Il “pensiero breve” e la manipolazione delle emozioni

Si chiama “pensiero breve”. Ma l’accento va posto sul “breve” più che sul “pensiero”. Il pensiero breve infatti è quell’attitudine a proporre parole d’ordine che mancano di spessore – di pensiero – ma toccano le corde delle emozioni. Le emozioni, così stimolate, si traducono ahimè in scelte e in atti, a volte con gravi conseguenze.

Il pensiero breve è strettamente imparentato con le fake news e con la post-verità. Tutti fenomeni che esistono da che mondo è mondo, ma che ora hanno trovato nei nuovi media, che danno a ognuno la possibilità di esprimersi al di là delle proprie reali competenze espressive, uno strumento efficace di propagazione.
Il pensiero breve è molto economico: non serve fatica per formularlo e non richiede sforzi di comprensione da parte del destinatario. Si presenta con la forza di un’evidenza e verità apparenti che non richiedono, così sembra, un approccio critico. Esempi di questa forma di comunicazione si moltiplicano nelle campagne elettorali: “prima gli italiani” (o i bolzanini, i milanesi, i napoletani…); “chiudo i porti”; “portali a casa tua”; “siamo in Italia”; “farò tornare grande l’America”; “il potere ai cittadini”; “ora o mai più” e chi più ne ha, più ne metta.
Il pensiero breve non ha nulla a che fare con la sintesi, attraverso la quale si possono dire molte cose con poche parole ed eventualmente suscitare
domande e riflessioni. Il pensiero breve non vuole far pensare. Mette al centro le emozioni delle persone e gioca con esse per tirare acqua al proprio mulino.
Il pensiero breve è una patologia di ogni società complessa. È una scorciatoia, una manipolazione. La medicina è l’uso della propria intelligenza. Se vogliamo anche dell’intelligenza collettiva. L’antidoto al pensiero breve non è un pensiero “lungo”, ma un pensiero capace di cogliere e di abitare la complessità.
L’educazione, la cultura, la scuola hanno grandi possibilità nel formare persone che sappiano dare il giusto peso alle proprie emozioni e soprattutto che siano in grado di distinguere le emozioni dalle idee e dalla realtà.

Autore: Paolo Bill Valente

Il busto dedicato a Giuseppe Mazzini

Oltre a intitolare una piazza a Giuseppe Mazzini, tra i protagonisti del Risorgimento italiano, il Comune ha dedicato in essa anche una stele. è del 1962 l’erma con busto bronzeo di Mazzini, con la dedica bilingue “Giuseppe Mazzini – precursore della libertà e dell’Unità d’Europa”. Dedica ben meritata se si pensa a quanto Mazzini fece nella sua movimentata vita, con arresti ed espulsioni, tra Italia, Francia, Svizzera, Inghilterra.
Nato a Genova il 22 giugno 1805, fin dal 1821 maturò l’idea di agire per la libertà della patria, la propria e quella altrui. Fondò la “Giovine Italia”, cui seguirono, pensando a liberazione e unificazione di altri Stati europei, la “Giovine Germania” e la “Giovine Polonia”; promosse anche la “Giovine Svizzera”. Pensando all’intera Europa, fondò la “Giovine Europa”, il cui principio era la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Giunse a fondare, nel 1866, anche l’Alleanza Repubblicana Universale. Fu a Pisa, subendo l’ennesimo esilio, che Mazzini visse gli ultimi mesi e morì, il 10 marzo 1872. Giuseppe Mazzini fu patriota ma anche scrittore; della sua vasta cultura è segno tra l’altro l’opera, del 1836, “Filosofia della musica”: all’armonia dei suoni non dovrebbe corrispondere l’armonia d’intenti di popoli e Stati? Ciò per stabilire, con l’educazione, senza violenza, un nuovo ordine sociale e politico, di cui Giuseppe Mazzini parla nell’opera “I doveri dell’uomo”. Alle esequie di Mazzini, sepolto nel cimitero monumentale di Staglieno (Genova), il pomeriggio del 14 marzo 1872 partecipò un’immensa folla (centomila persone secondo la polizia). Per quanto concerne il busto bronzeo, che il 17 marzo 2020 fu avvolto nel tricolore italico (Casa Pound), è visibile il danneggiamento che ha subito nel tempo; già nel giugno 2019 fu segnalato il danno all’orecchio sinistro e alla base del collo; si è aggiunto quello all’occhio sinistro. L’auspicio, di mazziniani e non, è che si addivenga quanto prima al restauro.

Autore: Leone Sticcotti

Telefoni esperti di… botanica

Gli algoritmi per il riconoscimento delle immagini stanno diventando sempre più diffusi e importanti. Sono già ad oggi impiegati, in modo più o meno visibile, in una ampissima gamma di applicazioni. Basti pensare alle app per la memorizzazione e la ricerca di foto, capaci di raggruppare tutte le foto in cui compare la stessa persona, o a sistemi molto più complessi come quelli che alcuni paesi stanno impiegando per tracciare movimenti e comportamenti dei propri cittadini. Evitando queste derive distopiche, ho recentemente riscoperto l’utilità di questi algoritmi mentre stavamo camminando nei campi e mia figlia mi ha chiesto se i frutti di un albero che non avevo mai visto prima fossero commestibili. In quell’occasione ho potuto utilizzare una delle numerosissime app che si possono scaricare sui nostri cellulari gratuitamente (o per pochi euro): ho fatto una foto all’albero e in una manciata di secondi l’app mi ha dato tutte le informazioni di cui avevo bisogno (nome, habitat, e così via). Come abbiamo già raccontato in passato, la caratteristica di questi algoritmi è quella di saper “imparare”: vengono addestrati con numerosissime immagini già classificate (ad esempio, immagini di melo, pero, albicocco), e imparano senza alcun intervento esterno a mimare i meccanismi che hanno portato a quella classificazione. Il risultato è spesso stupefacente per precisione, talmente stupefacente che l’app che ho utilizzato ha riconosciuto l’albero che ho fotografato riuscendo ad eliminare tutte le sorgenti di disturbo (presenza di altri alberi, cielo, oggetti vari). Come sempre, c’è però l’altra faccia della medaglia. Se è vero che questi algoritmi sono precisissimi nell’apprendere, è altrettanto vero che possono molto facilmente essere “fuorviati”. Già nel 2016, un team di ricercatori esperti di sistemi biometrici ha mostrato come indossando occhiali con particolari motivi e colori, fosse possibile prendersi gioco di alcuni noti algoritmi di riconoscimento facciale, facendosi classificare come divi di Hollywood. Potete solo immaginare quante multe prenderebbe George Clooney se questi algoritmi venissero impiegati per multare automaticamente chi è in eccesso di velocità.

Autore: Marco Montali

Quell’affresco “siciliano” a S. Maria del Conforto di Maia Bassa

Siamo nell’anno 1273 quando la chiesa di S. Maria del Conforto di Maia Bassa viene ceduta all’abbazia cistercense di Stams nel Tirolo austriaco. Non ne conosciamo il motivo, ma allora era usuale donare ai conventi le chiese più preziose presenti nel territorio, una sorta di dote nuziale fatta dai regnanti di allora. Quando l’edificio viene ceduto esso viene citato come “antico”, quindi si presume che risalga all’epoca della prima evangelizzazione del nostro territorio.
Il nucleo originario del complesso, infatti risale al periodo del protoromantico, una pianta di forma quadrata ad aula unica con una sola abside. Accanto ad esso viene innalzato il bel campanile romanico lombardo con bifore e trifore, manomesso in epoca successiva. Nella parte più antica della chiesa troviamo il ciclo di affreschi più antico e unico nella regione. O meglio, quello che ne rimane dopo l’alluvione del Passirio del 1347, che portò via gran parte degli affreschi.
Nell’arco trionfale sulla parete a sinistra troviamo la “ dormitio della Vergine”. E qui ci troviamo di fronte ad un mistero: cosa ci fa un affresco bizantino uguale a quello che troviamo a Palermo nella chiesa della Martorana, con lo stesso soggetto, la stessa composizione iconografica e gli stessi colori?
Quello di Palermo risale al 1143 – 48, quello di Merano è del 1150 circa. Gli apostoli vegliano sul sepolcro il corpo della Madonna, e Cristo sorregge in braccio il corpo neonato della Vergine, citazione di “figlia del tuo stesso figlio”. È da presumere che chi lo abbia dipinto fosse un pittore girovago, come accadeva in epoca medievale, oppure qualche cavaliere lo abbia visto in Sicilia, per recarsi in Terra Santa o lo abbia commissionato per la chiesa di Merano. Tale soggetto avrà un’impronta dirompente per tutta la pittura dell’epoca e tutti gli affreschi di quel periodo si ispireranno a esso.
La chiesa subirà modifiche a partire dal 1342, con nuovi cicli di affreschi e nuove strutture, fino ad assumere la forma attuale.

Autore: Flavio Schimenti

Intanto, aspettando i dischi…

Una frenata ma non uno stop. La scena musicale altoatesina è stata fortemente condizionata dalla pandemia, ma gli autori locali stanno in realtà solo posticipando le loro prossime “uscite”. Più difficile la situazione per quanto riguarda la musica dal vivo: qualcosa si sta per fortuna muovendo, ma la ripartenza è molto lenta.

Nonostante durante il lungo periodo di clausura imposto dal virus la musica e i musicisti abbiano dimostrato in tutti i modi di essere vivi e di aver voglia di esserci, la ripresa non è stata così facile, scomoda complice la limitazione per gli assembramenti, inclusi quindi gli eventi musicali. Gli spettacoli di qualunque tipo sono davvero stati gli ultimi a ripartire e solo ora qualcosa si sta muovendo.
Conseguentemente c’è quindi stato un rallentamento anche nelle produzioni che, si sa, hanno poi bisogno di un’adeguata promozione per arrivare alle orecchie del pubblico; certo, al giorno d’oggi molto viaggia sui social, come testimonia il notevole riscontro online che stanno avendo i Morisco, usciti col loro CD proprio poco prima della clausura, ma la musica dal vivo continua a essere un veicolo fondamentale.
Eseleptitun (con un concerto allo Stanglerhof) e Bobby Gualtirolo (con una “residenza” di alcune serate al Theater Im Hof) sono stati i primi in assoluto a rimettersi in gioco e ora, seppure con limitazioni di affluenza, si tengono concerti un po’ in tutte le location a essi dedicate. Quello che ancora manca all’appello sono le uscite discografiche “solide”, ma ci sono diverse cose che stanno bollendo in pentola in tal senso. I Mad Puppet stanno terminando un nuovo disco che nelle intenzioni della band dovrebbe uscire anche in forma vinilica, mentre in dirittura d’arrivo ci dovrebbe essere anche l’esordio tardivo di Diego Baruffaldi. Anche Manuel Randi ha un disco in vista, così come i brissinesi Frei.Wild e il chitarrista Hubert Dorigatti sta lavorando a un disco previsto per la fine dell’anno.
In attesa di queste e altre uscite, stanno arrivando alcune interessanti proposte in formato video o – come si usa dire adesso, rubando il nome a quelli che erano un tempo i 45 giri in vinile – di singolo online.
Ultima uscita al momento in cui scriviamo è quella del rapper Zelda, al secolo Marco Picone, che ha appena messo in rete una struggente composizione intitolata “Sta scrivendo…” (youtu.be/Gpw544d7kTg), una canzone disperata, a modo suo romantica, d’amore, in cui il titolo si riferisce evidentemente alla scritta che appare sulla schermata di whatsapp quando uno dei nostri contatti sta rispondendo a un messaggio. Il brano, con arrangiamento essenziale a base di pianoforte e poco altro è sicuramente molto interessante.
Pochi giorni prima di Zelda era stata la volta dell’atteso ritorno della cantautrice Camilla Cristoforetti, in arte Waira, assente dalle scene da troppo tempo. Waira, che un paio d’anni fa pareva stesse mettendo insieme il repertorio per un secondo disco poi rimasto in sospeso.
Il nuovo singolo della cantautrice s’intitola “Breathe In” (youtu.be/pvR33bxR6H8) ed è una session acustica, intima, ma tutt’altro che informale. Il video è diretto con gusto da Mattia Mariotti (è opera sua anche il video di Zelda) che del brano è anche produttore: un testo personale sorretto dal solo accompagnamento della chitarra acustica con cui Waira dichiara tutto il suo bisogno di tornare alla musica, la voglia, bloccata dall’attesa di un qualcosa che le desse il “la” ma che sembrava non voler mai arrivare.

Marco (Zelda) Picone con Leonardo Varner
Copyright: Mattia Mariotti


A fine giugno era stata invece la volta di Wicked And Bonny, con il singolo senza immagini (youtu.be/BENF78B6zi8) “Rumours”, su Shanti Powa Records con la partecipazione di Berise, degli Shanti Powa appunto. Rumours fa parte di un intero nuovo disco online del Sound System di base a Silandro, in bilico tra musica digitale e sistemi analogici, effetti sonori e musica suonata per un brano di chiara ispirazione reggae/dub, prodotto con gusto.
Per chiudere, una composizione uscita in realtà a inizio marzo ma che con le sue oltre 21.000 visualizzazioni merita di essere considerata, in virtù del fatto che si tratta di un brano rap curiosamente al femminile, opera del duo NBWD, acronimo (in inglese) di “non c’è equilibrio senza diversità”. Bella Merano (youtu.be/_Hrl313CZ2M) è un testo tutt’altro che politically correct, ma molto arguto, sincero, espressione di un disagio tangibile di molta gioventù della città in riva al Passirio, dove evidentemente non tutto è rose e fiori (come ovunque del resto) come nelle cartoline e negli spot turistici. Il duo NBWD, da tenere assolutamente d’occhio, anzi d’orecchio, è formato da Zia B. (Laura De Marchi) e Mulanzo (Chiara Avanzo).

In foto principale: NBWD, duo hip hop meranese

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Le origini di Laives

A meno che non ci venga in soccorso la mitologia (come nel caso di Roma e di altre leggendarie località) o, in casi del tutto eccezionali, una prova documentale certa, non è mai impresa agevole accertare l’esatto momento in cui è stata fondata una città. Nel caso di Laives e San Giacomo, zone frequentate da cacciatori in transito – e non solo – fin dai tempi più remoti, le prime tracce di vita collettiva stabile e organizzata risalgono presumibilmente al periodo intorno al VII secolo avanti Cristo, nell’Età del ferro. Infatti, tra il 1980 e il 1990 l’archeologo Lorenzo Dal Rì scoprì in località Reif, ai piedi del Peterköfele, a sua volta un antichissimo luogo di culto, 14 costruzioni “retiche” appartenenti a quell’epoca e abbandonate alcuni secoli più tardi. Si può dunque affermare che “l’età” di Laives, intesa come nucleo abitativo, è ormai prossima ai tre millenni. L’insediamento della Reif in realtà non si esauriva in quelle quattordici case di pietra e legno lievemente interrate – in parte rudimentali abitazioni dotate di focolare e in parte depositi o stalle – ma abbracciava sicuramente l’intera striscia di territorio che dal Rio Vallarsa arriva al Monte degli ulivi, successivamente sede della nota filanda. I molti reperti rinvenuti nelle case, dagli attrezzi e utensili ai resti di cibo, ossa animali e sementi, permettono di tracciare un quadro abbastanza circostanziato della vita di quella prima comunità laivesotta scesa dal Montelargo, sicuramente dedita all’allevamento del bestiame (bovini e ovini) e alla coltivazione di legumi e cereali (specialmente orzo). Insomma, siamo in presenza di un’economia di sussistenza con attività “commerciali” ancora ridotte al minimo. Nei periodi seguenti altre attività, quali l’estrazione del porfido e il commercio del legname, caratterizzeranno questo territorio. In tempi più recenti si sono aggiunti la coltivazione dei bachi da seta e quella ancora oggi prevalente delle mele; ma il vero filo rosso che attraversa tutta la storia di questa terra è sicuramente la coltivazione della vite e la produzione del vino. Il vino ha alle spalle una ricchissima storia mediorientale-mediterranea ed è stato introdotto nella penisola, attraverso l’Egeo, dagli Etruschi. Di certo non si può pensare al consumo del vino come avviene oggi: si trattava di una bevanda quasi sacrale che grazie alle sue facoltà inebrianti aveva il potere di mettere in contatto gli individui con le divinità. Perciò il vino era riservato prevalentemente a un’élite o a circostanze particolari. Ne parleremo la prossima volta.

Autore: Reinhard Christanell

I parassiti #2

1. Cocciniglie: insetti fitofagi. Hanno dimensioni ridotte, da pochi millimetri fino al centimetro. Una delle loro caratteristiche è la diversità tra i due sessi e la presenza di numerose ghiandole che secernono seta, cera, lacca con le quali ricoprono il loro corpo col caratteristico scudo, che funge nelle femmine perfino da riparo per le uova. La funzione dei maschi si limita alla fecondazione. In coincidenza della maturazione sessuale le femmine emettono dei potenti feromoni per attirare i maschi. Esse sono sprovviste di occhi, ma presentano un apparato boccale ben sviluppato, che permette loro di restare attaccate alle piante e succhiarne la linfa per l’intero arco della loro vita. Prediligono climi caldi e asciutti, inverni miti, tutti elementi fin troppo evidenti a causa del riscaldamento globale. Il loro attacco determina maculature, decolorazioni, accartocciamenti, deformazioni e riduzioni nello sviluppo di foglie e rami. Massicce infestazioni sono il preludio della fumaggine, malattia fungina che colpisce i frutti. Come gli afidi le cocciniglie trasudano melata e la presenza della formiche è un indizio da non sottovalutare. Ne esistono numerose specie: fioccosa, cotonosa, farinosa, mezzo grano di pepe, a scudetto. Colpiscono prevalentemente agrumi, vite, fico d’india, piante ornamentali, alberi da frutto, olivo, olmo, il prunus, ribes, lampone, mirtillo.
Rimedi: 1) Rimozione manuale; 2) batuffolo di cotone imbevuto di alcool: strofinare fusti e foglie colpite, la sera; 3) olio bianco invernale e olio minerale bianco estivo, che agisce per soffocamento: diluire 5 ml di olio minerale in 500 ml di acqua, agitare bene e vaporizzare tramite spruzzino esclusivamente la sera, dopo il tramonto, lontano dagli insetti impollinatori – Carenza per l’uomo: minimo 20 giorni. Fondamentale: non utilizzare il prodotto su piante in fiore!

2. Cicaline o cicadelle: insetti fitomizi. Esiste oltre un centinaio di specie altamente dannose per le nostre colture. Si presentano come minuscole farfalline salterine, specie se agitiamo le piante aromatiche. Le dimensioni oscillano tra 1-2 mm fino a 1,5 cm. Hanno un corpo affusolato, slanciato, colori sgargianti e adottano il mimetismo, pertanto ce ne accorgiamo solo dai danni sulle pagine superiori delle foglie, che presentano puntini decolorati e depigmentati, con maculature gialle chiare-argentee. Forti attacchi provocano il disseccamento e l’accartocciamento completo. Come per la cimice asiatica esiste un predatore oofago naturale: l’Anagrus sp.
Rimedi: 1) Rimozione manuale, difficile; 2) cattura strategica: collocare vicino alle piante colpite una ciotolina di colore giallo, con acqua e un cucchiaino di aceto. Riempire a metà e ripetere l’operazione ogni due giorni; 3) frullare 4/5 spicchi di aglio in 500 ml di acqua, poi filtrare. Inserire il contenuto con l’aggiunta di 5 g di sapone di Marsiglia in uno spruzzino. Irrorare la sera e risciacquare la mattina presto solo con acqua; 4) piretro naturale: un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino – Carenza 3 giorni – Attenzione: il piretro non è sistemico, né citotropico, ma uccide anche insetti utili, come api e coccinelle.

Autore: Donatello Vallotta