Venticinque anni fa Alexander Langer se n’è andato, ma le sue provocazioni sono rimaste. E così il suo alto contributo di riflessione sulle situazioni che si ripropongono ciclicamente in una terra come l’Alto Adige, nella quale le appartenenze contano più dei diritti e il diritto non sa prescindere dalle appartenenze.
Una terra nella quale le dinamiche del potere (nella politica, nell’economia, nella comunicazione, nelle diverse forme in cui si articola la realtà sociale) sono condizionate dall’avere le spalle coperte da un qualche gruppo a vari livelli: di amicizia politica, economica, di parentela, di lingua. In questo Sudtirolo fatto così Langer parlava “dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. E diceva che occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”. Discorsi pericolosi che si leggono nei suoi “Dieci punti per la convivenza inter-etnica”. “Accanto all’identità e ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche”, scriveva Langer, “è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione.” Serve anche oggi, come venticinque anni fa, questa “grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica”? È necessario, diceva Langer, “che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili.” Questioni superate? Anche oggi chi non è organico al sistema delle appartenenze, si pone a cavallo tra più culture e cerca il bene comune anziché il potere, sa quanto presto si possa entrare nel mirino di chi cerca il potere anziché il bene comune.
In foto principale: fotomontaggio di Roberto Tubaro
Un altro caso in cui si è dovuto celebrare un anniversario con le limitazioni anti Covid (distanza, mascherina…) , è quello riguardante il sacrificio di Giannantonio Manci, la cui figlia Annamaria era presente alla celebrazione dello scorso 6 luglio. Di lui si fa memoria in una delle due lapidi commemorative di forma quadrata recanti iscrizioni in rilievo, che si trovano sulla facciata del Comando Truppe Alpine, in piazza 4 novembre. La prima lapide è dedicata a Manlio Longon: “Manlio Longon qui ucciso da mano nazista nel sacrificio per la libertà qui rifulge 20 dicembre 1911-31 dicembre 1944”. La seconda invece recita così: “Giannantonio Manci combattente antifascista tra queste mura fu tratto a morte il 6 luglio 1944”. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 le armate tedesche avevano occupato la provincia di Bolzano, divenuta parte della “Zona d’operazione delle Prealpi”. Il Palazzo Alti Comandi di piazza 4 novembre a Bolzano divenne sede della Gestapo. Si creò allora un movimento di resistenza al nazifascismo, furono organizzati gruppi di partigiani, inquadrati nella Divisione CLN Zona Bolzano. Manlio Longon, dirigente della Magnesio di Bolzano, fu tra i promotori di tale resistenza. Il 15 dicembre 1944 cadde nelle mani della Gestapo e, dopo quindici giorni di torture, il 31 dicembre 1944 fu impiccato nella sua cella. Giannantonio Manci, impegnato prima nell’opposizione al fascismo e poi al nazifascismo, come presidente del CLN di Trento organizzò il movimento partigiano trentino. Arrestato dalla Gestapo a Trento con altri partigiani il 28 giugno 1944, condotto a Bolzano, nella sede della Gestapo fu sottoposto a interrogatori e torture. Durante uno degli interrogatori, per non cedere alle torture, il 6 luglio 1944 si tolse la vita gettandosi da una finestra al terzo piano del palazzo.
In foto principale: La commemorazione avvenuta a Bolzano lo scorso 6 luglio
La canzone “Bolzano”, firmata da Johnny Ponta, nei giorni scorsi è stata presentata come la prima dedicata al capoluogo altoatesino. Non è esattamente così, come viene spiegato in questo articolo che coglie l’occasione per allargare anche un po’ il discorso al resto del nostro territorio.
Si è fatto un gran parlare nelle scorse settimane della nuova canzone del countryman Johnny Ponta, una canzone dedicata a Bolzano, sua città adottiva. Nell’eccessiva risonanza data alla notizia dai media è capitato addirittura di leggere o sentire che “Bolzano” (questo è il titolo del brano, suonato per altro abbastanza asetticamente da prezzolati turnisti) è forse la prima canzone mai dedicata al capoluogo della nostra provincia. Per fortuna non è così, fin dagli anni sessanta, quando i Pooh incisero “Brennero 66”, canzone dedicata ai tristi fatti delle bombe e dei tralicci, abbiamo fruito di spesso belle (e ancor più spesso interessanti) canzoni dedicate al capoluogo e ad altre località altoatesine. Ecco così l’occasione per rendere giustizia ad alcune composizioni e ad alcuni artisti locali che hanno cantato, nel bene e nel male, la loro terra. Per quanto riguarda Bolzano, la palma va sicuramente all’adrenalinico funky dei Modo, “Bolzano che caos”, brano irrinunciabile che esprime nel suo testo tutto il malessere di chi ha vissuto la città intorno a fine anni Ottanta, una città assai diversa da quella attuale, deserta la sera e assai poco propositiva, fatta eccezione per le brillanti iniziative di realtà culturali indipendenti e alternative. I Modo e il cantante Macao Timpone registrarono il brano nel loro disco omonimo, ma la canzone era già una hit nei concerti, grazie a un sound trascinante e a un testo che mescolava orgogliosamente Bolzano alle radici calabresi del cantante. A ruota si colloca la più recente “Bolzano immaginaria”, di Bobby Gualtirolo, un brano che esprime il difficile rapporto tra l’autore e la sua “hometown”, al punto da doversene immaginare una differente. Lo stesso autore ha scritto anche, eseguendola solo raramente in concerto, “Nato in Via Resia”. Assai più trascurabile, a livello di toponomastica cittadina la canzone “Corso Libertà” incisa da Maurizio Ingigneri su un oscuro 45 giri. Massimo poeta dell’Alto Adige in musica è sicuramente stato Klaus Tengler, Klaus Levi in arte, visto che con questo nome ha pubblicato il suo unico album cantautorale nel 1981: proprio in quel disco accanto al bluegrass elettrico intitolato “Scalando l’Ortles” appariva “Brennero”, una fulgida perla in fingerpicking dall’immenso testo che racconta di un passo di frontiera oggi lontano anni luce da quello con l’Outlet e i turisti dello shopping. Nel repertorio di Andrea Maffei dei primissimi anni novanta fa capolino la dimenticata “Per fare un bagno a Monticolo” e rimanendo negli immediati dintorni del capoluogo incontriamo di nuovo Gualtirolo, autore della caustica “This Is Unterland” e della bellissima “Lillian, Rosemarie e il Jack di cuori”, che su una musica di Bob Dylan sposta l’azione all’ombra del Corno del Renon, dimostrando in entrambi i casi un forte legame culturale con la nostra terra.
Klaus Tengler Copyright: Giorgio Fait
A livello di testi poetici non bisogna poi assolutamente dimenticare Georg Clementi, autore di una bellissima “Südtirol, amore mio”, apparsa sul suo LP del 1989 “Ein singender Poet”; per contro poca poesia ma tanta, tantissima energia e sagacia risiedono nel punk-rock alla Ramones dei WC, gruppo dell’altipiano dello Sciliar, che sul loro primo CD, “Menschen”, si permisero di rileggere il tradizionale “Tirol isch lai oans” ironizzando con giusta irriverenza sulle tradizioni locali a ogni costo, dai Lederhosen all’autentico speck sudtirolese fatto con carne di suini olandesi! E che dire dei profeti bolzanini dell’heavy metal classico, quegli Skanners che hanno condiviso il palco con i Deep Purple, Ronny James Dio, le Girlschool e molti altri. Uno dei brani storici dei loro esordi s’intitolava “Oltrisarco in the night”, autentico inno al loro quartiere, anni dopo, la title track del loro terzo disco traeva invece ispirazione da una scritta rinvenuta a Castel Mareccio. I bolzanini Mad Puppet, rimanendo in ambito letterario medievale, hanno addirittura inciso un disco intero ispirato alle leggende di Re Laurino mentre nel repertorio dei Klakson, indubbiamente la band più underground del capoluogo si perde il conto delle canzoni d’ispirazione cittadina, spesso con connotazione rionale, da “Tibetani de Oltrisarco” a “Shangarola Baby”, passando per “Seven Oaks Mary” (ispirata alle presunte apparizioni della Madonna nella frazione di Settequerce), “Women From Bronzolo” e il blues parlato su Ötzi (l’unica ad aver avuto l’onore di apparire su un CD). Vi chiederete a questo punto come sia la canzone di Johnny Ponta (https://youtu.be/TnAY7KWsli): a livello musicale è una ballata lenta, romantica, furba. Come è il furbo il testo che cita la Bolzano da cartolina che si vende ai turisti: il Catinaccio, Piazza Walther, una parola in tedesco, una citazione della più celebre fiction televisiva ambientata in regione. Tutto un po’ laccato, patinato, lontano da quell’imperfetto Sudtirolo in cui invece viviamo.
Le lingue, si sa, non rappresentano solo un elenco di parole ma, quasi sempre, una testimonianza “dinamica” della presenza e degli incontri di genti. Parole a volte insospettabili sono messaggere di elementi culturali assai stratificati che vanno “letti” come altri reperti di epoche passate. Per quanto riguarda la nostra terra, votata all’andirivieni di persone e cose e inserita in un contesto linguistico che dalla Baviera raggiunge le pianure veneto-lombarde, si può dire che molto – ma non tutto – parte dal latino: non tutto perché sono assai significative, anche se numericamente scarse, le tracce delle cosiddette lingue pre-romane. Tra queste, il “retico”, imparentato con il più nobile etrusco, di cui a partire dal VII secolo a.C. utilizzava l’alfabeto, traspare ancora in decine di misteriosi toponimi locali. Accanto a questo idioma sappiamo della presenza del veneto antico e del celtico. Se il latino è stato capace, nei suoi cinque secoli di presenza, di assimilare queste lingue, fu l’arrivo di Goti e Longobardi a dare avvio alla lenta formazione, nella bocca delle persone, di un linguaggio “misto”, dove accanto alla lingua pura degli eruditi venne a codificarsi l’idioma multilinguistico definito “volgare”. Qualche traccia possiamo ancora trovarla nella caratteristica parlata “ladina” ora confinata in poche valli ma fino all’anno 1000 estesa su gran parte del nostro territorio. Dal medioevo in poi il latino volgare è stato fortemente contaminato dalle parlate delle popolazioni “barbariche” scese dal Brennero: dopo Goti e Longobardi, furono soprattutto i Baiuvari a imporsi per molti secoli. Scambi più o meno evidenti di vocaboli, prestiti, corruzioni a volte fantastiche sono il risultato di questi incroci secolari. Ma qui non vogliamo soffermarci su questa o quella parola stramba bensì su alcune espressioni verbali composte, sconosciute all’italiano e presenti nel dialetto. Partiamo da un classico: “metter su da lavar zo” (rigovernare i piatti), dal germanico “ab-spülen”e “auf-stellen”. Poi “tajar zo” e “tajar su”, con le stesse radici: “ab-schneiden” e “auf-schneiden”. “Svoidar fora” (svuotare) ricorda “aus-leeren. Espressioni come “’nar fora” e “vame for dai pei”, (uscire e togliti di mezzo), corrispondono a “aus-gehen”. Anche “dar fora” (distribuire o spendere) si rispecchia nel tedesco “aus-geben”. Il contrario, “dar endrio”, (restituire) deriva da “zurück-geben, “sentarse zo” (sedersi) da “sich nieder-setzen”. “Levar su” (alzarsi) corrisponde a “auf-stehen, “nar zo, nar su” (scendere, salire) a “hinunter-gehen e hinauf-gehen”. Ultimo esempio: “rider fora” (deridere), chiaramente ispirato ad “aus-lachen”.
In foto principale: Un’inscrizione retica. Oltre al retico sono molte le lingue che hanno contribuito allo sviluppo del dialetto
Dopo due decadi di un giugno tanto fresco quanto perturbato, che ha fatto prosperare nevai, foreste e molti di noi, l’estate astronomica è alle porte. I minimi barici restano confinati oltralpe e chi abita a ridosso dello spartiacque alpino, oltre al gran caldo, deve sorbirsi pure il favonio. Un vento di caduta mite e secco che inibisce la nascita dei funghi, modella le nuvole in nubi lenticolari e mostra delle latifoglie il verso chiaro. Con queste condizioni anche le nostre piante del BalconORTO soffrono le folate aride: il terriccio si asciuga, le foglie si afflosciano, i fiori si seccano. Inizia lo stress idrico. Le piante così indebolite sono soggette ad attacchi parassitari, fungini e di varie malattie. Diagnosi che possono peraltro manifestarsi anche in condizioni diametralmente opposte, magari dopo piogge abbondanti e umidità stagnanti. Dimensioni dei vasi, esposizioni, annaffiature, consociazioni, ph del terriccio, ammendanti sono certo i primi passi verso una corretta gestione delle colture, ma non esiste garanzia di salute totale nonostante le nostre premure. Va da sé, naturalmente, affidarsi a metodi il più possibile naturali escludendo la chimica, fin troppo presente nella coltivazione tradizionale e nella distribuzione agroalimentare. Queste puntate saranno pertanto incentrate, come utile compendio, in patologie e rimedi. NOTA: il tempo di carenza (o intervallo di sicurezza) è il numero minimo dei giorni che deve intercorrere tra la data del trattamento e la data di raccolta degli ortaggi, prima di essere lavati e messi in tavola.
Afidi (pidocchi delle piante o gorgoglioni): questi insetti fitomizi, che si nutrono succhiando la linfa, sono lunghi da 1 a 4 mm e sono di vario colore: giallo, verde, grigio, marrone, nero. Alcune varietà di afidi hanno le ali, altre ne sono sprovviste. Solitamente l’afide nero aggredisce sia le parti epigee (cioè quelle fuori dal terreno), sia quelle ipogee (le radici) della pianta, mentre tutti gli altri solo le parti epigee. Colonizzano foglie, rami, e frutti, trasmettono forme virali da pianta a pianta. Si sviluppano molto velocemente e in colonie numerose. Esiste comunque un indizio, che potrebbe permettervi di individuare la presenza degli afidi, quando ancora non è massiccia: le formiche! Se notate spesso delle formiche intorno ai vostri ortaggi, ai vostri vasi è probabile che presto compariranno anche gli afidi. Le formiche infatti vivono in simbiosi con questi parassiti: trasportano le larve di afide sulle piante e le allevano, nutrendosi della sostanza zuccherina – la melata – che i parassiti secernono. Rimedi: 1) rimozione manuale 2) 5 g di sapone di Marsiglia a scaglie in 500 ml di acqua. Irrorare la sera tramite spruzzino, poi ogni mattina risciacquare solo con acqua. Ripetere per 3 sere o più, in base al grado di infestazione. 3) Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua e irrorare sempre di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni 4) Piretro naturale: un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino – Carenza 3 giorni – Attenzione: il piretro non è sistemico, né citotropico, ma uccide anche insetti utili, come api e coccinelle.
Forse pochi sono a conoscenza che Luis Trenker, gardenese di nascita, alpinista, scalatore, romanziere , attore e regista – girò il film “Montagne in fiamme” nel 1931 – era anche architetto. A Bolzano per un breve periodo dal 1925 al 1930 mette in pratica pienamente la sua idea di architettura. Nel 1925 realizza a Oltrisarco, in località “Prato ghiacciato”, il progetto per un insediamento abitativo per la Cooperativa Case Popolari. Quattro blocchi di edifici, dalle forme semplici ed essenziali. Nel 1926 realizza Villa Pretz in via Castel Roncolo che firma insieme a Clemens Holzmeister. Si tratta di una bella residenza dalle forme razionali e innesti classicheggianti. Ma possiamo trovare le tracce più significative del suo linguaggio architettonico in quello che allora verrà chiamato “Rione Cesare Battisti” e in tedesco “Beamtenhäuser”, realizzato fra il 1927 ed il 1930 fra via Armando Diaz e Piazza 4 Novembre, firmato anch’esso con l’architetto Holzmeister. Il rione che sorge di fronte al Palazzo degli Alti Comandi, nelle vicinanze del Monumento alla Vittoria e dietro il piacentiniano, ieratico e monumentale Corso Libertà (Corso 9 Maggio) avrà tutt’altre caratteristiche. L’idea sarà quella di creare una piccola città-giardino. Un lungo edificio che si affaccia su via Diaz, un secondo blocco in via Longon, e altre otto piccole unità abitative, poste simmetricamente all’interno del lotto. Anche qui la committenza non è pubblica, è privata la “Cooperativa impiegati statali e comunali”. Tale edilizia si ispira agli esperimenti abitativi realizzati nella cosiddetta “Vienna Rossa” degli anni ’20 e a quelli dell’edilizia socialista olandese. Nel blocco più lungo, rivolto verso sud, esso tende a incurvarsi, di fronte a esso ampi giardini, oggi coltivati a orti. Qui Trenker pone una scelta progettuale vincente, ogni blocco abitativo ha il suo balcone con l’angolo tagliato a spicchio. Il risultato è che i raggi solari possono penetrare più facilmente all’interno delle abitazioni e l’esposizione è tale che garantisce un’ideale illuminazione per tutta la giornata. Una stradina interna garantisce la comunicazione fra le unità abitative interne. Il complesso edilizio è inoltre fornito di un pozzo artesiano autonomo, tuttora utilizzato per irrigare gli orti. Tale esperimento abitativo nel ricreare una socialità di vicinato, di spazi urbani a dimensione umana, ne fanno uno dei pochi casi riusciti, oltre all’architettura puramente razionalista, dell’edilizia residenziale a Bolzano in quegli anni.
Venticinque anni fa (3 luglio 1995) se ne andava Alexander Langer, un uomo che con la sua vita, la sua ricerca, le sue fatiche e la sua solitudine contribuì a dare dignità alla politica, che è l’arte della costruzione del bene comune e non un’attività di lotta per il potere e la spartizione delle risorse. Guardava a un cambiamento culturale.
“Sono convinto”, scrisse sul settimanale “Il Segno” nel marzo 1995, “che ormai il tempo sia più che maturo perché ci si occupi non solo e non tanto della definizione dei ‘diritti etnici’ (o nazionali, o confessionali, ecc.), ma della ricerca di criteri per costruire un ordinamento della convivenza pluri-culturale, che ovviamente non potrà essere in primo luogo concepito come un insieme di norme e di statuizioni legali, ma soprattutto di valori e di pratiche della mutua tolleranza, conoscenza e frequentazione.” Vedeva con la passione del profeta la necessità di una correzione di rotta in campo politico, ecologico, economico nei rapporti tra gruppi etnico-religiosi (era in corso la guerra nei Balcani). Negli ultimi mesi della sua vita fece appello a una “decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile”. Espresse questa esigenza in un discorso memorabile. “Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana e onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius’ (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.”