Radici nella nebbia

L’uomo contemporaneo scivola come acqua tra le dita: senza forma stabile, senza legami durevoli, in continua tensione verso l’ignoto. Le identità si sgretolano sotto il peso della precarietà, le relazioni si contraggono e si dissolvono con la stessa facilità con cui si intraprendono, e le istituzioni sembrano inseguire un mondo che muta troppo in fretta per essere compreso, tanto meno regolato. 

Bauman ci parla di una società in cui tutto è provvisorio, consumabile, sostituibile. L’individuo si ritrova solo, sommerso da scelte infinite ma privo di coordinate, costretto a reinventarsi di continuo senza una bussola etica. In questi contesti, il tempo perde la sua linearità e diventa l’eterno presente da sbranare il più in fretta possibile. E in questa corsa spasmodica, la giustizia si inceppa. Eppure, c’è chi vive tempi diversi. Chi lavora la terra, chi coltiva, chi osserva gli alberi, le stagioni non da uno schermo ma dal cielo, dalla luce, dai segni della natura. Queste persone, spesso invisibili alla società mondana e dell’immagine (pensiamo p.es.. agli zingari, ai senzatetto e ai fotografi), esistono in un ritmo opposto a quello liquido. Loro vivono nella ciclicità, nella pazienza, nell’attesa. Sanno che non tutto può essere subito, che ogni frutto richiede un tempo, che ogni seme ha bisogno di terra, di silenzio e meno cemento. L’agricoltore non si illude di poter controllare tutto! Vive nell’incertezza del riscaldamento globale, dei nubifragi, della siccità, di nuovi fitofagi, di scelte politiche scevre da interessi malvagi (OGM e TEA). Ma in questo abbandono c’è anche una profonda fiducia nel ritmo naturale delle cose, che nella modernità liquida si è persa, sostituita dall’ansia di controllo, dall’illusione tecnologica di prevedere e dominare il tutto, perfino il tempo. La giustizia moderna, ingolfata da codici, burocrazia e ritardi, appare incapace di rispondere ai bisogni concreti. Una giustizia zoppa che, paradossalmente, non riesce nemmeno a tornare alle radici della sua funzione: ricomporre, riparare, riconciliare. Forse è proprio da chi lavora la terra che dovremmo imparare una nuova idea di giustizia. Una giustizia che ascolti, che attenda, che lavori con pazienza, senza tenere conto di quel mostro diarroico che è l’opinione pubblica. Che sappia distinguere il tempo del raccolto da quello della semina. Una giustizia che non si lasci travolgere dall’immediatezza ma che, come l’agricoltore, affondi le mani nella complessità della realtà. 

Se nella società liquida tutto cambia, scivola e si dissolve, c’è ancora bisogno di qualcosa che somigli più alla terra che all’acqua. Più a un campo coltivato che a un algoritmo. Più a una giustizia lenta e umana che a una sentenza rapida ma disincarnata. In questi disequilibri si gioca il nostro futuro. Ed è forse tempo di scegliere da che parte stare: se continuare a galleggiare nel liquido, o tornare a camminare, con passo lento e cosciente, sulla terra. 

Autore: Donatello Vallotta

Merano – Londra per la propria formazione 

Lisa Laudieri ha iniziato la sua carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove si è laureata con lode, ha poi iniziato ad avvicinarsi al design spaziale come mezzo di commento sociale e pensiero speculativo attraverso il quale sfidare le narrazioni dominanti e reimmaginare futuri alternativi. Tutto questo l’ha portata al Royal College of Art di Londra.

Ci parli della sua intera carriera scolastica e formazione.

Ho iniziato la mia carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove mi sono laureata con lode. Gli studi mi hanno poi portato al Royal College of Art di Londra, dove ho recentemente completato un master in interior design. 

Lei non è la prima creativa sudtirolese che studia a Londra anzi in quella città vive una vera e propria colonia di artisti, architetti e intellettuali tirolesi. Lei è in contatto con loro? 

So che c’è una comunità al di fuori dell’Alto Adige, e credo che sia una cosa fantastica. È una comunità di cui mi piacerebbe far parte e che ho intenzione di cercare presto. Credo che provenire dallo stesso luogo crei una connessione immediata e una rassicurazione in un posto straniero. Detto questo, spesso gravito verso la dissonanza piuttosto che verso la familiarità.

Londra è una città ricca di opportunità e di fascino senza tempo. Dopo gli studi, pensa di lasciare Londra per tornare a Merano?

Non penso più alle opportunità come a qualcosa di legato solo al luogo. Con il lavoro a distanza, le comunità online e le piattaforme accessibili, il lavoro creativo è accessibile indipendentemente dal luogo in cui si vive. Londra è stata importante per me, non solo per le sue opportunità, ma anche per le sue dimensioni, il suo attrito, la sua pluralità. Che io rimanga a Londra per un po’ o che scopra altre città, Merano sarà sempre la mia casa, ma non in senso statico. La vedo più come un punto di riferimento.

A cosa sta lavorando attualmente? 

Il mio lavoro recente si concentra sulla nozione di ingiustizia spaziale, affrontando i modi in cui gli ambienti architettonici possono rafforzare o interrompere le strutture di disuguaglianza. Ciò include sia gli aspetti visibili e sistemici della politica spaziale, come l’accesso, lo spostamento e l’esclusione, sia le esperienze più intime e psicologiche dello spazio. Sto lavorando a diversi progetti nel campo del design e delle arti. Sto costruendo la mia carriera come fotografo e designer, all’incrocio tra la ricerca spaziale e il cinema, la fotografia e il design. Attualmente sto producendo un cortometraggio che affronta il tema della violenza di genere, una rappresentazione della storia di persecuzione delle donne attraverso un processo che esamina come le donne siano state e continuino a essere sottoposte a scrutinio, giudizio e cancellazione. Il film abbandona la questione della colpevolezza o dell’innocenza, per analizzare invece l’apparato sociale, emotivo e psicologico che isola e smantella una donna presa nell’occhio della paranoia collettiva.

Nonostante una lotta serrata alla violenza contro le donne il problema continua a dilagare. Perché, secondo lei? 

La violenza contro le donne persiste perché è sistemica, radicata nel linguaggio, nella legge, nella politica e nello spazio. Ciò che mi colpisce maggiormente è la persistenza di narrazioni patriarcali, spesso mascherate dietro un falso senso di neutralità. Le storie delle donne sono spesso filtrate da uno sguardo maschile o liquidate come semplici aneddoti, il che diluisce la loro urgenza. Quando le società normalizzano i media misogini e lasciano alle donne una limitata indipendenza finanziaria o un ricorso legale, i comportamenti abusivi trovano rifugio. Finché non ristruttureremo radicalmente queste dinamiche di potere, il ciclo della violenza continuerà a persistere.

Oltre allo studio come passa il suo tempo libero a Londra? 

Mi piace circondarmi di ispirazione, sia visitando musei e mostre che conversando con gli amici. A dire il vero, spesso confondo il confine tra lavoro e tempo libero. In questo senso sono un po’ uno stacanovista, ma non mi dispiace. Tutte queste esperienze alimentano la mia pratica creativa e fanno parte di una curiosità più ampia che modella il mio modo di pensare, sentire e lavorare.

Londra è una città pericolosa per le donne? 

Come ogni grande città, anche Londra ha i suoi problemi di sicurezza. Ci sono aree e situazioni – soprattutto sui mezzi pubblici – in cui le donne devono stare all’erta perché la città non è sempre uno spazio sicuro. La risposta tende a essere reattiva piuttosto che proattiva. Sebbene esistano campagne e app, spesso scaricano la responsabilità sulle donne. Quando viaggio di sera, apro Uber, pago la tariffa maggiorata e condivido il mio viaggio in modo che gli amici possano vedere l’icona della macchinina scorrere sui loro schermi. Prima di andare a letto ci scambiamo un rapido “a casa?”. Questa precauzione è diventata una memoria muscolare, ma è un costo aggiuntivo che le donne assorbono quando le città e i governi non riescono a farci sentire protette.

Londra è sempre stata ed è tuttora leader nella moda dei giovani, cos’è attuale ora? 

La moda come dichiarazione politica consapevole. Le tendenze sono indicatori del tempo, del panorama socioeconomico e politico. Ciò che indossiamo riflette ciò che stiamo attraversando.

Negli ultimi tempi, con il passaggio al conservatorismo, all’instabilità economica e a una maggiore incertezza, la moda ha iniziato a rispecchiare questa tendenza attraverso orli più lunghi, silhouette più modeste, estetica “pulita”. Allo stesso tempo, c’è una corrente contraria. Silhouette fluide, decostruttivismo, stile non convenzionale e stratificazione. 

Ciò che mi affascina di più è come la moda possa diventare una porta d’accesso. Per molti giovani è un punto di ingresso nella politica, le tendenze diventano un modo per esprimere idee politiche su classe, genere, razza, lavoro, politica del corpo in un linguaggio che sembra immediato. Ho visto come la moda permetta alle persone di comunicare la propria identità e le proprie convinzioni, rendendo le conversazioni politiche più accessibili.

Che consiglio darebbe agli studenti che frequentano il Kunstgymnasium?

Esplorate non solo ciò che vi ispira, ma anche ciò che vi infastidisce. Il disagio indica qualcosa che vale la pena indagare. Non sentitevi obbligati a definirvi troppo presto; non è una decisione, ma emerge dal processo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada dedicata a Michael Gaismair

Tra via Roen e viale Druso si trova via Michael Gaismair.  Nato nel 1490 a Tschöfs (Ceves) presso Vipiteno, alla scuola di latino Michael Gaismair si rivelò uno scolaro diligente, ambizioso e avveduto, alla scuola del duomo di Bressanone  acquisì man mano un atteggiamento sempre più critico nei confronti del ruolo della Chiesa. Preso  servizio come scritturale presso la miniera di Schwaz, dei minatori si fece portavoce nella presentazione di una petizione all’imperatore.  Assunto nel 1518 come scrivano nella cancelleria di Leonhard von Völs, capitano dell’Adige, nei sei anni di servizio apprese molto sulle lotte per il potere, su corruzione e imposture della nobiltà. Assisteva inerte al progressivo impoverimento dei contadini. Ad accendere i loro animi fino a scatenare la rivolta fu il caso Passler. Peter Passler era stato condannato a morte  il 9 maggio 1525, ma i contadini riuscirono a liberarlo. La rivolta si estese: circa 5 mila contadini armati affluirono a Millan da tutte le parti della diocesi. Eletto nella giunta cittadina, Michael Gaismair riuscì a trattenere i ribelli dal saccheggio del palazzo vescovile; il 12 maggio però fu saccheggiato il  monastero di Novacella. Michael proclamò un programma per un nuovo ordinamento regionale cristiano. La rivolta dei contadini si estese a tutto il Tirolo meridionale. Non era facile il compito di Gaismair di rendere masse disordinate e avide di vendetta un popolo cosciente e responsabile. Convocata a Merano una “dieta contadina”, fu redatta una sorta di “ Magna Charta per el populo minuto”. All’arciduca Ferdinando fu richiesta una serie di concessioni. Arrestato a Innsbruck l’11  agosto, Gaismair riuscì a fuggire il 7 ottobre, riparando in Svizzera, dove redasse nuovi statuti per un Tirolo libero. Fallito un tentativo di espugnare Brunico, riparò in territorio veneziano, dove sopravvisse a diversi attentati ma all’alba del 15 aprile 1532 fu catturato e trafitto per 42 volte.

Autore: Leone Sticcotti

E sempre Forza Viola!

Qui Intervista a chiamo Marco Negrisolo, 46enne, sposato e papà di due figli. Lavora in un ufficio a Bolzano e, nel tempo libero, gioca a basket e va a correre. E’ attivo nella parrocchia di Santo Spirito a Merano, dove tra le altre cose è presidente del Consiglio pastorale parrocchiale. Ama il mare, ma anche la montagna. E sì… è tifoso della Fiorentina!

La cosa di me che mi piace di più.

La perseveranza.

Il mio principale difetto.

Sono testardo.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei figli.

Da bambino sognavo di diventare…

Giocatore di basket.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Un viaggio lontano… ma mai dire mai!

La mia occupazione preferita.

Camminare o correre all’aria aperta.

Il luogo dove vorrei vivere.

Vicino alle montagne e al mare cristallino.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

Non sopporto…

L’arroganza.

Per un giorno vorresti essere…

Il genio della lampada.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Lo yogurt.

Se fossi un animale sarei…

Una tartaruga.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Mi è stato fatto un complimento.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Nel posto in cui sono ora.

La prima cosa che faccio al mattino.

Alzo le tapparelle per vedere il meteo.

I miei attori preferiti.

Bud Spencer e Terence Hill.

Il superpotere che vorrei avere.

Non essere mai stanco.

Il mio ultimo acquisto.

Un orologio.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La bellezza che mi circonda.

L’errore che non rifarei.

Leggere troppo pochi libri.

Il mio motto.

“Dai che ce la fai!”

L’oggetto a cui sono più legato.

La fede.

La mia maggiore paura.

Vedere le persone care che soffrono.

Il mio colore preferito.

Il viola.

Autore: Marco Valente

Papa Leone

Nei giorni scorsi ancora una volta ho seguito con grande interesse il processo che ha portato all’elezione del nuovo papa. La chiesa cattolica conserva tutt’ora una procedura elettiva in grado di garantire una grandissima suspense fino all’ultimo secondo, ovvero fino all’annuncio del nome del cardinale prescelto, in lingua latina, dopo la famosa fumata bianca.
Normalmente siamo abituati a vivere le elezioni politiche come un’inevitabile scontro tra chi vince e chi perde. Con successiva inevitabile divisione per anni, nei consessi politici, tra maggioranze e opposizioni (chissà per ché non minoranze). In Vaticano abbiamo assistito a qualcosa di molto diverso. Diverse “voci” hanno riferito che il nuovo papa abbia ottenuto in conclave un consenso quasi plebiscitario. Si è parlato di “ben più di 100 voti” su 133, ovvero una maggioranza superiore all’80%.
Al momento dell’elezione poi tutti i cardinali si sono affacciati ai balconi, sorridenti, soddisfatti di aver trovato in breve tempo una quadra che rappresentasse davvero molte delle istanze in gioco.
Interessantissima è stata poi la scel ta fatta dal punto di vista geografico, culturale e linguistico. Dopo la svolta internazionalista data dalla chiesa cattolica dal 1978 con la scelta di papi non italiani, questa volta ad essere eletto è stato un papa che in molti non hanno esitato a definire meticcio, ovvero… un “vero americano”.
Robert Francis Prevost è nato a Chicago negli Usa, ma alla cittadinanza americana affianca quella peruviana, portando con sé con un cognome francese, e soprattutto origini creole, spagnole (catalane) e italiane. Un crogiuolo, dunque, con almeno 5 lingue parlate. Se poi aggiungiamo l’appartenenza ad un ordine religioso, la solida formazione universitaria sia scientifica (matematica) che umanistica (filosofia), non potremmo che aspettarci un impronta internazionalista e moderna nel suo approccio alla guida della chiesa nei prossimi anni. Anche se in realtà non è scontato, perché dal medesimo crogiuolo statunitense recentemente sono giunte spinte forti spinte conservatrici, isolazioniste e protezioniste.
Prevost ha però detto di aver scelto il suo nome da papa volendo sottolineare la nuova “questione sociale” che si fa strada oggi con urgenza, sulla scia di disuguaglianze crescenti che ai più appaiono ahinoi ingovernabili.
Papa Leone XIV citando la parola pace nove volte nel suo primo discorso sembra aver centrato un punto che sta a cuore a una stragrande maggioranza dell’umanità.
Gli auguriamo un buon lavoro.

Autore: Luca Sticcotti

Da Francesco a Leone. La gioia della pace che disarma

Quella tra Francesco e Leone è una staffetta. Persone diverse, stili diversi, ma in relazione e continuità. La “pace disarmata e disarmante, umile e perseverante” è quanto di più francescano ci si possa immaginare. Fa venire in mente la “perfetta letizia” del racconto i cui protagonisti si chiamano, non a caso, Francesco e Leone.

Si narra che frate Francesco (d’Assisi) chiamò l’amico frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi che cos’è la vera gioia (nell’originale: perfetta letizia). Metti che un messaggero arrivi e dica che tutti i grandi maestri dell’università di Parigi sono entrati nell’Ordine francescano: non è questa la vera gioia.
Oppure che tutti i vescovi e gli arcivescovi d’Oltralpe, e perfino il re di Francia e quello d’Inghilterra si siano fatti frati: non è nemmeno questa la vera gioia. Anche se sentissi dire che i miei frati sono andati fra i non cristiani e li hanno convertiti tutti, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da compiere miracoli e guarigioni… ti dico che neppure in tutto questo si trova la vera gioia”. Frate Leone allora chiese: “E qual è, allora, la vera gioia?” Francesco rispose: “Immagina che io stia tornando da Perugia in piena notte, con un inverno freddissimo e fangoso. Il mio abito è gelato, i bordi della tonaca ghiacciati mi feriscono le gambe fino a farle sanguinare. Arrivo finalmente alla porta del convento, stanco e infreddolito, busso a lungo e chiedo di entrare. Un frate viene alla porta e mi chiede chi sono. ‘Sono frate Francesco’. E lui: ‘Non è il momento adatto per venire in giro, vattene’. Io insisto e lui risponde: ‘Tu sei un ignorante, un sempliciotto, non c’è più posto per te. Qui dentro siamo abbastanza e non abbiamo bisogno di te’. E io: ‘Per amore di Dio, lasciatemi entrare almeno per stanotte’. Ma lui insiste: ‘No, vai piuttosto dai Crociferi a cercare un riparo’. Ecco, se in quel momento io avrò saputo restare calmo, non mi sarò arrabbiato né turbato e avrò accettato tutto con umiltà e pazienza, allora sì, quella sarà la vera gioia, quella è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.
Per (papa) Francesco la vera gioia è “la gioia del Vangelo” che “riempie il cuore e la vita intera”. Per (papa) Leone la vera pace è, come la perfetta letizia, “disarmata e disarmante, umile e perseverante”.

Autore: Paolo Bill Valente

Camaçari – Brasile: dove manca tutto, arriva l’arte

In un angolo del Nord-Est del Brasile – a Camaçari, nello Stato della Bahia, dove povertà, razzismo, violenza e disuguaglianze sembrano aver spento ogni sogno – un progetto educativo ha acceso una scintilla di speranza. Un’iniziativa che, lontano dai riflettori, sta cambiando davvero le cose. Si chiama “Educare con l’arte: i diritti di tutte le bambine, i bambini e gli adolescenti”, ed è il cuore pulsante di una rivoluzione silenziosa, culturale e sociale, che sta restituendo futuro, dignità e bellezza a 183 giovani delle periferie di Camaçari. Il progetto è coordinato dalla meranese Delia Boninsegna, che ormai da 54 anni vive in Brasile.

Questa città, incastonata tra le coste atlantiche e la grande area industriale di Salvador, è una terra di contrasti. Alla ricchezza del polo petrolchimico e del turismo balneare, si contrappongono quartieri in cui mancano servizi essenziali, l’istruzione pubblica è fragile, le famiglie vivono in condizioni di estremo disagio, e molti bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la scuola per contribuire al sostentamento familiare. Qui, dove lo Stato spesso arretra, sono le associazioni a farsi carico della tutela dei più fragili.

Il progetto, ideato e promosso dall’Associazione Don Paolo Tonucci – Apito (Italia) in collaborazione con la storica sede brasiliana attiva da oltre 25 anni, si è trasformato in pochi mesi in un punto di riferimento educativo e umano. La sua realizzazione è stata possibile grazie al finanziamento della Provincia autonoma di Bolzano, che ha creduto fin da subito nella sua potenza trasformativa, stanziando 41.660,48 euro (di cui il 65,31% coperto dalla Provincia e il restante dall’Associazione).

L’adesione è stata massiccia e immediata: oltre 433 richieste per soli 150 posti disponibili, a testimonianza della sete di cultura, formazione e protezione da parte delle famiglie locali. Alla fine, sono stati selezionati 74 bambini e 109 adolescenti, che oggi frequentano le attività nella sede storica dell’associazione e nella scuola dell’infanzia Apito, riqualificata per l’occasione.

I GIOVANI AL CENTRO DI TUTTO

Ma non si tratta semplicemente di un doposcuola. È una comunità educativa, un luogo in cui arte, scienza, gioco e linguaggio diventano strumenti di emancipazione. I corsi attivati sono tanti e vari: robotica e sviluppo sostenibile, flauto, danza, teatro, percussioni, lettura e scrittura creativa, lingua italiana, giochi interattivi. L’approccio è inclusivo, dinamico, multidisciplinare. Al centro di tutto, la persona: i ragazzi e le ragazze, con la loro unicità e le loro fragilità.

Una psicologa affianca regolarmente le attività, guidando momenti di riflessione collettiva su temi che fanno parte della quotidianità ma che spesso rimangono taciuti: la fame, la violenza domestica, il lutto, il razzismo, la mancanza di lavoro, l’abbandono scolastico, il peso di vivere in comunità marginalizzate. 

Il progetto aiuta a dare un nome al disagio, ma anche a trovare risposte concrete, costruendo reti di sostegno tra pari, famiglie e educatori.

“L’arte qui non è un lusso, ma una via per vivere meglio”, racconta Delia Boninsegna, presidente di Apito Brasile. “Quando vediamo questi bambini sorridere, ballare, suonare, discutere di giustizia e diritti, capiamo che qualcosa sta davvero cambiando. Vogliamo sperare però che tutto ciò sia solo l’inizio, perché trattandosi di un progetto annuale non vorremmo che questo immenso lavoro poi vada svanendo”.

TROVARE LA FORZA INTERIORE

Per questo il progetto vuole lavorare intensamente sull’empowerment giovanile, sulla forza interiore delle ragazze e dei ragazzi che deve trovare lo spazio per emergere affinché l’effetto virtuoso dell’azione possa avere un effetto moltiplicatore tra i giovani. 

È necessario credere nei giovani e dare fiducia che siano loro stessi i protagonisti del cambiamento. 

Rimane fondamentale che le istituzioni, italiane e brasiliane, riconoscano il valore strutturale di questi percorsi e li sostengano nel tempo per raggiungere il maggior numero di giovani.

Il progetto ha avuto anche un impatto occupazionale e professionale: sono stati creati oltre dieci nuovi posti di lavoro tra educatori, operatori e formatori, valorizzando risorse locali e stimolando un’economia solidale fondata sulla cultura e sull’educazione.

A livello istituzionale, Apito si impegna attivamente nei Consigli per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e partecipa alla rete delle scuole comunitarie, promuovendo politiche inclusive, sostenibili e radicate nel territorio. 

È un lavoro complesso, che parte dal basso ma si proietta verso il cambiamento sistemico, in un Brasile che ancora fatica a garantire uguali diritti a tutti i suoi cittadini.

Il merito di questo piccolo grande miracolo sociale è anche della Provincia autonoma di Bolzano, che ha scommesso su una visione educativa integrata e umana. Un gesto concreto che ha superato i confini geografici, culturali e linguistici, per dire che l’infanzia e l’adolescenza vanno protette ovunque, e che l’arte non è solo bellezza, ma giustizia, diritto, futuro.

Autrice: Chiara Caobelli

Il passaggio di imperatori, papi ed elefanti

Nell’anno 799, la Bassa Atesina e il territorio di Bolzano furono testimoni di un evento eccezionale che fece irruzione nella quotidianità dei villaggi rurali: il passaggio quasi contemporaneo di due delle figure più potenti del tempo, Carlo Magno, re dei Franchi e dei Longobardi, e Papa Leone III. Un evento che proiettò questi luoghi di confine al centro della grande politica europea del primo Medioevo.

Papa Leone III era stato vittima di una congiura: accusato da alcune famiglie aristocratiche romane di indegnità morale e amministrativa, fu costretto a fuggire da Roma. Trovò rifugio presso Carlo Magno che lo accolse, lo difese e, dopo aver condotto un’inchiesta che confermò la sua legittimità, decise di scortarlo personalmente nella Città Eterna.

Il viaggio verso Roma seguì probabilmente la via del Brennero, una delle più antiche direttrici nord-sud dell’Europa, già percorsa dai Romani e in uso anche nell’alto Medioevo. È plausibile che l’imperiale corteo passasse per il valico alpino e poi lungo la valle dell’Isarco, attraversando le attuali località di Bressanone, Bolzano e la Bassa Atesina.

All’epoca, la regione era un mosaico amministrativo e culturale: parte era sotto l’influenza del vecchio ducato longobardo di Trento, parte era già inclusa nel comitatus (contea) di Bolzano, istituito dai Franchi come presidio strategico lungo le vie di transito alpine. I territori di Laives, San Quirino, Gries, Settequerce, Cardano, Renon e Weinegg erano inclusi in questa nuova struttura amministrativa che avrebbe dato origine, verso il 1050, alla città di Bolzano, di fatto fondata dal vescovo Udalrico di Trento come sede mercantile. 

Nel dicembre dell’anno successivo, il 25 dicembre dell’800, Carlo fu incoronato da Leone III nella basilica di San Pietro a Roma come Imperator Romanorum. Questo gesto segnò la rinascita dell’Impero romano in Occidente e la definitiva rottura della Chiesa di Roma con Costantinopoli, che non poteva più garantire protezione militare. Fu l’inizio del Sacro Romano Impero, durato mille anni fino all’arrivo di Napoleone.

Ma il frequente passaggio di imperatori e papi, per quanto glorioso, non era sempre e soltanto una benedizione. Le comunità locali, se da un lato accoglievano con curiosità e devozione tali personaggi, dall’altro dovevano sopportarne l’impatto: uomini, cavalli, carri trainati da buoni e rifornimenti rappresentavano un peso notevole, e le razzie di viveri non erano rare. Tuttavia, questi eventi restavano incisi nella memoria collettiva per generazioni, tanto erano straordinari.

Un curioso aneddoto riguarda la presenza di un elefante nel seguito di Carlo Magno in uno dei suoi viaggi italiani. L’animale, chiamato Abul Abbas, era un dono del califfo di Bagdad Harun al-Rashid, lo stesso reso celebre nelle “Mille e una notte”. Il pachiderma fu trasportato via mare e poi oltre le Alpi fino ad Aquisgrana, dove divenne parte del simbolico apparato imperiale. Non sappiamo se Abul Abbas accompagnò Carlo anche nei viaggi di quegli anni, ma non è da escludere: l’elefante fu avvistato in varie occasioni lungo l’arco alpino. Se davvero attraversò la Bassa Atesina, sarebbe stato il primo elefante mai visto in quelle terre.

Più certa è invece la vicenda dell’elefante Soliman, donato nel 1551 al futuro imperatore Massimiliano II e proveniente dalle Indie portoghesi. L’animale attraversò anch’esso la valle dell’Adige, soggiornando presso la locanda “Hylbe” di Ora, che da allora porta il nome di “Elefante”. Anche a Bressanone, l’Hotel Elefante ricorda il passaggio dell’insolito ospite, trasformando un aneddoto storico in eredità toponomastica duratura.

Il passaggio di Carlo Magno nella Bassa Atesina non fu quindi soltanto un momento di effimera gloria, ma un frammento della grande storia d’Europa calato nel cuore dell’arco alpino. Un episodio che ci ricorda come anche le valli più remote siano state, nei secoli, crocevia di potere, fede e leggenda.

Autore: Reinhard Christanell