Oltre la tregua

A molti – lo so – hanno fatto un po’ sorridere gli appelli giunti in questi giorni da leader politici e religiosi, affinché le Olimpiadi alle porte possano costituire un’occasione per promuovere una “tregua olimpica” nei sanguinosi conflitti in corso a livello globale. Il sorriso nasce dal disincanto, perché ormai da molti è ritenuto inevitabile un cambiamento di paradigma, nella nostra civiltà, volto a sostituire l’intangibilità dei valori universali di giustizia, libertà e diritti fondamentali dell’individuo, con la legge del più forte. O – meglio – di una sempre più ristretta cerchia di “più forti”, siano essi individui o organizzazioni pubbliche o private.

L’ineluttabilità di questi cambiamenti – a mio avviso – è tutta da dimostrare. Così come ritengo che ci siano ampie fasce di cittadini che – fino a qualche tempo fa tentati dall’affidarsi a poteri forti – si stiano ora interrogando sull’opportunità di tale delega in bianco. 

Forse oggi allora è proprio opportuno riflettere sui vantaggi offerti dal cosiddetto spirito olimpico, applicato nella vita di tutti i giorni. Spingendo dunque l’appello iniziale ad andare oltre alla tregua, mettendo in campo un vero e proprio permanente ripensamento della direzione che apparentemente abbiamo preso. 

Lo spirito olimpico è infatti una filosofia di vita che utilizza lo sport come strumento per promuovere una società pacifica, la dignità umana e l’unione tra i popoli. Ricordiamo che i pilastri fondamentali di tale filosofia sono proprio alcune tra le parole (valori) che oggi sembrano trovarsi in un inesauribile processo di declino. Vediamoli insieme. 

Il primo è l’eccellenza, che però non significa solo vincere, ma anche e soprattutto dare il massimo di sé e superare i propri limiti personali attraverso la dedizione e l’impegno, come ricorda bene Roland Fischnaller da noi intervistato in questo numero del giornale. 

C’è poi il rispetto, per sé stessi, per gli avversari, per le regole del gioco e per l’ambiente. Segue l’amicizia, perché nello spirito olimpico lo sport è visto come un ponte per favorire la comprensione reciproca tra individui e nazioni, andando oltre le differenze politiche, religiose o culturali. Infine, ultimo ma non meno importante, c’è il fair play. Sì, perché nello sport la lealtà è centrale; una vittoria ottenuta senza onestà non è considerata una vera conquista olimpica. 

I giochi di Milano Cortina 2026 sono dunque per noi un’occasione importante, soprattutto per riflettere. E per ritrovare la nostra bussola. 

Autore: Luca Sticcotti

Merano e i “suoi” immigrati

Merano è una città abituata ai passaggi. Da sempre. Passaggi di lingue, di persone, di confini. C’è chi arriva per restare e chi arriva “solo per un po’”. Qui le storie di spostamento non sono una novità: la città delle cure, del turismo, delle stagioni, ha visto arrivare gente da fuori molto prima che la parola “migrazione” diventasse un tema da dibattito. Per questo parlarne può essere facile (perché le vedi) e difficilissimo allo stesso tempo.

// Di Marco Valente

Le storie che seguono sono reali, ma nomi e dettagli identificativi sono stati cambiati o omessi per motivi di privacy. Il filo rosso è Antonio Rovito, avvocato che da oltre dieci anni accompagna persone straniere tra permessi, residenze, ricongiungimenti. Non è un pezzo “su” Antonio Rovito. È un pezzo su Merano e su ciò che passa dal suo osservatorio. Qui a Merano, in pochi seguono questa materia ogni giorno.

Avvocato…?

No, per favore. Antonio. Mi chiamano così anche i miei clienti.

Antonio, quando uno “ce l’ha con i migranti”… lei da dove comincia?

Dalla pizza. A te piace la pizza? E come la mangi? Rossa. E allora: quel pomodoro chi l’ha raccolto? È in regola? Quanto ha guadagnato per raccogliere 100, 200, fino a 700 chili sotto il sole a quaranta, quarantacinque gradi? Magari è un padre di famiglia dello Sri Lanka, sfruttato, pagato 25 o 30 euro al giorno. Poi chiedo: vai nei ristoranti? E chi ha lavato i piatti dove stai mangiando? Questa domanda spiazza.

Perché spiazza così tanto?

Perché ti porta dove non guardi. La città vive anche di lavoro invisibile. Nelle cucine, anche quelle rinomate e super lussuose, spesso trovi squadre fatte in gran parte da lavoratori di origine straniera. Nel Meranese ho visto decine di contratti di cuochi e aiuto cuochi bengalesi. A quel punto l’offesa gratuita si inceppa.

C’è chi dice: sì, però ci sono anche i reati…

È vero che una parte dei reati è commessa anche da cittadini extracomunitari. Ma se arrivano migliaia di persone all’anno, è fisiologico che una percentuale piccola faccia danni. Non è quello che descrive la maggioranza.

Sotto la superficie, quali sono gli ingrranaggi che decidono se una persona riesce a vivere “normale”?

Dipende anche da come arrivi. C’è chi arriva regolarmente, per esempio con il decreto flussi. E lì i primi passaggi sono quasi sempre quelli: permesso di soggiorno, iscrizione al servizio sanitario, residenza. Tre porte. E dalla residenza discendono diritti molto concreti.

Negli ultimi anni qual è stata la porta più pesante?

I ritardi nel rilascio dei permessi. Si parla di tempi oltre l’anno, in alcuni casi vicini ai due. Ultimamente sta migliorando, ma l’attesa non è un numero: è ansia, stress, incertezza.

In concreto, cosa blocca davvero?

La “ricevuta”. Per molti è un foglio che non vale niente. In realtà spesso ti consente di restare regolarmente sul territorio mentre la pratica va avanti. Solo che non tutti lo sanno. Se cerchi casa con la ricevuta in mano, spesso ti dicono no. Se vai da un piccolo datore di lavoro, magari non ti assume. E intanto la vita resta ferma.

Quindi il tema non è solo la legge, è l’informazione.

Esatto. Se l’informazione è irraggiungibile, la regolarità diventa un percorso a ostacoli. Ho visto persone perdere mesi perché una pratica era impostata male e quando arrivi all’appuntamento ti dicono: rifai. E il rischio è grosso, perché qui c’è di mezzo la possibilità di diventare irregolari. Le norme cambiano spesso, i dettagli contano, e chi arriva investe sacrifici di una vita per essere qui.

Anche lei, in fondo, ha una storia di spostamento.

Io vengo da un paese vicino a Tropea. Sono arrivato a Merano grazie alla mia compagna, senza conoscere nessuno, con tante paure. Poi ho scoperto che poteva funzionare. Oggi ho famiglia, tre figli, lavoro, associazionismo. È una storia normalissima, ma mi aiuta a capire cosa significa ricominciare.

A questo punto Antonio mi apre una porta in più, e mi fa incontrare le storie di Rahim e Amadu (nomi di fantasia).

Rahim, quando è arrivato in Italia?

Nel 2003 o 2004. Sono partito da solo. Ho lavorato, mi sono inserito, ho preso casa in affitto.

Poi è arrivato il ricongiungimento con la sua famiglia.

Mia moglie stava molto male. Aveva bisogno di terapie urgenti.

Cosa ha fatto la differenza, qui a Merano?

La rete. Antonio ha preso contatti con l’ospedale prima che lei arrivasse. Cartelle cliniche, reparto, medici. Quando è arrivata siamo andati subito in ospedale e le cure sono ripartite. L’iscrizione sanitaria è stata sistemata dopo. Quella settimana non la dimentico.

E oggi?

Oggi i figli sono qui. Scuola, sport. Uno ha scelto la scuola tedesca e parla tedesco fluentemente.

Amadu, la sua storia è diversa, ma parla della stessa città.

Io lavoro in cucina. Tante ore. Mando i soldi a casa. Una volta ho mandato 7 euro e ho pagato quasi 5 euro di commissioni. Alla fine sono arrivati 2 euro. Con quei soldi mia madre ha comprato riso e a casa hanno mangiato per settimane.

È riuscito a rimettere in ordine i documenti?

Sì, dopo anni. Quando ho ottenuto il permesso e sono tornato a casa, ho riabbracciato mia figlia. Sto costruendo una casa in mattoni, sono al piano piano.

Antonio, in mezzo a queste storie e queste difficoltà, esiste anche qualcosa che funziona come sistema?

Sì. Il progetto SAI (Sistema Accoglienza Integrazione) qui funziona molto bene. Vedi persone che imparano la lingua, entrano nel mondo lavoro, trovano una sistemazione. È un modello serio, con esiti quasi sempre positivi: persone che ne escono con lingua, lavoro e una casa.

E cosa la fa più arrabbiare?

Quando qualcuno si approfitta dello straniero. Una stanza in soffitta, non abitabile, 14 metri quadri, indicata come “uso deposito”, a 500 euro al mese, con bagno condiviso. E i locatori sono persone nate qui. Non è solo un problema di chi arriva. È un problema di chi è già qui e sceglie di sfruttare.

Merano convive già. Nelle scuole, nelle cucine, negli uffici, nei condomini. Convivere è una cosa concreta che ti costringe a rivedere idee, a capire meglio come funzionano le regole e dove si inceppano. La diversità può essere vista come ostacolo oppure come opportunità, un arricchimento. Dipende da noi.

Autore: Marco Valente

Un secolo di fede, di tradizione e di comunità

Il calendario ha girato pagina anche sul nuovo anno, ma l’eco del centenario della Parrocchia di Santa Maria Maddalena continua a riecheggiare all’interno della comunità di Vadena, e parla di fede, di tradizioni e di legami che hanno offerto il proprio supporto nel modellare l’identità del paese, configurandosi in un autentico atto di memoria collettiva.

Era esattamente il primo giorno di dicembre del 1925 quando Monsignor Celestino Endrici, vescovo di Trento dell’epoca, emanò un decreto che riconosceva la chiesa parrocchiale di Vadena come autonoma. 

“Per la nostra comunità, aver celebrato con così grande emozione i cent’anni della Parrocchia di Santa Maria Maddalena, è significato vivere un momento di unione e di ricordo di chi siamo, offrendoci l’occasione di ripercorrere le nostre radici e di non disperdere un’eredità che appartiene a tutti noi – spiega la vicesindaca di Vadena, Martine Parise – La storia della nostra parrocchia, infatti, è la storia di un cammino difficile”.

E proprio guardando al cammino compiuto nel tempo, la chiesa parrocchiale non ha sempre trovato il proprio spazio stabile a Maso Castello. Storicamente risiedeva a Maso Birti, dove agli inizi del XIV secolo era stata edificata una chiesa che per secoli ha rappresentato il cuore spirituale della comunità. Nel 1796, però, le frequenti esondazioni dell’Adige portarono alla sua demolizione. In anni moderni di quell’edificio rimane il solo campanile (per cui c’è anche un un momento dedicato), silenzioso testimone di una fede messa alla prova ma mai venuta meno. O quanto meno è ciò che si apprende attenendosi alla storia, che riferisce come nel 1797 iniziarono i lavori per adattare la cappella di Maso Castello a nuova chiesa parrocchiale. 

In questo senso furono costruiti un campanile e un camposanto, utilizzato fino alla metà dell’Ottocento. Tutto ciò non alleviò però le difficoltà, tanto che nel 1804, come riporta l’annotazione del parroco Sterzinger, “ciò che la furia delle acque aveva risparmiato fu devastato dall’impietosa crudeltà dei francesi”. Si tratta di un chiarissimo riferimento alle invasioni napoleoniche, che hanno portato al danneggiamento del tabernacolo e ai furti di vari oggetti sacri. 

Per vivere un’autentica rinascita servì attendere il diciannovesimo secolo, quando la generosità dei grandi proprietari terrieri fece sì di poter ampliare la chiesa, comunque condizionata dai limiti imposti dalla roccia porfirica del Monte di Mezzo, verso nord. ma è importante annotare che la struttura è rimasta la stessa dal 1840. 

La cerimonia, oltre una sentita e numerosa presenza di cittadini (tra molti bambini e famiglie), hanno presenziato il sindaco Elmar Oberhofer, la vicesindaca Martine Parise, l’intera giunta comunale e i rappresentanti delle associazioni locali. A loro si è aggiunto il maresciallo dei carabinieri della stazione di Bronzolo, Giuseppe Caravello, la Musikkapelle di Bronzolo-Vadena, il parroco don Walter Visintainer con il consiglio parrocchiale. “Un secolo di fede, di tradizione e di comunità è un patrimonio prezioso. Osservando la nostra storia, non possiamo che essere grati nei confronti di chi ci ha preceduti e di tutti coloro che continuano a rendere viva la nostra comunità”, è stato detto. In questo contesto, è doveroso ricordare anche l’impegno speso da Brunella Mottin assieme al consiglio pastorale  parrocchiale, che presiede, nel contribuire all’ottima riuscita delle celebrazioni e alla cura della memoria storica della parrocchia. 

“Come gruppo abbiamo iniziato a pensare e lavorarci dall’estate – racconta Mottin -. Il primo appuntamento si è tenuto nella Sala Polifunzionale, venerdì 28 novembre, con il dottor Walter Landi che ha raccontato la storia della nostra parrocchia. Il 30 novembre si è tenuto l’evento vero e proprio ed è stata una giornata più che positiva, oltre che molto emozionante per l’ottima risposta della comunità e di tutti i volontari che durante l’anno supportano, con il proprio aiuto, l’attività della parrocchia. Tutto questo ci fa guardare con occhi di speranza anche verso il futuro.”

Autore: Daniele Bebber

La cura degli anziani #2

Proseguiamo nel nostro percorso volto a conoscere meglio il sistema complesso di servizi pubblici e associazioni che – nella nostra provincia – vengono incontro alle famiglie nel percorso di cura degli anziani alle prese con disabilità più o meno marcate. Questa volta il focus è su ANMIC e Centro tutela per i diritti del malato. 

Ho conosciuto il sistema della cura non da esperto, ma da figlio: accompagnando i miei genitori anziani nell’ultima fase della loro vita. È un’esperienza che costringe a orientarsi tra regole, procedure e percorsi non sempre immediati da capire, e che fa toccare con mano quanto il rapporto tra cittadini e servizi dipenda anche dal contesto. Ci sono operatori che si “fanno in quattro” – assistenti sociali, professionisti dell’Azienda sanitaria e dei servizi sociali – e che sanno davvero accompagnare. Ma il sistema, nel suo insieme, resta complesso: basta un’informazione mancante, un appuntamento rimandato o un passaggio interpretato in modo diverso per rendere tutto più difficile.

Le due interviste che seguono non raccontano soluzioni miracolose, ma due esperienze concrete. Mostrano come alcune associazioni possano fare da ponte, aiutando le persone a orientarsi tra le regole e a non restare sole: l’ANMIC e il Centro di Tutela dei Diritti del Malato.

L’ANMIC IN ALTO ADIGE

Con circa 6.000 soci in tutta la provincia, l’ANMIC Alto Adige – sede provinciale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili – rappresenta un punto di riferimento insostituibile per chi affronta il percorso dell’invalidità civile o della disabilità. Tra burocrazia, normative complesse e bisogni concreti, l’associazione offre orientamento, assistenza pratica e ascolto.

Ne abbiamo parlato con Giulia Ferrarese e Karin Klotz, referenti della sede di Bolzano

Che cos’è l’ANMIC e a chi si rivolge?

Siamo un’associazione di categoria riconosciuta a livello nazionale, con oltre cento sedi in tutta Italia. A Bolzano seguiamo esclusivamente persone con invalidità civile, ovvero patologie o disabilità che non derivano da cause di guerra o lavoro. Offriamo supporto per ottenere il riconoscimento dell’invalidità, per la Legge 104, per eventuali aggravamenti o ricorsi, e aiutiamo a conoscere i propri diritti.

Quali sono i servizi più richiesti?

Ci occupiamo della compilazione e dell’invio delle domande agli uffici competenti, seguiamo la persona prima e dopo la visita della commissione medica, interpretiamo insieme il verbale e le accompagniamo anche nelle domande successive.

Che differenza c’è tra ANMIC e un patronato? 

I patronati gestiscono molti tipi di pratiche per un’utenza molto ampia. Noi invece siamo specializzati esclusivamente nell’invalidità civile. Questo ci permette di offrire una consulenza mirata, individuale, approfondita. Ogni appuntamento è dedicato a entrare nel merito del caso specifico.

Chi sono i vostri soci?

Abbiamo soci in tutta la provincia, e la maggioranza sono anziani, perché molte patologie insorgono con l’età. Ma il 30% della nostra utenza sono adulti in età lavorativa e bambini con disabilità dalla nascita, come l’autismo o la sindrome di Down.

Il vostro lavoro ha anche una forte componente umana.

Assolutamente. Spesso accogliamo persone smarrite, che non sanno dove andare né cosa fare. Alcune sono preoccupate, altre addirittura disperate. Il nostro ruolo è anche quello di rassicurarle, ascoltarle, far capire che non sono sole. E questo vale non solo per le persone invalide, ma anche per i loro familiari, che spesso si trovano a gestire situazioni difficili senza strumenti. Cerchiamo di dar loro sicurezza, li aiutiamo a capire come muoversi. A volte basta sapere che c’è qualcuno disposto ad ascoltare, per ritrovare un po’ di fiducia.

L’ANMIC non si occupa solo di assistenza amministrativa. Quali sono le altre attività che portate avanti?

Oltre al supporto individuale, promuoviamo percorsi gratuiti di formazione professionale per invalidi civili disoccupati. L’anno scorso abbiamo attivato un corso di contabilità e uno di marketing, con tirocinio finale. Molti partecipanti hanno trovato lavoro proprio nelle aziende ospitanti.

Realizzate anche progetti legati alla sensibilizzazione?

Sì, da cinque anni assegniamo il Premio Ottone Nigro ad aziende, enti o persone che si distinguono per l’inclusione degli invalidi civili. È un modo per dare visibilità a chi crea opportunità, spesso senza clamore.

Come si può accedere ai vostri servizi?

I nostri servizi sono rivolti a chi decide di associarsi all’ANMIC. Accompagniamo anche le persone che si avvicinano per la prima volta al percorso di riconoscimento dell’invalidità, fin dalla prima domanda. A volte si associano anche familiari: è un gesto di sostegno, ma anche un modo per sentirsi parte attiva di un percorso che riguarda da vicino una persona cara.

Dove si trova la sede e come si può entrare in contatto con voi?

Siamo a Bolzano, in via Dante 20/B, ma lavoriamo per tutta la provincia. Tutte le informazioni, i contatti e gli aggiornamenti sono sul nostro sito: www.anmic.bz

CENTRO TUTELA DIRITTI DEL MALATO

Stefano Mascheroni: qual è il cuore del vostro lavoro?

Aiutiamo i cittadini a orientarsi e a far valere i propri diritti. Ascoltiamo i bisogni delle persone: quelli espressi in modo chiaro, ma anche quelli più nascosti, che emergono solo con un po’ di dialogo in più. Le accompagniamo in un percorso per cercare una soluzione, che può essere sanitaria, socio-sanitaria o assistenziale. Oggi questo è ancora più importante, soprattutto per chi vive situazioni di fragilità legate all’età, alla disabilità o alla solitudine.

Si può dire che siete un po’ gli “avvocati del malato”? 

Forse è una definizione eccessiva, ma in parte sì: siamo un’associazione di tutela. Da oltre sedici anni aiutiamo malati e familiari a far valere i propri diritti. Non tutti hanno gli strumenti per orientarsi nel sistema o per farsi ascoltare. Noi cerchiamo di colmare questo divario, mettendo a disposizione competenze ed esperienza.

Che tipo di situazioni vi vengono segnalate? 

Spesso si tratta di difficoltà burocratiche, di accesso ai servizi o di incomprensioni con le strutture. A volte basta poco per sbloccare una situazione ferma: una spiegazione, una telefonata, un chiarimento. Altre volte serve più tempo. Il primo passo, comunque, è sempre l’ascolto.

Ci sono storie che l’hanno colpita in modo particolare?

Molte. Ma ciò che colpisce di più è quando le persone tornano da noi per ringraziare. A volte anche da lontano, solo per dire che ce l’hanno fatta. È il segno che il nostro lavoro ha avuto un senso.

Come si può entrare in contatto con voi?

La nostra sede principale si trova a Bolzano, presso il Distretto socio-sanitario Gries, in Piazza A. W. Löw Cadonna 12 (ex via Amba Alagi 20), al primo piano, stanza 103. Tutte le informazioni sono disponibili sul nostro sito: tdmaa.org. Chi ha bisogno, può bussare: siamo qui per ascoltare.

Autore: Till Antonio Mola

Il ladino, un fiore che vale come l’oro di una medaglia

Il ladino è una delle più belle e preziose eredità che la storia ha consegnato all’Alto Adige. Assieme ad altre lingue minoritarie è promosso e valorizzato da una legge dello Stato (la 482/1999) e soprattutto dalla Costituzione italiana: “La Republica defënd la mendranzes linguistiches cun normes aposta” (art.6).

Lo scorso 17 gennaio la sciatrice gardenese Nicol Delago ha conquistato la prima vittoria della sua carriera in Coppa del Mondo, vincendo la discesa libera di Tarvisio. Un successo che premia anni di lavoro e conferma la sua maturità agonistica. La maggior parte dei tifosi ha applaudito all’oro di Nicol, ma una porzione – che si vorrebbe definire “esigua” anche perché espressione di un “nulla culturale” tendente allo zero ontologico – dei frequentatori della rete l’ha invece ricoperta di insulti, dopo aver sentito la sua intervista alla Rai Ladina, pronunciata nella versione gardenese della lingua dolomitica. “Gareggi per l’Italia, parla in italiano”.

La solidarietà espressa nei giorni successivi è stata corale. Ma come in casi analoghi, sorprende che – nella società dell’iperinformazione che fa il paio con l’iper-ignoranza – ci siano ancora persone che non conoscono il rispetto dei diritti linguistici e non comprendono come la varietà delle lingue apra le menti mentre la monocultura le ottunde (appunto).

La non-cultura del siamo-in-Italia-si-parla-italiano è espressione di residui di nazionalismo presenti in tutto il Paese (e nel mondo). Si fondano – oltre che su una generica intolleranza nei confronti di chi non è come te – sulla misconoscenza di questa Italia che, come Repubblica, ha la tutela delle minoranze linguistiche tra i suoi principi fondativi.

Il ladino, che è vario e bello come le terre dove esso si parla, appartiene a una famiglia linguistica che si estende dal Friuli ai Grigioni. Un patrimonio fatto di storia e leggende, di passato e presente. Appartiene a tutti coloro che amano la biodiversità culturale. “N gra de cuer a duc chëi che juda pea a lascé flurì la rujeneda ladina” (Grazie di cuore a tutti coloro che fanno fiorire la lingua ladina!).

Un dettaglio: il 17 gennaio, mentre i ratti da tastiera ci insultavano (perché gli insulti vanno a tutte le persone bi-tri-plurilingui) in molte parti del Bel Paese si celebrava la “Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali”.

Autore: Paolo Bill Valente

Uno sguardo… sul panorama musicale locale


Solitamente, la nostra rubrica, porge attenzione alle nuove uscite discografiche. Stavolta proveremo invece a fare un punto della situazione sulla promozione della suddetta scena che passa attraverso sponsorizzazioni pubbliche o private, sottoforma di concorso ma anche in veste di finanziamento sulla base di un progetto presentato ai preposti organi provinciali. 

A chi inorridisce all’idea che ci sia uno sponsor pubblico dietro la realizzazione di un disco, diremo subito che, innanzitutto non accade solo da noi, e citiamo ad esempio una piccola casa discografica con sede in Spagna, che da anni pubblica e distribuisce a livello mondiale dischi di artisti indonesiani finanziati dal loro ministero culturale, in seconda battuta il ruolo svolto dalle amministrazioni va a ricoprire quello che un tempo era ad appannaggio dei cosiddetti mecenati. È di pochi giorni fa la notizia che IDM Alto Adige (l’azienda provinciale che si occupa tra l’altro dei finanziamenti di produzioni televisive e cinematografiche girate in regione) si occuperà anche dei progetti musicali e ha individuato dieci progetti da sovvenzionare, tra cui il nuovo disco del chitarrista Mortiz Gamper, una rock opera firmata da Manfred Schweigkofler, il terzo CD dei Timbreroots. Proprio questi ultimi si sono messi in evidenza nell’ultima edizione del contest Upload, collocandosi al secondo posto. Da qui l’occasione di scambiare due chiacchiere con Matteo Jamunno, musicista, scrittore, creativo a 360° che da un paio d’anni si occupa attivamente del concorso.

“Upload – ci spiega Jamunno – ha tre identità territoriali che corrispondono alle tre regioni dell’Euregio. Negli ultimi anni in Tirolo c’è stato un calo sia a livello di organizzazione che soprattutto di finanziamenti, il Trentino è invece particolarmente in evidenza e ha sviluppato un forte legame col mondo dei workshop e delle scuole di musica perché chi si occupa di Upload ha i giusti agganci con queste realtà, qui in provincia di Bolzano c’è invece un forte legame con la scena live grazie a Maurice Belotti e alla presenza di luoghi deputati alla musica giovane, non dimentichiamo che Upload è un contest riservato a musicisti sotto i 35 anni. L’importante, e al tempo stesso difficile da fare, è ricordarsi di non essere bolzanocentrici.”

Da qui l’esigenza di portare il concorso non solo nelle altre città della regione ma nelle valli, cosa che in Trentino è già divenuta una parola d’ordine, anche perché contrariamente a quanto avviene qui, c’è già una forte connessione tra i locali che danno spazio ai giovani e il finanziamento pubblico è meno consistente: i luoghi dedicati alla musica fanno così rete contando sulle proprie forze. Senza dover fare i conti col fatto che in Trentino si parla un’unica lingua mentre in Alto Adige, a fondo valle l’Italiano e l’idioma più usato mentre nelle valli, ladine a parte, il tedesco è la lingua principale.

“I Timbreroots – prosegue Jamunno – che si sono aggiudicati il secondo posto nel 2025, vengono dalla Bassa Atesina, sono di lingua tedesca, ma hanno viaggiato ed esplorato molto a livello musicale, pur rimanendo legati alle loro origini. Hanno aperto alla loro musica la possibilità di andare fuori. Questo è stato il loro punto di forza, li ho visti crescere rispetto all’edizione precedente del concorso: hanno fatto un salto enorme. D’altronde è cresciuto anche Upload. Fino a qualche tempo fa il contest era visto come una vecchia zia che ti dà la mancia quando la vai a trovare, ora per qualificarsi bisogna che i gruppi abbiano davvero le idee chiare, che abbiano un programma, e noi li seguiamo nel loro percorso anche dopo per vedere come procedono questo cammino. I Timbreroots in questo sono davvero avanti, e poi riescono a farti sentire la loro terra in un ambito musicale pop internazionale: si sente il camminare in montagna, il fango sugli scarponi, non so come facciano, ma è la loro magia.”

La band rientra tra i dieci artisti che si sono appena aggiudicati il premio della Rocknet Academy (assegnato da una giuria che ascolta per così dire al buio), consistente in un premio in denaro e nella pubblicazione del brano Wild Rustles sulla compilation SONX 2026, risultato conseguito con SONX 2025 e SONX 2021.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Andare ai concerti non è così… facile

Siria Stenico è un’appassionata di musica e ci racconta come negli ultimi anni l’inflazione sui prezzi dei concerti degli artisti più importanti — che dagli anni 80 ad oggi hanno visto un incremento di più del 400% — stia portando molti giovani ad avere difficoltà ad accedere a questo tipo di esperienze culturali.

Siria: i prezzi dei concerti sono ancora accessibili?

Incontrare un artista in live è un’esperienza unica e fino a qualche anno fa era ancora economicamente accessibile. Oggi la situazione è cambiata. Non si tratta più solo di organizzare il proprio tempo, ma di capire quanto tempo prima bisogna iniziare a risparmiare per potersi permettere un concerto.

Qual è il costo reale per partecipare a un concerto?

Il costo del biglietto, già molto alto, è solo una parte della spesa. Per chi vive in Alto Adige  la tappa più vicina per i grandi artisti internazionali è quasi sempre Milano. Per questo bisogna aggiungere i costi del viaggio, giorni di ferie e spesso il pernottamento. Diventa quasi una vacanza forzata. Bolzano è collegata poco e male con Milano. Anche scegliendo l’auto, bisogna considerare benzina, autostrada, parcheggio e la stanchezza, soprattutto se si guida di notte. I mezzi pubblici non sono sempre economici né pratici e – spesso  finiti i concerti, le metropolitane cittadine non vengono potenziate creando ulteriori problemi logistici. Le alternative non sono alla portata di tutti.

Quanto pesano questi fattori?

Moltissimo. Alla questione economica si aggiunge anche lo stress fisico e mentale che si accumula in luoghi come gli ippodromi, dove la visuale è scarsa, e il contesto impegna fisicamente. Ma è stressante anche l’acquisto dei biglietti, tra prevendite, bot, file virtuali di ore e pagine che si bloccano; il tentativo di acquisto si trasforma in una giornata di ansia che non garantisce comunque l’accesso al biglietto. Molte persone rinunciano o decidono di andare all’estero. Spesso infatti, con gli stessi soldi, si può fare una trasferta in una città europea dove è spesso più facile trovare biglietti. Monaco, ad esempio, è una meta privilegiata per i bolzanini.

I giovani rischiano di rinunciare ai concerti?

Sì, molti iniziano a vedere i concerti come qualcosa di irraggiungibile, non più come un’esperienza culturale normale.

Quali potrebbero essere le soluzioni?

Avvicinare i concerti. A Bolzano io ho assistito ai concerti di Mika, Bryan Adams e Laura Pausini. Anche se in Alto Adige non esistono venue come San Siro ciò non significa che l’offerta culturale debba essere ridotta. Una soluzione per aiutare a raggiungere i concerti più grandi sarebbe quella di potenziare i collegamenti, ad esempio con pullman organizzati. Bolzano è sprovvista di questi servizi e quei pochi che esistono partono da Trento, il che implica uno spostamento non facile, considerando che al ritorno i collegamenti notturni per tornare a Bolzano sono scarsi o nulli.

Perché è importante che la musica non diventi un privilegio?

La musica unisce. Mette insieme persone diversissime che condividono la stessa passione. Durante un concerto le differenze scompaiono e ci si sente parte di qualcosa di più grande. È un’esperienza che arricchisce, crea ricordi che restano per tutta la vita e rafforza legami. Non può e deve diventare un’esperienze elitaria.

Autrice: Anna Michelazzi

Storia, danza, educazione

Qui Intervista a Julia Kristina Lunger, arrivata a Merano da Vienna all’età di tre anni. Dopo le superiori è tornata nella sua città natale per studiare storia, educazione civica e formazione politica, scienze motorie e sportive. Conclusa l’università è rientrata a Merano, dedicandosi alla danza contemporanea, al teatro e alla musica. Parallelamente lavora con bambini e adolescenti, sostenendoli nel loro percorso scolastico, mettendo al centro l’ascolto, la relazione e la crescita personale.

Il mio principale difetto.

L’autocritica a volte mi impedisce di credere in me stessa e nelle mie capacità.

La mia occupazione preferita.

Entrare in uno spazio creativo insieme a persone che hanno voglia di condividere questa esperienzacon me.

Non sopporto…

Di essere “sovrastimolata”.

Per un giorno vorrei essere…

La mia coscienza, capace di osservarmi dall’esterno.

Se fossi un animale sarei…

Hmm… forse un cervo… non ancora adulto.

Il mio film preferito.

Non ho un film preferito, ma l’ultimo che mi è piaciuto molto è stato “Les 15 lettres”.

La prima cosa che faccio al mattino.

Guardo fuori dalla finestra.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Il fatto che mi dia la sensazione di far parte di una piccola comunità, dove posso dare il mio contributo.

Del mio aspetto non mi piace…

Potrei ben trovare qualcosa che non mi piace, ma non voglio darglitroppa importanza.

Il mio piatto preferito.

Pasta aglio e olio preparata con lapersona che amo.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Il latte per fare il caffè al mattino.

Tre aggettivi per definirmi.

Spiritosa, sensibile, modesta.

Il mio sogno ricorrente.

Impegnarmi in un cortometraggio per condividere le mie idee, pensierievisioni attraverso questo formato.

La cosa di me che mi piace.

Credo di avere un buon intuito per le persone, che mi permette di adattarmi rapidamente a diverse conversazioni o stati d’animo.

Il mio ultimo acquisto

Una perforatrice.

Il mio colore preferito.

Il rosso.

Il mio primo ricordo.

Ah… non me lo ricordo più.

Autore: Marco Valente

Roland Fischnaller: 24 anni di Olimpiadi

Lo snowboarder altoatesino Roland Fischnaller, ha partecipato a ben sei edizioni dei Giochi Olimpici, a partire da quelli di Salt Lake City nel 2002. Ora sta per affrontare la sua seconda Olimpiade casalinga dopo Torino 2006.

Milano–Cortina si avvicina sempre di più: come si sente ad affrontare le Olimpiadi “in casa”?
È certamente è un’emozione fortissima, ma io l’approccio come una gara normale della Coppa del Mondo e non mi faccio stressare dai fattori che non posso controllare.

Guardando indietro alla sua carriera, c’è un momento che considera decisivo per diventare l’atleta che è oggi?
Ci sono stati tanti momenti che mi hanno fatto crescere, ho imparato tantissimo dalla mia vita da atleta, però, nella mia esperienza, sono state le sconfitte a darmi di più. Certo, vai a casa deluso, ma quello ti obbliga a creare un piano per migliorare nella prestazione seguente e questo mi ha fatto sempre migliorare moltissimo.

Dopo tanti anni ad altissimo livello, cosa la motiva ancora ogni giorno ad allenarsi e a competere?
Cerco ancora il mio grande stimolo: migliorare me stesso ogni giorno. Questa secondo me è la chiave più importante che un atleta può avere alla mia età.

Si sente un punto di riferimento per i giovani snowboarder italiani?
Assolutamente. Grazie alla mia carriera così lunga do consigli agli atleti più giovani che mi scrivono sui social o vengono al mio agriturismo in val di Funes in vacanza. Quando sono miei ospiti vengono ad allenarsi con me, e li aiuto come posso.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di smettere?
A 24 anni ho pensato di smettere a causa del dolore alle ginocchia, ma grazie a mia mamma ho continuato e la stagione seguente sono salito su due o tre podi in Coppa del Mondo. Quei momenti di sconforto sono passati molto velocemente.

Qual è stato il momento più alto della sua carriera?
L’anno scorso a St. Moritz in Svizzera dove ho vinto i mondiali davanti ai miei bambini; per me è stata un’emozione enorme. Ora sono grandi e posso regalare loro tante emozioni e questa per me è una gioia incommensurabile.

Oggi si confronta con avversari molto più giovani: quale pensa sia il suo vantaggio competitivo?
La mia esperienza. So gestire le situazioni e riesco a leggere bene la gara; ho vissuto tutte le situazioni possibili in questo sport e ho la risposta giusta per ogni circostanza.

Sarà uno dei pochi atleti a partecipare sia a Torino 2006 che a Milano–Cortina 2026. com’è cambiato il suo ruolo all’interno della squadra?
Sì, siamo solo quattro atleti ad aver partecipato anche a Torino 2006. Sicuramente il mio ruolo è cambiano. Nel 2006 ero il più giovane e ora sono il più vecchio. I miei compagni sono furbi, chiedono consigli, guardano e copiano. Siamo diventati la squadra più forte al mondo, nella federazione abbiamo fatto più podi di tutti, e questo è molto bello. Potrei dire di essere ormai diventato il capitano.

Vent’anni ad altissimo livello sono una rarità: qual è stato il suo segreto per durare così a lungo?
Vent’anni in Coppa del Mondo non sono molto comuni, per me quello che conta e quello che ho sempre in mente ovvero migliorare me stesso, ogni giorno.

Autrice: Anna Michelazzi