Merano urla no alla violenza

Per San Valentino la città di Merano ha voluto nuovamente ribadire il proprio no alla violenza degli uomini nei confronti delle donne di tutto il mondo, con l’iniziativa One billion rising: centinaia di cittadini hanno sfilato in un corteo “rumoroso” per le vie del centro e una danza collettiva in piazza Terme. Ecco alcune immagini di Mario Bisica e Stefano Bolognese.

Archeologia e scambi culturali: Alto Adige da sempre crocevia di civiltà

Viviamo in una terra che è da sempre una terra di incontri, scambi e influenze culturali, come dimostrano le testimonianze archeologiche che emergono dal suo sottosuolo. A guidarci in questo viaggio nel passato è il professor Umberto Tecchiati, bolzanino, archeologo e docente presso il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano. 

Dalle tracce di contatti con il mondo etrusco ai reperti che raccontano l’evoluzione delle comunità locali, Tecchiati ci offre uno sguardo approfondito su un territorio che, ben prima dell’epoca romana, era già parte di una fitta rete di scambi. Un racconto che ci permette di riscoprire le radici più antiche del nostri territorio e di comprendere come la sua storia sia sempre stata segnata dalla multiculturalità e dall’innovazione.

L’INTERVISTA

Tecchiati, si possono individuare influenze e connessioni tra le comunità protostoriche locali, pensiamo ai Reti, e le popolazioni italiche?

Oltre a una serie di oggetti di artigianato riconducibili alla manifattura italica, emergono anche evidenze archeologiche meno appariscenti ma altrettanto significative. Un esempio in tal senso proviene dall’insediamento dell’Età del Ferro di Bressanone, attivo tra il VI e il I secolo a.C., dove sono stati rinvenuti resti di animali non appartenenti alla tradizione locale, come l’asino e il pollo. Questi ritrovamenti indicano chiaramente importazioni da aree esterne. Per quanto riguarda l’asino, possiamo ipotizzare un collegamento con insediamenti etruschi come Adria o Spina. Il caso del pollo è più complesso, poiché la sua presenza è attestata in quell’epoca anche a nord delle Alpi, rendendo difficile stabilire con certezza la sua provenienza. Tuttavia, l’insieme delle testimonianze archeologiche suggerisce un forte legame con il mondo etrusco, in particolare con l’area padana, lasciando intendere che tali introduzioni abbiano influito sull’economia e sulla gestione delle risorse animali della regione.

Quali sono i siti archeologici più significativi in provincia per ricostruire la storia e l’identità di questa terra?

La domanda è un po’ complessa, poiché l’archeologia dell’Alto Adige è molto ricca e copre un ampio arco temporale. Si può partire dai cacciatori-raccoglitori del Mesolitico, che sono ben documentati, soprattutto nelle zone alpine, dove si trovano importanti stazioni di caccia estiva, come quelle dell’Alpe di Siusi. Sono numerosi anche i siti neolitici legati ai primi agricoltori e allevatori. L’Alto Adige è stato abitato intensamente fin dall’antichità, anche durante l’Età del Rame e quella del Bronzo.
Fino a buona parte dell’Età del Bronzo, la nostra terra partecipava a culture più ampiamente estese, condividendo aspetti diffusi sia nell’arco alpino che nella Pianura Padana. In questo periodo, il territorio era dunque inserito in un contesto culturale più vasto. Tuttavia, a partire dalla fine dell’Età del Bronzo, intorno al 1200 a.C., si sviluppa una cultura locale autonoma: la cultura di Luco (dalla località presso Bressanone).
Pur mantenendo contatti con altri territori, questa cultura si distingue per la sua originalità e indipendenza. È la base degli sviluppi successivi dell’Età del Ferro, con la cultura retica. Possiamo quindi dire che, almeno dal 1200 a.C., la presenza umana nel nostro territorio è caratterizzata da espressioni culturali proprie, documentate attraverso gli scavi archeologici. Si tratta di una cultura autonoma, ma al tempo stesso inserita in vaste reti di contatti e scambi, capace di esprimere un’identità ben definita rispetto alle aree circostanti.
Nel 15 a.C., i popoli alpini vengono assoggettati dai Romani, anche se già dalla seconda metà del II secolo a.C. sono attestati scambi che si intensificano nel corso del I secolo a.C. Questi incontri segnano l’inizio di una commistione di lingue e culture che diventerà una caratteristica distintiva del nostro territorio, visibile anche nell’epoca medievale, moderna e fino ai giorni nostri.
Quindi, sebbene non esista un sito archeologico specifico che possa ricostruire un’identità unica e consolidata nell’Alto Adige, ciò che emerge chiaramente dai vari siti è la presenza di una multiculturalità che è una delle caratteristiche fondamentali della nostra terra anche oggi.

Ci può raccontare la storia delle botti di legno, risalenti al V secolo a.C. e scoperte a Bressanone?

Sì, è stata una scoperta affascinante che ho avuto modo di fare quando lavoravo come archeologo presso l’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano, molti anni fa. A Bressanone, in una casa incendiata risalente all’inizio del V secolo a.C., intorno al 450 a.C. ca., abbiamo trovato tutti gli arredi lignei carbonizzati in un violento incendio. Tra questi, c’erano anche botti in legno di larice, con le doghe e le cinghie ancora perfettamente distinguibili.
Oltre alle botti, c’era un tino e una serie di recipienti ceramici che probabilmente contenevano vino. È molto probabile che almeno una parte di questo vino fosse prodotta localmente, considerato che il clima del V secolo a.C. era particolarmente favorevole agli insediamenti umani e alle attività agricole anche in area alpina.
Tuttavia, è plausibile che in parte il vino provenisse dall’area egea: il vino greco arrivava in Pianura Padana e da lì risaliva l’Adige e arrivava poi, grazie ai commerci, fino ai prìncipi celtici dell’Età del Ferro a nord delle Alpi, molto interessati alle materie prime, ai prodotti alimentari e alle manifatture del mondo greco e mediterraneo.

Tornando alle botti, come possiamo essere certi che fossero una produzione alpina?

Abbiamo un’importante attestazione nell’enciclopedista latino Plinio il Vecchio, dai cui scritti sappiamo che i popoli alpini producevano vasi di legno tenuti insieme con cinghie, che non potevano essere altro che botti.
Questa testimonianza è posteriore rispetto alle botti di Bressanone, ma rappresenta un riferimento essenziale. Inoltre, le botti di Bressanone sono le più antiche mai scoperte: non esistono ritrovamenti simili della stessa epoca in altre zone. Gli studiosi di recipienti antichi ritengono che siano stati proprio i Reti gli inventori di questo tipo di contenitore, destinato a un successo straordinario nei secoli successivi.

Autore: Till Antonio Mola

Prepotenza e ininfluenza

Seguendo le vicende della politica internazionale nei giorni scorsi mi sono ritrovato a pensare ad una parola che normalmente utilizziamo nell’educazione dei bambini quando sono piccoli e che poi, normalmente, mettiamo da parte quando entrano nell’età adulta. La mia impressione è infatti che negli ultimi mesi la regressione politica abbia messo in secondo piano quelle che pensavamo fossero le conquiste più importanti del secolo scorso, pur con tutte le sue ombre. Stato di diritto, democrazia, ricerca del consenso, diplomazia, mediazione, sembrano essere stati (provvisoriamente?) accantonati, in una dinamica in cui a prevalere è la prepotenza dei più forti.
Ho fatto quindi un passo indietro e mi sono messo di nuovo nei panni di un padre che deve rispondere a un figlio che lo interroga, con gli occhi spalancati, chiedendogli: “cos’è la prepotenza?”.
Ebbene: chi è prepotente vuole imporre la sua volontà, anche ricorrendo a coercizioni e soprusi. Bisogna stare attenti, perché spesso questo atteggiamento viene confuso con la sicurezza e la decisione, attenuandone il significato impositivo. Prepotenza spesso diventa sinonimo di grande forza e potenza, dimenticando che la potenza eccessiva può diventare predominio ed egemonia.
Ogni riferimento al nuovo corso della politica americana naturalmente è tutt’altro che casuale. Se poi pensiamo che si tratta di atteggiamenti più o meno condivisi anche da altre superpotenze globali, indubbiamente non c’è che di preoccuparsi, sperando (o meglio agendo!) affinché anche a livello nazionale e locale non si seguano queste derive.
Nei giorni scorsi ho invece sorriso quando ho visto che il comico Dario Vergassola si autodefinisce su Instagram “aspirante ininfluencer”. Quando si è spento il mio sorriso ho pensato che tutto sommato è molto meglio essere ininfluenti, che non finire travolti nella propria vita privata (e non solo) da uno scandalo di falsi pandori solidali. Ma poi nello stesso tempo ho anche pensato che in realtà solidarizzo con tutti coloro – tanti – che modestamente fanno la loro vita, comportandosi con onestà, rispettando i propri principi e gli altri, magari ogni tanto dando una mano a chi sta peggio di loro. Sono ininfluenti? Non credo. Così come continuo ad essere dell’opinione che l’arroganza è cattiva consigliera, nel nostro piccolo così nelle grandi dinamiche della politica e dell’economia mondiale. Dobbiamo averlo ben chiaro e trovare il modo di farlo capire a chi pensa di poter calpestare chi ha intorno, ovvero in un modo o nell’altro anche tutti noi. Prima o poi.

Autore: Luca Sticcotti

Unirsi per un futuro più sostenibile? Yes, we can! Con Climate Action South Tyrol

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”, si dice. E cosa accade quando pure l’albero che cade non fa più rumore? O il fatto che cade diventa quasi ‘normale’? Qualche giorno fa ilpost.it titolava “in Brasile nel 2024 è bruciata una superficie più grande dell’Italia”.

E noi? Stiamo a guardare? Rimaniamo indifferenti? Lo stentiamo questo ‘rumore’?

L’ecologia è la disciplina che si interessa della relazione tra esseri viventi e il loro ambiente: da ‘oikos’ e ‘logos’, cioè, molto liberamente (non ne vogliano i classicisti!): ‘pensare alla casa’.

Ma se fior fiore di esperti descrivono il disastro ecologico in corso come ‘un’automobile lanciata a folle velocità’ (e generalmente le misure per contrastarlo come dei ‘freni da bicicletta’), esattamente, noi, società civile, come stiamo ‘pensando alla casa’?

“La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune – scrive Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ – comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare.”

Sì, ‘possono cambiare’, perché per fortuna c’è chi alla casa comune ci pensa e si rimbocca le maniche. Climate Action South Tyrol nasce proprio con l’obiettivo di unire persone e organizzazioni che si impegnano a costruire un futuro più giusto e… più eco-logico.

“Siamo una grande alleanza” dice Theresa Kurz, in prima linea con Climate Action, con cui l’anno passato, assieme ad altri partner sul territorio, ha realizzato il ‘Clima Show’, uno spettacolo in cui vengono presentati fatti e dati sul cambiamento climatico, e soluzioni specifiche per il Trentino-Alto Adige. “Siamo arrivati a venti repliche e a oltre duemila persone raggiunte – aggiunge – e l’anno scorso lo show è stato insignito del Premio Ambiente & Clima 2023.”

Altra iniziativa è il ‘Climate Action Cafè’, con cui sono arrivati all’Otro Mundo Festival di Chiusa, al Zugluft di Bressanone e ad A Place to B(z) di Bolzano, con l’obiettivo di promuovere il dialogo tra persone attraverso uno spazio di discussione e scambio di visioni sulla trasformazione socio-ecologica che anche il nostro Sudtirolo sta vivendo.

“Il rischio di scoraggiarsi è dietro l’angolo. A me personalmente aiuta molto il contatto con gli altri attivisti. Mi dà speranza e mi motiva – confida Kurz – la passione e l’impegno profuso dalle tante persone volontarie.”

Il paradosso è che in un mondo che va a mille all’ora, è proprio la bradipica lentezza della pubblica amministrazione e la riluttanza al cambiamento ad essere d’intralcio. E con la crisi climatica che bussa alla porta (o forse l’ha già sfondata?!) non è proprio un buon segnale. “Per questo è necessario agire rapidamente in molti settori. Facendo però attenzione a non cadere nel tranello dell’ambientalismo di facciata (greenwashing). Poi, da che mondo è mondo, il cambiamento dà fastidio: le abitudini, le comodità… “Questa inerzia però è ormai fuori luogo. L’Alto Adige potrebbe veramente essere ancora più bello e vivibile, e ci sono molti giovani con ottime idee, e penso che sia più che doveroso ascoltarli e dare loro fiducia, anche per scardinare questa superficiale diffidenza verso la novità. Il ‘Clima Show’ è la prova che la collaborazione inter-generazionale è possibile, ognuno impara qualcosa dall’altro, arricchendo così anche il proprio punto di vista, verso un orizzonte comune”.

L’Alto Adige, si sa, è terreno fertile per l’associazionismo, anche quello ‘ecologico’. L’immenso lavoro portato avanti dai Fridays for Future, ma anche da altri gruppi di iniziativa popolare come Nosc Cunfin – che si batte da decenni per istituire una zona protetta ai Piani di Cunfin-, oppure la Plattform pro Pustertal, che assieme alla Federazione Ambientalisti dell’Alto Adige, il Heimatpflegeverband e Climate Action puntano i riflettori sulle opere problematiche legate alle Olimpiadi invernali del 2026. E la lista potrebbe continuare.

“Però un unico individuo è come una goccia nell’oceano, è il sistema che deve essere cambiato”, si dice ancora. Argomento più che valido, certo: “Per un Alto Adige climaticamente neutrale – continua Kurz – bisogna in primo luogo intervenire nel settore dei trasporti e del riscaldamento. I trasporti rappresentano oltre il 46% delle emissioni nel 2022, e il riscaldamento quasi il 25%. Dotandosi di infrastrutture adatte, il miglioramento potrebbe essere significativo. Bisogna però dire che questi dati fanno riferimento alle emissioni prodotte sul nostro territorio, ovviamente siamo co-responsabili anche delle emissioni che importiamo da altri paesi: per esempio, importiamo il 99% della carne, che ha un impatto enorme sul clima.”

La domanda decisiva è allora: “come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?”, come si chiedeva già a suo tempo Alex Langer. “A questo punto, credo davvero che la maggior parte della popolazione abbia capito che stiamo affrontando una crisi climatica, come dimostra anche un sondaggio condotto da EURAC e ASTAT. Tuttavia, ci sono molti ambiti in cui una singola persona ha poco potere d’azione, e questo porta a una sorta di senso di impotenza. Diventa desiderabile perché molte misure hanno effetti positivi anche in altri ambiti, per esempio, il traffico urbano. Una mobilità con meno auto significa: città più sicure, meno rumore, aria più pulita, con effetti positivi sulla salute pubblica, ci sarebbe più spazio per far giocare i bambini e così via.”

Esistono città pionieristiche, quasi profetiche, in questo campo: Barcellona, Copenaghen, Friburgo, solo per fare alcuni esempi. Parigi ha una delle reti di trasporto pubblico più dense ed efficienti al mondo e ha esteso la sua rete di piste ciclabili da 200 km (nel 2001) a più di 1000 km. David Hofmann, volontario di Climate Action, suggerisce anche la best practice spagnola di Pontevedra: “Una città della grandezza di Bolzano, che già da vent’anni ha eliminato il 90% della mobilità motorizzata individuale, aumentando la qualità di vita al punto da avere la crescita percentuale più alta di under 14 in Spagna. Faranno qualcosa di giusto, no?”

“Le maggiori resistenze si trovano a livello politico ed economico – dice Kurz senza mezzi termini – Sarebbe auspicabile che l’Alto Adige desse il buon esempio invece di rimanere indietro per l’avidità di pochi. Il piano climatico provinciale è privo di vincoli, per cui serve una legge sul clima a livello provinciale, come già è stato fatto in Catalogna e in alcuni stati tedeschi.”

“Cosa fare a partire da domani? Attivarsi e soprattutto ‘fare rumore’, unirsi, aderire a iniziative, avviare progetti, fare richieste alla politica o agire direttamente, discutere e confrontarsi e… Reduce, Reuse, Recycle, cioè ridurre i nostri consumi, riutilizzare e dare una nuova vita agli oggetti (per esempio, ragalandoli!) e riciclare i materiali scartati” conclude Kurz.

Il vero cambiamento deve avvenire a livello sistemico, chiaro, ma – come canterebbe Alessandro Mannarino – “… il mondo non cambia spesso, allora la tua vera rivoluzione sarà cambiare te stesso”.

Autore: Marco Valente

Un giurista meranese a Utrecht

Domenico Rosani è un giovane meranese che vive a Utrecht dove insegna diritto penale presso la facoltà di Giurisprudenza ed Economia.

Professor Rosani, quale è stato il percorso di studi che l’ha condotta a questa carriera universitaria e a questa cattedra?

Un percorso è spesso il frutto sia di pianificazione sia del caso, una combinazione di scelte strategiche e occasioni. Tra le prime rientra il fatto che io abbia voluto dare alla mia formazione un taglio internazionale, studiando diritto a Innsbruck e Rotterdam e lavorando poi a Bruxelles e Vienna. Anche nel mio dottorato, svolto a Innsbruck e Padova con la professoressa Margareth Helfer, mi sono concentrato su temi di respiro europeo. Avvicinandomi alla conclusione, cominciai a guardare verso il centro e nord Europa per i prossimi passi. Al più tardi qua entra in gioco il caso: l’università di Utrecht, una delle principali scuole di legge in Europa, aveva in quel periodo bandito una posizione da professore aggregato. Ed eccomi nei Paesi Bassi.

Lei si è occupato di più ambiti del diritto, può brevemente descriverli?

Se la società cambia, come deve cambiare il diritto? Questa è la domanda sottintesa a molte mie ricerche. Mi interesso infatti di come i principi del diritto si rapportano ai mutamenti sociali e tecnologici. Lo sviluppo digitale, ad esempio, ha portato all’introduzione di nuovi reati o a interpretare in maniera ampia quelli esistenti. Un canone fondamentale del nostro sistema ci imporrebbe però di essere prudenti a creare nuovi reati e di leggere restrittivamente le norme penali… L’Unione europea ha poi crescente influenza sui Paesi membri. Fino a che punto ciò è ammissibile senza violare il principio democratico e la sovranità degli Stati? Anche la giurisprudenza ha un peso sempre maggiore, anche perché i parlamenti delegano di fatto molte decisioni ad essa. Ciò però non è molto democratico e di sicuro sta portando a un sistema più frammentato e meno coerente.

In questo momento si sta occupando di “giovani e social media”, è davvero solo un problema dei giovani? Siamo certi che gli adulti siano informati di tutti i rischi legali che si possono correre dando vita ad un proprio profilo?

In tanti ambiti del diritto, chi è più giovane gode di una disciplina speciale perché “ne sa di meno”, mentre l’adulto, per definizione, sa come comportarsi. Rispetto ai giovani, agli adulti vengono quindi attribuite maggiori libertà, riconosciute più responsabilità e fornite meno tutele. Con riguardo alla tecnologia, non sono però sicuro che questo sia necessariamente corretto, in quanto pure tanti adulti hanno una conoscenza limitata degli strumenti digitali e di ciò che vi sta dietro. Allo stesso tempo, questo non deve far dimenticare che anche tanti “nativi digitali”, a dispetto del nome, spesso non sono consapevoli delle conseguenze, per sé e per altri, delle proprie azioni sui social media.

Lei vive a Utrecht, come si trova? 

Utrecht è stata per tanti secoli la città principale dei Paesi Bassi e lo si nota tuttora nella ricchezza degli edifici. La mia facoltà ha inoltre il privilegio di essere situata nel cuore del centro storico, il che aggiunge ulteriore bellezza alle giornate lavorative. Ho colleghi appassionati e un clima lavorativo molto positivo, favorito dall’approccio poco gerarchico tipico di questi posti. La cultura locale, poi, è molto pragmatica, rifuggendo i discorsi altisonanti e preferendo la sostanza. Aspetti positivi, questi, che permettono di chiudere un occhio sul meteo e sull’alimentazione olandese. 

Ha conosciuto altri italiani o magari altri altoatesini residenti nella stessa città o nelle vicinanze? 

Se in passato i Paesi Bassi hanno conosciuto la dominazione spagnola, si dice che ora sperimentino quella italiana. Sono infatti moltissimi i nostri connazionali che si sono trasferiti qua per lavoro, in particolare in ambito accademico. Con molti di essi si entra rapidamente in confidenza, sia per la comune origine culturale, sia per il percorso professionale simile. Esiste poi una rete di altoatesini all’estero, chiamata “Südstern”, che permette di entrare in contatto tra persone della nostra terra.

Stando all’estero avrà modo di apprezzare alcuni aspetti della mentalità e dello stile di vita olandese e forse di essere a disagio per altri.

La popolazione olandese è molto gentile: tanto al lavoro come al supermercato, si viene spesso salutati con un sorriso e una battuta. Questo è sicuramente qualcosa che manca in altri posti d’Europa. Al contempo, non è facile entrare in maggiore confidenza: tutti sono sempre impegnati e tendono a pianificare ogni aspetto della propria vita. Mi è successo di dover organizzare una cena fra amici con tre mesi di anticipo, perché prima nessuno aveva tempo! Se quindi tanti popoli potrebbero imparare dalla cordialità e apertura mentale degli olandesi, pure a loro non farebbe male acquistare un po’ della spontaneità e semplicità di vita propria di noi più “meridionali”.

Cosa rimpiange della sua città?

Lasciando ora da parte famiglia e amici, certamente Merano presenta una bellezza diffusa che è difficile ritrovare altrove. Una città leggera ed elegante, luogo di incontro tra culture, in una mite conca circondata da alte montagne e belle valli – se sicuramente ci sono tanti bei posti nel mondo, Merano è senz’altro uno di essi! In particolare, nei Paesi Bassi non è facile trovare simili angoli di natura e pure il sole non si fa vedere troppo spesso. Al contempo, ciò insegna ad apprezzare anche i più piccoli momenti di bellezza.

Da questa distanza come le appare l’Alto Adige con le sue problematiche storico-politiche e sociali?

Vivere all’estero permette di osservare la propria terra con un occhio più distaccato. Io noto una idealizzazione del modo di vita sudtirolese e delle sue caratteristiche: l’ambiente, il dialetto, i tre gruppi linguistici, l’efficienza. Sembra voler dire: “Noi siamo meglio”. A uno sguardo più attento, si notano però varie rigidità che magari, dall’interno, possono sembrare normali. Ad esempio, una certa tensione a ripetere gli schemi usuali, anche tra gruppi linguistici, oppure una divisione di fatto tra popolazione autoctona e immigrata, o una concezione utilitaristica dell’ambiente.

Quando qui vengono indette nuove elezioni, comunali, provinciali o nazionali lei ha modo di tenersi aggiornato, seguire le campagne elettorali, farsi un’idea che la guidi poi nella scelta alle urne? 

Il momento “passivo” – tenersi informato, seguire i dibattiti – non è un problema: buona parte delle notizie giunge anche nei Paesi Bassi. Il momento “attivo”, invece, può essere più difficile. Ad esempio, per le elezioni comunali in primavera, uno dovrebbe tornare due volte in città nel giro di poche settimane, per eleggere prima il consiglio comunale e quindi per il ballottaggio. Sorprende che per le elezioni provinciali sia stata introdotta la possibilità di votare per posta ma non per quelle comunali.

Trovandosi all’estero avrà avuto modo di vedere soluzioni interessanti a questo o a quel problema come ambiente, viabilità, sostenibilità, sostegno ai giovani, educazione, cultura, per nominarne solo alcune. Se potesse, quali consigli avrebbe per Merano o magari per la provincia tutta?

Non ci sono soluzioni che funzionano dappertutto. All’Alto Adige penso però farebbe bene “osare” di più, lasciando maggiore libertà di provare strade diverse da quelle abituali. È questo un discorso che si potrebbe fare in tanti settori: tanto in ambito culturale, educativo, della ricerca, quanto con riguardo ai rapporti sociali o all’economia. A riguardo si potrebbe trarre ispirazione dalla cultura olandese, che tende a sostenere chi sperimenta e innova. In provincia c’è poi un problema salariale: mentre c’è chi sta molto bene, gli stipendi di tante persone non corrispondono al costo della vita. Questo è un motivo perché non pochi vanno a lavorare all’estero.

Che cosa considera invece un irrinunciabile bene prezioso della nostra città o della nostra provincia? 

La nostra terra ti insegna ad essere straniero. Parlare più lingue e saper essere a proprio agio in ambienti culturali diversi, a cui non appartieni totalmente, è un grande vantaggio in un mondo interconnesso. Un simile straniero conosce a fondo un posto e la sua cultura e però, al contempo, conserva da essi una giusta distanza e autonomia. Mantenere lo sguardo dello straniero, all’estero come in patria, ti permette di essere più libero. In tal senso, l’Alto Adige, con la sua storia e culture, è una fucina di potenziali “stranieri” di questo tipo, di cui il mondo ha tanto bisogno.

Autrice: Rosanna Pruccoli

A scuola è il tono che fa la musica

Alcune settimane fa il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato le novità per i programmi scolastici elaborate da una Commissione appositamente istituita. Secondo le anticipazioni si tratta tra l’altro di riportare il latino alle medie, più storia e letteratura italiane e anche la conoscenza della Bibbia.

L’assenza di ulteriori dettagli consente di ragionare liberamente sui temi proposti. Si può premettere un vecchio adagio: è il tono che fa la musica.

Una lingua in più non può far male. Nemmeno una lingua, come il latino, che non si parla nella quotidianità, ma è invece presente in ogni aspetto della cultura a livello globale. Il latino, se trattato bene, allarga lo sguardo.

Conoscere la Bibbia è addirittura un dovere civico, prima ancora che un fatto religioso. La Bibbia appartiene alla storia dell’umanità. È un classico, come lo sono le tradizioni del passato che hanno lasciato tracce importanti nei monumenti, nelle immagini, nel pensiero. Visitare un museo senza conoscere la Bibbia è come farlo bendati.

La storia e la letteratura italiane? Certamente è necessario che i cittadini acquisiscano quella prospettiva storica che l’individualismo imperante (il culto dell’attimo) tende a cancellare. Chi sa ragionare tenendo presenti passato e futuro è più difficile da manipolare. Serve conoscere la storia del proprio quartiere, della città, della regione e la storia del proprio Paese, ma inserita nella storia d’Europa e del mondo (senza le quali non si comprende nemmeno quella d’Italia).

Il ministro dichiara: “Non avremo una scuola più sovranista, ma una scuola più seria”.

Se invece si tratta di un rigurgito identitario che vuole sottolineare l’italianità in quanto tale (ma sul concetto stesso di italianità si potrebbero aprire lunghe e vivaci discussioni), riesumando il latino come lingua degli avi (di fronte alla lingua dei “barbari”), la Bibbia a sottolineare le radici giudaico-cristiane (in contrapposizione, ad esempio, all’islam), la letteratura e la storia d’Italia come strumenti di identity building (uso appositamente l’inglese…), allora no grazie.

Autore: Paolo Bill Valente

Stani Smiraglia è di nuovo Stani Labonia!

Per i bolzanini che seguivano il mondo musicale locale di fine anni Sessanta, il nome di Stanislao Smiraglia è sicuramente associato alle band studentesche come i Brahms – in cui militava anche il compianto Alessio Oss Omer – e al suo ruolo di bassista (suonava un Hofner come quello di Paul McCartney) nella storica Doctor Brown’s Fuzz Band. Quando la famiglia di Smiraglia decise di fare ritorno nell’originaria Napoli, per Stani fu un po’ un trauma.

“Venivo da Bolzano – ci racconta –, che per me e i miei coetanei era la porta verso l’Europa, a Bolzano si trovavano i dischi, c’era una scena stimolante, c’era da suonare. A Napoli ci ho messo un po’ per trovare il mio posto, la gente mi guardava strano per via del fatto che avevo i capelli lunghi, e lì non si trovavano i dischi dei Pink Floyd e degli altri gruppi che mi piacevano”.

Col tempo però, Stani avrebbe scoperto che c’era anche una Napoli diversa, più affine al suo mondo: dapprima conobbe Alan Sorrenti e sua sorella Jenny, poi fece amicizia con Tony Cercola, Pino Daniele, Enzo Avitabile, quindi frequentò gli Osanna, Il Balletto di bronzo e persino il futuro maestro Peppe Vessicchio! Nel 1978 col nome d’arte di Stani Labonia pubblicò il suo primo LP, Amarsi, nato proprio all’ombra di quella rigogliosa scena musicale.

“Per la verità la musica credevo di averla messa definitivamente da parte – ci spiega Smiraglia – dopo la mia esperienza discografica degli anni Settanta. Fa parte della mia natura, quando un amore finisce, sia esso sentimentale o di altra natura, come quello per la musica, lo considero finito. Il passato scompare, insomma. Dopo un LP e un paio di singoli litigai col mio produttore, quel Vincenzo Micocci che era stato metaforicamente ucciso da Alberto Fortis nella sua Milano e Vincenzo. Avevo capito che non era intenzionato ad investire seriamente su di me e in quel momento è stato come se la musica si fosse annullata”.

Smiraglia smise di comporre, di cantare, anche di ascoltare musica, per almeno vent’anni, mentre riprese a seguire il mondo musicale intorno al 2000, ma senza farsi coinvolgere. Fino a due anni fa circa.

“Nel 2022 – prosegue nel suo racconto – la mia famiglia ha subito il dramma della scomparsa di mio figlio Davide, a cinquant’anni, e questo mi ha sconvolto. è stata una cosa veloce e durissima; Davide era un musicista, un bravo pianista, suonava in una tribute band dei Genesis, guarda caso uno dei miei gruppi preferiti quando lui era un bimbo. Venuto in possesso di alcuni provini registrati da Davide, ho cominciato ad ascoltarli e ad un certo punto le porte della musica si sono riaperte, ho sentito il bisogno di tornare a scriverne, a cantare. Fare questo disco è stato terapeutico, un modo per ricomporre una frattura, così a quarantasette anni dall’uscita del mio precedente LP con lo pseudonimo di Stani Labonia, sono tornato con quello stesso nome sulle scene musicali”.

Di nuovo!, questo l’azzeccato titolo del disco pubblicato da Retro Records con distribuzione Audioglobe, è un prodotto godibilissimo, non certo allegro, ma denso d’ispirazione, fatto col cuore e con la testa, registrato praticamente a casa con l’aiuto di alcuni amici del figlio, che ben volentieri si sono messi a disposizione.

“Era fondamentale per me – puntualizza Smiraglia/Labonia – che la musica che mi era uscita da dentro non rimanesse lì. La musica è comunicare, non è una cosa autistica, è etero riflessiva, riguarda anche gli altri, è empatica”.

Le canzoni di Di nuovo! si lasciano ascoltare, trasportano, come trasporta la voce matura, ma non vecchia, dell’autore che in certi momenti ricorda il modo in cui Battiato raccontava e scandiva le parole cantando. Gli interventi di Antonio Catalano e Francesco Vitiello alle chitarre, di Francesco Albano al piano, calzano a pennello sulle composizioni. Ciliegina sulla torta, in due brani Stani ha usato anche delle registrazioni provenienti dai demo di suo figlio Davide, e tra queste spicca la bellissima e commovente Adieu, posta in chiusura del disco. E, per non dimenticare i propri natali bolzanini, Smiraglia, che è anche autore dell’eloquente disegno di copertina, ha usato una foto scattata da Gino Insabato e affidato il packaging a Ronny Lorenzoni, due dei suoi compari nella vecchia Doctor Brown’s Fuzz Band.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

L’identità alpina e le grandi migrazioni

In un’epoca in cui si discute quotidianamente di “migranti”, ci si sofferma poco su un’altra domanda cruciale: chi sono veramente i “nativi” o “Ureinwohner” attorno a noi? Qual è il segreto che si cela nella loro storia personale e collettiva? E, soprattutto, siamo davvero così stanziali come ci piace pensare? 

La scienza moderna e approfonditi  studi linguistici ci offrono risposte sempre più sorprendenti ed esaustive, raccontando la storia delle migrazioni che hanno plasmato l’identità europea – e quindi nostra – attraverso l’analisi del Dna e della lingua dei nostri antenati.

Circa 60000 anni fa, un gruppo di “sapiens” lasciò l’Africa, dando il via alla colonizzazione del pianeta. Dopo 15000 anni, i loro discendenti raggiunsero l’Europa centro-meridionale attraverso il Medio Oriente. Erano persone dalla carnagione scura e con occhi chiari. L’Europa era in gran parte ricoperta da un imponente strato di ghiaccio e nei pochi luoghi vivibili si erano ritirati gli uomini di Neanderthal, arrivati dall’Africa moltissimo tempo prima. I primi Europei “moderni”, cacciatori e raccoglitori, vissero dunque fianco a fianco con costoro per molti millenni fino alla loro misteriosa scomparsa, avvenuta circa 40000 anni fa. Ciò nonostante, il loro Dna non si è del tutto estinto: ancora oggi il 2% del genoma degli Europei proviene dai Neanderthal, che dunque si sono sicuramente “mescolati” con i sapiens. Solo gli Africani rimasti in Africa ne sono privi.

Dopo il graduale ritiro dei ghiacciai wurmiani e il conseguente riscaldamento climatico, circa 14500 anni fa questi primi Europei iniziarono a spostarsi anche verso nord. Si parla di poche migliaia di persone, che seguirono i fiumi e attraversarono il continente nuovamente ricoperto di fitte foreste. Tracce significative di queste popolazioni sono state trovate anche nella valle dell’Adige, che prima di allora (mesolitico) non risulta essere mai stata frequentata: in misura maggiore in Trentino ma anche in Alto Adige. Le spedizioni estive dei cacciatori “trentini” raggiunsero in particole località lungo la cresta della Mendola e della Val di Non: Sas de la Prieda, Rifugio Mezzavia, Monte Roen, Malga Romeno, Macaion, Penegal sono solo alcuni siti in cui è dimostrato il passaggio e il soggiorno sottoroccia di queste primordiali comunità specializzate nella caccia a caprioli, camosci e cinghiali. Nel fondovalle, i siti rinvenuti sono tuttora pochi ma significativi: San Giacomo di Laives e Castel Firmiano i più importanti.

Circa 8.000 anni fa, una seconda ondata migratoria arrivò dall’Anatolia, nell’odierna Turchia. Questi uomini e donne erano agricoltori. La cosiddetta rivoluzione neolitica trasformò l’Europa, portando una nuova economia basata sulla coltivazione dei campi e l’allevamento di animali. I contadini neolitici si insediarono nei loro villaggi non più in altura ma sui conoidi del fondovalle, i terrazzamenti e a mezzacosta.  Circa 5.400 anni fa, dovettero accogliere una nuova cultura, portata dai guerrieri nomadi Yamnaia provenienti dalle steppe russe e ucraine. Con sé portarono la ruota e i carri, i cavalli e, purtroppo, anche la peste, che decimò la popolazione locale. Questi nuovi abitanti si mescolarono con i contadini neolitici, imponendo la loro lingua proto-indoeuropea che ancora oggi forma la base di molte lingue moderne come le lingue latine, germaniche e slave. 

Non fanno parte di questa famiglia linguistica il Basco, l’Etrusco e il Retico della zona alpina, che probabilmente sono sopravvissuti dall’epoca anatolica e possono essere considerate lingue “autoctone”. Per quale ragione questi idiomi non-indoeuropei siano sopravvissuti ancora non si sa – ed anche questa sarebbe una storia interessante da scoprire e raccontare.

Insomma, è evidente che siamo tutti figli di viaggiatori, il risultato di migrazioni e mescolanze che hanno attraversato millenni. Dai cacciatori e raccoglitori africani ai contadini anatolici, dai nomadi Yamnaia agli uomini di Neanderthal, il nostro Dna è una testimonianza vivente di come i confini culturali e biologici siano sempre stati fluidi.

Autore: Reinhard Christanell

A spasso fra le fontane di Salorno

Sono belle, apprezzate e anche molto preziose le fontane che caratterizzano la storia e l’architettura di Salorno. Si tratta di piccoli monumenti che vogliono ricordarci ricordano che la nostra memoria  scorre anche attraverso l’acqua.

Facendo due passi tra le vie storiche di Salorno, salta all’occhio che molte fontane sono risalenti al XVIII e al XIX secolo. Il valore pratico di questi oggetti all’epoca era inestimabile e ancora oggi sono in grado di raccontarci il passato agricolo e commerciale del borgo. Di fatto il legame tra la comunità e le sue fontane ha radici molto profonde. “Un tempo le fontane erano divise in due – racconta Manfred Joppi, esperto del settore -. Per legge l’acqua si versava nella prima fontana, quella solo adibita all’abbeveraggio del bestiame, e chi sporcava l’acqua veniva multato. Poi l’acqua passava nella seconda fontana, quella utilizzata per il lavaggio dei panni. Le fontane servivano anche come approvvigionamento per l’antincendio”. Nel Medioevo, invece, erano essenziali al sostentamento quotidiano degli abitanti e degli animali da soma. Con il passare dei secoli c’è stata un’evoluzione verso un valore soprattutto culturale e simbolico da preservare. 

Alcune fontane sono caratterizzate da linee semplici e dall’essere costruite con materiali locali. Altre sono impreziosite da dettagli gotici e barocchi, rivelando l’influenza delle correnti artistiche che hanno attraversato la zona. Oltre essere testimoni silenziose della vita del borgo, le fontane sono state punti d’incontro, e quindi di socialità, e oggi sono luoghi in cui passato e presente si intrecciano armoniosamente. Recentemente sono state restituite all’antica bellezza grazie a importanti lavori di restauro, e continuano ad offrire acqua potabile ai passanti. “Sono dieci, ma in origine erano sette, tutte collegate all’acquedotto centrale – continua Joppi – Sono stati investiti molti soldi per la costruzione e per la manutenzione.” 

Tra le più significative spicca la Fontana dei Delfini: con la propria eleganza marmorea si erge dinanzi all’edificio comunale. Realizzata in marmo bianco, in una nota sul sito del comune è ricordato che “si ispira all’originaria fontana barocca (1776) di Antonio Giongo, scultore di chiara fama e figlio di Francesco Giongo, famoso autore della fontana del Nettuno in Piazza Duomo a Trento”.

“La fontana originaria, posizionata nella piazza del paese basso e ormai perduta, era completata dalla statua di un Ercole. L’eroe, vestito con la pelle di leone, brandiva la clava e poggiava su dei delfini – prosegue il testo -. Il tema iconografico dell’Ercole vittorioso sulle acque, simboleggiate dai delfini, è da collegare agli sforzi che in quegli anni furono intrapresi per regolare il corso dell’Adige, dopo le infinite e disastrose alluvioni che colpirono più volte il paese. L’originale è stato smontato durante l’invasione francese e la statua di Ercole è sparita”. 

“In quegli anni la popolazione compì grandi sforzi per fare i lavori necessari a domare l’Adige – prosegue Joppi -. La convinzione era quella di far vedere che l’intelligenza umana aveva vinto sulle catastrofi naturali. Ma non fu così perché un’altra alluvione colpì la zona. Venne rifatta la piazza e si pensò bene di non mettere più l’Ercole ma tenere i delfini. Questo perché si spera che la statua mancante venga ritrovata”.  Un’altra fontana, oggi riprodotta con dimensioni più ridotte e moderne, si trova a lato dell’incrocio nord di via Trento. Osservando una vecchia fotografia ritrovata alcuni anni fa dall’amministrazione comunale, si scopre che era centrale nella disposizione urbanistica del paese. “Fino agli anni 60 era fuori dalla Locanda alla Rosa. Poi è stata tolta, perché ostruiva il traffico”, ricorda Joppi.

Autore: Daniele Bebber