Anuschka Prossliner  

Femminilità, sensibilità, profondità, humor e un tratto delicato e al contempo graffiante sono le caratteristiche di questa interessantissima artista. Ortisei, Bologna, Siviglia, Madrid, Aversa i panorami della sua formazione, particolarmente approfondita e di spessore o dei suoi periodi di ricerca. Donna curiosa e indipendente ha infatti viaggiato molto e ha trascorso lunghi periodi alla ricerca di ispirazione artistica all’estero. Affascinata dal quotidiano riesce a trovarvi scampoli di un umorismo sottile capace di far riflettere. L’osservazione e la riflessione sono costanti nella sua vita che si rispecchiano nella sua arte. La lenta scoperta di un luogo sconosciuto o il grigiore del clima ad esempio, si fanno spunto per i suoi progetti iconografici, sempre intensi e inaspettati e capaci di destare l’attenzione del fruitore che ne viene catturato, ammaliato. Sempre alla ricerca di nuove sfide non si limita ad una sola tecnica ma si esprime attraverso la fotografia, la pittura e il disegno. Le sue opere non sono il frutto di una svagata ispirazione momentanea, ma lo studio attento e la creazione di progetti precisi, condotti a priori con accuratezza, senza per questo defraudarne l’intuizione e la naturalezza. Grazie alla sua capacità di scegliere e discernere non sono state molte le mostre a cui ha preso parte, ma negli ultimi anni si sono susseguite con successo sia le personali che le mostre in dialogo con un altro o un’altra artista tanto in provincia che all’estero. Ogni sua esposizione è una fresca novità, non un déjà vu né un saltare di palo in frasca, ma un preciso sviluppo e concatenazione di idee e concetti. Un modo di procedere che la contraddistingue perché colto e misurato. L’ultima di questa fortunata sequenza espositiva è attualmente allestita a Bolzano nelle splendide sale del Künstlerbund. Si tratta di un dialogo dal titolo programmatico “Linea. punto. tessiture”. Anuschka Prossliner spiega che questo dialogo artistico con Sabine Steinmair si basa sulle affinità esistente fra le opere delle due artiste che rivelano una tendenza comune alla riduzione, al contenimento e alla miniaturizzazione. Secondo Anuschka Prossliner il confronto, l’attrito o addirittura lo scontro fra due posizioni artistiche può risultare più eccitante e tradursi in nuove ed inaspettate possibilità. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’apnea come un vero stile di vita

Leo Sanna, nato nel 2002 a Bolzano, è un giovane atleta che sta conquistando la scena dell’apnea, una disciplina che richiede forza mentale oltre che fisica. Con il suo impegno e la sua passione, sta ottenendo ottimi risultati, sia in competizione che nel suo percorso personale. In questa intervista, ci racconta la sua passione per lo sport, il percorso che lo ha portato a scoprire l’apnea e i suoi traguardi più importanti.

Ciao Leo, raccontaci un po’ di te. Da dove nasce la tua passione per lo sport?

La mia passione per lo sport è nata quando ero bambino. Ho iniziato con il nuoto a soli sei anni e nel corso degli anni ho praticato basket, atletica leggera, calcio, arti marziali e palestra. Ma è stato a 14 anni che ho scoperto l’apnea, una disciplina che mi ha affascinato da subito. La connessione con l’acqua è sempre stata parte della mia vita, grazie alle origini sarde di mio padre e alle estati passate in Sardegna. Mio padre, infatti, è sempre stato un appassionato di pesca, e da piccolo lo osservavo entrare in acqua. Con il tempo ho cominciato a seguirlo, e alla fine ho deciso di intraprendere il percorso per ottenere il brevetto di apnea.

Hai iniziato con il brevetto di primo grado con la società Bolzano Sub. Com’è stato quel momento per te?

Esatto, per motivi di sicurezza ho deciso di intraprendere quel percorso. Dopo il primo brevetto, sono arrivato al terzo, e da circa un anno partecipo alle competizioni. Quella sensazione di entrare in un mondo così affascinante e impegnativo è stata incredibile. Mi ha permesso di unire la passione per l’acqua con la sfida mentale che questa disciplina richiede.

Cosa ti piace di più dell’apnea e quali sfide comporta?

L’aspetto che più mi affascina dell’apnea è l’autocontrollo. Questo sport richiede una grande forza mentale, più che fisica. A mio avviso l’80% della performance dipende dalla testa. Devi essere in grado di ascoltare il tuo corpo, percepire ogni singola sensazione e reagire di conseguenza. Durante le gare, a volte si avverte una sensazione di pericolo, ma è fondamentale mantenere la calma e la lucidità per prendere le decisioni corrette.

Raccontaci un po’ del tuo allenamento.

Mi alleno due sere a settimana nella piscina coperta Karl Dibiasi per l’apnea, e altre due volte alla settimana alla A.S.D. Atenas per la preparazione atletica. Cerco di non spingere troppo durante l’allenamento per evitare lo stress, ma in gara provo sempre a testare i miei limiti. A volte, però, questo può portare a qualche squalifica. È una parte del gioco, e ogni esperienza è utile per crescere.

Hai ottenuto importanti risultati nelle competizioni. Qual è il tuo traguardo più significativo fino a oggi?

Ogni volta che partecipo a una competizione, cerco di raggiungere la vetta della classifica. Fino ad ora, sono riuscito a portare a casa diverse medaglie, ma la più importante per me è quella conquistata all’ultimo Campionato Italiano di Apnea Outdoor a Riva del Garda, dove ho ottenuto il terzo posto nella categoria “Promotion”. Quella medaglia rappresenta davvero un grande risultato per me.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Il mio obiettivo principale è quello di crescere ulteriormente e ottenere titoli sempre più importanti. Voglio continuare a sfidare me stesso, superare nuovi limiti e raggiungere traguardi ancora più grandi. L’apnea per me è molto più di uno sport: è un vero e proprio stile di vita.

Hai altri hobby “fuori dall’acqua”? 

Sì, nei weekend cerco di dedicarmi al trekking e alle vie ferrate. Mi piace essere all’aria aperta, esplorare nuovi luoghi e godermi la montagna. È un modo per rimanere in contatto con la natura, un po’ come quando pratico l’apnea. Entrambe le attività mi permettono di sentirmi più in sintonia con l’ambiente che mi circonda.

In che modo l’apnea ti ha cambiato, sia come atleta che come persona?

L’apnea mi ha insegnato tantissimo, soprattutto la forza mentale e la resilienza. Ogni giorno mi permette di crescere, sia come atleta che come persona. Ogni competizione è una sfida non solo fisica, ma anche mentale. Voglio continuare questo viaggio e superare sempre nuovi limiti.

Autore: Niccolò Dametto

La chiesa di San Pancrazio in Val d’Ultimo e la festa di primavera

San Pancrazio, il martire decapitato a Roma per volere di Diocleziano, appartiene alla schiera dei cosiddetti “Santi del ghiaccio”. Ne fanno parte San Mamerzio, San Servazio e San Bonifacio.  Nella tradizione contadina tirolese essi sono santi assai tenuti perché portano con loro un rigurgito di freddo con gelate anche devastanti per il raccolto.  Essi sono al Centro di numerosi detti popolari che esprimono alcuni degli scenari possibili per clima e raccolto. Le notti fra l’11 e il 15 maggio i contadini tradizionalmente vegliavano e scrutavano il cielo. La coltre delle nubi avrebbe impedito un brusco calo delle temperature, mentre un cielo terso avrebbe portato una gelata. Al temuto Pancrazio è dedicato l’omonimo paese in Val d’Ultimo e la sua parrocchiale. 

Posto all’ingresso della valle San Pancrazio è un piccolo insediamento a 763 m d’altitudine circondato da prati e frutteti. In epoca medievale il paese fu centro economico, religioso e giuridico per l’intera vallata. Attraverso la cronaca del convento di Weingarten, che aveva in zona diversi possedimenti, è possibile attestare la presenza di un luogo sacro già a partire dall’XI secolo e la residenza stabile di un parroco fin dal 1268. Per molti illustri la cura d’anime dell’intera vallata fu esplicata dunque dalla parrocchia di San Pancrazio mentre negli altri agglomerati valligiani furono edificate solo chiese filiali e cappelle. Numerose erano le processioni, le rogazioni, i pellegrinaggi, che scandivano il ciclo dell’anno con lo scopo di pregare per il favore degli agenti atmosferici e per propiziare un buon raccolto. Importantissima era la processione che si teneva qui il 12 maggio il giorno di San Pancrazio: un ungo e faticoso cammino vino a Laces in Val Venosta e da lì inerpicarsi fino alla chiesa di San Martino. 

A tutt’oggi l’abitato che è dislocato lungo il lato più soleggiato della valle. Tanto che i suoi numerosi masi contadini sparsi arrivano fin quasi al confine boschivo, è caratterizzato dall’alto campanile gotico della parrocchiale dedicata a San Pancrazio. L’attuale chiesa è il frutto di una ricostruzione ottocentesca ed è in stile neogotico. Della precedente struttura sopravvivono solo alcuni muri della navata centrale. Al suo interno si trovano tre altari a portelle cuspidati. L’altare maggiore, eseguito da August Valentin, mostra figure sacre scolpite e colorate che si stagliano nelle nicchie. Sui lati interni delle portelle, i bassorilievi delle sante Barbara e Caterina prendono vita sugli sfondi dorati. Nello scrigno centrale è visibile una sacra conversazione: nel centro, assisa sul trono, Maria mostra il bambin Gesù mentre ai lati i due santi sono rivolti a lei e sono San Luigi Gonzaga e San Pancrazio con scudo e armatura. Appartengono allo stesso scultore i due altari laterali dedicati alternativamente al “Sacro cuore di Gesù” e alla “Madonna del Rosario”.  

Un altro dettaglio di particolare interesse è l’orologio del campanile, riccamente decorato e splendidamente dipinto. Nelle vicinanze della Chiesa Parrocchiale si trova il cimitero locale con la cappella di San Sebastiano -a due piani- che, come riporta un’iscrizione, venne eretta in memoria delle vittime della peste. Di particolare valore è lo sfarzoso altare barocco.

PER VISITARE

Per raggiungere la Parrocchiale di San Pancrazio in auto occorre arrivare fino a Bolzano e  proseguire quindi con la superstrada MeBo in direzione di Merano fino all’uscita Merano Sud (Zona industriale di Lana). Proseguire verso Lana e quindi la segnaletica “Val d’Ultimo”. All’entrata di Lana si svolta a destra verso la Val d’Ultimo. La valle è lunga circa 40 km. Dopo alcuni tornanti si arriva a S. Pancrazio (10º km), 4 tunnel (al km 11,8 lungo 320 metri, al km 12,5, al km 13 lungo 240 metri, ed il quarto lungo 110 metri) quindi a Santa Valburga (18º km), S. Nicolò (27º km) fino ad arrivare a Santa Gertrude (31º km). Gli ultimi tre paesi formano il Comune di Ultimo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada in Zona dedicata a Meucci

Tra le vie della zona industriale dedicate a scienziati e inventori vi è via Antonio Meucci, dovuto omaggio alla persona alla quale dovrebbe esser grato chi ogni giorno utilizza il telefono. Antonio Santi Giuseppe  Meucci, nato a Firenze il 13 aprile 1808, ammesso nel 1821 all’Accademia di Belle Arti di Firenze, per sei anni studiò, oltre alle materie base, anche chimica, come pure meccanica, comprendente fisica e nell’ambito di essa acustica ed elettrologia. Fu lavorando al Teatro della Pergola che mise  a frutto la preparazione tecnica ricevuta in Accademia. Con Maria Matilde Ester Mochi, conosciuta in teatro e che sposò il 7 agosto 1834, fu assunto in un gruppo di persone scritturate da un impresario teatrale cubano: Antonio come ingegnere, macchinista e disegnatore tecnico, Ester come direttrice della sartoria del teatro. All’Avana, dove giunsero il 17 dicembre 1835, i coniugi Meucci passarono quindici anni. Antonio Meucci divenne famoso per la trasmissione della voce per via elettrica, che scoprì nel 1849, nel corso di esperimenti di elettroterapia, divenendo così il primo pioniere del telefono elettrico della storia, cui fu dato il nome di “telegrafo parlante” e in seguito “telettrofono”. Nell’aprile 1850 i coniugi Meucci si stabilirono a New York, dove Antonio aprì una fabbrica di candele steariche. Provò una trentina di telefoni di tipo diverso, riuscendo a realizzare un telefono perfetto tra il 1864 e il 1865. Fu il 28 dicembre 1871 che Meucci depositò presso l’Ufficio  Brevetti statunitense il “caveat nr. 3335” dal titolo “Sound Telegraph”, in cui descriveva la propria invenzione. Meucci inventò e brevettò molti altri strumenti basati su processi chimici e meccanici; fu titolare e depositario di ben 22 brevetti. Antonio Meucci morì il 18 ottobre 1889; le sue ceneri si trovano nel “Garibaldi-Meucci Museum” di New York, assieme alla tomba della moglie Ester, morta il 21 dicembre 1884.

Autore: Leone Sticcotti

I gioielli del FAI 2025 sono a San Giacomo e Lagundo

Sabato 22 e domenica 23 marzo si rinnova l’appuntamento con le Giornate FAI di Primavera, il più importante evento di piazza dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico in Italia. Giunte alla loro trentatreesima edizione, le giornate sono la manifestazione di punta del FAI (Fondo per l’Ambiente italiano) che intende raccontare e far riscoprire, insieme alle volontarie e ai volontari della fondazione, tesori di arte, storia e natura spesso poco conosciuti o inaccessibili al pubblico. Abbiamo incontrato Mirko Frainer, il capo delegazione della sezione bolzanina del FAI, per farci raccontare le specificità di questa edizione.

Mirko Frainer, quali sono le proposte del FAI in provincia di Bolzano?

La delegazione FAI di Bolzano aprirà al pubblico la chiesa di San Giacomo, situata a sud del paese e che si vede proprio sul dosso della montagna direttamente sopra la valle. È un’apertura unica anche perché la chiesa solitamente è chiusa, e negli ultimi anni è stata interessata da alcuni restauri, soprattutto  della pala d’altare gotica. 
Si tratta di un’occasione, più unica che rara, per vedere questo luogo fantastico che probabilmente molti vedono passando nel fondovalle, ma che pochi conoscono direttamente. Un’altra apertura molto importante sarà tenuta dagli apprendisti ciceroni, quindi dal FAI Scuola, che mostrerà al pubblico il cimitero militare di San Giacomo. Un’esperienza veramente importante, toccante, perché lì riuniti ci sono i caduti sulle guerre di vari fronti, dalle guerre risorgimentali italiane fino alla seconda guerra mondiale. Infine il gruppo FAI di Merano aprirà la bellissima e moderna chiesa di Lagundo con un campanile spettacolare, alto 70 metri, che si staglia sul fondovalle. Quindi veramente tre aperture davvero interessanti che ci racconteranno la storia del nostro territorio da un punto di vista completamente nuovo.

Chi sono i giovani ciceroni?

Gli Apprendisti Ciceroni sono studenti che partecipano a un progetto di formazione promosso dal FAI, avviato o adottato dall’organizzazione nel 1996 e cresciuto negli anni. Il loro impegno viene riconosciuto con un attestato di partecipazione, che gli studenti possono utilizzare per l’acquisizione di crediti scolastici.
Per questa apertura speciale, la referente FAI Scuola, professoressa Alessandra Braccili del Liceo Classico Linguistico Carducci, insieme alla delegata alla cultura Marina Mascher, ha formato gli studenti del liceo, preparandoli a raccontare la storia del sito. Il loro intervento sarà arricchito anche dal supporto del professor Carlo Romeo, storico di grande fama a livello locale. Durante l’evento, i ragazzi guideranno i visitatori attraverso le vicende belliche legate al cimitero, offrendo una prospettiva inedita sulla storia dell’Alto Adige.

Quindi, oltre agli Apprendisti Ciceroni che guideranno i visitatori al cimitero militare di San Giacomo, chi si occuperà delle visite alla chiesa di San Giacomo e a quella di Lagundo?

L’apertura della chiesa di San Giacomo è a cura del gruppo FAI di Bolzano, quindi della delegazione principale che abbiamo qui in Alto Adige. Saremo tutti i volontari attivi con il gruppo FAI giovani che ci supporterà. L’apertura di Lagundo sarà invece a cura del FAI di Merano e di tutti i volontari che sostengono questo gruppo.

Come partecipare e visitare questi luoghi normalmente difficili da accedere?

Le Giornate FAI di Primavera sono un grande evento diffuso in tutta Italia, con oltre 700 aperture in tutto il Paese. La partecipazione è libera e non richiede iscrizione. Sabato 22 e domenica 23 marzo sarà possibile visitare il cimitero militare di San Giacomo e la chiesa di San Giacomo dalle ore 10 alle ore 17, mentre la chiesa di Lagundo sarà aperta con gli stessi orari, ma solo nella giornata di sabato.
Le Giornate FAI di Primavera rientrano tra le iniziative di raccolta fondi occasionale: chi sceglie di partecipare contribuisce direttamente a sostenere la missione del FAI nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.

Autore: Till Antono Mola

La figlia di Dostoevskij riposa a Bolzano

Nel cuore di Bolzano si cela una storia affascinante e poco conosciuta: quella di Ljubov’ Dostoevskaja, figlia del celebre scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Giunta in città negli anni venti per motivi di salute, visse gli ultimi mesi della sua vita quasi dimenticata. Ma chi era realmente? Non solo la custode della memoria paterna, ma anche una scrittrice con una voce propria, autrice di romanzi e racconti che meritano di essere riscoperti. Ne abbiamo parlato con Marina Mascher, vicepresidente dell’Associazione Rus’, che da anni si dedica alla ricerca e alla valorizzazione della sua figura.

Marina Mascher, oggi parliamo di Ljubov’ Dostoevskaja, la figlia di Dostoevskij sepolta a Bolzano. Che storia è la sua?

È una storia affascinante. Parliamo della figlia di uno dei più grandi scrittori non solo della Russia, ma della letteratura mondiale. Ma come è arrivata a Bolzano? Come il padre, soffriva di diverse malattie e nel 1926 venne qui per farsi curare per problemi agli occhi. Si fece visitare alla clinica del dottor Rössler, che si trovava nell’attuale Grieserhof, poi si trasferì a Merano, dove aveva già soggiornato l’inverno precedente. Passò un periodo ad Arco, ma alla fine tornò a Bolzano, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita. Morì quasi dimenticata e venne sepolta nel nuovo cimitero di Gries, appena annesso a Bolzano (prima era un comune autonomo). Questa tomba rischiava di essere dimenticata per sempre, ma nel 1931, in occasione del cinquantenario della morte di Dostoevskij, un quotidiano di Vienna, la Neue Presse, promosse una raccolta fondi per erigere un monumento in sua memoria. Tuttavia, l’Italia si oppose: non dimentichiamo il contesto storico del tempo. Fu allora un giornale locale a organizzare una colletta per darle una sepoltura degna. L’incarico fu affidato a Franz Ehrenhöfer, lo stesso artista che realizzò le due statue ai lati dell’ingresso della stazione di Bolzano.

Dal punto di vista letterario, quanto è importante la figura di Ljubov’ Dostoevskaja?

È una figura interessante, perché non fu solo la figlia di Dostoevskij, ma anche una scrittrice e biografa. Per il centenario della nascita del padre, nel 1921, scrisse una biografia basata sui suoi ricordi personali. Certo, era solo una bambina di undici anni quando lui morì, ma aveva un’intelligenza acuta ed era molto legata a lui. Lo stesso Dostoevskij diceva di aver capito, fin dalla nascita, che Ljubov’ gli somigliava profondamente.

Oltre alla biografia, scrisse tre libri: una raccolta di racconti intitolata Fanciulle malate e due romanzi, L’emigrante e L’avvocata. L’emigrante, ambientato in Italia, nacque da un suo soggiorno romano, mentre L’avvocata è ambientato a Parigi. Come Associazione Rus’, con la presidente Bianca Marabini Zoeggeler e Michail Talalay ci siamo impegnati a recuperare e valorizzare la sua opera, pubblicando proprio la prima edizione in italiano de L’emigrante, con testo originale a fronte.

 oltre a una nuova traduzione della biografia paterna.

La sua vita fu segnata da eventi drammatici. Durante la Prima guerra mondiale si trovava in Europa occidentale, poi la Rivoluzione russa e la guerra civile le impedirono di tornare in patria. I suoi beni vennero confiscati e lei si ritrovò a vivere anni difficili tra Francia, Svizzera e Germania, prima di stabilirsi nella nostra regione.

Un aspetto curioso è il nome. In Europa, spesso si faceva chiamare Aimée, la traduzione francese di Ljubov’, che significa “amata”. Un nome che forse rifletteva un desiderio di affetto e riconoscimento, che però non sempre trovò nella sua vita.

La sua tomba oggi si può visitare?

Sì, ma non si trova più nel cimitero originale di Gries, che nel frattempo è stato smantellato. Molte tombe, compresa la sua, sono state trasferite al cimitero di Oltrisarco.

Trovarla non è difficile: entrando, basta seguire il porticato  a destra della cappella funeraria. A metà percorso c’è un’apertura: attraversandola e proseguendo verso la montagna, si arriva alla sua tomba. È una grande anfora, un segno discreto ma significativo della sua presenza qui. Sulla tomba c’è ancora una vecchia targa con iscrizioni pompose, tipiche dell’epoca, ma un suo lontano parente volle aggiungerne un’altra, più semplice, solo il  nome e la parola “scrittrice”. Perché questo era ciò che sentiva di essere: non solo la figlia di Dostoevskij, ma una voce autonoma.

Autore: Till Antonio Mola

Bolzano vista dal… Canada

Dustin Williston vive tra il sud rurale dell’Ontario e la capitale canadese, Ottawa, ama viaggiare e scoprire nuove culture e nuovi luoghi tra i quali figura anche  Bolzano. In quest’intervista l’italo-canadese ci ha voluto raccontare la sua percezione della nostra città.  

Come ti sei imbattuto in Bolzano?

Prima di conoscere una studentessa internazionale bolzanina non avevo mai sentito parlare di Bolzano. Più diventavamo amici, più mi incuriosiva la sua vita in Italia, così simile, ma diversa dalla mia. Ho avuto l’occasione di venire a trovare la mia amica due volte, nell’agosto 2019 e nel dicembre 2023. La prima visita è stata il mio primo viaggio internazionale: un momento di crescita personale che mi ha cambiato per sempre e in meglio. Non sarei la stessa persona se non avessi accettato l’offerta della mia amica e ricorderò per sempre Bolzano in questo modo.

Come hai percepito Bolzano?

È straordinariamente unica, più di quanto ne sia dato credito da chi ci vive. Bolzano, come gran parte d’Europa, appare a un canadese come un museo storico all’aria aperta. La città mi è sembrata incredibilmente europea. Mi è stato raccontato che l’Alto Adige è una regione italiana relativamente nuova e quindi non ha delle tradizioni tipicamente italiane e, pensandoci, ho realizzato che si dice lo stesso del Canada: è un paese relativamente nuovo a cui mancano delle tradizioni che aiutano a creare un’identità. Penso che anche questo sia parte di ciò che rende Bolzano così unica ai miei occhi: rappresenta l’Europa moderna in una maniera che altri luoghi non possono. Sono rimasto a bocca aperta per le infrastrutture della città: autobus, piste ciclabili, molte fermate del treno e le funivie che rendono la città e la regione così accessibili. Le persone mi hanno dato la stessa impressione: Bolzano dà un senso di comunità e mi sono sentito molto a mio agio, tutti volevano farmi sentire incluso nonostante le barriere linguistiche. 

Cos’hai trovato di particolare?

La dinamica linguistica! A Ottawa mi sono abituato a vivere in una comunità bilingue e vedere una dinamica linguistica simile è stato affascinante. Una cosa divertente da notare è che non sono mai stato scambiato per un italiano, ma se non mi si rivolgeva in inglese, era in tedesco. Essere scambiato per tedesco è una prospettiva che non avevo considerato. Inoltre è stato emozionante sperimentare una tradizione particolare come quella dei Krampus a San Niccolò.

Quali sono le differenze tra Bolzano e una città canadese?

In Canada le città sono estese e distanti tra loro. Bolzano è molto più densa e arricchita da una zonizzazione mista. Tutto ciò di cui si può avere bisogno sembra raggiungibile a piedi. In Canada la maggior parte delle città è costituita da abitazioni monofamiliari con negozi e ristoranti allestiti in centri commerciali di grandi dimensioni con ampi parcheggi. Le nostre città si muovono a ritmi più lenti, non c’è molto da fare dal punto di vista culturale e la maggior parte degli eventi ruota intorno alle attività stagionali. Bolzano è unica, da noi le cittadine non sono tanto diverse l’una dall’altra.

Cosa ricordi con affetto?

Andare bicicletta ovunque! In Canada la bicicletta è più che altro uno sport. In molte città mancano le infrastrutture, quindi la gente non sceglie la bicicletta come mezzo di trasporto. Sono rimasto assolutamente stupito dall’estensione della rete ciclabile di Bolzano. Ogni volta che abbiamo scelto di andare in città abbiamo quasi sempre optato per la bicicletta. È stato un modo meraviglioso di esplorarla! Mi manca la bellezza naturale di Bolzano. Il Canada è un paese bellissimo, ma è enorme e io non vivo vicino alle montagne. La bellezza naturale delle Alpi è impareggiabile. L’aria pulita, il suono del fiume, i vigneti. Quando chiudo gli occhi e immagino Bolzano, questo è ciò che vedo.

Autrice: Anna Michelazzi