Rotolo ai semi di papavero

Ingredienti

Per il pan di Spagna:
280 g di farina
180 g di zucchero
5 uova
100 g di semi di papavero
2 cucchiai di miele
1 cucchiaino di lievito
1 bustina di vanillina
1 pizzico di cannella
1 pizzico di sale
2 cucchiai di zucchero
3 cucchiai di acqua

Per il ripieno:
500 ml di panna
200 g di confettura di mirtilli rossi

Preparazione

Mescolate i tuorli, il miele, l’acqua e lo zucchero per 10 minuti.
Incorporate la farina, i semi di papavero, il lievito, la vanillina e la cannella.
Montate a neve gli albumi con un pizzico di sale e due cucchiai di zucchero.
Aggiungete delicatamente gli albumi montati al composto con i tuorli.
Successivamente stendete l’impasto su una teglia da forno mantenendo uno spessore di ca. 1 cm e cuocete in forno a 180° C per 10 minuti.
Una volta cotto ribaltate l’impasto su uno strofinaccio da cucina, arrotolate leggermente e lasciatelo raffreddare.
Nel frattempo montate la panna e mescolatela alla confettura di mirtilli rossi.
Spalmate il ripieno sul pan di Spagna, arrotolate e servite. con una spolverata di zucchero a velo.

Esther Flensberg Rubinstein.Donne ebree a Merano – seconda parte

Come detto nella prima parte di questo articolo intitolato “Nahida Ruth Lazarus e le altre. Ritratti di donne ebree a Merano”, l’universo ebraico altoatesino è costellato di personaggi interessanti e importanti ma – forse inaspettatamente per i più – è il numero assai elevato di donne interessanti, intraprendenti, forti e libere di esprimersi a livello intellettuale, religioso e soprattutto imprenditoriale che colpisce. Un altro personaggio femminile del panorama ebraico meranese di grandissimo interesse è Esther Rubinstein.

Esther Rubinstein era nata in Lituania nel 1881, figlia del Gaon Hayyim Flensberg. Gaon era un titolo onorifico che indicava il ruolo di capo spirituale della comunità ma anche l’importante compito di trasmettere la conoscenza esegetica e l’insegnamento della Torah e della Halakha, ossia la Legge ebraica. Il padre di Esther era molto conosciuto e molto amato in tutta la Lituania e ben oltre. Aveva scritto numerosi libri sull’Hallakka, sulla filosofia ebraica e sull’Aggadah.
Figlia unica, Ester era vissuta con lui fino al giorno del suo matrimonio e fu per il padre fonte di gioia e di soddisfazione. Egli la educò nello studio della Torah, del Talmud, della letteratura rabbinica e della filosofia ebraica. Gli anni in cui Ester cresceva e si faceva adolescente e donna, erano quelli dell’Haskalà, ossia dell’emancipazione ebraica, così -visto che la giovane era molto intelligente e apprendeva assai velocemente- si decise di insegnarle anche le lingue e la letteratura europea. Nel 1905, a 24 anni, Ester sposò il rabbino Isaak Rubinstein che divenne presto il rabbino capo di Vilna, dove la coppia si stabilì nel 1910 e insieme guidarono la locale comunità. Esther era infatti talmente preparata sul piano religioso e talmente attiva sul piano comunitario che si guadagnò il titolo di “Rebetzin”.
Ester era impegnata nell’educazione, nei lavori sociali ed era una attivista femminista.
Certa che l’istruzione fosse necessaria per ogni ragazza fondò numerose scuole femminili sparse sul territorio in modo che tutte potessero accedervi con facilità. Sionista convinta scrisse articoli, saggi e tenne conferenze sul ruolo fondamentale delle donne nel reclamare la terra di Israele. Convinta dell’importanza del voto alle donne pubblicò numerosi articoli e saggi su questo argomento.
Durante la prima guerra mondiale lavorò nelle mense e in altre agenzie caritatevoli per aiutare i bisognosi.
Pochi anni dopo la prima guerra mondiale, Esther contrasse una rara malattia del sangue e per lei si cercò il luogo più adatto e i medici migliori. La scelta cadde sull’equipe di medici meranese del Sanatorio ebraico.
Ester affrontò quindi il viaggio da Vilna a Merano e si sottopose alle cure. Purtroppo ogni tentativo intrapreso non diede gli esiti sperati e Esther mori nella città del Passirio e a 43 anni nel 1924 lasciando un marito e un figlio. Fu sepolta nel cimitero ebraico di Merano dove a tutt’oggi riposa. L’intera comunità ebraica di Vilna pianse la sua morte e migliaia di persone parteciparono a una cerimonia commemorativa nella Grande Sinagoga di Vilna. Esther è stata l’unica donna a cui sia mai stato conferito questo onore. Molti eminenti rabbini e leader sionisti religiosi le fecero l’elogio funebre.

Rosanna Pruccoli

Nahida Ruth e le altre. Ritratti di donne ebree a Merano

L’universo ebraico altoatesino è costellato di personaggi interessanti e importanti ma – forse inaspettatamente per i più – vi è un numero assai elevato di donne interessanti, intraprendenti, forti e libere di esprimersi a livello intellettuale, religioso e soprattutto imprenditoriale che colpisce.Nahida Ruth Remy Lazarus era giornalista, critica letteraria, scrittrice di romanzi e di Drammi teatrali, attrice e infine scrittrice di testi fondamentali per e sulle donne ebree e il loro ruolo. Visse a Merano dal 1896 al 1923, un lasso di tempo che le consentì di lavorare attivamente in città partecipando come vedremo a numerose associazioni e creandone lei stessa.  

Nahida era nata a Berlino nel 1849, era figlia dello storico dell’arte Max Schasler  scrittrice Nahida Sturmhöfel. 

A cinque anni – nel 1854 – con la madre si trasferì da Berlino alla Provenza e da lì a Palermo per fare ritorno a Berlino nel 1864. Era stata educata per affrontare una carriera da artista e il suo primo ingaggio giunse a 22 anni, a Breslavia nel 1866. A Berlino recitò, insegnò e soprattutto, scrisse per quotidiani e riviste. 

Per il suo lavoro di attrice a Berlino conobbe il suo primo marito il critico teatrale Max Remy col quale rimase sposata fino al 1881, quando a quando a 32 anni restò vedova. Rimasta vedova studiò intensamente e per molti anni l’ebraismo e nel 1895, a 46 anni si convertì e sposò Moritz Lazarus.  

L’anno seguente, nel 1896, giunse a Merano con il marito. I due intellettuali avevano scelto Merano per la posizione, il clima e per la presenza in città del Rabbino Aron Tenzer intellettuale assai noto ed ex allievo di Moritz. In quegli anni vivevano in città alcune famiglie di imprenditori, medici e commercianti e si poteva contare su un cimitero ebraico, una sala di preghiera, un ristorante kasher. 

Qui continuarono la loro attività cercando contatti anche con la città. Fino al 1898, Moritz continuò a trascorrere dei periodi a Berlino, dove era professore onorario della cattedra di Psicologia, quando, rientrato definitivamente in città, vi scrisse le ultime opere tutte rivolte a questa nuova disciplina. Morì nel 1903, fu sepolto nel primo cimitero ebraico cittadino. Nahida, autrice di un testo fondamentale sull’analisi della donna nel mondo ebraico, proseguì la sua vita nel ricordo del grande uomo che aveva sposato, inviando spesso ad amici e conoscenti fotografie che lo ritraevano e allegando brevi lettere in cui spiegava che il fotografo Wassermann si occupava anche della riproduzione fotografica del ritratto del marito, oppure commentando: “Trovo questa testa così bella, non ricorda quella di un profeta?” 

Nahida continuò ad interessarsi di cultura, stringendo amicizia con gli intellettuali locali, come il famoso dottor Franz Innerhofer creatore del Museo civico o il dottor Frank. 

Fondò l’Associazione per la protezione degli animali, dotato di un calendario annuale da lei scritto, corredato di disegni, favole, racconti, e riflessioni edificanti e da lei pubblicato e dedicato ai bambini.  

Fu socia onoraria del Museumsverein di Merano, fondato nel 1899, pubblicò numerosi scritti, fra cui un testo di 27 pagine a spiegazione della sua collezione di quadri e della formazione del Museo Civico: donò infatti all’erigendo museo numerosi oggetti e la sua collezione di cento dipinti. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Ridiamo troppo poco

Tra gli scopi principali di questo giornale c’è stato fin dall’inizio quello di cercare di concentrarsi sulle buone notizie, uscendo dal meccanismo consolidato che lega il successo della testata soprattutto alla cronaca nera e giudiziaria, agli scandali e alle polemiche, politiche ma non solo. 

Si tratta di un compito non sempre facile, ma che abbiamo cercato di svolgere sempre – i nostri lettori più affezionati lo sanno – anche in periodi drammatici come quello della pandemia di Covid 19. 

Ebbene: anche questo 2025 si sta dimostrando particolarmente ostico, per mille motivi che non sto ad elencarvi, li conoscete bene, fanno parte della quotidianità di ognuno di noi. 

L’incertezza ci circonda e ci condiziona profondamente, sia nella vita di tutti i giorni sia – soprattutto – in prospettiva. Cercando di individuare qualcosa di positivo su cui concentrarmi – come ho fatto nello scorso numero scrivendo di speranza – ho pensato allora di condividere con voi un pensiero che mi ha sempre accompagnato, vivendo finora tutta la mia vita in Alto Adige.

Il pensiero è che nella nostra terra ridiamo troppo poco. Tendiamo a prenderci troppo sul serio e – anche – a drammatizzare, brontolando e lamentandoci. Anche quando ci divertiamo spesso lo facciamo ridendo troppo poco, di noi e non solo. Una conseguenza di ciò è anche il fatto che sono davvero pochi coloro che, nella nostra provincia, si occupano del far ridere in maniera professionale, nei vari settori. Sono pochi infatti i vignettisti satirici, i comici, i cabarettisti, i cantanti che fanno ridere. Così come sono pochi gli umoristi che usano la scrittura, sui giornali ma non solo. La cosa vale anche per i social network: quelli di noi che “postano” per far ridere un testo, un link, un fotomontaggio, sono davvero pochi. Ci perdiamo spesso in un mare di banalità, cattiverie e di battibecchi che solo di rado diventano dialoghi utili, in grado di generare scambi di esperienze ed opinioni, volte ad arricchirci attraverso il confronto civile. 

Quello di ridere un po’ allora dovrebbe essere un impegno giornaliero per tutti noi. Ridere fa bene a noi stessi e anche a coloro che ci stanno intorno. Personalmente posso dire di avere un dono che mi consente di trovare (quasi) sempre un modo per sdrammatizzare, nella mia quotidianità, suscitando un sorriso. Chi di voi condivide questa capacità trovi dunque il modo di condividerla. Oggi più che mai. 

è una cosa semplice, naturale.
E fa stare bene.

Autore: Luca Sticcotti

La lirica come stile di vita

Il belcanto come elisir di lunga vita: si può riassumere così la filosofia artistica di Martina Bortolotti. Cantante lirica residente a Salorno, dopo anni di gavetta si è ritagliata un importante spazio nella scena musicale internazionale.

L’interpretazione canora dell’Ave Maria dell’”Otello” di Giuseppe Verdi e del “Laudate Dominum” di Wolfgang Amadeus Mozart, sotto direzione Christopher Muscat nella cattedrale di San Giovanni a La Valletta a Malta è solo l’ultimo dei tanti impegni portati a compimento nel 2024 dalla cantante. A questi si aggiungono una serie di concerti di Natale, tra cui uno a Bergamo sotto la direzione di Damiana Natali. “Mi hanno conferito il premio ‘Eccellenze per la lirica’ a Modragone – riferisce -. Mi sono esibita in una serie di concerti con il baritono Luigi Cirillo che sono piaciuti a tal punto che siamo stati invitati negli Stati Uniti per una tournée.”

Martina Bortolotti, com’è iniziata questa avventura nel mondo dell’opera?

Ho sempre amato la musica. Da bambina facevo balletto e c’era una pianista che accompagnava le classi di danza. Lì è nata la passione, dapprima per il pianoforte e poi per il canto. Ho avuto una gran fortuna, perché le maestre delle elementari e delle medie ci facevano cantare tantissimo e si partecipava a molti concorsi di coro.

Erano difficili, gli studi?

È stato difficile trovare degli insegnanti di riferimento. Ho avuto la fortuna a trovare in Vito Maria Brunetti di Bolzano un bravissimo insegnante, che mi ha guidato verso le prime opere importanti, vincendo le selezioni.

Qual è stata la sua prima esibizione pubblica e cosa ricorda di quel giorno?

Il primo ruolo davvero grande lo ho avuto nella Bohème, una delle mie opere preferite, dove interpretavo Mimì. Ero in Corea del sud: è stato un sogno che si realizzava. Dopo aver cantato come corista prima e come Musetta poi, finalmente ero la protagonista.

Cosa le piace di più della sua professione di insegnante? 

Insegno in Conservatorio e mi piace condividere, soprattutto alle nuove generazioni, le competenze che ho acquisito in questi anni. Cerco di trasmettere emozioni ed armonia agli allievi.

Pensa di riuscirci?

Penso di si, perché tra i più bei complimenti del pubblico mi è stato detto che la mia voce ha un potere curativo, fa star bene le persone anche fisicamente. In tanti mi hanno detto che ho trasmesso coraggio, energie positive. Ho ricevuto anche il premio “Books for Peace”.

Quali sono i ricordi più significativi della sua carriera?

È stato bellissimo cantare alla Fenice di Venezia durante il carnevale. Un altro sogno avverato, perché trovo che quello sia uno dei più bei teatri al mondo e in una delle più belle città del mondo. Anche aver potuto cantare al San Carlo di Napoli per gli 800 anni dalla nascita dell’università Federico II è stato favoloso. 

Qualche episodio divertente?

La prima volta che feci il ruolo da solista ero così emozionata che mi sono dimenticata di uscire per i singoli applausi. Mi è stato fatto notare e mi sono rivestita, perché mi ero già cambiata. All’inizio ero molto timida, ma poi ho imparato a relazionarmi a tal punto che adesso ho anche un fans club.

Qual è la giornata tipo di Martina Bortolotti?

Gran parte della giornata la passo a fare allenamento e memorizzare i brani da cantare. Il resto del tempo lo passo a fare fitness per tenermi in forma, a insegnare agli allievi, e a fare la segretaria di me stessa.

Quali gli impegni e le ambizioni per questo 2025?

Soprattutto la tournée negli States. Poi il ritorno a Malta, a Napoli e qui in Alto Adige.

A proposito di ambizioni, le sue pensa d’averle raggiunte?

Volevo vivere di canto e ci sono riuscita. Volevo trasmettere emozioni e ogni volta sembra che ci riesca. Ho trasformato una passione in un lavoro. Quindi sono grata, felice ed orgogliosa.

Come vede il moderno mondo della lirica?

Secondo me serve insistere per mantenere la tecnica, senza spacciare per bel canto altri prodotti che nulla hanno a che vedere con questa realtà. La lirica va fruita dal vivo e deve trasmettere delle vibrazioni, oltre a conservare la tecnica all’italiana; che adesso è patrimonio Unesco.

Cosa si sente di dire ai giovani e alle giovani aspiranti cantanti liriche?

Di stare molto attenti alla scelta dell’insegnante: serve tempo ed allenamento, ma se dopo due o tre anni non si vedono miglioramenti è meglio cambiarlo.

Autore: Daniele Bebber

Tutti gli scout uniti nel nome della convivenza


“Allzeit bereit! Sii preparato!”: non importa in quale lingua venga pronunciato, il motto rimane lo stesso. Sabato 22 febbraio, scout di tre diverse associazioni – la Südtiroler Pfadfinderschaft (Sp), l’Agesci ed il Cngei – hanno celebrato assieme la “Giornata del Pensiero”. Si è trattata di un’occasione di scoperta reciproca in un Alto Adige dove la convivenza tra gruppi linguistici è ancora un sentiero scosceso che si perde tra montagne, timori e parole che si fermano prima di diventare dialogo.

Bolzano, 22 febbraio. 

Durante la Giornata del Pensiero, gli scout di tutto il mondo ricordano la nascita del fondatore dello scoutismo, Robert Baden-Powell e di sua moglie Olave. 

Ma le coincidenze non finiscono qui: è anche la data di nascita di Alex Langer, fautore dell’”arte del vivere insieme”. 

A Monaco, lo stesso giorno del 1943, i giovani attivisti della Rosa Bianca Sophie e Hans Scholl e Christoph Probst, pagavano con la vita la coraggiosa resistenza all’orrore nazista. 

Si tratta di una giornata, quindi, che richiama in maniera evidente la responsabilità di non restare spettatori di fronte alle sfide della società.

SI PARTE DAI GRUPPI

“Non è sufficiente vivere l’uno accanto all’altro per parlare di convivenza. Bisogna avere il desiderio di conoscere e di conoscersi. Purtroppo siamo impigriti e troppo spesso preferiamo vivere nella nostra bolla” racconta Emma (20 anni) del gruppo Agesci Bolzano 4. “La giornata di oggi è un buon input per mostrare che è possibile fare cose insieme, partendo dai gruppi scout” – continua Corinna (19 anni) del gruppo SP di Bressanone – “tra noi ci sono sicuramente usi differenti, ma ciò che ci unisce è un codice comune’ che non ha bisogno di traduzioni, la strada, la promessa pronunciata con lo stesso intento…”

Per Ilaria (17 anni) del gruppo Cngei Bolzano 3 l’esperienza è stata utile ma anche una conferma: “Utile perché ci ha dimostrato che tutti partiamo con gli stessi timori, che però si sgretolano nel momento in cui si condividono. Una conferma perché è stato bello ascoltare pensieri diversi dai miei, una costante nello scoutismo in cui il rispetto verso le opinioni altrui è un valore.”

Sulla stessa linea si esprime Gaia (17 anni) del gruppo Agesci Merano 1: “Nella vita di tutti i giorni è più raro e difficile realizzare incontri come quello di oggi. Un modo per andare oltre la ‘convivenza’ e passare a una ‘conoscenza’. Auguro alle tre associazioni di continuare, nei prossimi anni, a organizzare momenti e incontri simili perché ritengo che possano essere un primo passo verso uno scoutismo e – perché no? – verso una società più unita e consapevole.”

L’EDUCAZIONE ALLA DIFFERENZA

Un incontro che non è stato solo un evento, ma una ‘semina’, ritengono gli organizzatori: “Se crediamo che sia importante conoscersi, collaborare, condividere e non solo co-esistere, dobbiamo essere noi i primi a sperimentarlo, proporlo e testimoniarlo” suggerisce Giulia Salvi dell’Agesci, ideatrice di questa iniziativa. “Conoscersi meglio, facendo cose insieme, è il modo più efficace per superare le distanze, perché alla fine ci accorgiamo che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono” – sottolinea Maximilian Maniacco del Cngei, che già rilancia per altri incontri di confronto tra educatori ed educatrici.

Un augurio condiviso anche da Sara Schena, del gruppo Agesci Merano 1: “Che le associazioni possano continuare a lavorare in questa direzione. È stato molto bello vedere giovani lavorare insieme, cercando di superare le barriere linguistiche e culturali, per immaginarsi un futuro in cui i muri della diffidenza possano essere abbattuti e le diversità possano essere finalmente considerate una ricchezza.”

Felix Irsara, responsabile provinciale della Südtiroler Pfadfinderschaft, invece, pone l’accento sulla ricchezza della diversità: “Se tutti fossimo uguali, il mondo sarebbe monotono. Questi eventi sono occasioni di crescita. Ci sperimentiamo come compagni di strada.”

E chissà, forse non basta un giorno per cambiare tutto. Ma se basta una promessa per unire, allora la strada è quella giusta.

Autore: Marco Valente

Degasperi e la politica capace di guardare lontano

L’accordo Degasperi-Gruber del settembre 1946 è riconosciuto oggi da molti come la base su cui si è potuta sviluppare l’Autonomia dell’Alto Adige. Per uno dei due firmatari, Alcide Degasperi, si è conclusa a Roma, lo scorso 28 febbraio, la fase diocesana del processo di beatificazione. C’è bisogno di politica lungimirante.

Abbiamo tutti ancora negli occhi la strana scena andata in onda dallo Studio ovale di Washington. Soffriamo da anni dell’assenza di una classe politica che sia capace, a livello globale, di porre mano ai mali che attanagliano l’umanità: le guerre, le disuguaglianze, la fame, i cambiamenti climatici. Malgrado l’evidenza, prevalgono i negazionismi indotti dai detentori di interessi economici e da uomini di potere (simili a bambini capricciosi) per i quali è preferibile un mondo alla deriva, piuttosto che un’umanità pacificata.

Di fronte a questa situazione Degasperi usava citare una frase di James F. Clarke (tanto che poi fu attribuita a lui stesso): “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo Paese”. Parole, non a caso, pronunciate da un pensatore statunitense del 19° secolo che suonano quanto mai attuali se riferite proprio agli Stati Uniti (e non solo, sia chiaro) del 21°.

“Uno dei tratti distintivi del suo carattere era la capacità di affrontare le difficoltà con serenità e speranza”, ha detto il cardinale vicario di Roma Baldassarre Reina di De Gasperi. “La sua visione dell’Europa, fondata sulla cooperazione tra i popoli, rifletteva un approccio inclusivo e lungimirante, in netto contrasto con le divisioni nazionalistiche che avevano segnato il continente nei decenni precedenti. Per lui, il confine non era una barriera divisoria, ma un ponte tra culture diverse”.

In particolare, “Degasperi fu tra i primi a comprendere che la cooperazione tra gli Stati europei fosse la chiave per garantire pace e stabilità. Il suo contributo al progetto europeo è oggi più attuale che mai”. “In un’epoca segnata dalla polarizzazione e dal populismo, il metodo di Degasperi, fondato sul confronto costruttivo e sulla ricerca di soluzioni condivise, appare come un approccio necessario per ricostruire la fiducia nelle istituzioni”.

Autore: Paolo Bill Valente

Bolzano: futuro degli sport a rischio per mancanza di strutture

Bolzano ha una forte tradizione sportiva, ma soffre la carenza di impianti adeguati. Questo limita allenamenti e competizioni, costringendo molte associazioni a usare soluzioni temporanee. Ne parliamo con Alexander Tabarelli, presidente provinciale del CONI.

Bolzano, capoluogo dell’Alto Adige, è una città con una lunga tradizione sportiva e una popolazione appassionata di attività fisica. Ma in realtà il capoluogo della provincia sta affrontando una grande difficoltà: la mancanza di impianti sportivi adeguati. Questo problema non riguarda solo le discipline più praticate, come il calcio, ma anche sport che necessitano di strutture specifiche per garantire allenamenti e competizioni a livello regionale, nazionale e internazionale. La carenza di impianti moderni e funzionali rappresenta un ostacolo alla crescita e alla diffusione dello sport nella città, e ha costretto molte associazioni a utilizzare da anni soluzioni temporanee e spesso inadeguate, come le palestre scolastiche. Abbiamo pensato di parlarne assieme a Alexander Tabarelli, presidente provinciale del CONI.

E’ NECESSARIO UN CAMBIO DI PASSO

Molte associazioni sportive bolzanine si vedono costrette a ricorrere a strutture non pensate per l’attività sportiva, come le palestre scolastiche. Questo comporta numerosi problemi: orari limitati, spazi condivisi con altre attività e attrezzature non sempre adeguate. “Le palestre scolastiche sono un palliativo”, afferma Tabarelli, “Non sono impianti pensati per ospitare sportivi, ma in molte realtà questi spazi sono diventati l’unica soluzione per le associazioni, con tutte le problematiche che questo comporta”. 

La scarsità di spazi adeguati influisce direttamente sulla qualità degli allenamenti e sulla possibilità per gli atleti di competere a livelli superiori. E a complicare ulteriormente la situazione è la lentezza con cui vengono realizzati i progetti di nuovi impianti e la scarsità di fondi per migliorare quelli esistenti. Nonostante le necessità evidenti, i progetti di ampliamento e costruzione di strutture sportive si scontrano con la difficoltà di reperire risorse economiche sufficienti. “La tempistica dei progetti è troppo lenta, e i fondi messi a disposizione dalla provincia e dal comune non sono mai sufficienti a rispondere davvero alle esigenze delle associazioni sportive”, continua Tabarelli. “L’impegno delle amministrazioni pubbliche è fondamentale, ma bisogna passare dalle parole ai fatti. Solo così riusciremo a risolvere i problemi legati alle strutture sportive”. Sebbene Bolzano abbia un grande potenziale, la mancanza di infrastrutture moderne continua a essere un ostacolo per gli sportivi, in particolare per quelli che praticano discipline che richiedono impianti specializzati.

Ci sono, tuttavia, segnali di cambiamento. Tabarelli ha annunciato che sono in programma nuove costruzioni che potrebbero migliorare la situazione delle strutture sportive. “È in programma la costruzione di un palazzetto per il basket dietro il polo scolastico Max Valier e Ada Negri, all’incrocio tra viale Druso e Via Sorrento”. Questo nuovo impianto rappresenterebbe una risposta importante per il basket, che ha visto crescere notevolmente il numero di praticanti a Bolzano, ma fatica a trovare una struttura adeguata.

Per quanto riguarda la pallamano, l’area destinata alla realizzazione di un nuovo impianto sarebbe quella dietro al palasport, attualmente utilizzata come parcheggio per camper. “Questa area potrebbe diventare una risorsa fondamentale per la pallamano, che al momento soffre della mancanza di un palazzetto dedicato. Avere un impianto moderno permetterebbe a questa disciplina di crescere e attirare nuovi praticanti, senza dover dipendere da strutture che non rispondono alle sue necessità”, continua Tabarelli.

Un altro progetto rilevante riguarda l’atletica indoor. “Il primo impianto di atletica indoor provinciale dovrebbe nascere in Via Cadorna”, afferma il presidente altoatesino del CONI. Questo impianto sarebbe una risorsa fondamentale per gli sportivi che praticano l’atletica leggera, che attualmente sono costretti a spostarsi in altre città per allenarsi durante i mesi invernali. Con la creazione di una struttura indoor, Bolzano potrebbe diventare un punto di riferimento per questa disciplina.

Inoltre, è previsto il risanamento della pista da bmx nel Parco Europa, che attualmente si trova in cattive condizioni. “La pista da bmx è molto utilizzata, ma ormai è obsoleta e necessita di un ammodernamento urgente”, afferma Tabarelli. “La crescita dei praticanti e l’alta domanda impongono di intervenire per rendere la pista sicura e funzionale”. Questo intervento è cruciale per rispondere alle necessità degli atleti di box e per supportare il movimento sportivo in espansione.

Nonostante questi progetti, è fondamentale che le amministrazioni comunali e provinciali intensifichino gli sforzi per garantire che queste iniziative diventino realtà nel più breve tempo possibile. Investire nello sport significa investire nella salute dei cittadini, nel benessere collettivo e nella possibilità di far crescere talenti locali. Le nuove strutture non solo permetterebbero una maggiore partecipazione alle attività sportive, ma potrebbero anche attrarre eventi sportivi di rilevanza nazionale e internazionale, aumentando la visibilità e l’economia della città.

“Lo sport è una risorsa fondamentale per la comunità di Bolzano, ma senza infrastrutture adeguate per qualsiasi disciplina è difficile crescere”, sottolinea Tabarelli. 

“Quello che manca è un piano strategico a lungo termine che veda lo sport come un settore prioritario per la città, e che supporti concretamente le associazioni e gli atleti. Senza un impegno serio, rischiamo di perdere opportunità importanti per il futuro”.

La carenza di impianti sportivi a Bolzano è una problematica che non può più essere ignorata. Sebbene siano in programma alcuni interventi di costruzione e ristrutturazione, è fondamentale che le istituzioni locali si impegnino concretamente per accelerare questi processi e rispondere alle reali esigenze delle società sportive. Solo con strutture moderne e accessibili, Bolzano potrà continuare a crescere come città sportiva, offrendo opportunità concrete a tutti i cittadini e ai giovani atleti che aspirano a eccellere. Come conclude Tabarelli: “Lo sport è un motore per la nostra città, ma per farlo crescere, dobbiamo fornire le giuste infrastrutture”.

Autore: Niccolò Dametto