Max von Esterle, le grandi distese innevate del Tirolo e della Siberia

Max von Esterle, in mostra in questi giorni a Palais Mamming, era nato a Cortina nel 1870, e aveva seguito le sue ispirazioni artistiche frequentando la scuola privata Heinrich Strehblow a Vienna per passare poi -nel 1897- all’ École des Beaux-Arts di Parigi che lasciò nel 1900 alla volta di Monaco di Baviera per frequentarvi la locale Accademia di Belle arti. 

A partire dal 1904 collaborò come caricaturista con la rivista “Der Föhn”, e dal 1913 alla rivista “Der Brenner”. Max von Esterle e i suoi amici criticavano lo stile di vita borghese presente in una monarchia ormai in declino, ove gli arredi e il fasto celavano problemi pressanti. 

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 interruppe il corso della sua vita artistica e personale. Lui e i suoi compagni videro la guerra come l’opportunità per una catarsi della società, ma quando il conflitto scoppiò per davvero esso si trasformò in un enorme e spaventoso punto interrogativo. Poco dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria-Ungheria alla Serbia il 28 luglio 1914, Esterle dipinse “Notte invernale” raffigurante un demone oscuro che si aggira nella neve con le braccia aperte. La Prima guerra mondiale, ebbe su Esterle un profondo impatto esistenziale: fu inviato sul fronte galiziano e, catturato dai russi, restò loro prigioniero per cinque lunghi anni. Più tardi traspose sulla tela “Paesaggio invernale siberiano” il ricordo delle infinite distese innevate della Siberia orientale. I cinque anni di prigionia in Russia rappresentarono una frattura nella vita di Max von Esterle. Dopo il suo rientro a Innsbruck, l’artista tornò a dedicarsi ai paesaggi innevati, cui talora conferì un realismo tipico dell’epoca; tuttavia si dedicò sempre più alla docenza e a mansioni organizzative. A partire dalla metà degli anni Venti  lavorò come docente di disegno e tecnologie di pittura all’Università di Innsbruck. Dopo l’Anschluss dell’Austria al Reich, Esterle entrò nel partito Nazista e diresse fino al 1941 della Camera delle Arti del Tirolo. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Tutto un secolo di telecomunicazioni

Una volta c’erano i Posti telefonici pubblici, le cabine per le strade e i telefoni in casa, prima neri e poi “bigrigi”. Nei posti telefonici pubblici si andava per ricevere una telefonata da qualcuno o per farla, quando il telefono a casa era solo un sogno.

Al Posto telefonico pubblico chiedevi di parlare con Tizio. Il gestore chiamava la mitica “signorina”, quella che sapeva un po’ i fatti di tutti(!) e chiedeva di mandare un avviso al posto pubblico del paese di Tizio, che gli faceva recapitare a sua volta un avviso con un fattorino. Tizio doveva presentarsi ad una certa ora per parlare con te. E così quando entrambi eravamo al Posto pubblico del nostro paese, la “magia” della signorina ci metteva in comunicazione. Se lo raccontate oggi ad un ragazzo, non potrà che strabuzzare gli occhi! 

Piano piano poi venne la “teleselezione”, quella che ti faceva mettere il prefisso del distretto chiamato prima del numero di telefono e potevi finalmente telefonare direttamente a casa dell’amico o del parente lontano. E poi vennero le cabine telefoniche stradali, i telefoni a gettonee poi a moneta e con la scheda telefonica, tutti reperti che mostrati oggi fanno tenerezza, mentre quelle cabine piano piano vengono smantellate e se fai vedere un telefono a disco a un bambino ti chiede cosa sia e non capisce quella strana rotella coi buchi. Quella rotella dove i genitori infilavano un lucchetto perché i figli non abusassero del telefono (telefonare costava!) e che i figli prontamente trovarono il modo di eludere ticchettando sulla forcella, quei due puntini sui quali si appoggiava la cornetta per aprire e chiudere i contatti. 

Venne anche il tempo di fare arrivare il telefono nelle case di tutti: eravamo nei primi anni Settanta e in Alto Adige si facevano chilometri di palificazioni e scavi per portare i cavi del telefono nelle frazioni più sperdute e nei masi più in quota. 

In Val Senales, a Maso Corto, si realizzò il primo collegamento in ponte radio per dotare la stazione a monte di un telefono che la collegasse con il resto del mondo. E sempre a Maso Corto arrivò anni dopo, nelle mani di quel visionario che fu Leo Gurchler, il primo telefono portatile. Era una valigetta più grande di una ventiquattrore e neanche tanto leggera che conteneva il tutto! Sono ricordi di un tempo andato, legati ad alcuni anniversari tondi celebrati nel 2024 appena salutato. 

Era il 1924 infatti, cent’anni fa, quando furono fondale le aziende che gestivano le telecomunicazioni del territorio nazionale. La Telve era quella che presidiava il territorio del Triveneto e quindi anche la nostra regione. Nel 1964 dalla fusione di queste aziende nacque la Sip e trent’anni dopo nel 1994 un’altra operazione di fusione eliminò lo spezzatino di gestori di TLC in Italia dando vita a Telecom Italia dalla cui costola nacque Tim per gestire la telefonia mobile che nel frattempo si stava diffondendo a passi da gigante. Tim ha mandato in pensione il vecchio marchio di Telecom Italia per assorbire anche la telefonia fissa ed offrire molti servizi di information tecnology (IT) come web cloud e hosting. L’ultimo passaggio – quello forse più grande e decisivo che chiude un capitolo storico – si è concretizzato lo scorso luglio, ovvero cento anni dopo, con lo scorporo da Tim della rete telefonica pubblica ceduta alla newco FiberCop. Una volta c’era Telecom Italia oggi ci sono Tim e FiberCop: cioè il mercato e i servizi da una parte la rete dall’altra. Un cambio epocale che forse non tutti abbiamo visto passare sotto i nostri occhi. Come capirlo in concreto? Non vedremo più armeggiare negli armadi sulle strade o intervenire a casa nostra i tecnici con le macchine rosse e la divisa Tim. Insomma: siamo passati dalle “signorine” col grembiule nero ed il colletto di pizzo bianco all’era delle telecomunicazioni senza confini nell’arco di cent’anni che molti, almeno in parte, hanno attraversato e possono ricordare.

Autore: Enzo Coco

La “svendita” di Anterivo

Narra la storia che nell’anno 1321 il duca Enrico di Carinzia e Tirolo, re di Boemia grazie alla consorte, unico figlio sopravvissuto del potentissimo e ingordo “inventore” del Tirolo Mainardo II e, pure, padre dell’ultima “regina” del Tirolo indipendente Margarethe Maultasch, all’epoca dominus della Val di Fiemme “rubata” dal padre al vescovado trentino, conferì a tale Gottschalk di Bolzano il diritto di insediare ad Antereu, l’odierna Altrei / Anterivo nella bassa Val di Fiemme, inter Cauerlon et Castel, 10 nuovi masi.

Gottschalk, figlio illegittimo di tale Margaretha Knoger, acquistato a Bolzano e “liberato” da Mainardo, fu vita natural durante l’uomo di fiducia dello stesso regnante tirolese e dei suoi successori. Già dopo la conquista di Bolzano ai danni del vescovo di Trento Enrico nel 1277, Mainardo gli aveva affidato il semidistrutto Castel Roncolo. Il buon Gottschalk, titolare per  ben 37 anni della giurisdizione di Enn-Caldiff (Egna), chiamò, a quanto risulta, 10 famiglie contadine dal Tirolo del Nord e assegnò loro dei lotti di terreno di ca. 15 ettari da disboscare e coltivare.

Al contrario di Gottschalk, uomo avveduto che accumulò grandi ricchezze, Enrico fu un personaggio a dir poco controverso, incline al gioco e alla bella vita più che alle conquiste belliche, indebitato fino al collo tanto che spesso veniva fermato per strada dai creditori imbufaliti o era costretto a chiedere denaro in prestito ai suoi stessi servitori. Nel 1314 era stato convinto, come promesso dal padre sul letto di morte, a restituire l’amata Val di Fiemme al vescovo di Trento ma riuscì comunque a sdebitarsi con il fedele servitore della sua famiglia, che probabilmente aveva foraggiato i suoi vizi, con l’omaggio dei territorio allora boschivo e disabitato di Antereu. 

Qualche secolo più tardi, nel 1778, dopo molte vicissitudini, diatribe e contestazioni, Anterivo, aggregato alla giurisdizione tirolese di Enn-Caldiff dei conti Zenobio, fu oggetto di un controverso scambio “alla pari” con una insignificante località dell’alta Val di Cembra e, a quanto si disse, il paese di Termeno nella valle dell’Adige tra Maria Teresa d’Asburgo e il vescovado trentino. In realtà, Termeno, di cui si apprezzava soprattutto lo speziato vino, era stato acquisito dagli Asburgo l’anno prima in cambio di Castello, sempre in Val di Fiemme, ma i regnanti viennesi preferirono far credere agli irascibili abitanti di Anterivo, che parlarono esplicitamente di “Kuhhandel” (commercio delle vacche),  di essere stati sacrificati per ottenere in cambio il prestigioso paese vinicolo della Bassa Atesina. In realtà, come detto, ci si voleva sbarazzare una volta per sempre degli scomodi e privilegiati Altreier (che tra l’altro non pagavano tasse), e l’oggetto dello scambio fu un paesino marginale della Val di Cembra, Grumesio, oggi Grumes. In tal modo Altrei divenne Anterivo e fu unito, con la sua popolazione in grande maggioranza di lingua tedesca, alla giurisdizione di Cavalese. Il paese, sottoposto ai conti Zenobio, contrarissimi alla cessione del loro gioiello, come in precedenza la vicina Trodena, passò dunque dal “Deutschtirol” al “Welschtirol” direttamente amministrato dai vescovi di Trento, che realizzarono il sogno covato da secoli di possedere l’intera Val di Fiemme. Da un punto di vista ecclesiastico, fin dalle origini Anterivo faceva parte del distretto di Cavalese. 

Poiché lo scambio sembrava impari e gli abitanti di Anterivo si sentivano traditi e sminuiti dalla “svendita” avvenuta a loro insaputa e contro la loro volontà, il vescovo di Tento Thun donò a Maria Teresa anche la giurisdizione di Levico in Valsugana. Per tranquillizzare la popolazione, fu concesso al paese di Anterivo il diritto di caccia e pesca (nell’Avisio) che divenne fonte di introiti secondari dato che spesso venne ceduto in affitto. Qualche decennio dopo Napoleone sconvolse nuovamente l’assetto territoriale e amministrativo del vecchio Tirolo  e Anterivo, con un piede al di qua e l’altro al di là del confine fu ovviamente oggetto  di un estenuante tiramolla tra Trento e Bolzano che prosegui fino al secondo dopoguerra.

Autore: Reinhard Christanell

L’aglione della Val di Chiana

Collocata in Centro Italia, tra le province di Arezzo e Siena e tra Perugia e Terni, la Val di Chiana è una valle tettonica lunga 104 km. Solcata dal fiume sacro Clanis Aretinum fu il palcoscenico di Etruschi, Romani, pontefici, Signori e Corti, eserciti, persone famose e comuni, tra paludi e bonifiche. Assieme alla costa grossetana, questa piana è la zona di origine dell’aglione. L’Allium ampeloprasum var. Holmense è una geofita bulbosa, perennante, annuale in coltura. Le radici sono fascicolate, cordiformi e superficiali. Il fusto è detto “cormo” o “girello”, le foglie in numero di dodici, sono amplessicauli alla base, mentre a distanza sono lineari, nastriformi, acuminate, leggermente carenate. Lo scapo fiorale è cilindrico, pieno e ricurvo, quando in piena fioritura è eretto e può raggiungere altezze rilevanti. Il bulbo detto “capo” o “testa” è di colore bianco avorio e molto grosso (Ø 10/15cm), può raggiungere da fresco i 600/800 gr. Ogni bulbo è composto da 3/6 spicchi sessili, molto grossi (peso medio 60/80 gr con punte fino a 250 gr), a forma di “castagna”, carnosi, addossati al fusto e rivestiti da squame esterne scariose. Al contrario di ciò che si pensa e che il nome suggerisce l’aglione ha più caratteri in comune con il porro che con l’aglio e organoletticamente ha gusto più delicato. Caduto nel dimenticatoio, dagli anni ’90 è tornato in auge, tanto da essere tutelato e valorizzato nel disciplinare di produzione, 2017. L’Aglione non necessita di elevata disponibilità idrica, tuttavia nei mesi primaverili, in simultaneità dell’ingrossamento dei bulbi e dell’aumento dell’evapotraspirazione dei suoli, deve poter disporre di sufficienti riserve d’acqua. Predilige terreni  sabbiosi, permeabili e non argillosi. I grossi spicchi della sua testa sono troppo teneri per uscire incolumi dalle spedizioni postali, pertanto, la riproduzione di questa varietà avviene tramite i bulbillini; queste palline irregolari, dalla buccia spessa e coriacea, penzolano attaccate alle radici delle piante madri, in numero variabile, e ne costituiscono la semenza. Le differenze per tecnica e tempistiche di raccolta, tra colture a base di spicchi e di bulbillini sono diverse: con i primi si segue lo schema dell’aglio (semina a settembre, raccolta a luglio), mentre nei bulbillini si deve giocoforza rimuovere la dura pellicina che li riveste – ma solo nella parte apicale – per favorire la germogliazione, interrando poi le palline in vasetti Ø 10cm. Brevi irrigazioni periodiche e lunghe attese, finanche a un anno, sono gli ingredienti necessari. Quando le piante raggiungeranno altezze e sviluppo accettabili si collocheranno in piena terra o sul BalconORTO, nel mese di settembre: raccoglieremo infine le teste di aglione fresco nel luglio successivo. 

Autore: Donatello Vallotta

BOclassic 2024, una grande festa di sport

La BOclassic è senza dubbio uno degli eventi sportivi più attesi e prestigiosi del capoluogo. Ogni 31 dicembre, la città altoatesina si trasforma in un palcoscenico per corridori provenienti da ogni angolo del mondo, che si sfidano in una gara che ha ormai un posto di rilievo nel panorama internazionale delle corse su strada. Con il passare degli anni, la BOclassic ha consolidato la sua reputazione come evento di grande rilevanza, grazie alla sua organizzazione impeccabile, alla partecipazione di atleti di altissimo livello e alla suggestiva cornice naturale che offre Bolzano, con le montagne che la circondano. 

La manifestazione nasce nel 1977, quando un gruppo di appassionati di atletica decide di creare una gara podistica di fine anno che coniughi la passione per la corsa con lo spirito festivo del periodo natalizio. Fin dal suo inizio, l’obiettivo era quello di inserirsi tra le grandi manifestazioni internazionali di atletica, mantenendo però un forte legame con la comunità bolzanina.

Nel corso degli anni la BOclassic ha visto crescere la partecipazione e il prestigio, attirando atleti di fama mondiale. Il percorso tecnico, con un’altimetria mista e il passaggio nel cuore della città, ha fatto della gara un vero test per i professionisti, ma anche una festa per tutti i partecipanti. La competizione ha visto il trionfo di leggende come Kenenisa Bekele, Eliud Kipchoge e Zersenay Tadese, che hanno contribuito a elevarne il profilo, facendo della BOclassic una delle gare più seguite a livello mondiale.

L’edizione 2024 ha confermato la sua fama, con oltre 2.000 atleti al via e un campo di partecipanti che includeva alcuni dei migliori mezzofondisti internazionali. Nel settore maschile, la vittoria è andata al keniano Bekele Telahun, che ha dominato la gara con un tempo di 27’59”, vincendo per la prima volta a Bolzano. Il trentino Yeman Crippa si è piazzato secondo, avvicinando il record della manifestazione e migliorando il suo tempo personale a Bolzano.

Nel settore femminile, la vittoria è stata di Nadia Battocletti, che ha chiuso con il tempo di 15’31”. Già medagliata ai Mondiali e alle Olimpiadi, Nadia ha corso con intelligenza tattica, mantenendo un passo regolare e staccando la concorrenza negli ultimi chilometri, regalando al pubblico bolzanino una prestazione memorabile.

La BOclassic non è solo una gara per professionisti, ma un evento che coinvolge l’intera città. Migliaia di spettatori si accalcano lungo il percorso per incitare i corridori, creando un’atmosfera unica. L’evento si inserisce in un periodo di grande fermento per Bolzano, che attrae ogni anno numerosi turisti non solo per la corsa, ma anche per il mercatino di Natale, i concerti e le altre iniziative festive che animano la città.

La gara continua quindi a crescere, consolidandosi come una manifestazione imperdibile, capace di unire sport e tradizione in un evento che ogni anno cattura l’entusiasmo di corridori e spettatori, rafforzando in questo modo il legame tra Bolzano e il mondo dell’atletica internazionale.

Autore: Niccolò Dametto

La chiesa di San Giorgio

Il piccolo agglomerato di San Giorgio, a 700 metri sul livello del mare e affacciato sulla conca meranese, si stende intorno alla piccola chiesa a pianta accentrata. La chiesetta, particolare per la sua planimetria, fungeva da cappella gentilizia per il castello di Alt-Schenna dei signori di Scena, fin dal 1149 ministeriali del conte di Tirolo.

Varcato il portale d’ingresso non si potrà fare a meno di subire il fascino della struttura e della sua ricchezza decorativa, attraverso la quale leggere rapiti le storie narrate nei diversi riquadri di cui il vasto affresco si struttura. La tradizione vuole che in origine l’apparato decorativo coprisse per intero l’interno e che ne sia rimasto dimezzato dopo che un fulmine si abbatté sull’edificio. Secondo lo studioso Erich Egg, committente delle pitture sarebbe stata Osanna di Starkenberg, la stessa nobildonna che, sempre a suo avviso, aveva commissionato anche il ciclo d’affreschi della cappella di San Giovanni nella parrocchiale di Scena. Gli Starkenberg avevano consolidato il proprio potere fra il 1400 e il 1420, quando opponendosi al principe territoriale Federico, persero d’improvviso tutte la loro sostanze. Nel Medioevo era consuetudine affidare a san Giorgio, patrono dei cavalieri, la cappella gentilizia di un castello, e anche i proprietari di Scena vi si uniformarono commissionando inoltre la vasta rappresentazione della vita del santo originario della Cappadocia. I riquadri sono incorniciati in basso da teorie di animali e in alto da una serie di quadrilobi contenenti busti di santi. Uno schema questo, secondo l’Egg, tipico dell’arte bolzanina a partire dal 1375. La storia di san Giorgio si sviluppa, a partire da dietro l’altare a portelle, con la scena del combattimento intrapreso dal santo contro il drago di Silena per salvare la giovane principessa destinata al sacrificio.

È molto interessante notare come per la sua iconografia l’artista non abbia tenuto completamente conto della Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, ma abbia probabilmente reperito altrove la base per la sua rappresentazione. I personaggi vestono gli abiti di corte di moda a quel tempo e il prefetto Daziano, che ordinò che fosse perpetrato ogni sorta di tormento su Giorgio, è raffigurato, con un volto scavato corniciato da una barbetta aguzza e riccamente abbigliato, e compare in ogni riquadro dedicato al martirio del santo. A differenza che nella Legenda Aurea, nel racconto di Scena è un angelo a far visita a Giorgio nel carcere. Diverso è anche l’episodio che compare a Scena secondo il quale Daziano ordinò che Giorgio fosse fatto precipitare da una rupe in un lago. Rimasto illeso, Giorgio venne fatto entrare in una botte, un aguzzino la faceva ruotare mentre uno sgherro vi infilava dei chiodi roventi che gli venivano passati con delle tenaglie da un aiutante addetto al fuoco. Ma Giorgio continuava a rimanere illeso. Daziano allora, così narra anche la Legenda Aurea diede ordine che fosse messo sulla ruota che era stata appositamente arricchita di numerose spade aguzze e ben affilate. Sotto lo sguardo vigile di Daziano e fra i latrati di un cane aizzato contro di lui, Giorgio venne steso sulla ruota, uno dei persecutori la faceva girare e le spade, che si sarebbero dovute conficcare nel suo corpo, andarono in pezzi. La scena finale del martirio, forse la più spaventosa e la più tristemente nota, ha trovato posto nella strombatura della finestra. Lo spazio angusto rende quasi più angosciante l’attesa che il martire sia squarciato in quattro parti dalla corsa in direzioni opposte di altrettanti cavalli. La tensione è al massimo almeno per chi non sa che per far morire san Giorgio, Daziano ricorse, dopo i tentativi più sanguinolenti e le torture più crudeli, alla decapitazione, raffigurata accanto. Dell’ambiente artistico e degli aspetti stilistici della zona intorno a Merano, agli inizi del XIV secolo, Rasmo ebbe a scrivere: ”Intorno al 1400 anche nella zona meranese alla tradizione giottesca, sia pure filtrata attraverso le interpretazioni bolzanine, si sostituiscono tendenze figurative nordiche, dapprima moderate ed in seguito sempre più palesi. Il pittore delle storie di San Giorgio a Scena accentua il linearismo disegnativo delle composizioni che perdono gradualmente di consistenza volumetrica e di plausibilità spaziale”. Si è così giunti alla porta ma non per uscire, altre storie stanno per esserci raccontate nell’affresco successivo. Si tratta di un episodio della vita di san Nicola.

PER VISITARE
Il paese di Scena è posto sulle pendici a nord-ovest di Merano, a 5 km di distanza dalla città. Provenendo da Bolzano, lasciare la superstrada MeBo al’uscita Merano sud e seguire poi le indicazioni per Scena. In centro al paese, al colmo della salita, voltare a destra per la piccola frazione di San Giorgio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada dedicata ad Ipazia

Percorrendo via Galvani ad un certo punto si trova a destra l’indicazione stradale “via Ipazia”. Chi era e cosa fece? Era una matematica, astronoma e filosofa greca, vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il 350  e il 415 dopo Cristo. Suo padre, Teone, ad Alessandria studiava e insegnava, in particolare matematica e astronomia. Ipazia ne fu allieva e collaboratrice; gli succedette come docente di matematica, astronomia, filosofia. Tra gli allievi di Ipazia va ricordato Sinesio di Cirene (370-413), il quale rimase devotissimo alla sua maestra per tutta la vita. Riferì che sulla base delle indicazioni di Ipazia furono costruiti strumenti, come l’astrolabio e l’idroscopio. Ipazia volle dedicarsi, oltre che alle scienze matematiche,  a quelle filosofiche. Volle poi spiegare ad altri quanto appreso ed approfondito. Insegnò alla Scuola di Alessandria, ma non mancava di spiegare, uscendo per le strade, Platone, Aristotele, o altri filosofi. Se molti, come il prefetto Oreste, l’ammiravano, ci fu che deplorava il suo comportamento, anche perché era donna. Tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo sorse un conflitto politico, oltre che giurisdizionale. Ci fu persino l’aggressione al prefetto, colpito alla testa con una pietra, da parte dei monaci detti “parabolani”. In tale clima maturò l’omicidio di cui fu vittima Ipazia, alla quale tra l’altro si imputava il buon rapporto con Oreste. Nel marzo 415 una turba di monaci, guidati da uno di nome Pietro, si accordarono per sorprendere la filosofa mentre tornava a casa; la tirarono giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa detta Cesareo, le strapparono la veste, la colpirono a morte con frammenti di conchiglia. A Costantinopoli fu aperta un’inchiesta, ma il caso fu archiviato. Rimase il dubbio sul ruolo avuto da Cirillo (370-444), patriarca di Alessandria e dottore della Chiesa, in merito alla tragica fine di Ipazia, ciò per il discorde parere degli storici.

Autore: Leone Sticcotti