Semirurali in maschera

Il Giovedì Grasso al parco delle Semirurali, nel cuore del quartiere Don Bosco, si è animato di colori e allegria con una festa che ha coinvolto grandi e piccini. La giornata di spensieratezza è stata catturata in una serie di immagini realizzate da Niccolò Dametto, che raccontano la magia del momento.

Ariel Trettel e le canzoni scolpite nel marmo

Sono trascorsi alcuni anni da quando la strada artistica di Ariel Trettel si è separata da quella degli Shanti Powa, la band di cui è stato chitarrista e fondatore con Berise una quindicina di anni fa.

Le vie di questa formazione e dei suoi ex componenti sono però sempre state strettamente connesse, tanto che talvolta (pensiamo al caso di Peter Burchia) finiscono anche per incrociarsi nuovamente. Certo è che al di fuori del contesto collettivo, la musica cambia, e anche nel caso di Ariel la fuoriuscita dalla formazione madre ha dato luogo a un debutto solista molto intimo e, se vogliamo, anche vicino a certi momenti del disco del suddetto Burchia.

Was bleibt (ciò che resta) è il titolo del debutto di Ariel Trettel, un disco essenziale, costruito sui suoni di una chitarra acustica e una manciata di canzoni in lingua inglese, tedesca e qualcosina in italiano, con forti reminiscenze di autori come Nick Drake e del Dylan degli esordi, quantomeno nell’approccio vocale.

“In tutti gli anni negli Shanti Powa – ci racconta –, e nella partecipazione a progetti di altro genere con altri musicisti, ho sempre dedicato molto del mio tempo alla band, accumulando nel frattempo canzoni che scrivevo e che rimanevano in cerca di una casa. Da qui, un po’, il titolo del disco, queste canzoni sono quello che resta di un periodo della mia vita. Finalmente lo scorso anno mi sono deciso e le ho registrate, nello studio di casa, a Fiè, sono undici e sono state scritte nell’arco di dieci anni. il missaggio mi l’ho affidato allo studio Little Big Beat, in Lichtenstein, dove con gli Shanti avevamo registrato ‘Til Insanity, il nostro terzo disco. Quanto al fatto che le canzoni siano in più lingue, è una cosa che ho sempre ritenuto fondamentale e bella degli Shanti, l’essere multilingui, non solo per raggiungere un pubblico più ampio, ma per raggiungere anche un’espressività nelle proprie lingue, nel mio caso italiano e tedesco, anche se l’italiano c’è in misura minore.”

Il disco si apre tra l’altro con un brano molto folk, inteso dalla struttura folk tirolese, Am Schlern, un brano dedicato da Trettel all’altipiano dello Sciliar, dove è nato e cresciuto, un brano che potrebbe tranquillamente venire dalla tradizione per come è concepito.

“Per quanto riguarda le cose che mi hanno ispirato nel periodo in cui ho fatto il disco – prosegue nel raccontarci Trettel – mi piacciono molto i testi del rapper tedesco Sidro, ascolto gli Element Of Crime, i cantautori Andrea Laszlo De Simone e Tony Bruna. Devo dire che Dylan e Nick Drake è davvero tanto che non li ascolto, ma in passato, nel periodo coi Color Colectif Nick Drake l’ho ascoltato davvero molto e sicuramente mi è rimasto dentro.”

Dopo aver realizzato il disco in solitudine, Trettel, per presentarlo si è affidato ad un gruppo, non una band in senso classico, ma quasi un quartetto da camera, se non fosse che la camera in cui il progetto è stato varato, è in realtà una cava di marmo nel cuore dei monti venostani di Lasa. Lì Trettel si è presentato come Marmorstube, nome che definisce molto bene i suoi contenuti: accompagnato dal contrabbasso di Mirko Giocondo, dal violino di Magdalena Oberstaller e dalla fisarmonica di Maximilian Oberrauch, e col suono curato da Elias Gamper e Jürgen Winkler (che, guarda caso aveva prodotto l’ottimo esordio di Peter Burchia). Le canzoni di Was bleibt sono così divenute dei suggestivi video rintracciabili su youtube il cui risultato sonoro è davvero notevole.

“Ho fatto il disco da solo – ci spiega – per avere uno scheletro a base di chitarra e voce, uno scheletro però da poter rivestire e modificare. Una base su cui poter lavorare. Siccome ho frequentato la scuola di scultura in Val Gardena, specializzandomi poi a Lasa per quanto riguarda la materia marmo, ho conosciuto i proprietari delle cave. Con loro è nata l’idea del concerto nella cava, concerto che è stato registrato e ripreso in formato video, senza pubblico ma interamente suonato dal vivo. Le canzoni, mentre le scrivevo, le ho comunque pensate non solo per essere eseguite in solitudine, cercando di capire che strumenti ci sarebbero stati bene. E il quartetto con cui le ho registrate è il risultato, che ora sto cercando anche di riproporre dal vivo in pubblico: Marmorstube debuttato al Sudwerk un mese fa, e spero di poter dare un seguito al progetto.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Biblioteca Endidae: un centro dinamico

Un luogo dove lettura e apprendimento sono un’attività e una vera e propria forma di partecipazione alla vita civica e culturale della comunità: la biblioteca Endidae di Egna si conferma un centro dinamico pronto a rispondere alle esigenze culturali, informative e di svago.

Anche quest’anno sono tante le iniziative pensate per coinvolgere cittadini d’ogni età. A cominciare dal fatto che l’Endidae proseguirà nell’ampliamento della sua collezione acquisendo nuovi libri, Dvd e materiali multimediali con un’alta attenzione ai temi dell’attualità, dell’ambiente e delle questioni sociali. Verrà rafforzata anche la selezione di opere per quelle sezioni a cui serve uno svecchiamento, sempre tenendo in considerazione le richieste e le esigenze dei suoi utenti.  Un’importante novità sarà il recupero delle attività di catalogazione e inventario, sospese per alcuni mesi a causa dell’adozione del nuovo software di gestione Alma. “Il nostro impegno sarà intenso per recuperare volumi e materiali multimediali non ancora registrati, con l’obiettivo di rendere tutto il patrimonio facilmente accessibile agli utenti” dicono i bibliotecari. 

Focalizzando il discorso al servizio reference, è stato chiarito che la disponibilità ci sarà sempre “per rispondere a richieste specifiche, orientando gli utenti tra le numerose risorse disponibili sia in sede che attraverso i canali digitali”. Il servizio prestiti sarà affiancato dal prestito interbibliotecario, così da accedere a un patrimonio ancora più ampio grazie alla collaborazione con altre biblioteche. Una delle iniziative più apprezzate è senz’altro il punto prestiti estivo Bibliolido,  presente anche quest’anno per permettere agli utenti i prestiti di libri e partecipare ad attività ricreative in un ambiente rilassante e informale. “Un modo perfetto per avvicinare nuovi lettori e incoraggiare la lettura anche nei periodi di svago”, spiegano.

Un’attenzione particolare sarà dedicata ai più giovani, con attività e laboratori creativi che stimoleranno curiosità e immaginazione. Le iniziative “Nati per Leggere” continueranno ad essere un pilastro dell’offerta dell’Endidae, con incontri e letture ad alta voce per sensibilizzare le famiglie sull’importanza della lettura precoce. “L’intento è creare un ambiente favorevole alla crescita culturale dei più piccoli, con proposte che spaziano dalla lettura di storie a laboratori didattici”. 

Eventi e conferenze tematiche arricchiranno la programmazione culturale, offrendo spunti di riflessione su temi di attualità e cultura. Tra gli ospiti la previsione è quella di coinvolgere autori di grande rilievo come Franco Casadidio, Viviana Donadello e Stefano Bizzotto, pronti a confrontarsi con il pubblico su argomenti d’interesse comune. Ad aiutare la promozione, verranno distribuiti gadget personalizzati agli utenti, creando un legame ancor più forte con la comunità. Avanti tutta poi nella partecipazione attiva alla redazione della Newsletter comunale. 

Guardando brevemente al 2024 emerge una crescita costante, tra aumento dei prestiti e delle presenze. “Nonostante l’intensificarsi delle attività burocratiche e l’adozione del nuovo software, il servizio è stato garantito senza interruzioni, con un’attenzione costante al miglioramento della qualità dell’offerta culturale, rispondendo alle necessità di una comunità in continuo cambiamento”, questa la chiosa dei bibliotecari  nel riferire che il patrimonio della biblioteca è stato potenziato con circa 1.200 nuovi libri e 85 Dvd.

Autore: Daniele Bebber

Il lento distacco di Laives da Bolzano

Il distacco di Laives da Bolzano durò molto più tempo di quanto riportato dai documenti storici ufficiali. In un certo senso, si potrebbe addirittura affermare che questo “divorzio” non sia mai avvenuto e che le due parti in causa abbiano continuato fino ad oggi a convivere in quasi perfetta simbiosi.

È entrata nella leggenda la famosa riunione presso l’albergo Casagrande del 17 maggio 1819, alla quale parteciparono 28 uomini e una donna, praticamente tutti i capifamiglia del piccolo sobborgo. La rivoluzione francese era finita come si sa e da pochi anni era stato sconfitto anche Napoleone, che Laives l’aveva addirittura cancellata. Nel 1814 il Tirolo era tornato agli Asburgo e Laives risorse dalle ceneri ovvero si liberò per sempre dall’abbraccio involontario di Bronzolo. La repressione di Metternich era feroce, tuttavia Francesco I, da buon nipote di Maria Teresa, che in fatto di riforme non era stata seconda a nessuno, diede il via a piccole riorganizzazioni di stampo liberale che dovevano modernizzare la società e l’amministrazione. Approfittando di una legge provvisoria che lo consentiva, i capifamiglia di Laives trovarono il coraggio di costituirsi comune autonomo, senza tuttavia rescindere in alcun modo i legami secolari con il capoluogo, che anzi volevano consolidare, soprattutto in materia di assistenza e sanità. D’altronde, la musica non è mai cambiata: i Laivesotti nascono e, spesso, muoiono ora come allora a Bolzano.

Le competenze comunali in epoca asburgica erano ridottissime. In sostanza, si trattava di riscuotere le imposte a favore del governo e poco più. Poi, il 17 marzo 1849, tre “Gemeinsviertel”, ossia quartieri di Bolzano, ottennero nuovamente lo status di comuni “autonomi”. Si trattava di Gries, Dodiciville e Laives. Quel giorno fu introdotto (ma applicato solo in anni successivi) il nuovo regolamento comunale generale asburgico, che conferiva un po’ di autonomia in cambio di un controllo ancora maggiore da parte dell’amministrazione centrale.

Cos’era successo a Vienna e in Europa? Per quale motivo i regnanti asburgici, sotto la guida del diciottenne Francesco Giuseppe, appena succeduto allo zio Ferdinando, accettarono una parziale riforma della pubblica amministrazione?

Semplice: era successo il Quarantotto. Termine che ancora oggi indica una grande confusione. Mezza Europa fu sconvolta dalla ribellione popolare, che chiedeva sì pane ma anche riforme sociali, una costituzione di stampo liberale, libertà di parola e di stampa, autonomia degli enti locali, abolizione della servitù della gleba. In Ungheria, si chiedeva l’indipendenza, come del resto anche in Lombardia e in Veneto (entrambe austriache), ma in un primo momento le rivolte furono represse nel sangue.

In Tirolo, conservatore e ultracattolico, i moti rivoluzionari furono meno intensi, ma anche qui i contadini, ridotti in miseria, chiedevano l’abolizione della servitù della gleba e una maggiore autonomia dei comuni dal punto di vista amministrativo e soprattutto finanziario. I risultati furono deludenti e ci vollero altri vent’anni per avere finalmente una monarchia costituzionale.

A livello comunale, si introdusse una forma rudimentale di elezione del “primo cittadino” (Anwalt o avvocato – ancora oggi ombolt in ladino) e dei rappresentanti comunali, che prima venivano nominati. A Laives, dove già dal 1819 si godeva di una tiepida indipendenza da Bolzano, dopo il 1848 “salì al trono” Franz Gerber, erede di Georg del maso Tschuegg, che raccolse l’eredità di Lorenzo Curzel e Anton Franzelin, oste del Casagrande. Rimase in carica, con qualche interruzione, fino al 1857, quando apparve sulla scena Josef Ebner.

I Curzel ripresero il potere nel 1879 con Cesare Kurzel, che si alternò con Josef Ebner fino al primo decennio del ‘900. Josef Ebner rimase in carica anche dopo il passaggio traumatico all’Italia, fino al 1925, quando fu sostituito da Alfred Gerber, a sua volta erede della stirpe Gerber, che fu poi anche il primo sindaco democraticamente eletto dopo la caduta del fascismo.

Torniamo al 1849. Laives intratteneva ottimi rapporti di vicinato con Bolzano anche dopo il parziale distacco del 1819. I nobili bolzanini, come i von Menz, i von Knoll, i Klebenstein e molti altri, possedevano gran parte dei masi e dei terreni coltivabili di Laives. Il problema maggiore riguardava l’utilizzo dei pascoli situati tra Laives e Bolzano. Si trovò una soluzione che rispecchia più o meno la situazione odierna: una linea di confine che attraversava orizzontalmente l’Agruzzo protetta da una recinzione che impedisse alle bestie bolzanine di brucare sui 100 ettari di pascolo di spettanza laivesotta.

Autore: Reinhard Christanell

Passione per la giustizia

E’ ricercatrice universitaria, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Provincia di Bolzano, musicista e cantante. Ha avuto tante esperienze diverse, tutte accomunate dalla grande passione per la politica, per la giustizia, per i diritti di tutte e tutti, per il Bene Comune. Nonostante tutto crede ancora che migliorare il mondo sia possibile, facendo del proprio meglio, facendo comunità, migliorando sé stessi, uscendo dal proprio individualismo ed egoismo che altro non fanno se non renderci ancora più soli.

La cosa di me che mi piace di più.

La curiosità e l’entusiasmo per la vita.

Il mio principale difetto.

La pigrizia, fisica.

Il mio momento più felice.

A Firenze, in un piccolo locale, due amici carissimi mi hanno chiesto di suonare e cantare una canzone. Ho continuato fino alle prime luci del mattino.

Da bambina sognavo…

Di diventare veterinaria.

Il capriccio che non mi sono tolta.

Una crociera fluviale su una house-boat, sul Danubio o nei paesi della Loira.

La mia occupazione preferita.

Leggere, cantare, suonare, scrivere e camminare, con i cani.

Il mio piatto preferito.

Strangolapreti alla trentina (quelli che faceva mia mamma).

Non sopporto…

L’arroganza del potere, della sicurezza dell’impunità e la manipolazione.

Nel mio frigorifero non manca mai… 

La birra (da condividere con gli amici che passano da casa).

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo tutte le volte che mi scontro con un’ingiustizia.

Il mio film preferito.

Il principe delle maree e Dogman (di Luc Besson).

I superpoteri che vorrei avere. 

Tornare indietro nel tempo e il teletrasporto.

Il mio ultimo acquisto.

Scarpe da ginnastica, per i miei prossimi cammini.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La natura e la possibilità di passeggiare e di incontrare sempre persone che conosco.

Amo il mio lavoro perché…

Mi consente di imparare e imparare ancora.

L’oggetto a cui sono più legata.

Le fotografie della mia mamma e del mio papà.

Del mio aspetto non mi piace…

Pur amando il mio corpo forte e resistente, non sempre mi piaccio allo specchio.

Le mie maggiori paure.

Il dolore fisico, la solitudine e la privazione della libertà.

Autore: Marco Valente

Il certificato di abilitazione 

S’è tenuta presso la scuola professionale di frutti-viti-coltura e giardinaggio di Laimburg, dal 3 al 7 febbraio, una nuova edizione del corso di preparazione al patentino fitosanitario, finalizzato al conseguimento del certificato di abilitazione; si tratta di un documento, indispensabile, per tutti coloro che impiegano prodotti fitosanitari non solo in agricoltura, ma trattano verde urbano, piante ornamentali, usi forestali e disinfestazioni. Rientrano tra i titolari abilitati pure gli hobbisti, ergo ortolani e sfegatati di giardinaggio, che dopo il corso hanno superato positivamente l’esame. Il patentino ha durata quinquennale e può essere rinnovato – su richiesta del titolare – entro la scadenza, previa frequenza di un corso di aggiornamento di dodici ore. Perché è così importante? Fino a poco tempo fa non c’era alcuna limitazione di accesso all’acquisto di fitofarmaci tra professionisti e semplici appassionati; inoltre, per decenni c’è stata un’anarchia negativa nella gestione dei veleni, che ha procurato più danni che benefici, alla salute e all’ambiente. Parliamo soprattutto di glifosate, rame e azoto, che dagli anni ‘70 in poi sono stati sovradosati e, in alcune zone, sono tuttora presenti in alte concentrazioni quali sostanze inserite nel ciclo alimentare planetario e persino nel DNA di mitili, animali e pesci; sull’uomo l’erbicida più diffuso al mondo, invece, è molto probabilmente cancerogeno, e si trascina troppi conflitti di interessi (tanto dipende anche dai coformulanti e coadiuvanti in esso miscelati); certo è che se bisogna intabarrarsi come distopici palombari mentre si spruzza non servono evidenze scientifiche per appurarlo, ma bastano le etichette. Seppur con una certa ritrosia e lentezza, dopo l’emanazione della Direttiva CE n.128 del 2009, l’Italia s’è finalmente adeguata introducendo il PAN – cd piano d’azione nazionale – solo nel 2014; questo piano d’azione incoraggia lo sviluppo e l’introduzione della difesa integrata, promuove approcci e tecniche alternative (BIO), al fine di ridurre la dipendenza dai pesticidi. A decorrere dal 26 novembre 2015 tutti i prodotti fitosanitari, compresi quelli naturali e biologici, si acquistano presso rivenditori autorizzati, si utilizzano solo da chi è munito del patentino/certificato e si conservano all’interno di appositi vani. Degli oltre mille prodotti, dapprima di libera vendita, ne sono rimasti circa 440 nel 2022, 120 nel 2023, mentre, oggi, sugli scaffali di garden e supermercati, ne troviamo poco più di una sessantina, peraltro più edulcorati rispetto al passato. Gli amanti del BalconORTO e tutti coloro che hanno a cuore il verde, la natura e l’ambiente sono invitati ad iscriversi al prossimo contingente, che si terrà in agosto all’Istituto agrario di Laimburg. Un sentito ringraziamento alla Segreteria della scuola e al docente, dott. For. Davide Simionato.

Autore: Donatello Vallotta

Alessandra Tiddia, fra arte e volontariato

Alessandra Tiddia è nata a Bolzano e si è laureata nel 1989 presso l’Università degli Studi di Padova in Storia dell’arte contemporanea con una tesi dedicata alla cultura figurativa della Mitteleuropa nelle ex provincie asburgiche, tema che ha avuto modo di approfondire in occasione del Dottorato in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Venezia (1997). Attualmente segue progetti espositivi e di ricerca legati ai temi della Modernità fra 800 e 900, come ad esempio la mostra Giotto e il 900 o Etruschi del Novecento, presso il Mart di Rovereto o l’esposizione Capolavori del 900, dal Futurismo all’Informale (Mag di Riva del Garda 2024; Ancona Mole Vanvitelliana 2024) o Eterno Femminino, Trieste Museo Sartorio 2024)

Quali furono i ruoli che Lei ha ricoperto al MART?

Qui ho curato ad esempio la programmazione espositiva di questa sede con mostre dedicate alla cultura figurativa di fine secolo (Max Klinger. Sogni e segreti di un simbolista, Franz von Stuck. Lucifero moderno, Il Secolo dell’Impero. Principi, artisti e borghesi nell’Ottocento, Sulle tracce di Maurice Denis. Simbolismi ai confini dell’impero asburgico. Landesausstellung 2007) . Nel 2010 ho co-curato l’edizione del catalogo generale di Gastone Novelli e nel 2015 ho redatto il Catalogo ragionato dedicato a Piero Marussig. 

Nell’ambito della sua professione di storica dell’arte quali sono state le Sue più grandi soddisfazioni?

La mia più grande soddisfazione è quella di avere l’opportunità, attraverso il mio lavoro, di creare emozioni positive nelle persone che visitano le mostre e che si avvicinano, qualche volta per la prima volta, a opere e autori che suscitano in loro una conoscenza emotiva e che arricchiscono il loro mondo, Sono infatti profondamente convinta del ruolo sociale dei musei e dell’arte in particolare come catalizzatrice di energie positive e salutari, come del resto confermano anche recenti studi scientifici in ambito medico.

Inoltre grande soddisfazione è stato anche dedicarmi alla formazione nei dieci anni in cui mi sono occupata di percorsi formativi per stages universitari presso il Mart, per il grande potenziale di entusiasmo che mi hanno trasmesso la maggior parte dei tirocinanti, alcuni dei quali oggi sono affermati professionisti museali.

Oltre al grande impegno in ambito lavorativo Lei si è spesa anche in seno al Rotary, nel quale ha già ricoperto la carica di Presidente. Cosa L’ha spinta ad aderire a questo Service Club?

L’opportunità di mettere al servizio della comunità la mia presenza e anche l’operatività quando possibile, in un contesto di relazioni che amplia i nostri orizzonti personali in un’azione congiunta volta al bene. In alcuni casi anche la semplice presenza assume un valore in questo senso. 

Lei vive da molti anni fuori Bolzano ma ora ha avuto l’occasione di un importante ritorno e operare per il futuro del Museo civico sedendo nel CdA dello stesso. 

Non ho mai smesso di sentirmi bolzanina, pur vivendo attualmente in un altro luogo e mi rende felice e orgogliosa partecipare alla vita culturale della città, sia in seno al Museo Civico che nella Consulta culturale dell’Assessorato provinciale alla cultura italiana. Il Museo Civico sta affrontando una fase epocale in quanto siamo nel mezzo di una ristrutturazione importante che porterà a una riapertura speriamo in un futuro vicinissimo. Nel frattempo è importante riflettere sul ruolo civico di una istituzione museale di così lunga tradizione, sulle nuove sfide e sui tipi di pubblico che vorrà intercettare.  La partecipazione alla Consulta cultura della Provincia è anche molto interessante perché all’interno della consulta si affrontano temi legati alla fruizione culturale a 360 gradi, in senso molto ampio, dalla musica al teatro, alle biblioteche, ai musei e alle mostre, e al sostegno degli artisti alto atesini, con la finalità di accogliere le diverse identità della cultura e di aprirle a una fruizione pubblica il più possibile ampia.

Autrice: Rosanna Pruccoli

7000 passi al giorno contro la depressione

Il neuroscienziato Sir John Eccles ha colto nel segno quando ha detto: ci sono due vie per raggiungere l’intelligenza, ovvero il linguaggio e il movimento. Per curare i disturbi mentali, da più di 100 anni si segue con molta determinazione la prima strada; Sigmund Freud ha diffuso in tutto il mondo la terapia della parola, la psicoterapia. Ma è noto da molto più tempo che il movimento favorisce il pensiero e che camminare facilita la ricerca di soluzioni e idee.

Gli antichi filosofi greci utilizzavano la stoa, la sala ombreggiata dei passeggi, per trovare soluzioni nella calura, e la scuola dei pensatori che ne derivò fu chiamata stoica. Questi filosofi, da Epitteto a Seneca a Marco Aurelio, influenzarono l’Impero Romano come pensatori sul trono e successivamente il Medioevo cristiano come nessun’altra comunità di pensatori.

Le tecniche di meditazione orientale hanno scoperto modelli di movimento o posture che favoriscono il rilassamento, l’assorbimento di energia, la concentrazione e la fusione con il mondo da migliaia di anni. Per noi, come membri della società delle prestazioni e dell’informazione, sono nate nicchie che possiamo utilizzare per uscire dal trambusto della vita quotidiana e dallo stress sociale, almeno temporaneamente, attraverso lo yoga, il Qi Gong o la respirazione olotropica.

Nella psicologia moderna, il movimento è una forma di comunicazione che penetra più profondamente nell’uomo rispetto al linguaggio, poiché quest’ultimo si forma attraverso il movimento della lingua, della cavità orale e della laringe. Il linguaggio del corpo di una persona è un indicatore molto preciso del suo stato d’animo, e gli esercizi fisici influenzano direttamente la psiche. Negli sport di resistenza, questa interazione reciproca viene sfruttata per ordinare i pensieri e gli obiettivi delle persone, e le idee orientate agli obiettivi aumentano la resistenza fisica. I maratoneti sviluppano una routine che possono sostenere a lungo e trasferiscono questa tenacia all’obiettivo di percorrere 42 km senza pausa. Anche gli sport di resistenza utilizzano movimenti non tipici per raggiungere obiettivi straordinari, come il sollevamento pesi, il salto in lungo o le corse automobilistiche.

Che il movimento possa cambiare il mondo, lo sanno gli artisti del palcoscenico: attori, ballerini, clown fanno meravigliare, piangere e ridere la gente, perché le emozioni sono facilmente suscitate osservando i movimenti degli altri. Questo è anche il grande fascino del cinema e della televisione.

La psichiatria moderna lavora con i più piccoli movimenti – i nostri passi quotidiani – e indaga su come possiamo affrontare il maggiore flagello dell’umanità, la depressione. Uno studio appena pubblicato su JAMA Network Open dall’Università di Castilla-La Mancha in Spagna, primo autore Bruno Bizzozero-Peroni, ha esaminato quasi 100.000 persone, scoprendo incredibili risultati: almeno 7.000 passi al giorno riducono significativamente il rischio di sviluppare la depressione, e più passi si fanno, maggiore è la protezione. Gli smartphone hanno contapassi integrati, così chiunque può facilmente monitorarsi e allenarsi, aggiungendo se necessario alcuni passi per raggiungere l’obiettivo. Questo numero di passi favorisce il rilascio di dopamina, serotonina e noradrenalina nel cervello, migliorando l’umore. Tuttavia, i pazienti depressi soffrono di carenza energetica e difficilmente si impegnano in molta attività fisica. Anche in questo caso, lo studio fornisce informazioni: già a partire da 5.000 passi al giorno si possono riscontrare effetti positivi. Piccoli passi, quindi, per grandi risultati.

Autori: Roger Pycha, Coordinatore italiano dell’Alleanza Europea contro la Depressione,  e Francesca March, Servizio Psichiatrico di Bressanone

La strada in Zona, dedicata a Enrico Fermi

Tra le vie della zona industriale dedicate alle figure importanti della scienza via è via Enrico Fermi. Nato a Roma il 29 settembre 1901, da ragazzo con il fratello Giulio costruì giocattoli, piccoli motori elettrici, una pila. L’ingegnere Adolfo Amidei, amico di suo padre, fornì testi importanti al giovane promettente Enrico, il quale, finito il liceo, nel 1918 fu ammesso alla Scuola Normale di Pisa; iniziò con matematica per proseguire con fisica. Laureatosi nel 1922 con il massimo dei voti, tornò a Rona dove, tramite il Senatore Orso Maria Corbino, direttore dell’Istituto fisico dell’Università di Roma, gli fu assegnata una borsa di studio per frequentare l’Istituto Max Born, dove conobbe fisici tedeschi, come Werner Heisenberg; nel 1924 conobbe Albert Einstein. Tornato in Italia, ebbe un incarico all’Università di Firenze. Apprezzato anche all’estero, fu chiamato a Roma da Corbino, il  quale nel 1926 gli assegnò la prima cattedra di fisica teorica in Italia. Furono reclutati, oltre all’amico Franco Rasetti, conosciuto a Pisa, studenti meritevoli come Edoardo Amaldi, Emilio Segrè, Ettore Majorana. Era il primo gruppo di giovani fisici noti come “i ragazzi di via Panisperma”. Con l’avvio degli anni ‘30 il centro di interessi di Fermi fu il nucleo atomico; ai avviarono gli esperimenti sulla radioattività provocata dai neutroni. Nel novembre 1938 gli fu assegnato il premio Nobel per la fisica. Imbarcatosi per gli Stati Uniti, gli fu affidata la cattedra di Fisica alla Columbia University di New York. Risale al 2 dicembre 1942 la prima pila atomica;  nacque il Progetto Manhattan, del quale fece parte anche Fermi; il risultato fu, tra Hiroshima e Nagasaki: 120 mila morti e oltre 110 mila feriti. Fermi tornò in Italia nel 1949 e nell’estate del 1954, per tenere lezioni alla scuola estiva di Varenna. Rientrato negli Stati Uniti, per un tumore allo stomaco morì il 28 novembre 1954 nella sua casa di Chicago.

Autore: Leone Sticcotti

Per Tea Ducato la vita… non è sempre una teiera

Tea Ducato, operatrice culturale a MusicaBlu e insegnante di canto, è diplomata in Conservatorio in didattica della musica con specializzazione in canto moderno e ha da poco pubblicato un libro di filastrocche per bambini con la casa editrice bolzanina Edgar Libri.

Come s’intitola il tuo libro? Se dovessi descriverlo con tre parole quali sarebbero e perchè?

Il mio libro si chiama “La vita non è sempre una teiera. Storie per bambini diventati grandi”. Le parole che sceglierei sono: tenerezza perché la ricercavo e la ricerco nelle persone e nel raccontare delle storie che parlano di diversi aspetti della vita; crescita, perché nelle stesse storie, tranne in una, si trova sempre un percorso in cui ogni personaggio si evolve; e dolcezza, perché ho ricercato questa sensazione dell’infanzia e un’educazione gentile per affrontare determinate tematiche.

Da dov’è nata l’ispirazione?

Come tantissime cose che faccio è nata per caso: ho iniziato a scrivere filastrocche per prendere in giro i miei amici o me stessa e per raccontare determinate situazioni. Mi sono accorta che mi riusciva e quando un mio amico, Jacopo Schiesaro, mi ha detto che quello che stavo creando aveva un valore, e allora ho creduto nelle sue parole. Durante il periodo di Covid mia mamma mi ha detto di non guardare le cose sempre dal mio punto di vista e io ho scritto su un foglio “la vita non è sempre una teiera” perché un mio amico mi chiamava così e ho pensato che sarebbe stato bellissimo come titolo di un libro e il caso ha fatto il resto. Avevo inoltre conosciuto quest’illustratrice bravissima, Giorgia Grasso, alla quale, per gioco, ho chiesto di creare una copertina; mi è piaciuta così tanto la connessione tra le mie parole e le sue immagini che ho pensato che se mai avessi fatto un libro l’avrei fatto con lei. 

Quale ruolo hanno le illustrazioni nel veicolare il tuo messaggio?

Io sono dislessica e quindi ragionando per immagini e colori e non riuscivo a immaginarmi questo libro senza. Ciò che mi ha colpito subito di Giorgia è stata proprio la scelta dei colori perché rispecchiavano le mie sensazioni. Volevo che nella sua semplicità fosse molto immersivo. 

C’è qualcosa della tua scrittura che ti ha sorpreso a posteriori?

Mi sono resa conto che ogni storia ha una soluzione e un concetto di bellezza ed estrema leggerezza, tranne una, quella sull’invidia, che invece è l’unica in cui si percepisce un po’ di rabbia. Riflettendo, visto che siamo tutti persone in crescita, penso che sia stato frutto di una rabbia o di emozioni derivate da relazioni che in quel momento non avevo ancora elaborato, ma ho trovato questo aspetto interessante.

È la tua prima pubblicazione?

Per quanto riguarda i libri, sì. Avevo invece pubblicato un EP quindi musica e se ci si pensa la filastrocca richiama una certa musicalità. Riconoscevo che le mie filastrocche fossero simpatiche, ma non pensavo che fossero qualcosa che qualcuno avrebbe pubblicato quindi mi sono fidata del giudizio di Jacopo e quando ho parlato con la casa editrice il progetto è stato subito approvato. All’inizio non ho realizzato bene la cosa, dovevo metabolizzare ancora la mia laurea, ma quando ho visto il libro per la prima volta sono rimasta positivamente sorpresa; sono fiera di me per essere riuscita a realizzare un sogno di cui mi ero persino scordata. Voglio sicuramente ringraziare la casa editrice e Jacopo senza i quali non avrei mai pensato di pubblicare un libro e la mia famiglia e il mio compagno che mi sostengono sempre nei miei progetti grandi o piccoli che siano.

Autrice: Anna Michelazzi