Mitologie

Il mondo della musica è in lutto per la scomparsa della leggendaria regina del rock, Bettina Durner, detta Tina. Ribattezzata affettuosamente “La Panettiera del Rock”, ha iniziato la sua avventura musicale a Merano, dove vendeva pane fresco e cantava le sue prime note nell’osteria del paese. Ha raggiunto l’apice del successo con l’album “Simply the Speck”. Con hit come “Proud Meraner”, “Stolze Maria Himmelfahrt” e “What’s Wine Got to Do with Brixen?”, Tina ha dimostrato di saper fondere alla perfezione i suoni rock con la tradizione. Il suo singolo “We Don’t Need Another Strudel” ha fatto ballare e cantare tutti, celebrando uno dei dolci tradizionali più amati della regione.

Autore: Roberto Tubaro

Intervista al bolzanino Giorgio Raffaelli, fondatore della casa editrice Zona 42

Nonostante il pregiudizio non sia sparito, negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate: ma c’è ancora molto da fare per rimuovere l’etichetta di “letteratura di serie b” dai romanzi di genere. Riuscirci è l’obiettivo di Giorgio Raffaelli, bolzanino trasferitosi a Modena da qualche decennio e fondatore della casa editrice Zona 42 insieme al socio Marco Scarabelli. Il secondo pregiudizio che Raffaelli vorrebbe scardinare è quello di chi i romanzi di fantascienza li legge, ma giudica il genere secondo parametri troppo rigidi. Come editore, dunque, prova a muoversi da equilibrista tra questi due poli, “cercando titoli capaci di incuriosire chi la fantascienza non la conosce e al contempo soddisfare chi invece la conosce e magari la giudica in modo intransigente”.

Zona 42 propone romanzi selezionati e lavorati con cura, nei quali la fantascienza si fonde spesso al weird, al fantastico e all’horror, di autori sia italiani che stranieri. Alla collana principale si è affiancata di recente la collana “42 nodi”, che accoglie testi a metà tra il romanzo breve e il racconto lungo. Si tratta di storie ibride, poco classificabili, interessanti da proporre a un pubblico che ancora non è abituato a narrazioni oblique, difficili da incasellare. Curata inizialmente da Michele Vaccari, dall’anno scorso “42 nodi” è sotto la direzione di Elena Giorgiana Mirabelli. “Con Elena” racconta Raffaelli, “ho sentito fin dal primo momento una sintonia fuori dal comune. Abbiamo un’idea di letteratura molto simile”.

Abbattere i pregiudizi è responsabilità anche degli editori, e “se questo non è ancora successo è anche perché la fantascienza è stata spesso trattata male proprio da chi la pubblicava, con traduzioni scadenti e lavori dozzinali”. 

Nei primi anni Duemila, la mancanza di un progetto editoriale serio dedicato alla fantascienza ha spinto Raffaelli a leggere perlopiù titoli della scena anglosassone, “e quando scopri libri e autori che nessun altro conosce la prima cosa che vuoi fare è condividerli”. E dunque: Zona 42.

“Ma le belle storie non bastano, di belle storie sono piene le librerie. A far sì che una storia rimanga nella mente di chi la legge è soprattutto il modo in cui viene raccontata, le brecce che apre nel suo modo di vedere il mondo”. “L’archivio dei finali alternativi” di Lindsay Drager, tradotto per Zona 42 da Giorgia Demuro ed esaurito allo stand del Salone Internazionale del Libro di Torino in soli due giorni, ci riesce, e per questo Raffaelli lo consiglia a chi non ha letto nessuno dei titoli della casa editrice. 

Due classici da recuperare, invece, sono “La mano sinistra del buio” di Ursula K. Le Guin e “Dune” di Frank Herbert.

Non so se il pregiudizio verso la letteratura di genere sparirà, ma forse non è la cosa più importante: quello che importa è che editori come Zona 42 continuino a proporre libri di qualità, che altrimenti rischierebbero di rimanere fuori dai radar.

Autore: Alex Piovan COOLtour

Don Milani: l’importanza della parola 

Mario Lancisi, giornalista, inviato del “Tirreno”, e autore di saggi e libri sulla figura di don Lorenzo Milani, ci racconta – con l’occasione della presentazione del suo nuovo libro “Don Milani. Vita di un profeta disobbediente. A 100 anni dalla nascita” – il pensiero di questo prete-intellettuale. 

Qual è il pensiero di Don Milani? 

Il pensiero di don Milani è molto semplice. Diventa prete nel ’47 e viene mandato in una parrocchia vicino a Prato, a Calenzano. Qui scopre che i fedeli non rispondono, non sanno ascoltare una predica, non sanno il catechismo nè capire il Vangelo, perchè manca loro la parola. Lui capisce che il punto fondamentale è dare la parola ai poveri così che possano avere una capacità critica nei confronti della realtà in cui vivono ed essere quindi cittadini-sovrani. La parola è la grande proposta che Lorenzo Milani fa alla chiesa e alla società del suo tempo. Lui dice che la povertà non si misura nei soldi, ma nella parola: una persona che possiede la parola è una persona ricca, è una persona che riesce in qualche modo a gestire la società.

Quali erano i suoi temi cardini?

L’amore per i poveri, l’amore per chi rimane indietro, per chi soffre. È ritenuto per questo uno degli intellettuali più importanti del secondo Novecento, perchè ha affrontato nelle sue opere principali i grandi temi del secolo. In “Esperienze Pastorali” affronta il tema della riforma religiosa che poi confluisce nel Concilio Vaticano II. Con “L’obbedienza non è più una virtù” il tema della pace del disarmo, del primato della coscienza del dovere e di non obbedire a ordini ingiusti e sbagliati e infine con “Lettera a una Professoressa” il grande tema del classismo nella scuola e l’importanza della cultura nella crescita della persona. 

Perché papa Francesco ha dovuto “riabilitarlo”? 

Perchè essendo un uomo del vangelo era anche un uomo disobbediente alle regole della chiesa che non erano conformi al suddetto. Papa Francesco ha indicato don Milani come colui che ha posto le basi per la chiesa del futuro. 

Secondo lei, cos’avrebbe potuto pensare don Milani della scuola di oggi?

Lui criticava la scuola del suo tempo dicendo che non poteva essere “un ospedale che cura i sani” per questo nella sua scuola a Barbiana l’approccio consisteva nell’aspettare tutti, soprattutto chi faceva più fatica. Era una scuola innovativa, tutto era programma: riparare un motore, costruire degli sci… ma per lui quel modello di scuola moriva con lui. Di conseguenza non posso dire ciò che lui avrebbe pensato oggi, ma posso dire quello che penso io riflettendo sui suoi valori, perciò mi verrebbe da dire, ad esempio, che un ministero non si può chiamare “del merito” poiché è un modo classista di giudicare i ragazzi. Questo è un problema ancora presente, come allora i figli dei montanari facevano più fatica, oggi quelli, ad esempio, degli immigrati sono nella medesima situazione.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

La musica nel sangue

Nei suoi sessant’anni di età Gregor Marini ha collaborato con una serie infinita di musicisti: è difficile trovarne di locali che non abbiano lavorato con lui. Ma nel suo curriculum appaiono nomi anche internazionali che per la maggior parte della “gente comune” sono inarrivabili. Gregor Marini, chitarrista, compositore, arrangiatore e ingegnere del suono, ha girato i palchi di mezzo globo prima di tornare nel suo Alto Adige, dove oggi lavora – naturalmente – nel campo della musica.

Il mio principale difetto.

Essere sapientone.

Il mio momento più felice.

Quando ho smesso di frequentare la scuola.

La persona che ammiro.

Non ammiro persone.

Un libro sull’isola deserta.

Un libro non basterebbe. 

La mia occupazione preferita.

Creare.

Il paese dove vorrei vivere.

Ci vivo già.

Il mio piatto preferito.

Quello tondo.

Non sopporto…

I turisti.

Per un giorno vorrei essere.

Me stesso.

La mia paura maggiore.

Morire in agonia.

Nel mio frigo non mancano…

Un buon bianco secco e del formaggio.

Se fossi un animale sarei.

Estinto.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Ho imparato a nuotare da solo.

Il mio motto.

Non avere un motto.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Quello “Diabolico” di Mario Castelnuovo Tedesco.

Il giocattolo che ho amato di più.

La chitarra.

I miei poeti preferiti.

Bertold Brecht, Hilde Domin, Zbigniew Herbert, Tomas Tranströmer.

I miei pittori preferiti.

Pablo Picasso, Salvador Dalì, Francisco de Goya, Jan Vermeer.

Il dono di natura che vorrei avere.

Un’ottimo senso per gli affari.

Dico bugie solo… 

Quando  non ho voglia di discutere.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Nello stesso posto di adesso ma con 10 anni di cattiveria in più.

Il colore che preferisco.

Il ciano.

L’ultima volta che ho perso la calma.

In autostrada.

Da bambino sognavo…

Di diventare uno dei Beatles.

Autore: Luca Masiello

Il castello e il mausoleo di Scena narrano una storia d’amore

Un maniero, un mausoleo, una storia di un amore che fece discutere perché nato fra due persone di diverso lignaggio, un erede della famiglia imperiale degli Asburgo e una giovane borghese. Il castello lontano dalla corte e dalle sue convenzioni, un titolo creato ad hoc per dare una qualche dignità nobiliare alla discendenza.  

Guardare anche solo di lontano il Castello di Scena e il Mausoleo significa fare capolino in una bellissima storia d’amore fra un uomo e una giovane donna che non avrebbero dovuto neppure guardarsi e certamente non sposarsi. Quella del Conti di Merano è una discendenza scaturita da un matrimonio morganatico (matrimonio di un nobile con una borghese) che suscitò scandolo, pettegolezzi e determinò una vita felice ma ritirata e lontana dalla corte imperiale di Vienna e dal suo severo protocollo. È la storia d’amore fra l’arciduca Giovanni d’Austria e Anna Plochl di Aussee figlia del maestro di Posta Jakob Plochl. Anna aveva altri dodici fratelli e dopo la precoce morte della madre si era presa cura della casa e della famiglia. Aveva 15 anni quando, il 22 agosto 1919, incontrò per la prima volta l’arciduca Giovanni d’Asburgo al Lago Toplitz. Giovanni d’Austria ne restò immediatamente catturato per la dolcezza, la riservatezza e la saggezza e pochi anni dopo, il 20 settembre del 1823, era deciso a condurla all’altare. Il matrimonio avrebbe dovuto svolgersi a Vorderberg dove l’Arciduca possedeva una officina meccanica con annessa ampia casa d’abitazione ma quando l’arciduca chiese il permesso di sposare Anna al fratello, l’imperatore Francesco Primo d’Austria,  questi glielo negò. Giovanni decise allora di trasferirsi con l’amata al Castello di Brandhof e di intraprendere una battaglia legale, che si rivelò annosa, per l’ottenimento del consenso imperiale al matrimonio. I due si sposarono segretamente nella cappella privata del Brandhof sei anni dopo, il 18 febbraio 1829 quando Anna aveva 25 anni e Giovanni 47. Il consenso a questa unione morganatica giunse solo nel 1833. L’anno successivo e a firma dell’Imperatore Francesco II venne creata baronessa del Brandhof. Quando nel 1839 la coppia ebbe la gioia di un figlio, Metternich mediò affinché il pargoletto potesse avere un più importante titolo nobiliare e nel 1844 a firma di Ferdinando I d’Austria, e il bambino fu nominato Franz Conte di Merano. Per dare una degna residenza  alla propria discendenza, l’arciduca Giovanni d’Austria acquistò e restaurò il maniero trecentesco di Scena. Dopo la sua morte avvenuta nel 1859, il figlio chiamò l’architetto viennese Moritz Wappler che fra il 1860 und 1869 realizzò la costruzione neogotica in granito di Ivigna e quindi dieci anni dopo la sua morte fu composto nel nuovo mausoleo.  Anna sopravvisse al marito altri 26 anni durante i quali si dedicò prevalentemente ad opere assistenziali e di beneficenza come ad esempio l’ospedale infantile di Graz che ancora oggi porta il suo nome. Anna morì nell’agosto del 1885 a Bad Aussee e venne sepolta accanto al marito nel mausoleo di Scena. Nel mausoleo riposano anche il figlio Franz e la di lui consorte Teresa von Lamberg Contessa di Merano.  

L’ARCIDUCA GIOVANNI

L’arciduca Giovanni d’Asburgo-Lorena era il tredicesimo figlio del Granduca Leopoldo di Toscana e di Maria Luisa di Spagna ed era nato a Firenze nel gennaio del 1782. Da adulto ricoprì ruoli importanti: fu feldmaresciallo durante le Guerre napoleoniche e Reggente imperiale (Reichsverweser) dell’Impero tedesco durante le rivoluzioni del 1848. L’arciduca Giovanni sostenne a più riprese la ribellione organizzata dai partigiani tirolesi contro gli occupanti bavaresi e capeggiata da Andreas Hofer. Passò alla storia come il grande modernizzatore della Stiria. 

Autrice: Giovanna Pruccoli

L’ultima corsa del tram

Il 30 dicembre 1948 Il giornale “Volksbote” pubblicò la notizia dell’ultima, malinconica corsa del tram tra Bolzano e Laives.

A quanto risulta, le due vetture erano deserte, i soliti passeggeri notturni si erano già ritirati nelle loro abitazioni. Non ci furono manifestazioni di “congedo” ma in cuor loro i Laivesotti erano sicuramente tristi. Infatti, per molti decenni gli abitanti di Laives avevano sognato di avere a disposizione una propria linea tranviaria che li collegasse comodamente alla città capoluogo. Le automobili non erano ancora molte e per gli spostamenti quotidiani verso l’ospedale, i mercati o gli uffici amministrativi bolzanini spesso non rimanevano che la bicicletta o il carretto trainato da un mulo. Sembrava, quello del tram, un sogno impossibile ma poi, nei primi anni trenta del XX secolo, il sogno si avverrò e di fronte al ristorante “Casagrande” venne finalmente inaugurato il capolinea del tram. La sala d’attesa era sistemata nella vicina casa Koch dove oggi si trova la tabaccheria Barbon. Ai margini del piazzale di sosta, che fungeva anche da officina, c’era una piccola edicola che negli anni successivi si trasferì nei locali lasciati liberi dalla sala d’attesa. 

Dunque, dopo neppure un ventennio, la linea tranviaria fu sacrificata – così si disse –  “al progresso”, ai tempi moderni e alle necessità della nuova era industriale. In prospettiva, un errore clamoroso. 

Scrisse il giornale: “Quest’anno abbiamo un natale verde, neppure sulle montagne più alte c’è traccia di neve. Le temperature miti dell’autunno, a quanto sembra, continueranno anche durante l’inverno. Le viti avrebbero urgente bisogno della bianca coltre protettiva per ripararsi dal freddo. Il lungo periodo di siccità sta già causando problemi all’approvvigionamento dell’acqua potabile.” Come si vede, i cambiamenti climatici non sono una “conquista” dei nostri tempi. Dopo questa lunga premessa “climatica”, che evidentemente gli stava molto a cuore, il cronista annunciò che “il 23 dicembre è stata definitivamente chiusa la linea tranviaria tra Bolzano a Laives. Una vecchia struttura molto apprezzata è dunque scomparsa. La linea Bolzano – Gries fu inaugurata 41 anni fa, quella tra Bolzano e Vurza nel 1914. La strada tra Vurza e Laives doveva essere percorsa a piedi o su qualche carro di passaggio. Nell’anno 1931 fu costruito anche il tratto tra Vurza e Laives e da allora Laives e Bolzano erano collegate completamente tramite la linea tranviaria.”

Prosegue l’articolo: “Il mezzo moderno dell’autobus ha dunque sostituito il tram. In questa sede siano ringraziati i dipendenti del tram, che hanno svolto il loro servizio con dedizione esemplare e gentilezza, aiutando gli anziani a salire e scendere dalle carrozze. Diversi dipendenti del tram sono passati alla SASA, che ora svolge il servizio di trasporto in città e tra le due località. Ma siamo certi che molte persone e in particolar modo gli anziani stiano già rimpiangendo il vecchio tram, che era diventato una parte essenziale della vita quotidiana del paese. Ma i nostri tempi richiedono la modernizzazione dei servizi di trasporto e perciò non resta che adeguarsi.”

Un altro giornale, il “Dolomiten”, il giorno 24 dicembre pubblicò la notizia che “finalmente il vecchio tram è andato in pensione. La sua morte non è stata facile. Fino all’ultimo momento non era certo che il nuovo servizio di autobus fosse pronto. L’avvio fu rinviato per diverse volte e molti sostenitori del tram cercavano di rallentarlo. Una volta mancava l’autobus di scorta, che la SASA doveva avere nel proprio parco macchine, un’altra le necessarie autorizzazioni della motorizzazione civile. Finalmente, a mezzanotte, dopo l’ultima corsa, il tram è definitivamente rientrato nel deposito e oggi, dalle cinque di mattina, sono in sevizio i nuovi autobus della SASA.” 

Autore: Reinhard Christanell

Se sul palco c’è un gruppo di amici

Questa volta ad aprire il sipario del viaggio tra le filodrammatiche della Bassa Atesina, è la compagnia di Pineta di Laives. È stata fondata nel 1995 da Sergio Maccagnan, che è riuscito a coronare il suo sogno e creare una compagnia di persone di Pineta accomunate dal desiderio di divertirsi e far divertire. 

“Nell’ottobre del 1996, davanti ad un notaio, è stato validato un atto costitutivo che ufficialmente sanciva la nascita del nostro piccolo teatro” spiega Angelo Torrice, attuale presidente del gruppo amatoriale pinetano. Da quella firma è partita l’intera attività amatoriale come la si conosce oggi, nonostante i documenti riportino l’esordio ufficiale nel maggio dello stesso anno, in occasione della rassegna Teatro in Castello. “Il tutto si è svolto all’interno del cortile di Castel Mareccio a Bolzano. In quell’occasione abbiamo avuto i primi incontri con il pubblico – rivela Torrice -. Da allora grazie all’attuale presidente dell’associazione cultura di Laives, Loris Frazza (al tempo anche consigliere dell’unione italiana libero teatro a cui siamo iscritti), siamo partiti e abbiamo fatto le nostre rassegne e rappresentazioni. Quest’anno stiamo programmando la ventiquattresima rassegna, che inizierà ad ottobre”.

Presidente, voi recitate in dialetto o in italiano? E quali sono le vostre “piazze”. 

Recitiamo prevalentemente in italiano e per lo più nel vicino Trentino. Parlando di pubblico la differenza di partecipazione è notevole, perché la gente trentina ama e segue molto di più il teatro, soprattutto le commedie brillanti.

Come mai la meta è proprio il Trentino? 

Ogni paesino ha la propria compagnia e il proprio bel teatro, che alcuni hanno ristrutturato o convertito inserendo anche il cinema. In una serata, sempre parlando di teatro amatoriale, si superano abbondantemente le 120 – 130 persone. Dalle nostre parti  non si arriva a più di ottanta persone. E poi in trentino ci sono compagnie che dispongono anche di attori ragazzi, che è un po’ il sogno che abbiamo sempre avuto anche noi ma che non siamo riusciti a realizzare.

Avete vinto qualche premio? 

Due prime posizioni e due volte la terza posizione in concorsi con la Cofas e in alcuni teatri singoli. 

Abbiamo fatto anche spettacoli per beneficenza e siamo stati invitati due volte dall’associazione Dante Alighieri in Slovenia.

Quanti siete? 

Con questa nuova commedia, la tredicesima che proponiamo, siamo undici attori più un tecnico luci e due simpatizzanti.

Quali sono i vostri cavalli di battaglia? 

“Apri tu per favore”, di Sergio Marolla: l’abbiamo interpretata un’ottantina di volte. Poi c’è “Menomale che oggi è venerdì” e poi la commedia che abbiamo attualmente in cartellone: “Mezzanotte e un minuto”. Agli inizi avevamo proposto “Non tutti i ladri vengono per nuocere”, un atto unico di Dario Fo. Ci siamo divertiti molto e abbiamo deciso di andare avanti.

Autore: Daniele Bebber

Il papa di Caldaro

Nei primi anni del XX secolo, Caldaro conobbe una serie di aspre dispute tra una parte della popolazione e il decano del posto. Gottlieb von Hueber era il suo nome, ma lo chiamavano, non a caso, il papa di Caldaro. 

Le vicende che lo videro coinvolto – dalla nota “predica della Cassa di Risparmio”, in cui invitò i contadini del luogo a non depositare i loro risparmi nella banca bolzanina a suo dire in mano a pericolosi liberali, agli esorcismi praticati nell’ospedale del paese in gran segreto – trovarono ampio risalto sulle pagine di molti giornali dell’epoca. Insomma, il personaggio non passava certamente inosservato: o lo si amava, come gran parte della popolazione contadina, o lo si detestava, come tutti coloro che coltivavano idee liberali, socialdemocratiche o comunque anticlericali. Va comunque detto che fu uno strenuo oppositore del fascismo, tanto che il suo nome è il primo della lista dei sacerdoti esclusi dall’insegnamento della religione nelle scuole. A differenza di altri, come il parroco di Laives Bartolomeo Clementi, prima escluso e poi riammesso, subì il divieto di insegnare vita natural durante.

Uno degli episodi che lo videro protagonista avvenne nel 1909. Nel corso di una delle sue famose prediche, tenuta il giorno 8 gennaio 1909 in occasione della messa in onore delle vergini di Maria, apostrofò pesantemente davanti alla comunità cristiana riunita una giovane ragazza per essere “caduta nelle braccia di Satana”. In realtà, la ragazza era assolutamente incolpevole e di costumi morigerati ma il decano la accusò pubblicamente di essere una donna spudorata e malvagia. 

Qual era, agli occhi del severo presule, la colpa della giovane? In occasione di una parata patriottica svoltasi il 2 dicembre 1908, aveva osato marciare accanto ai componenti della banda musicale in veste di “Marketenderin”, le giovani in costume che da sempre e fino ai giorni nostri si aggregano alle bande nel corso delle loro esibizioni in qualità – più simbolica che reale – di vivandiere. Queste figure femminili hanno le loro radici nel medioevo e in quel periodo fungevano effettivamente da vivandiere nei corpi militari. Si dice che non di rado svolgessero anche altre funzioni meno nobili ma di ciò non abbiamo conoscenza. Ad ogni modo, le vivandiere delle bande musicali sono certamente persone al di sopra di ogni sospetto e a nessuno verrebbe in mente di associarle a Satana.

A nessuno – tranne al decano von Hueber: “Avrei provveduto ad allontanare con la forza questa fanciulla da quel luogo se solo me ne fossi avveduto in tempo”, tuonò dal pulpito. La comunità cristiana tutta era attonita: “neppure le comari più devote e le matrone della canonica riuscirono a comprendere cosa mai avesse fatto di male la povera creatura”, scrisse la Volkszeitung qualche giorno dopo. “Ma il Caldarese vede e il decano provvede”, sentenziò il giornale – e pochi giorni dopo tutti erano convinti che la ragazza fosse effettivamente una inguaribile peccatrice.

Quando la fine della storia sembrava prossima e la pecorella smarrita potesse essere riaccolta nel grembo materno della chiesa, al decano fu notificata una citazione. Il decano pretese l’immediato ritiro della querela e le pubbliche scuse della ragazza. Ma Monica, così si chiamava la giovane, rispose piccata: Certo, ritirerò la querela e mi scuserò – ma solo il giorno in cui mi sarà dimostrato dal decano qualche mio atteggiamento sconveniente”.

Il decano reagì alla sua maniera: raccolse le firme dei cittadini caldaresi contro l’ardire della scostumata. Nessuno osò negare la solidarietà al prete. La prima udienza non fu sufficiente a chiarire il fatto, la corte pretese di citare tutti i testimoni che avevano assistito alla predica della vergogna – e fece intendere all’allibito “papa di Caldaro”, che anche chi siede su un trono elevato come il suo farebbe bene a rispettare le regole e, soprattutto, le persone sottoposte al suo ministero.

Autore: Reinhard Christanell

Torna a splendere il sentiero del Dürer

Volere è potere, e i volontari ne sono la dimostrazione anche questa volta: la nascita dell’associazione “Sentiero del Dürer” nel 2005 ha portato all’avvio del progetto di recupero dell’omonimo sentiero. Forza di volontà, determinazione, e poi la sinergia con le amministrazioni e gli enti pubblici in questi ultimi anni, ha fatto sì che nelle scorse settimane questo meraviglioso cammino dedicato al grande artista tedesco venisse inaugurato. 

Un cammino in grado di mettere in luce lo stretto legame fra il mondo tedesco e il mondo Italiano, fra la provincia di Bolzano e quella di Trento, fra la Bassa Atesina e la Valle di Cembra: un percorso di 35 chilometri che parte dal convento Klosterle di San Floriano (Egna) per arrivare al comune di Segonzano, per far incontrare due comunità fra cui c’è sempre stato un importante legame. Ma qual è la storia che aleggia attorno a questo sentiero? Quali le prospettive che hanno spinto un gruppo di volontari a fondare un’associazione per recuperare questo percorso?

Architetto Enrico Pedri, lei conosce bene questo sentiero: può raccontare la sua storia? 

Nasce tutto dall’operato di mio papà, Bruno, che dovendo restaurare degli edifici storici in Bassa Atesina e nella vicina Piana Rotaliana, ha fatto degli studi assieme a ricercatori e storici ed è stata trovata la mappa del Nova: una mappa del 1805 in cui si parla per la prima volta di arginare il fiume Adige.
Prima di essere deviato e immettersi a Zambana, il torrente Noce dall’epoca romana fino al 1852 (anno della costruzione della ferrovia del Brennero), si immetteva ad angolo retto a San Michele, dove adesso sorge il ponte, e quindi si creava uno sbarramento; l’Adige faticava ad andare avanti e creava un reflusso fino a Laghetti, da cui il nome dell’abitato. Queste piene interessavano anche Cortina sulla strada del vino, trasformandola in una sorta di piccola Venezia. E poi creava due mezze lune a Roverè per poi tonare nel proprio alveo, lasciando un acquitrino. In epoca romana qui passava la via Claudia Augusta, che quando c’era la piena deviava prima delle Garbe.

Come si è scoperto della sua esistenza? 

È un percorso di epoca romana: chi si recava a Verona scendeva a Faedo quando arrivava al rifugio Sauch. Chi invece andava verso Venezia percorreva la Valle di Cembra arrivando a Civezzano. Albrecht Dürer fece degli acquerelli, i primi dipinti cembrani. Però non si sapeva se erano fatti quando percorreva la strada di andata o di ritorno, perché in Trentino ne ha fatti altri. Ciò che è certo è che nel suo primo viaggio in Italia compiuto nel 1494, l’artista tedesco è arrivato al Klosterle ed vi ha trovato l’alluvione. Così ha ripiegato sul “suo” sentiero.

Qual è l’obiettivo del recupero? 

Dürer in Germania è il massimo dell’espressione artistica. Questa è dunque una delle poche iniziative regionali che potrebbero portare a valorizzare il discorso del “turismo slow”, il turismo lento, su cui da entrambe le parti si sta lavorando ormai da anni. L’idea è dunque promuovere anche quanto di bello hanno da offrire questi luoghi. Va pure ricordato che sul sentiero passa la fraglia di Trodena: c’è porfido su un versante e calcare sull’altro.

Da quanto si lavorava a questa rivalorizzazione? 

Dal 1995: in quell’anno ad Arco c’è stata una grande mostra per i 500 anni del primo viaggio di Albrecht Dürer da Norimberga in Italia. Con l’occasione mio padre e il professor Pietro Marsilli avevano presentato la loro tesi ad un convegno. La “Dürer Haus” ha riconosciuto gli studi e quindi ha dato l’ok per portare avanti questo progetto di recupero. Abbiamo organizzato molte iniziative, fra cui andare a parlarne in piazza a Norimberga.

Autore: Daniele Bebber