La centrale idroelettrica “Carlo Cicogna” di Cardano

Fra le zone di Rencio, Campiglio e Cardano, alla periferia nord di Bolzano, sorge la Centrale idroelettrica “Carlo Cicogna”. Prende il nome dall’allora presidente della Società Idroelettrica C. Cicogna che la ideò e la completò il 25 agosto del 1929. L’impianto entrò in funzione a settembre di quello stesso anno, dopo le verifiche strutturali e tecniche. Esso intercetta l’acqua del fiume Isarco all’altezza di Colma, tramite un’intercapedine mobile. L’impostazione architettonica ricorda da vicino le centrali elettriche disegnate dal futurista Antonio Sant’Elia qualche decennio prima. All’interno del palazzo del corpo centrale, a valle, è posizionata la “sala macchine” contenente cinque turbine “francis” ad asse centrale, le più potenti di quel periodo, sulle quali si innestano i cinque grandi condotti che si erigono inclinati sul pendio, verso la stazione a monte. In tale sito vengono esaltate tutte le caratteristiche della “modernità futurista”, il mito dell’elettricità, dell’efficienza, del motore e della “macchina”. L’opera allora, venne considerata fra le più innovative e moderne d’Europa, a essa si era direttamente interessato il governo centrale per l’utilizzo delle risorse idriche dell’arco alpino al servizio della nascente industria e della nuova espansione urbanistica di Bolzano, la città allora doveva raggiungere i centomila abitanti. La centrale con una linea elettrica ad alta tensione di 243 kw, esportava energia anche al servizio delle industrie della Lombardia e del Piemonte. Al corpo centrale a valle si affiancano alcune palazzine residenziali in gusto tardo-liberty, destinate al personale e alle loro famiglie in servizio alla Centrale. Esse, in qualche modo, assumono una certa dissonanza con la modernità dell’impianto, palese esempio in tale periodo storico di contrasto fra “passato” e “moderno”, tipica contraddizione anche in questo nostro territorio posto nel cuore delle Alpi.

Copyright foto principale: Davide Costanzo

Autore: Flavio Schimenti

Mendicanti: un facile bersaglio che porta (pochi) voti

Ci sono temi che sarebbe meglio non trattare in campagna elettorale perché l’orizzonte del voto ne falsa la percezione. Non si sa più se si vuole risolvere un problema, attirare l’attenzione di qualcuno o racimolare un pugno di voti. Uno di questi temi è quello dei mendicanti che periodicamente divengono oggetto di provvedimenti comunali.

Premettiamo che l’uso di sistemi invasivi e violenti per chiedere l’elemosina va perseguito e sanzionato. Per farlo basta applicare le norme già esistenti. Allo stesso modo è certamente da combattere qualsiasi forma di sfruttamento o di racket. Però: se ci sono indizi di questi fenomeni bisogna fare una denuncia alle autorità competenti le quali dovranno indagare, trovare e punire i colpevoli. Altrimenti parlare di racket e sfruttamento senza andare a fondo della questione diventa a sua volta un’azione illecita.
Non va nemmeno strumentalizzato il fatto che ci sono gruppi di mendicanti che vengono da altre città e si organizzano per raccogliere l’elemosina. Organizzarsi non è un reato. Che cosa vuol dire infine che il modo di chiedere l’elemosina è “molesto”, se non ci sono comprovabili atti di violenza? Anche la pubblicità che ci insegue ovunque e persino la campagna elettorale possono essere assai moleste.
Che fare dunque? La cosa di per sé è abbastanza semplice. Chiedere l’elemosina è un diritto riconosciuto. Il cittadino se vuole può dare qualcosa e se non vuole può non dare niente. Puntare il dito verso una categoria di persone in evidente stato di difficoltà (e associarla a gruppi di criminali) non è un comportamento politicamente giustificabile, men che meno in campagna elettorale.
Difendere i cittadini da chi infrange la legge è compito delle pubbliche autorità. Invece di occuparci di chi ci chiede qualche spicciolo all’angolo della strada, a volte forse con toni troppo insistenti, perché non ce la prendiamo con quelli che, zitti zitti, ci tolgono, senza chiedere, spazi vitali (altro che spiccioli) nei campi del sociale, della sanità, dell’istruzione, della ricerca, dell’ambiente?

Autore: Paolo Bill Valente

Re Laurino: un monumento discusso

Non c’è pace tra……le statue! Statue sì? Statue no? Sono quesiti di attualità in Italia, in Europa e in altri continenti, ma anche in quel di Bolzano: per i vivaci dibattiti sulla loro erezione e collocazione, per i vari loro spostamenti, non fu vita facile per alcune statue di Bolzano, come quella raffigurante il menestrello Walther von der Vogelweide (inaugurata il 15 settembre 1889), e quella dedicata alla Madonna (inaugurata l’9 dicembre 1909). Non fu facile nemmeno per la fontana di Re Laurino, che si trova in piazza Magnago, a fianco dei menhir di recente collocazione. Si tratta di una fontana sormontata da una scultura in marmo bianco di Lasa raffigurante il re degli Ostrogoti, Teodorico, in atto di sottomettere Laurino, il mitico re nano signore dello stupendo roseto, il Rosengarten, nelle Dolomiti; al mitico re a Bolzano fu dedicato un prestigioso Hotel e intitolata una via. Opera dello scultore Andrä Kompatscher, con la collaborazione di Arthur Winder, il monumento a re Laurino fu eretto nel 1907 sulla Passeggiata del Talvera; dopo l’atto vandalico la notte del 4 luglio 1933 da parte dei fascisti, che causò il distacco e la rottura della statua di re Teodorico, la statua fu smontata e rabberciata nel cortile del Museo Civico di Bolzano; nel 1936 trovò ricovero al Museo storico italiano della Guerra di Rovereto, per tornare dopo lunghe trattative di nuovo a Bolzano nel 1994 e collocata davanti a palazzo Widmann, nella piazza che il 25 maggio 2012 fu intitolata a Silvius Magnago. Sembrava una vita tranquilla per Teodorico, ma una mattina, quella dello scorso 12 giugno, lo si è visto imbavagliato con una grande mascherina cinese anti Covid. Si spera che d’ora innanzi Flavio Teodorico (454-526), detto il Grande, Re degli Ostrogoti ma anche Signore di Roma e d’Italia, possa continuare tranquillo nella fiducia che, come fatto da lui a suo tempo, anche nel vicino Palazzo la cosa pubblica venga bene amministrata, a pro di tutte le componenti la comunità.

In foto principale: La statua di Re Laurino in piazza Magnago

Autore: Leone Sticcotti

XelaM: convinti nel segno del rock’n’roll elettronico

Avete sempre pensato al rock’n’roll come a un genere da suonare rigorosamente con degli strumenti in mano? A rigor di logica non eravate troppo lontani dalla verità, ma può anche non essere esattamente così.

Rock’n’roll è innanzitutto una questione di spirito e il disco fresco di stampa del duo XelaM, uscito a sorpresa da poche settimane, è qui a dimostrarcelo. Curiosamente la pandemia era scoppiata contemporaneamente all’uscita dello spettacolare disco dei Morisco, che oltre che una coppia artistica sono una coppia nella vita, proprio come gli XelaM. E ora che l’emergenza si sta con cautela attenuando, ecco questo altrettanto notevole e diversissimo “Rock and Roll”, debutto su CD di Mr. Alex e Monik, gli XelaM appunto.
“Xelam – ci racconta Mr. Alex – era la sigla con cui abbiamo cominciato a sperimentare con la musica nella seconda metà degli anni Ottanta. In realtà la cosa non è durata molto, ci siamo esibiti poche volte in pubblico e di lì a poco abbiamo fondato un gruppo vero e proprio che si chiamava Anna e i Dentici, chitarra, basso, batteria e voce. Negli ultimi tempi abbiamo però ripreso in mano quella sigla e ci siamo rimessi in pista proprio da dove avevamo interrotto allora.”
Mr. Alex, che nell’ultimo decennio ha calcato spesso i palchi con la psichedelia fuzz dei Peggy Germs e con una formazione indirizzata soprattutto verso il rockabilly e il rock’n’roll del primo Elvis Presley, è tornato (ma in realtà non aveva mai smesso) a lavorare con tastiere programmate e suoni elettronici, mescolando atmosfere dark e punk con lo spirito rock’n’roll di cui si parlava poc’anzi. Lui e Monik hanno così registrato una decina di tracce per il nuovo disco, lavorando esclusivamente in casa e alternandosi nelle parti vocali, riuscendo a creare un prodotto che entusiasma. Spiccano brani come l’iniziale “Forever In My Heart”, “I’m Cool Baby” o il brano che titola il disco, con tanto di dotta citazione di “Tutti Frutti”.
“Siccome non siamo proprio giovanissimi – spiega Mr. Alex – abbiamo guardato in internet, per cercare qualcuno che potesse aiutarci a districarci nel mondo dei download e degli streaming. Così ho scritto a un’etichetta svizzera che mi pareva abbastanza in linea con la nostra proposta musicale. Mi hanno risposto subito dicendo che erano molto interessati a quello che facciamo. Non solo, si sono proposti a pubblicarci un CD fisico se avessimo avuto almeno dieci brani da proporre. Meglio di così non poteva andare. Di brani ne avevamo sei, ma visto che si doveva stare in casa senza poter uscire ci siamo messi subito al lavoro e siamo arrivati al numero di canzoni che ci era stato chiesto. A queste abbiamo anche aggiunto tre tracce dal vivo, giusto per dare l’idea di come funziona la nostra proposta su un palco.”
Detto fatto, la Swiss Dark Nights (così si chiama l’etichetta) ha dato immediatamente alle stampe cinquecento copie di “Rock and Roll”, che ora è regolarmente distribuito con comprensibile soddisfazione di Monik e Mr. Alex.
“Ci siamo trovati catapultati in un mondo che non immaginavamo – è Monik stavolta a parlare –, adesso ci arrivano i riscontri del lavoro di promozione e distribuzione che hanno fatto, ci sono addirittura stazioni radio in Messico che trasmettono la nostra musica. Il tipo della Swiss Dark Nights ha naturalmente interesse a pubblicizzare il CD visto che l’investimento lo ha fatto lui e oltre al fatto che ci propongono e promuovono, pare che stiano funzionando bene anche le vendite online. Per ora si tratta di distribuzione all’estero, dal dodici giugno è annunciata anche quella italiana tramite Audioglobe.”
Sicuramente, oltre al look azzeccato del duo, perfettamente a cavallo tra dark e rockabilly, e alla proposta musicale di un genere che sta tornando in auge, alla base dell’interesse per la musica degli XelaM, c’è il fatto che loro questo rock’n’roll elettronico lo hanno vissuto in tempo reale, che non stanno scimmiottando qualcuno, ma sono due che negli anni Ottanta c’erano e ascoltavano e proponevano proprio queste cose.
“Per noi è molto importante il fatto di usare la strumentazione giusta per fare questa musica – conclude Mr. Alex – uso rigorosamente i synth degli anni Ottanta per avere effettivamente un certo suono. Non mi piace adoperare programmi che replicano gli effetti, voglio proprio che siano quelli originali. Anche le batterie elettroniche che uso sono di quel periodo. E quelli dell’etichetta lo hanno capito al volo. Poi dal vivo uso tanto il theremin, è un po’ la mia chitarra, scendo tra il pubblico con questo strumento la gente impazzisce, è affascinata. Si tratta di una cosa incredibilmente coinvolgente, col theremin ho fatto tredici, mi avvicino al pubblico e vanno tutti fuori di testa. Il passo successivo, appena sarà possibile tornare a fare concerti, sarà fare il vinile, colorato, perché è quello è il formato che preferiamo per la musica!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Le guglie che si stagliano nel cielo della città di Bolzano

I campanili, o più correttamente le torri campanarie, hanno per secoli caratterizzato il paesaggio urbano ed extraurbano. Ogni chiesa, convento o cappella privata ne aveva uno. Questi elementi architettonici che si protendono verso il cielo hanno in realtà un’origine antichissima. Pensiamo agli ziggurat, alle piramidi e ai templi dei Maya. Si tratta di elementi di congiunzione fra la terra e il cielo, dove l’eco e il suono delle campane arrivava all’udito di tutti, determinando i tempi e i ritmi della vita quotidiana.
La tipica forma a torre si differenzia per epoche e composizioni stilistiche. A Bolzano fra gli esempi più antichi abbiamo quello di S. Giovanni in Villa, massiccia composizione romanica con blocchi di porfido alleggeriti alla sommità da eleganti monofore, bifore e trifore. Il campanile, come tutti quelli di origine romanica, termina con una struttura piramidale. Nel periodo gotico, dove tutta la struttura dell’edificio ecclesiale si protende verso il cielo, anche la guglia della cella campanaria si allunga verso l’alto. Tale prerogativa caratterizzerà fortemente il paesaggio: pensiamo ai campanili delle chiese bolzanine di S.Maurizio, di S.Maddalena, di S. Giorgio, di S.Martino in Campiglio, della antica Parrocchiale di Gries, per arrivare fino a quello del Duomo di S.Maria Assunta.
Il campanile di quest’ultima si appoggia sulla struttura romanica preesistente.
Fra il 1500 e il 1519 su progetto di Burkhard Engelberg di Ausburg, Hans von Lutz realizza la nuova struttura riprendendola dal modello di S.Maria Gestalde a Vienna. A una base quadrata vi sovrappone, nella cella campanaria, una architettura di forma esagonale.
In esso trova spazio tutto il linguaggio formale del gotico, con pinnacoli, balaustre, statue, archi di collegamento rampanti e doccioni.
La cuspide alta quindici metri, interamente traforata, anche per motivi statici, è connotata da tre corone scultoree che si inanellano su di essa, sottolineando la dedizione alla Vergine della città di Bolzano. La guglia del duomo caratterizzerà per sempre l’immagine della città. Il secondo campanile, originariamente previsto sul lato meridionale, non verrà mai eseguito per motivi statici, ma soprattutto economici. Dal 1683, anno dell’occupazione di Vienna da parte delle truppe turche, i campanili prenderanno la caratteristica forma a cipolla, in qualche modo per esorcizzare lo scampato pericolo ottomano.

Autore: Flavio Schimenti

Dati: i vantaggi della raccolta alla fonte

Uno dei temi che sempre ricorrono in questa rubrica è quello dei dati. Nella città digitale i dati sono fondamentali per produrre servizi di qualità. Quando si parla di dati, spesso ci si riferisce al fatto che sono tantissimi, conseguentemente enfatizzando il fatto che per gestire questi “big data” abbiamo bisogno di un’enorme potenza “muscolare”. In realtà, la gestione dei dati è un tema molto più complesso. Una delle dimensioni fondamentali è quella della “qualità” del dato: se i dati che vengono raccolti sono interpretati male, troppo incompleti o non fedeli ai corrispondenti fenomeni reali, i servizi ai cittadini che vengono realizzati sulla base di questi dati diventano inutili, se non dannosi.
Per costruire una casa solida servono, dunque, solide fondamenta.
Un modo molto semplice per cercare di avere dati di qualità è quello di raccoglierli quanto più possibile vicino alla fonte, con dei meccanismi per cui chi sta alla fonte abbia interesse a essere quanto più possibile preciso e completo nel tradurre la propria realtà in dato.


Un esempio molto calzante è quello di lidonews.it. Si tratta di un sito che censisce tutti i lidi dell’Alto Adige, fornendo indicazioni su quali lidi sono aperti, e quali lidi hanno ancora posti disponibili – tema particolarmente importante in questa complessa fase di distanziamento sociale. Il sito funziona con un meccanismo molto semplice: sono i gestori stessi dei lidi a indicare, in tempo reale e tramite una app dedicata, quanti posti disponibili ci sono.
Lidonews si occupa a quel punto di aggregare tutte queste informazioni in un unico portale, dando anche indicazioni chiare su quando è stato effettuato l’ultimo aggiornamento dei posti disponibili, lido per lido.
Un servizio semplice ma davvero efficace.

Autore: Marco Montali