Nell’estate del 1931 viene inaugurato il Lido di Bolzano, commissionato dall’Azienda di Soggiorno e di Cura di Bolzano su progetto affidato agli architetti Ettore Sottsass e Willy Weyhenmeyer, per rilanciare l’immagine della città a livello internazionale e come luogo di divertimento e di svago per i bolzanini. Il nuovo lido prendeva il posto della storica piscina e scuola di tuffi e di nuoto Gugler in viale Venezia, attiva per più di ottant’anni. Modello dell’architettura razionalista, il lido è il primo esempio in tale stile in città. Sorto in prossimità dell’Isarco, andava a completare la zona “sportiva” insieme allo Stadio Druso. L’impostazione planimetrica della struttura ad L dalle pure forme geometriche comprendeva un corpo di accesso e la biglietteria, portando alla zona spogliatoio, illuminata dell’alto e dalle finestre a nastro poste sul lato di via Trieste. Lo snodo architettonico fra la biglietteria e gli spogliatoi è dato da una torretta semicilindrica ripresa da quella realizzata da Le Corbusier a Parigi nel 1924. Le tre piscine, una olimpionica con trampolino per i tuffi e due di medie dimensioni erano anch’esse disposte a L. Era un progetto all’avanguardia, dove le piscine erano riscaldate e illuminate anche nelle ore serali. In origine i bagnanti avevano a disposizione un ampio arenile di sabbia dove potersi svagare e prendere comodamente il sole, i prati arriveranno solo successivamente. All’interno dello stabilimento e su entrambi i lati erano presenti le cabine per i bagnanti disposte su due livelli. Snodo centrale era l’ampia terrazza, dove si accedeva da una scenografica scala tortile e si trovava il grande ristorante sviluppato a doppia altezza. Dalla sua apertura e fino agli anni ‘60, tutta la vita estiva e mondana della città si svolgeva di fatto su quella terrazza: feste danzanti, sfilate di moda, concerti , premiazioni sportive. Ai bagni, alle docce riscaldate, all’infermeria, si affiancavano anche zone relax e zone massaggi. Sulle riviste internazionali dell’epoca il Lido di Bolzano veniva definito uno dei più belli e all’avanguardia del mondo. I due progettisti disposero pilastri, lampade, scale e panchine, seguendo un puro e semplice design armonico. Cuore e fucina di nuovi e indiscussi talenti a livello olimpico, dalla famiglia Debiasi in avanti, il nostro Lido ha segnato una parte importante nella storia di Bolzano, nel campo sportivo e architettonico, in questi due secoli di storia.
In fotp principale: Il lido di Bolzano in una cartolina del 1948
Una campagna elettorale dovrebbe essere il momento in cui si mettono sul tavolo problemi, proposte di soluzione, prospettive di sviluppo, idee e visioni per il futuro. Spesso invece diventa una passerella di personaggi più o meno noti che ammiccano, lanciano slogan e cercano capri espiatori per racimolare una manciata di voti.
La Caritas diocesana ha suggerito alcune aree di intervento e fatto delle proposte. Tra i problemi aperti quelli della casa e del lavoro per le persone svantaggiate (e non solo), dell’offerta formativa per gli adulti, dell’assistenza alle persone anziane, della promozione del volontariato e dello sviluppo della comunità. “I Comuni sono l’ente territoriale più vicino ai cittadini e hanno la possibilità di rendersi conto dei bisogni delle persone e di dare risposte efficaci, coinvolgendo altri comuni o la Provincia, ma anche i cittadini e le loro organizzazioni.” Il Comune – come parte della collettività, la “res publica” – ha il dovere di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3 della Costituzione). Eliminare la povertà non significa eliminare i poveri o allontanarli, ma occuparsi di loro in modo da rimuovere le cause della povertà. A volte si osserva che in diverse località si vorrebbero collocare in periferia i servizi sociali per gruppi di popolazione svantaggiati. Perché? Dovrebbero invece rimanere nei centri, lì dove si svolge la vita di tutte le persone. Le pubbliche istituzioni sono a volte un po’ arroganti, perché si dimenticano di dover rispondere ai cittadini delle loro azioni. Uno stile di dialogo con le espressioni del Terzo settore da pari a pari, secondo il principio di sussidiarietà, aiuta senz’altro a fare il bene (e il meglio) della comunità.
Un altro caso in cui oltre all’intitolazione (22 febbraio 2010) di una via, piazza ecc. il Comune di Bolzano ha pensato bene, anzi benissimo, di dedicare anche una targa bilingue (inaugurata il 1° dicembre 2017), è quello riguardante i fratelli Scholl. I fratelli Scholl sono stati ricordati anche il 22 febbraio 2020 con una deposizione di fiori, un mazzo di rose bianche, proprio nella piazzetta a loro dedicata, che si trova all’angolo tra via Roma e via Trieste. La piazzetta Hans e Sophie Scholl ricorda e onora la resistenza contro il regime nazista dei fratelli Scholl. Entrambi erano membri della “Rosa Bianca”, un gruppo studentesco di Monaco di Baviera che durante la Seconda guerra mondiale organizzò la resistenza contro il regime dittatoriale di Adolf Hitler e dei nazisti, richiamandosi a principi di pacifismo, di libertà e di umanesimo. Hans e Sophie Scholl furono condannati a morte da un tribunale nazista e decapitati a Monaco nel carcere di Stadelheim il 22 febbraio del 1943. Il gruppo della “Rosa Bianca” era composto anche dagli studenti Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. A essi si unì un professore, Kurt Huber, 49 anni. Tutti furono uccisi con la ghigliottina. I membri della “Rosa Bianca” sono personaggi chiave dell’opposizione tedesca al nazismo, che negli anni 1943-1945 occupò anche Bolzano e la regione intera, istituendo anche qui il suo regime del terrore.
Piazzetta Hans e Sophie Scholl
“Il nome ‘tedesco’ rimarrà disonorato per sempre, se la gioventù tedesca non insorgerà e insieme vendicando ed espiando non schiaccerà i suoi aguzzini e non darà origine a una nuova Europa dello Spirito. Studentesse! Studenti! Il popolo tedesco guarda a noi!” (dal sesto volantino)
Hans Scholl: Ingersheim, 22.09.1928 – München, 22.02.1943
Sophie Scholl: Forchtenberg, 09.05.1921 – München, 22.02.1943
Sin dalle origini la conca di Merano era un importante snodo di smercio commerciale e di interscambio, che metteva in comunicazione la Val Padana con i bacini del Reno e del Danubio, tramite la via Claudia Augusta, attraverso la Val d’Adige, la Venosta e i passi Resia e Giovo. All’imbocco della Venosta a Tell era situata la “statio maiensis”, una vera e propria dogana al confine fra la Provincia romana della Rezia e la X Regio Italica di Venetia et Histria. L’allora popolazione, che non abitava il fondovalle della conca meranese, iniziò a insediarsi presso le strade di grande traffico, con la costruzione di qualche piccolo insediamento fra Maia Alta e Maia Bassa. In tarda età romana viene citato un “Castrum maiensinsis” da Aribone nella “Vita sancti Corbiniani”. Il castrum è identificabile col castel San Zeno, dove dimorò San Valentino nel V se. d.C. e successivamente nel VIII d.C. San Corbiniano, vescovo di Frisinga. Aribone, meranese di nascita, che divenne poi vescovo di Frisinga, è il primo vero e proprio scrittore in lingua tedesca e il successore di Corbiniano in quella sede vescovile. Si presume quindi, che l’Humus religioso, civile e culturale della città di Merano abbiano avuto luogo il quel luogo fortificato. Nel 857 troviamo la prima e vera citazione di Merano col nome “Mairania”. Da prima, feudo del principe vescovo di Trento, dal XIII secolo diventa capitale del territorio governato dai conti di Tirolo. Nel 1237 lungo il Passirio, si era creato un nuovo centro urbano citato come “Forum Mairaini”, nel 1260 “Burgum Merani” e nel 1317 “Civitas Merani”. L’antico borgo si riduceva all’attuale rione Steinach, tra il Duomo e la porta Passiria. Con l’epoca di Mainardo II viene aggiunta via dei Portici. La città viene cinta da mura ed è di forma quadrangolare, sulla quale si aprono quattro porte-torri: la Venosta, la Passiria, la Ultimo e la Bolzano. I Portici – sui quali si affacciavano le botteghe con le corti interne e dove sul retro vi erano gli orti fino alla cinta muraria – posti a Nord venivano chiamati “a monte”, quelli a Sud “ad acqua”. Nel 1317 i meranesi ottengono il privilegio di essere chiamati “cittadini”, di avere una propria zecca, che batte moneta pregiata per tutta la contea del Tirolo, di essere sede Giudiziaria e Corte di Appello, di essere una delle più importanti città mercantili in epoca medievale, in ambito europeo, e soprattutto di rivaleggiare e competere, da sempre con Bolzano, in questo importante ruolo.
C’erano almeno tre cose che Mario Vitale, batterista de La Statale 17 si era prefisso come obiettivo da ragazzo: registrare un disco, suonare in uno stadio e tenere un concerto in un teatro. A diciannove anni le aveva praticamente fatte tutte e tre!
Un anno dopo, nel 1979 la bella storia di questa mitica formazione bolzanina era già giunta al capolinea, lasciando un vuoto notevole nel panorama musicale cittadino. “Mario e io – ci racconta Paolo Beltrami, che della Statale è stato tastierista – ci conosciamo fin da bambini, siamo sempre rimasti amici e fin da ragazzini abbiamo avuto questa fissa di formare un gruppo musicale e lo abbiamo formato, eravamo teenager e tutte le occasioni erano buone per intrufolarsi e suonare.” La determinazione e la passione per la musica del quartetto (gli altri componenti originali erano Carlo Girardello alla chitarra e Paolo Depaoli al basso) erano tali che, un po’ per avere occasione di suonare con strumentazione professionale, un po’ per poter assistere ai concerti, non esitava ad autocandidarsi come spalla quando qualcuno capitava a suonare in città: nel carnet della Statale 17 si ricordano quantomeno gli Area e Arti e mestieri, in occasione di un concerto al Cinema Cristallo. “Quando nella stessa location si esibì il Perigeo – ricorda oggi Mario Vitale – siccome abitualmente si tenevano un concetto pomeridiano e uno serale, nell’intervallo tra i due spettacoli convinsi Bruno Biriaco a farmi provare la sua batteria, col risultato di ritrovarmi a fare una jam col bassista Giovanni Tommaso e il pianista Keith Tippett che si esibiva prima del Perigeo.” Va da sé che con queste premesse il quartetto avesse delle aspettative. A forza di serate danzanti (spesso a base di cover che venivano cantate da Beltrami), La Statale 17 cominciò a farsi conoscere nell’ambito cittadino anche per le proprie interessanti composizioni strumentali di stampo progressive rock, il genere che andava per la maggiore. “ll nome del gruppo – prosegue Beltrami – non c’entra nulla con l’omonima canzone di Guccini. C’era un gruppo che si chiamava La Statale 108, facevano musica da balera a Bibione e Lignano ed erano bravissimi. Una volta abbiamo aperto per loro al Dolomiti. La scelta del nome fu in loro onore, però siccome avevamo una strumentazione sfigata abbiamo scelto il numero 17! Poi era l’epoca degli acronimi come PFM, BMS e pure non avendo mai fatto uso di allucinogeni il nostro acronimo LSD era molto suggestivo!” La svolta definitiva per La Statale arrivò grazie all’incontro con Walter Klotzner dell’associazione Contrapunkt: dapprima ci fu un concerto da tutto esaurito all’Haus der Kultur che originò la possibilità si registrare il primo LP in vinile di gruppi cittadini, non per un’etichetta di fuori, un disco condiviso insieme agli Emphasis, altro gruppo coevo, un lato per ciascuno: “Il disco con la più brutta copertina della storia del rock – commenta il bassista Marco Signorini –, io ero entrato nel gruppo al posto di Depaoli proprio nel periodo tra il concerto e la registrazione del disco, però per le sedute in studio lo chiamammo a collaborare in due brani.”
1978: La Statale 17 in concerto allo Stadio Druso
“Eravamo giovanissimi – prosegue Vitale – e la fretta, l’emozione di fare il disco, forse non hanno aiutato a sfruttare al meglio l’occasione che ci era offerta.” Aggiunge il tastierista: “La sala era stata affittata per sei giorni, tre per noi e tre per gli Emphasis, registrazione e missaggio, per di più il sedici piste era nuovo e quindi anche per Peter Ghirardini, il proprietario dello studio, si trattava di fare pratica.” Il risultato fu un disco che fotografava la scena musicale bolzanina di quell’epoca, assolutamente in linea con quanto si ascoltava e faceva in Italia, un disco tutt’ora interessante e ricco di buone idee, sorprendente visto che tutti i musicisti coinvolti erano studenti teenager. Poi fu la volta del concerto allo Stadio Druso (un open air condiviso con Emphasis e Otho Mollis) e quindi di quello al teatro di Gries; infine, a marzo del 1979, un breve tour regionale portò la Statale anche a Innsbruck, con concerti sempre applauditi e affollati. “Per l’occasione – ci dice Carlo Girardello – al gruppo si era aggiunto il sassofonista Sandro Miori, oggi insegnante di musica a Vienna, entrato in un primo tempo in mia sostituzione, quando sono rientrato nella band in occasione del tour per un breve periodo siamo stati un quintetto.” “Quello che avrei voluto fare era suonare la batteria tutta la vita – conclude Mario Vitale – ma mi è stato impedito, dovevo andare all’università e studiare medicina. E così è stato.” E aggiunge Beltrami: “Quello che ci mancava era una strumentazione professionale, il cui prezzo in quegli anni era meno approcciabile che non oggi. Se avessimo avuto un equipaggiamento all’altezza forse avremmo anche preso in esame l’idea di provare a vivere di musica.” Girardello e Signorini hanno continuato a rimanere nel circuito delle cover band per un po’, il primo suonando per un certo periodo anche con gli Emphasis e in tempi più recenti con Greta Marcolongo, Anna Bernard, Gigi Grata, Loris Anesi e Charlie Penner.
Nei secoli immediatamente precedenti la rovinosa invasione romana del 15 a.C., che condusse al crollo della civiltà retica alpina, sul conoide di Laives era insediato un consistente nucleo di persone dedite principalmente alla coltivazione della vite. Nelle abitazioni di pietra e legno e soprattutto negli edifici di pertinenza risalenti a quel periodo sono stati ritrovati, accanto a macine e telai, utensili per la spremitura dell’uva e la conservazione del vino. Siamo dunque in presenza di una collettività agricola organizzata e capace, oltretutto, di intrattenere rapporti di scambio culturale e commerciale con comunità limitrofe sia a nord che, soprattutto a sud. È infatti evidente il legame che ancora unisce questi individui al mondo mediterraneo-etrusco, del quale peraltro utilizza già in quel periodo l’alfabeto. È pure indiscutibile che questa popolazione iniziò ben presto a confrontarsi anche con una realtà decisamente superiore e in costante espansione come quella romana, che di lì a poco ne avrebbe sancito la definitiva scomparsa. Possiamo dunque affermare senza ombra di dubbio che i Reti di Laives, anche dopo aver abbandonato il secolare sito sulle sponde del rio Vallarsa per stabilirsi ai margini delle campagne paludose della valle dell’Adige, dove forse era più immediato il contatto con i viandanti che iniziarono a transitare tra Roma e l’Europa settentrionale, erano non solo abituati a interagire in vari modi con l’universo romano ma ne vennero influenzati in modo via via crescente fino a non distinguersi quasi più dai potenti vicini. I Romani, da parte loro, descrivevano i Reti anche romanizzati della zona come persone brute e inaffidabili, giacché erano all’ordine del giorno assalti e saccheggi nei confronti dei viaggiatori in transito sulla rete stradale tra Tridentum e Pons Drusi. In una delle 14 case retiche scavate in località Reif negli anni 80 del secolo scorso venne alla luce anche il cosiddetto “tesoretto di Laives”, 22 monete d’argento romane di un’epoca compresa all’incirca tra il 155 e il 115 a.C. I preziosi denari erano stati interrati in una di quelle case forse già abbandonate con l’evidente intenzione di sottrarle alle attenzioni di chi le cercava. Non è infatti difficile immaginare la provenienza di quel gruzzolo, che difficilmente poteva essere stato accumulato da un “bacan” del tempo nel corso di una vita lavorativa; molto più probabile si trattasse del bottino di un agguato ai danni di un commerciante romano forse rimasto anche vittima dell’aggressione lungo l’insidiose tracciato della vecchia via Claudia Augusta.
In foto principale: Una moneta ritrovata in località Reif Copyright: L. Dal Rì
Aleurodidi (farfalline bianche o mosche bianche): insetti di 1-3 mm. Il loro corpo è ricoperto da un sottile strato di pruina cerosa simile alla farina. Si annidano, solitamente, nella pagina inferiore delle foglie nutrendosi della linfa. Causano ingiallimenti e indeboliscono le piante fino a farle morire. Colpiscono cavoli, melanzane, pomodori, angurie, meloni e cetrioli, ma anche piante ornamentali. Le farfalline compiono parecchie generazioni all’anno, con cicli variabili in base alle temperature. Sono molto aggressive per le piante ospiti. Difficile difendersi per il susseguirsi delle nascite e per l’accavallamento dei vari stadi di sviluppo. Producono la melata, che ricopre le foglie di una pellicola appiccicosa, che non fa respirare i tessuti. I macerati ed il piretro naturale sono del tutto inutili. Sconsiglio tuttavia di ricorrere al piretro chimico a base di piretroidi, deltametrine, cipermetrine, pymetrozine e imidacloprid o ad altri insetticidi sistemici. Rimedi: 1) La contromisura naturale si attua con l’impiego di parassitoidi oofagi specifici, come l’imenottero Encarsia formosa (anche fuori serra); 2) Insetticida biologico Botanigard 22wp a base di spore di Beauveria bassiana; 3) Olio bianco invernale e olio minerale bianco estivo, che agisce per soffocamento: diluire 5 ml di olio minerale in 500 ml di acqua, agitare bene e vaporizzare tramite spruzzino esclusivamente la sera, dopo il tramonto, lontano dagli insetti impollinatori – Carenza per l’uomo: minimo 20 giorni. Fondamentale: non utilizzare il prodotto su piante in fiore! Tuta Absoluta (minatrice o tignola fogliare), approdata in Spagna nel 2006. Questo lepidottero si insinua abilmente tra le pagine della foglie, creando delle vere e proprie gallerie molto lunghe chiamate “mine”. Compie sette/otto generazioni all’anno, specie nel sud Italia, ma è presente su tutto il territorio. I danni sulle pagine superiori sono visibili a occhio nudo, mente le larve si rintanano nei lati inferiori e sempre all’interno delle foglie. Questa caratteristica rende difficile ogni tipo di controllo tramite macerati e insetticidi (sistemici esclusi). Sui balconi la tuta si limita a colpire le foglie, mentre in serre e campi coltivati è già capitato che le larve più mature si concentrino sui frutti, determinando blocchi di crescita e di invaiatura, marciumi e malattie fungine. Colpisce soprattutto pomodori, agrumi, ulivi e viti. Rimedi: 1) rimozione manuale delle foglie colpite; 2) rete anti insetti, a maglie strette; 3) confusione sessuale tramite appositi feromoni (nelle serre); 4) trappole cromotropiche di colore nero (nelle serre); 5) trappole a elettroluminescenza, che però non sono selettive e che uccidono anche insetti utili; 6) Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki e aizawai), un insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi in grado di uccidere esclusivamente le larve di lepidotteri, non quelli adulti. È totalmente innocuo per gli impollinatori e anche per le coccinelle. Carenza per l’uomo: 3 giorni.