Martina a EPCOT: una bolzanina che porta l’Italia a Disney, Florida

Martina de Federizzi, dopo una laurea triennale e una magistrale in lingue, ha deciso di cambiare vita: oggi lavora per Disney come rappresentante culturale per l’Italia.

Quando e perché hai deciso di lavorare per Disney, e cosa significa per te il tuo ruolo?

Visitando EPCOT (n.d.r. il secondo dei parchi ematici della Disney in Florida), ho visto i cast member italiani e ho capito che volevo farne parte. Dopo sei anni di preparazione, nel 2025 ho ricevuto il contratto, e la gioia che ho provato è stata enorme. Oggi lavoro nel merchandising; può sembrare semplice, ma la vera magia sta nelle interazioni: i guest condividono storie legate alle loro origini italiane e il negozio diventa un punto d’incontro tra due mondi, l’Italia di oggi e quella della diaspora italiana. Poi c’è la consapevolezza che i parchi Disney sono il mio cortile: dopo un turno posso passeggiare tra le attrazioni e guardare i fuochi d’artificio, realizzando con orgoglio quanto ho costruito. Per me, lavorare a Disney significa restituire la magia che ho vissuto da bambina e mettermi alla prova ogni giorno.

Ci sono incontri che ti sono rimasti impressi?

Il primo è con una famiglia di origini emiliane. Si sono avvicinati al tavolino del Kidcot per farsi firmare i passaporti, ma dopo pochi minuti stavamo parlando di cappelletti. Mi hanno raccontato del Natale in cui si riuniscono tutti — figli, nipoti, cugini — e li preparano a mano, come facevano i loro nonni in Italia. Mi hanno mostrato le foto: un tavolo coperto di sfoglia, mani di generazioni diverse che lavorano la pasta, bambini americani che imparano un gesto italiano. Quelle foto mi hanno trasmesso un senso di casa e di tradizione. Il secondo è un signore di 84 anni. Si è avvicinato con l’aria di chi ha qualcosa di importante da mostrare e ha tirato fuori il telefono per farmi vedere i suoi passi della giornata: 41 chilometri. Stavo ancora cercando le parole giuste quando ha tirato fuori dei ritagli di giornale ingialliti, piegati e ripiegati mille volte, in cui si raccontavano le gare di corsa di sua figlia di cinquant’anni fa. Li portava sempre con sé. Noi cast members possiamo creare spille celebrative e allora gli ho fatto una spilla per i suoi 41 km. Quando gliel’ho consegnata si è illuminato. La cosa più preziosa è il quotidiano: bambini che si entusiasmano e adulti che parlano un italiano tramandato come se stessero condividendo qualcosa di intimo.

Cosa significa vivere questa esperienza?

Vivere come cast member significa avere supporto anche fuori dal lavoro, nei villaggi appositamente creati. So quanto la mia posizione sia privilegiata e quanto sia stata importante la fiducia della mia famiglia. Mi aspetta un anno pieno di magia, viaggi e amicizie e come dice lo spettacolo finale di Magic Kingdom: ognuno di noi ha un sogno che lo chiama, e quando abbiamo il coraggio di ascoltarlo e inseguirlo, quel sogno ci guida verso chi siamo destinati a essere. Io quel sogno l’ho ascoltato, e ora lo sto vivendo.

Autrice: Anna Michelazzi

La via dedicata a Francesco Baracca

In zona industriale, partendo da via Loris Musy vi è la via per raggiungere e costeggiare l’Aeroporto Francesco Baracca, dedicato ad un noto aviatore italiano; è, giustamente, via Aeroporto Francesco Baracca. Nato a Lugo di Romagna il 9 maggio 1888, dopo la Scuola militare di Modena, da cui uscì nel settembre 1909, passò nelle file dell’aviazione militare. Il 9 luglio 1912 conseguì il brevetto di pilota alla scuola di pilotaggio dell’aviazione militare francese a Reims. Si abituò a pilotare diversi tipi di apparecchi; il 24 maggio 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, presso l’aeroporto parigino di Bourget si preparò sugli arei di tipo “Nieuport”, dotati di una velocità eccezionale per l’epoca. Rientrato in Italia nel luglio 1915, fu subito mandato al fronte; il 7 aprile 1916 ottenne la prima vittoria in un duello aereo: costrinse ad atterrare, ancora quasi intatto, all’interno delle linee italiane un velivolo austriaco tipo “Aviatik”, meritandosi la prima medaglia d’argento al valor militare. Nel 1917, all’ottavo aereo nemico abbattuto, gli fu conferita la croce dell’Ordine Militare di Savoia. Nella primavera del 1917 passò alla 91ma squadriglia, una unità di nuova costituzione, chiamata “la squadriglia degli assi”; divenne presto la squadriglia più famosa del fronte. Durante la battaglia di Caporetto e la ritirata, con azioni rischiosissime di mitragliamento a bassa quota, Francesco Baracca ostacolò il nemico, meritandosi altre due medaglie d’argento. Il 7 dicembre 1917 sull’altopiano di Asiago abbatteva il suo trentesimo aereo nemico; fu re Alberto in persona il 6 febbraio 1918 a conferirgli  la croce dell’ufficiale della Corona belga; gli fu conferita anche la medaglia d’oro al valor militare. Il 15 giugno 1918 abbatté il suo trentaquattresimo aereo nemico. Il 19 giugno il suo apparecchio fu colpito sulle pendici del  Montello da due pallottole incendiarie di fucile: fu perforato il serbatoio ma fu colpito anche l’asso dell’aviazione militare italiana.

Autore: Leone Sticcotti

Altan al Cristallo, un incontro prezioso

Alcune centinaia di bolzanini venerdì scorso 10 aprile non hanno voluto perdere l’occasione, unica, per incontrare uno dei maestri del fumetto e della satira italiana, Francesco Tullio-Altan.

Nessuno è uscito deluso dall’oretta di chiacchiere in cui Altan è stato sollecitato da Paolo Mazzucato. 

Si è parlato naturalmente dei personaggi più famosi creati da Altan, su tutti la Pimpa protagonista il giorno dopo di uno spettacolo nel medesimo teatro. 

L’autore – classe 1942 – ha ricordato la genesi della sua professione di disegnatore, avvenuta come spesso accade quasi per caso quando risiedeva per lavoro in Brasile. 

Altan ha regalato una serie di ricordi personali e qualche chicca sul suo modo di lavorare, esprimendosi con un’elegante ironia disincantata, perfettamente sincronizzata con lo spirito dei suoi personaggi. 

Molto interessanti sono state le domande e le risposte dedicate al suo approccio personale alla vignetta satirica, legata sì all’attualità ma volta soprattutto a offrire uno sguardo alternativo, riflessivo e sincero sul carattere non solo dei potenti, ma anche e soprattutto degli italiani in generale. 

Durante l’intervista, quando ad Altan è stato chiesto se gli capita mai di essere criticato per il presunto cinismo delle sue vignette, il suo diniego è stato immediato. L’autore ha piuttosto fatto riferimento alla natura consolatoria che possono avere oggi li suoi disegni, in grado di suscitare nei lettori non risa ma piuttosto sorrisi, volti a promuovere la necessaria autocritica, che risulta oggi sempre meno diffusa tra gli italiani. 

Dolcissimi sono risultati i ricordi legati al mondo della Pimpa, al suo essere libera, alla frequenza delle storie di mare della cagnolina (“soprattutto quando arriva la bella stagione”). 

Interrogato sul suo rapporto con il computer, Altan candidamente ha raccontato di averci a che fare il meno possibile e di non frequentare i social. D’altronde lui è il padre della Pimpa, che in alcune storie dialoga con un computer che sa tutto sui nomi, le forme e i colori dei fiori, senza sapere però nulla sul loro profumo. Ed è per questo che la Pimpa alla fine… lo accompagna in un prato. Insomma: grazie Altan, per questo e per molto altro.

Autore: Luca Sticcotti

Il Bolzano Film Festival si apre alla città

La trentanovesima edizione del Bolzano Film Festival Bozen ha preso il via il 10 aprile e proseguirà fino al 19. Quando questo numero del giornale arriva ai lettori, il festival è dunque già cominciato, riportando il cinema al centro della vita culturale cittadina. Promosso dal Filmclub di Bolzano, il festival si conferma non soltanto come una rassegna di proiezioni, ma come un luogo di incontro e confronto tra culture, linguaggi e sensibilità diverse. Non a caso, il Filmclub si rivolge da sempre sia al pubblico di lingua tedesca sia a quello di lingua italiana. Ne abbiamo parlato con Luigi Loddi, presidente del Filmclub.

Che cosa rappresenta oggi il Bolzano Film Festival Bozen nel panorama culturale cittadino?

Direi che un festival è qualcosa di più di un cinema e di più di una rassegna di film. C’è un’atmosfera particolare, ed è proprio questa dimensione che cerchiamo di offrire al pubblico. Non solo la visione dei film, quindi, ma un’esperienza culturale più ampia, fatta di incontri, curiosità e scoperte. In questo senso c’è anche un investimento concreto che il Filmclub ha scelto di fare: rendere i film stranieri più facilmente fruibili attraverso una sottotitolazione apposita durante le proiezioni. Non si tratta di sottotitoli già inseriti nel film, ma di testi proiettati separatamente sotto lo schermo, pensati appositamente per accompagnare la visione.

Quanto contano lingua e identità culturale nella vitalità di una cinematografia?

Contano molto. Lo vediamo bene, per esempio, in Catalogna, dove c’è una lingua diversa da quella spagnola e dove esistono grandi temi di identità politica e culturale. Questa situazione genera anche creatività. Non a caso, anche in questa edizione del festival abbiamo voluto guardare a quella realtà. A Barcellona c’è un’incredibile varietà di scuole di cinema molto apprezzate, e l’offerta di registi e registe è eccezionale. È proprio un fatto della loro cultura.

Questa relazione tra cinema, lingua e identità culturale vale anche per un territorio come l’Alto Adige?

Io credo di sì. In territori dove convivono lingue, culture e sensibilità diverse, il cinema può diventare uno strumento molto forte di espressione e di racconto. Anche per questo un festival come il nostro ha un significato che va oltre la semplice programmazione dei film.

Una delle novità di questa edizione è il coinvolgimento del Teatro Cristallo. Che significato ha questa scelta?

Io non lo percepisco come una sala in più, ma come un altro luogo. La collaborazione con la direzione del Cristallo è stata ottima e affrontiamo con molta gioia questo progetto. Se andrà bene, intendiamo allargarlo nei prossimi anni. Abbiamo pensato di poter portare l’atmosfera del festival, che è sempre molto particolare, in un’altra parte della città.

Questa collaborazione ha anche un valore simbolico?

Sì, perché il Filmclub è storicamente radicato nel cuore di Bolzano, con le sue tre sale di via Dr. Streiter, mentre il Teatro Cristallo ci permette di portare il festival anche in un’altra parte della città, oltre il Talvera. È un modo per allargare la presenza del festival e incontrare anche altri pubblici.

In chiusura, qualche informazione pratica per chi volesse seguire il festival?

La mole delle informazioni è grandissima: il programma, gli aspetti organizzativi, gli abbonamenti. Per questo inviterei tutti ad andare sul sito del Bolzano Film Festival Bozen, dove si trovano in dettaglio tutte le informazioni.

Il festival si è aperto con il film inaugurale del regista sudtirolese Andreas Pichler e prosegue fino al 19 aprile, con la premiazione prevista nel fine settimana finale e una giornata conclusiva dedicata ai film vincitori.

Per maggiori informazioni:
www.filmfestival.bz.it

Autore: Till Antonio Mola

Fidati del processo

Qui Intervista a Marco Picone che è musicoterapeuta, musicista e rapper. In particolare integra la musicoterapia con il rap e le nuove tecnologie musicali per creare percorsi espressivi innovativi, accessibili e coinvolgenti. Attraverso la scrittura, il ritmo e strumenti interattivi, aiuta bambini, adolescenti e adulti a sviluppare consapevolezza emotiva, comunicazione e benessere. Il suo approccio unisce esperienza clinica e creatività, trasformando la musica in uno strumento concreto di crescita personale.

La cosa di me che mi piace di più.

La creatività.

Il mio principale difetto.

La balbuzia, ma ormai non la vedo neanche più come difetto. 

Il mio momento più felice. 

Quello più recente ed è stato portare il mio lavoro a Firenze a Didacta, la più importante fiera del mondo scuola e educazione.

La mia occupazione preferita.

Suonare.

Il luogo dove vorrei vivere.

Ci vivo!

Il mio piatto preferito.

La pizza.

I miei film preferiti.

La La Land, Freedom Writers, Cadillac Records.

Il mio attore preferito.

Vinicio Marchioni.

Il mio sogno ricorrente.

Viaggiare nel tempo.

Il mio ultimo acquisto.

Un paio di cuffie.

La cosa che più apprezzo del luogo in cui vivo.

Le opportunità che mi ha dato.

Amo il mio lavoro perché…

Non mi annoia mai.

Le persone che ammiro di più

I miei genitori.

Il mio motto.

Trust the process (fidati del processo).

L’oggetto a cui sono più legato.

Il pianoforte regalatomi da tutti e 4 i miei nonni.

Il mio colore preferito.

L’arancione!

Il mio primo ricordo.

Il mio primo saggio di pianoforte.

Insalata di radicchio, mango, cavolfiore e noci

Ingredienti

4 porzioni
Tempo 45 minuti
1 cavolfiore medio
3 C olio extravergine di oliva
sale q. b.
pepe q. b.
1 c paprika (facoltativa)
1 cespo di radicchio rosso
2 C semi di sesamo
40 g noci sgusciate
100 ml yogurt greco
1 C senape delicata
1 C succo di limone
1 mango

Preparazione

Lavate il cavolfiore e dividetelo in cimette. Condite con il primo cucchiaio di olio extravergine di oliva, sale, pepe e, se desiderate, un po’ di paprika. Disponete le cimette su una teglia rivestita con la carta da forno e cuocete in forno preriscaldato a 200° C per 25-30 minuti.
Preparate il radicchio al sesamo, lavandolo e tagliandolo a striscioline sottili. In una padella antiaderente tostate i semi di sesamo per un minuto senza utilizzare grassi.
Aggiungete il radicchio nella padella con il secondo cucchiaio di olio extravergine di oliva, saltate per 1-2 minuti e condite con un pizzico di sale.
Passate alla salsa alle noci. Frullate le noci con lo yogurt greco, il terzo cucchiaio di olio extravergine di oliva, la senape, il succo di limone, sale e pepe. Se necessario aggiungete un po’ di acqua per ottenere una consistenza cremosa e fluida.
Sbucciate il mango e tagliatelo a cubetti.
Nei piatti da antipasto o un piatto da portata, stendete il radicchio saltato al sesamo come base. Adagiate sopra le cimette di cavolfiore arrostito, distribuite i cubetti di mango sopra l’insalata e aggiungete delle noci tostate intere o spezzettate.
Completate versando la salsa alle noci sopra l’insalata e completate con un filo di olio extravergine, pepe e un po’ di paprika.

Consiglio

Per un tocco ancora più sfizioso, potete arricchire l’insalata con un filo di aceto balsamico o di aceto di mele; aggiungerà una piacevole nota acida e un contrasto perfetto con la dolcezza del mango.

Libro: Quattro stagioni
di colori e sapori
ISBN: 978-88-6839-880-4