenti alle finestre e balconi con musica, brindisi e chiacchiere.

Quale consiglio daresti ad altre persone che vivono in un condominio e vorrebbero creare un ambiente simile di collaborazione e amicizia?

Di essere propositivi e avere fiducia nelle persone. Tutti stanno bene a stare insieme, ma purtroppo c’è paura e diffidenza. Si tende a mettersi sulla difensiva per proteggersi ed è un peccato perché si perdono occasioni. Fare il primo passo spesso apre porte che poi si rivelano veramente belle. Riuscire a creare una comunità di scala aiuta a stare meglio e sentirsi al sicuro. 

Autrice: Anna Michelazzi

La “rinascita” di Tamara Lunger

Poter toccare il cielo dalla cima (o quasi) del K2 non è cosa per tutti. Davvero in pochi sarebbero inoltre in grado di trovare la forza di spirito e la volontà d’animo per continuare ad inseguire una passione dopo un fatto tragico. Lei è fra quei pochi, perché “lei” è Tamara Lunger, un’atleta che non ha certo bisogno di presentazioni.

L’auditorium Alma Bertotti di Egna era affollato, quando Tamara Lunger, ospite della sezione locale del Cai si è aperta al pubblico raccontando la sua vita, le sue imprese e le sue aspirazioni. “Di solito proponiamo due serate all’anno a tema montagna, e negli ultimi sette anni sono state una trentina le personalità che sono intervenute – spiega il presidente del Cai Luca Dondero, aggiungendo che si tratta d “ospiti preziosi perché hanno contribuito a divulgare la cultura e dell’alpinismo”. 

E davanti ad un pubblico attento, Tamara Lunger si è concentrata sul racconto delle sue due ultime grandi imprese, ma soprattutto sull’ultima l’ascesa al K2, una spedizione cominciata con tanto entusiasmo e finita in tragedia, con cinque alpinisti morti. 

Tamara, perché ha scelto di raccontare proprio quell’episodio? 

Perché da lì in avanti ho cambiato vita. Ho passato un anno chiusa in casa nella mia tristezza. Poi ho deciso di fare un passo avanti e prendere in mano la mia vita cercando di capire meglio la mia attuale personalità e scegliendo un altro rapporto con la montagna. Mi sono trovata costretta a farlo e questo mi ha salvato la vita. 

Come sta andando? 

Ci sto riuscendo piano piano; è un percorso lungo, perché finora ho vissuto in simbiosi con lo sport e la montagna, fattori che adesso non vedo più nello stesso modo di prima. Ho dovuto mollare ed è stato difficilissimo da accettare. Adesso sono diventata allenatrice di rigenerazione, ho ritrovato un equilibrio ed ho lavorato molto su di me.

Da dove arriva questa sua passione per la montagna? 

Fin da bambina ero sempre in giro con il mio papà, che partecipava a gare di mountain bike. È stato lì che ho capito che sarei diventata un’atleta professionista, anche se non sapevo ancora in quale specialità. Ero appassionata di atletica leggera, ma ho fatto tanti sport. Scalavo, ma lo sci alpinismo è stato il primo amore e mi ha permesso di fare le gare, entrando anche in nazionale. 

Questo fino all’incidente sul K2… Se potesse, tornerebbe indietro? Farebbe un’altra vita? 

Mai: sceglierei sempre lo sport! La montagna per me è la maestra più grande dopo la mia famiglia: una maestra silenziosa ma molto forte.

Che cosa porta dentro di sé dopo la serata pubblica ad Egna?

Erano anni che non facevo più nulla in Alto Adige, e ne sono uscita soddisfatta. È stato bello il feedback che ho ricevuto dal pubblico, mi piace pensare che io possa ispirare qualcuno, e vorrei davvero andare avanti a lavorare sul discorso motivazionale.

Vuole lanciare un messaggio motivazionale ai nostri lettori? 

Certo, e non solo a chi sceglie di andare in montagna: restiamo umani. La tecnologia ci aiuta, ma allo stesso tempo può essere anche una trappola. Noi tutti siamo speciali e unici: teniamo d’occhio le emozioni, usiamo le nostre intuizioni per decidere, e non facciamoci comandare da un computer. E poi: non seguiamo la massa: prendiamoci tempo e spazio per seguire e capire meglio noi stessi.

Autore: Daniele Bebber

Le guerre si possono evitare. Servono coraggio e intelligenza

Oggi le guerre infuriano ovunque. Si contano 56 conflitti, molti dei quali del tutto sconosciuti, non solo al grande pubblico. Prevalgono interessi di parte e sembra essersi persa l’idea di un Bene comune globale. La via per uscirne è lo sviluppo di organizzazioni internazionali che siano “pienamente efficaci e coerenti”?

Quello altoatesino è un piccolo esempio (per quanto imperfetto). La situazione rischiò una deriva violenta soprattutto negli anni ’60 e avrebbe potuto essere oggi uno dei tanti conflitti irrisolti, se non si fosse allora optato – tra le varie altre iniziative – per coinvolgere le istanze sovranazionali, tra cui l’ONU, e se non si fosse percorsa la strada del diritto internazionale, mettendo al bando l’uso della violenza.

Il presidente Sergio Mattarella è stato chiaro in occasione della recente cerimonia di scambio di auguri con il Corpo diplomatico. Il fatto che la comunità internazionale non riesca oggi a contrastare i conflitti non è una “impotenza oggettiva”. “Come sovente accade, è il risultato di scelte, più o meno consapevoli”.

La Comunità internazionale, dice Mattarella, “anziché affrontare i problemi … reagisce per eluderli, assumendo atteggiamenti inadeguati, se non di chiusura, di estraneità ai destini dei popoli”. L’analisi è pesante e il monito limpido. “Il diritto umanitario internazionale non contempla sospensioni o congelamenti”. “La guerra non è soltanto un inammissibile anacronismo fuori dalla storia: rappresenta la negazione dell’umanità. È la pace a dover essere promossa e difesa”.

La Comunità internazionale ha perso di vista il Bene comune. “Oggi si parla sempre più spesso di un ‘multiallineamento’ ovvero di alleanze a geometria variabile in un contesto di multipolarismo”. Opportunismo fondato sulla ricerca di un facile consenso. “Tornare indietro, al tempo della frammentazione, delle ambizioni espansionistiche nazionali, non potrà mai significare progresso”.

Si tratta invece “di essere capaci di costruire un ordine internazionale che non sia mero risultato dei conflitti – e fotografia delle loro conseguenze – ma il frutto di uno sforzo lungimirante compiuto in pace. Il multipolarismo odierno sollecita a ripensare l’architettura e i metodi di lavoro delle organizzazioni internazionali, per portarle ad essere pienamente efficaci e coerenti”.

Tanto più che “l’esasperazione delle tensioni tra Stati” distolgono lo “sguardo dalla nostra casa comune, la Terra, e dal suo stato di salute”.

Autore: Paolo Bill Valente

Singoli in intingolo natalizio (Do They Know It’s Christmas Time)

È da qualche anno che gli artisti di casa nostra hanno adottato la tradizione, da tempo radicata nella musica pop e rock d’oltreoceano, di registrare canzoni natalizie, talvolta originali, tal altra ripescate nel vastissimo repertorio del genere. Per quanto riguarda il Natale del 2024, i nostri musicisti non si sono smentiti e il web è ricco di proposte in questo senso.

La palma del pezzo più bello, più riuscito sotto ogni aspetto (dalla fluidità della musica alla funzionalità del testo, che pur essendo in lingua tedesca è musicale come pochi altri) va a Weihnachten mit dir, canzone natalizia e canzone d’amore nel contempo, con cui il venostano Dominik Plangger chiude il suo recente album Limes, già di per sé una delle cose più belle ascoltate nel corso di quest’anno. Plangger è un cantautore di razza e anche in questo caso non si smentisce, non è un caso se il suo modo di mescolare lo stile dei liedermacher germanici con il songwriting di marca yankee e la canzone d’autore italiana di De Gregori e De Andrè, gli è valso apprezzamenti su ambo i versanti delle Alpi. Il brano è un autentico gioiellino contagioso nella sua struttura, con tanto di citazione di Josè Feliciano.

Le canzoni di Natale del mondo pop/rock spesso hanno cercato di associarsi a tematiche importanti, sociali, pacifiste, benefiche: pensiamo al successo della britannica all star song che nel 1984 Bob Geldof compose per guadagnare fondi a favore dei bimbi etiopi che morivano di fame, pensiamo alla Merry Christmas (War is Over) di lennoniana memoria. In questo senso si è mosso il meranese William Telser, autore e interprete col suo gruppo di Two Faces Of Christmas invito in chiave rock al non dimenticarsi di quelle parti del mondo in cui lo spirito natalizio è del tutto latitante, con guerre e ingiustizie in cui il prezzo più caro lo pagano i bambini, vale a dire coloro per cui il Natale dovrebbe essere maggiormente un momento di gioia. Telser non è nuovo alle canzoni natalizie, ricordiamo che negli anni passati aveva già fatto sue White Christmas e una Blue Christmas in chiave che più presleyana non si poteva. Snow Is Falling On Christmas è poi il contributo natalizio del bluesman pusterese Hubert Dorigatti, che già lo scorso anno si era cimentato col genere e che quest’anno ci riprova con una deliziosa composizione acustica cantata in coppia con la moglie Laura Willeit, consegnando all’ascoltatore una melodia incantevole lontana dai suoi corposi rock-blues ed al tempo stesso densa d’ispirazione in misura eguale.

Sempre dal capoluogo pusterese arriva Peppino Adamo, un altro fedelissimo delle canzoni natalizie, col suo gruppo The Hillbilly Redneck Trio mette sul piatto una composizione originale di Chris Kaufmann intitolata Yeehaw It’s Christmas, in puro stile Nashville: in passato Adamo per le sue produzioni natalizie si era avvalso della collaborazione di Barbara Zanetti, stavolta il riuscito sodalizio è con la cantante bolzanina Sara Alice Ridolfi. Concludiamo la nostra rassegna con il Natale pop del duo Achtung Freundschaft, composto da Tobi Mair e Manu Stix, che ha da poco messo online il singolo, l’unico del lotto con un gustoso video realizzato alla bisogna, intitolato Oh Merry Christmas. Il testo dedicato ai piccoli momenti piacevoli della vita si adatta bene alla parte musicale di facile assimilazione, realizzata in autonomia, con strumentazione efficace ma essenziale e accurate armonie vocali di sicura presa.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I sorrisi della Boclassic

Anche quest’anno si è svolta la tradizionale gara di corsa su strada che si tiene ogni anno a Bolzano l’ultimo dell’anno, durante la quale professionisti, amatori e giovani si sfidano nella bellissima cornice del centro storico del capoluogo. La gara coinvolge ogni anno molti amatori, anche e soprattutto altoatesini. Eccone alcuni, ritratti dal nostro Niccolò Dametto.