Doposcuola e non solo, nel rione Europa

Nel cuore di Viale Europa si trovano due accompagnamenti pomeridiani de l’Associazione La Strada – Der Weg. “On Air Europa” dedicato ai bambini e ai ragazzi di madrelingua italiana e “KUBI (KUnterBunte Insel) dedicato ai ragazzi di madrelingua tedesca. Ne parliamo con Armin Barducci che da molti anni lavora nel servizio.

Armin, parlaci un po’ del tuo lavoro in Viale Europa.
I due progetti sono stati ideati con l’intento di fornire un sostegno educativo e di supporto alle famiglie del rione Europa e dei rioni limitrofi. Attraverso un accompagnamento pedagogico qualificato per bambini e ragazzi delle scuole elementari e medie si cerca di dare un supporto pomeridiano allo svolgimento dei compiti scolastici. Oltre a ciò, gli educatori presenti si impegnano quotidianamente nella creazione di un contesto che possa stimolare la socializzazione e la creatività mediante laboratori e attività di gruppo per aiutare i partecipanti in uno sviluppo positivo della propria forma mentis. Il servizio cerca di supportare quelle famiglie che, a causa del lavoro o di altri fattori, non riescono ad avere abbastanza disponibilità di tempo da dedicare agli aspetti scolastici dei propri figli. Inoltre, cerca di essere un valido servizio di aiuto per tutte le scuole del territorio, aperto ad ogni forma di connessione con gli stessi istituti, per fornire il miglior supporto possibile ai bambini e ai ragazzi. Il servizio è specializzato nelle lingue e offre aiuto in lingua tedesca, italiana ed inglese.

Qual è il vostro obiettivo?
Quello che conta davvero, dentro agli spazi in Viale Europa, è la costruzione di un ambiente famigliare, dove bambini e ragazzi si possano sentire non solo aiutati e ascoltati ma anche parte di un gruppo solido dove ognuno si occupa anche dell’altro.

Come trovarvi?
Il servizio si trova in Viale Europa 35/E a Bolzano ed è aperto ogni pomeriggio (del calendario scolastico) dalle 14 alle 18. Durante le ferie scolastiche siamo impegnati nel mantenere la continuità di cui i ragazzi hanno bisogno organizzando non solo momenti di aiuto compiti ma anche gite sul territorio, perché diamo sempre importanza al tempo passato insieme. Per maggiori informazioni è possibile contattare il numero: 366 6783064.

Autore: Redazione – COOLtour

Ci vogliono “eier”

Più di 16.500 sudtirolesi si sono presentati dall’ex comandante degli Schützen Jürgen Wirth Anderlan per portargli le proprie uova. “Finalmente ho avuto l’occasione di tirare fuori le mie uova” ha dichiarato Hannes Hofer. “C’era bisogno di uova in Süditirol” ha aggiunto Eva Gasser Rainer. È previsto un netto aumento di Spiegeleier in tutto il territorio e, per l’occasione, verrà composto un nuovo pezzo rap “Südtiroler haben Eier”. La domanda sorge spontanea: con tutte queste uova, chissà quanti polli!

Autore: Roberto Tubaro

Maultaschen alla rapa rossa

Ingredienti

Per 6 persone circa 24 ravioli
Per la pasta:
125 g di farina
125 semola di grano duro
2 uova
Sale
acqua tiepida q.b.
Per il ripieno:
3 rape rosse crude
1 cipolla
parmigiano grattugiato
olio extravergine di oliva
sale e pepe

Per condire:
burro
semi di papavero
parmigiano grattugiato

Preparazione

Preparate la pasta mescolando gli ingredienti ed aggiungendo acqua tiepida fino ad ottenere un giusto impasto; né troppo duro, né troppo morbido. Impastate a lungo, (anche con la planetaria) finché non risulterà bello liscio. Coprite con una ciotola e lasciare riposare per mezz’ora.
In una padella, rosolate la cipolla tritata con qualche cucchiaio di olio. Aggiungete le rape rosse tritate.
Mescolate frequentemente, abbassate la fiamma e lasciate cuocere al minimo, col coperchio per circa un’ora. Aggiungete acqua se si asciuga troppo.
Una volta cotto toglietelo dal fornello e unite qualche cucchiaio di parmigiano grattugiato, sale e pepe macinato fresco. Mescolate per amalgamare bene il tutto e lasciare raffreddare.
Tirate la sfoglia per creare i tortelli, tagliate dei quadrati di circa 5 – 6 cm, farciteli e chiudeteli, pressando un po’ con le mani e poi con i lembi della forchetta per sigillarli.
Tuffateli nell’acqua bollente salata e cuoceteli per circa 10 minuti.
Scolateli e conditeli con burro fuso, parmigiano e una spolverata di semi di papavero.

Le curtes longobarde in Bassa Atesina

Uno dei periodi storici meno documentati e misteriosi della nostra regione è sicuramente quello longobardo. Sembra quasi che quell’esperienza pur così rilevante sia stata volutamente trascurata o cancellata dalla nostra memoria. Non fosse stato per lo storico Paolo Diacono, egli stesso di origine longobarda e vissuto nell’VIII secolo – giusto in tempo per assistere al crollo del regno longobardo nel 774 -, ben poco sarebbe rimasto di quel popolo che ha rappresentò una presenza fondamentale nella nostra terra.

I Longobardi entrarono in Italia nel 568 dall’attuale Ungheria ma erano chiaramente di origine scandinava. Si trattava di un popolo seminomade, costantemente alla ricerca di territori adatti alle loro esigenze. Perciò erano anche un popolo di guerrieri, spesso in conflitto con chi occupava i territorio più ambiti ossia quelli destinati all’attività agricolo-pastorale. Ovviamente erano entrati in contatto con il potente impero romano ma avevano vissuto quasi sempre ai suoi margini. Il loro regno terminò quando l’ultimo re longobardo fu sottomesso da Carlo Magno, potentissimo re dei Franchi.
Per quanto riguarda la Bassa Atesina, la loro capitale era Trento, sede di un potente ducato. Da questa città controllavano tutto il territorio trentino e la Bassa Atesina fino alle porte di Bolzano. Periodicamente occuparono anche il Burgraviato e altre zone come la Venosta. Non bisogna immaginare i Longobardi come un popolo incivile e privo di organizzazione sociale. Essi introdussero una sorta di ente locale circoscrizionale denominato curtis. Curtis era denominato anche il centro amministrativo stesso, composto da una torre o casa fortificata, abitazioni, magazzini per le derrate alimentari e alloggi per artigiani e guardie. Le curtes erano sottoposte alla sorveglianza del re e dei suoi gastaldi, che avevano il compito di amministrare il territorio e curare i rapporti con gli arimanni (uomini liberi in armi) e le guide militari. Successivamente queste curtes vennero arricchite anche dalle chiese che divennero di fatto le prime chiese parrocchiali dell’epoca successiva. A questo fatto, secondo lo storico Otto Stolz, dobbiamo la corrispondenza territoriale tra comuni e parrocchie, denominati rispettivamente “in plebis” e curtis. I territori amministrati dalle curtis erano molto vasti, anche se in epoche successive (per quanto ci riguarda di occupazione baiuvara) quasi ogni maso venne chiamato “Hof” o “corte”.
È noto che in quel primo periodo postromano la Bassa Atesina era di fatto una zona militarizzata e scarsamente abitata. È perciò assai probabile che le curtes della Bassa Atesina fossero molto estese. La corte di S. Pietro presso Ora comprendeva anche i comuni di Bronzolo, Ora, Montagna, Egna, Villa, Aldino e Redagno. Successivamente anche la parrocchia di S. Pietro occupò più o meno lo stesso territorio. Il centro amministrativo di questa estesa corte si trovava a Villa presso Egna. Un’ulteriore curtis si trovava tra Salorno, Laghetti, Cortina, Magrè, Cauria e Favogna, corrispondente alla parrocchia di S. Floriano. Si presume che il centro di questa curtis fosse Salorno, citata proprio da Paolo Diacono come sede di una battaglia tra Longobardi e Franchi nel 577. Non è escluso che un ruolo importante in questo senso abbia svolto anche la località di Cortina all’Adige, il cui nome è di chiara derivazione longobarda. I comuni di Cortaccia e Termeno con tutte le frazioni formavano un’altra curtis con sede a Cortaccia. Anche Termeno in seguito sarebbe diventato un importante centro longobardo e gastaldi qui governarono il paese secondo leggi longobarde ancora per molti secoli. Per quanto riguarda Caldaro, che nei secoli successivi assunse un grande rilievo a livello comunale e soprattutto parrocchiale, inglobando anche buona parte del territorio della Bassa Atesina, in origine faceva parte dell’arimannia longobarda di Romeno in Val di Non. Importante anche l’arimannia di Appiano, che si estendeva fino in Val d’Ultimo. In quanto alle figure più significative dell’ordinamento giuridico-amministrativo longobardo, accanto al gastaldo, rappresentante del re, conosciamo altre figure quali il dux militare e il Schuldhaizo, una sorta di sindaco, mentre il successivo conte, che sostituì i dignitari longobardi, è una figura introdotta dai Franchi.

Autore: Reinhard Christanell

Foto principale: foto: David Kruk

Passo dopo passo

Una chiacchierata con Adriano Zecchinato: dalle origini della sua passione per la macchina fotografica alla fotografia come mezzo per fare volontariato.

Quando ha iniziato a fotografare?
Ho iniziato a fotografare per caso, più di 50 anni fa. Ero andato a lavorare in Val Badia, il proprietario dell’albergo dove lavoravo aveva una macchina fotografica. Inizialmente ero più affascinato dalla macchina che dalla fotografia in sé, quindi quando l’albergatore ha cominciato a spiegarmi come funzionava ho deciso che avrei comprato una macchina fotografica, e l’ho fatto!

Quali soggetti è solito fotografare?
Mi piacciono molto la flora, i volti e le mani. A maggio dell’anno prossimo in ospedale, in occasione della giornata mondiale per l’igiene delle mani, saranno esposti alcuni dei miei scatti. Fotografo anche paesaggi, animali e chiese. Lavorando per tanti anni sulle Dolomiti ero sempre in giro a camminare, e mi piaceva fotografare ciò che vedevo.

Tende a tenerle a colori o in bianco e nero?
Solitamente le faccio a colori ma non tutte. Mi piacciono in bianco e nero i paesaggi dei paesi, i campanili e le vecchie vie se non sono piene di fiori, perché quelle sono belle a colori. Le mani sono belle in bianco e nero, ma dipende sempre da cosa si vuole esaltare.

Oltre alla fotografia c’è altro che la appassiona?
Tramite la fotografia sono arrivato a fare del volontariato. Circa sette anni fa, è passata la parata del carnevale sotto casa mia, e ho scattato delle foto. Mia moglie, che lavorava con il presidente dell’Associazione del carnevale, il giorno dopo ha mostrato le mie foto. Il presidente mi ha proposto di fare delle foto al capannone dove lavoravano i volontari e quando sono andato a vedere, ho scoperto questo mondo.

Come lo vive questo mondo del volontariato?
Sono iscritto all’Associazione Diabetici da una ventina d’anni ormai, ma non mi ero mai interessato attivamente. Durante la pandemia, mentre facevo volontariato al carnevale, avevo dato la mia disponibilità per andare anche lì. C’era magari da mettere a posto la sala, aggiustare delle cose, fare dei piccoli lavoretti insomma. Mi trovo molto bene, e di recente sono entrato a far parte del direttivo.

Cosa trae da queste esperienze?
Sono cose che mi piace fare perché mi danno la possibilità di aiutare le persone. In un futuro prossimo svilupperemo un progetto fotografico sui diabetici all’ospedale, del quale poi si farà una mostra a settembre. Nel frattempo ho conosciuto l’associazione il Papavero, e adesso quando ci sono manifestazioni faccio foto anche lì. Insomma, in tasca non mi viene nulla ma ho sempre la possibilità di seguire le mie passioni, passo dopo passo.

Autrice: Ilaria Talamoni – COOLtour

Una penna in viaggio

Romina Casagrande è meranese e di famiglia mistilingue, insegna alle scuole medie e divide il suo tempo libero fra scrittura e lunghe camminate in montagna. Ha pubblicato un ampio numero di romanzi con case editrici importanti sia italiane che tedesche e si sottopone a lunghi tour di presentazione dei propri libri, ma non si sottrae neppure agli incontri con gli studenti. Scrittrice ormai affermata, non ha perso la sua semplicità e la sua empatia.

La cosa che mi piace di me.
La tenacia.


Il mio principale difetto.
Forse ogni difetto è un pregio fuori tempo o mal indirizzato. La tenacia quando si trasforma in rigidità, ad esempio. Anche l’incapacità di vivere nel presente senza lasciarsi condizionare da ricordi o proiezioni: funziona bene quando scrivo, nella vita invece può complicare le cose.


Il mio momento più felice.
Le vacanze al mare, da bambina, con tutta la mia famiglia. Il senso di libertà quando finiva la scuola.

La persona che ammiro.
Simona Kossak, una biologa che ha dedicato la propria vita alla salvaguardia delle foreste. Attivista, scrittrice, un esempio di vita rivolta a un ideale e alla difesa di chi non ha voce.


Un libro sull’isola deserta.
Uno qualsiasi di Ray Bradbury, partendo da “Il popolo dell’autunno”.


La mia occupazione preferita.
Scrivere.
Il Paese dove vorrei vivere.
Dove è sempre estate o primavera.


Non sopporto…
Le bugie e il narcisismo.


Per un giorno vorrei essere..
Senza ricordi (soltanto per un giorno, però).


La mia paura maggiore.
Perdere le persone che amo.


Se fossi un animale sarei…
Una grande ara blu perché vive in posti bellissimi.


Mi sono sentita orgogliosa…
Quando il mio nipotino ha scoperto che in libreria c’era il libro scritto dalla zia e voleva regalarmelo.


Il mio motto…
Volere è potere (ma solo nei momenti di ottimismo).


Il capriccio che non mi sono tolta.
Un nuovo drone con i sensori.


Il giocattolo che ho amato di più.
Una scimmia di pezza con un pigiama a righe colorate. Ce l’ho da quando sono piccolissima, nonostante abbia subito varie disavventure che l’hanno tutta spelacchiata.


Il dono di natura che vorrei avere.
Essere in più posti nello stesso momento – ma forse non vale…


Dico bugie solo…
Per non ferire gli altri. A patto che la bugia non influenzi le loro scelte.


Dove mi vedo fra dieci anni.
Più o meno qui, con un album pieno di fotografie dei posti che ho visitato.


Da bambina sognavo…
Di fare la veterinaria.

San Michele Arcangelo: il custode del cimitero civico

Merano, Maia Bassa, Maia Alta e Quarazze avevano i propri cimiteri posti attorno alle chiese. Sin dal 1325 e fino al 1848 il cimitero dei cittadini abbienti di Merano si trovava intorno al Duomo mentre quello delle classi subalterne, dei malviventi e dei viaggiatori si trovava alle spalle della chiesa di Santo spirito e dell’ospedale. Un ossario è documentato nel 1381 e nel 1422 fu costruito nella cappella mortuaria di Santa Barbara posta a lato dell’abside del Duomo.

A tutt’oggi le lapidi più significative di quell’antico cimitero sono visibili sulle pareti esterne del Duomo e sul muro di cinta del sagrato. Nel 1884 il cimitero cittadino fu spostato e ampliato una prima volta. Fu utilizzato lo spazio alle spalle della chiesa di Santo Spirito al quale furono aggiunti nel 1861 ilcimitero protestante e nel 1872 il cimitero ebraico.
Con l’espansione ottocentesca della città e con lo sviluppo turistico oltre che per ragioni di igiene il cimiteri furono spostati in zone limitrofe al centro nel 1907. Mentre nell’area degli antichi cimiteri nel 1938 fu costruito il parco Marconi.
Il cimitero civico di Merano fu quindi posto nell’attuale via San Giuseppe, alle spalle della stazione ferroviaria e al confine con Lagundo.
Ideato, con i suoi 4,5 ettari suddivisi in 22 campi e l’edificio principale dall’architetto boemo Anton Weber (3.12.1858 – 29.3.1942) allievo e collaboratore dell’architetto germanico Josef Schmitz (8 novembre 1860 – 29 marzo 1936). Legato alla corrente storicista e neogotica, Weber fu chiamato più volte nel territorio a sud del Brennero, sia per progettare e costruire nuovi edifici, sia per restaurare costruzioni medievali.
Nel 1881 ad esempio restaurò il Duomo di Merano e la Chiesa di Santo Spirito, nel 1898 costruì ex novo la parrocchiale di Marlengo, fra il 1907 e il 1913 progettò e realizzò appunto il corpo di fabbrica del cimitero che è composto dalla chiesa e dalle due ali di arcate che stanno alla sua destra e alla sua sinistra, dalla casa del custode e dalle arcate poste sul lato sud e ovest del perimetro.
Lo stile scelto dall’architetto Weber è il neo-bizantino riconoscibile nella planimetria della chiesa e soprattutto nel tamburo ottagonale finestrato della cupola. Il cimitero, come per tradizione, è dedicato al San Michele Arcangelo – Mi-ka-El ossia “Chi è come D-o?”.
L’arcangelo è raffigurato nel bassorilievo marmoreo posto a corona dell’ingresso con quelli che sono i suoi attributi tipici quali l’armatura, la spada, la bilancia per procedere alla psicostasia.
Nei due piatti della bilancia sono ben visibili le due anime: la prima, leggera è in piedi e guarda fiduciosa verso il paradiso, la seconda, più pesante a causa dei peccati è seduta e in preda alla disperazione tenendo la faccia fra le mani. San Michele Arcangelo è colui che guidò la milizia.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I nuovi graffiti in zona

Nel corso del mese di settembre si è svolta la 38c Graffiti Jam, la mostra collettiva del progetto Murarte, con circa 90 writer e street artist impegnati a trasformare un angolo della zona pruduttiva in una galleria a cielo aperto. Alcune delle nuove opere che si trovano sui muri tra Via Grandi e Via Lancia, sono state fotografate dal nostro Niccolò Dametto.

Una festa del basket

è stata un’amichevole di alto livello tecnico quella disputatasi recentmente al PalaMazzali di Bolzano, tra Dolomiti Energia Trentino e gli svizzeri del Monthey-Chablais. La squadra trentina, di fronte allo scatenato pubblico altoatesino, ha vinto 86-61 trainata da capitan Forray. Riviviamo alcuni momenti della competizione attraverso gli scatti di Niccolò Dametto.