Il buono del calcio

C’è stato un giorno in cui il calcio era “uno sport di squadra giocato con un pallone su un campo di gioco rettangolare, con due porte, da due squadre composte da 11 giocatori”. 

Ma quel giorno ormai è lontano. Molto lontano. Basti vedere le cronache di questi giorni. Non c’è settore delle redazioni giornalistiche che non se ne occupi. Dall’economia alla cronaca giudiziaria, dalla politica alla cultura e spettacolo. Se ne occupano anche le pagine di sport ma, spesso, non tanto per parlare di calcio giocato quanto di “calciomercato”, personalismi vari, squalifiche e penalizzazioni. 

Oggi ormai lascia il tempo che trova lanciarsi in facili moralismi sul peso, senz’altro esagerato, che questa pratica sportiva e tutto quanto vi è connesso ha assunto nelle vite di tutti noi, volenti e nolenti. Quindi non resta che cercare – e quindi valorizzare – tutto ciò che vi è di buono in questa passione, in questi giorni condivisa anche da chi normalmente non trepida per la “propria” squadra. 

Il mese di giugno 2023 resterà comunque nella nostra memoria, nel bene e nel male. Infatti in 30 giorni si giocheranno niente meno che tre finali europee con squadre “italiane” protagoniste, una nations league che potrebbe vedere la (parziale) risurrezione della “nazionale” e – dulcis in fundo ma neanche tanto – i play off che incredibilmente hanno visto protagonista, in serie B, la squadra del Südtirol.

La squadra altoatesina è andata molto al di là delle più rosee aspettative, lanciando a livello nazionale un’idea di calcio (e di Alto Adige) che, a ben vedere, ci piace assai. Una proprietà condivisa, pochi debiti, una squadra dove etnie, provenienze geografiche e lingue passano in secondo piano. Un gruppo molto affiatato, coeso, super organizzato in difesa ma in grado di ripartire con creatività sfruttando le poche occasioni per fare gol che si presentano, di partita in partita. Tenendo duro e credendoci fino all’ultimo secondo. 

Dobbiamo essere riconoscenti a questa società e a questi giocatori che ci stanno dipingendo in Italia meglio di quello che siamo. Forse è il caso di approfittarne, seguendone l’esempio.

Autore: Luca Sticcotti

La stagione mutevole

Ci addentriamo nella stagione mutevole e variabile, in cui la neve potrebbe riaffacciarsi sulle cime più alte, i primi temporali cattivi annunciarsi imprevedibili, imponenti cumulonembi ingombrare il cielo e regalarci qualche sgocciolata, squarci di azzurro impossessarsi della scena e, in men che non si dica, far risplendere il sole; sole che batte già forte e chi soffre il caldo e di pressione bassa lo sa, sa perfettamente che i prossimi mesi saranno uno smisurato banco di prova per la nostra sopportazione fisica. Venti audaci da una valle con il bel tempo si spostano velocemente verso un’altra vallata, in cui il temporale, come una calamita, richiama a sé tutto il carburante disponibile. Difatti l’aria, che è un elemento molto sensibile, spesso si comporta come un fluido, viaggia e accarezza l’erba, i prati e le cime boschive da una zona di alta pressione indirizzandosi verso la zona di bassa pressione per colmarne il deficit; le sue raffiche, qualora, potrebbero risultare animose e malvagie. Il mese di maggio – che da poco ci siamo lasciati alle spalle – è proprio così, un altare di lenzuola di brandelli di nuvole sui fianchi delle montagne, come batuffoloni di cotone e di panna montana, di vette celate, di scrosci di pioggia in lontananza, di strade d’asfalto ancora tappezzate d’umidità al mattino, di un verde corale e vario ma meno timido, di alberi carichi di foglie, di vie e di viali ombrosi, di canti continui di uccelli e di uccellini. I merli giocherellano a nascondino e a farsi i dispetti, si rincorrono e artigliano allegramente per poi darsi alla macchia in una grande siepe muraria. Il cuculo, accovacciato sui rami di un olmo, con il suo caratteristico verso ci avvisa della sua presenza e sovrasta il frastuono urbano. Maggio è il tempo di battesimi e di pranzi, di camminate e di escursioni in città come in montagna, di tarassachi e di fioriture di acacie, di tamerici e cisti, di lupinelle e timi, di sciamature delle api e di larve di coccinelle. Nutriamoci dunque di tutte queste piccole grandi ‘distrazioni’, perché non c’è cosa migliore che osservare, descrivere, conservare e respirare la natura, portarla dentro di sé in attesa del prossimo fine settimana per evadere nuovamente. La siccità non è svanita, né si è attenuata, ma la dinamicità meteorologica, forse, ne sta alleggerendo un po’ la morsa. Le piantine acquistate nei vivai o fatte germinare nei semenzai domestici sono pronte per trovare spazio in vasi capienti nel BalconORTO e in piena terra. Cavoli, pomodori, peperoni, zucchine, fagioli , insalate e cetrioli sono pronti. Chi semina amore raccoglie felicità?

Autore: Donatello Vallotta

Mattarella: “La Costituzione era il vangelo laico di don Milani”

Il centesimo anniversario della nascita di don Lorenzo Milani – Firenze, 27 maggio 1923 – cade a pochi giorni dal 2 giugno. Così l’intervento a Barbiana del presidente Sergio Mattarella assume un significato particolare. Non si parla astrattamente della Repubblica, ma di una concreta testimonianza e dei suoi frutti.

Il Presidente sottolinea, di don Lorenzo, il ruolo di maestro, di educatore, di guida per i giovani. “Testimone coerente e scomodo per la comunità civile e per quella religiosa del suo tempo. Battistrada di una cultura che ha combattuto il privilegio e l’emarginazione, che ha inteso la conoscenza non soltanto come diritto di tutti ma anche come strumento per il pieno sviluppo della personalità umana”.

Lo descrive come “un segno di contraddizione, anche urticante”, una voce che “ha adempiuto alla funzione che più gli stava a cuore: far crescere le persone, far crescere il loro senso critico, dare davvero sbocco alle ansie che hanno accompagnato, dalla scelta repubblicana, la nuova Italia”.

Era stato mandato a Barbiana, microscopico borgo tra i boschi del Mugello, “perché i suoi canoni, nella loro radicalità, spiazzavano l’inerzia”. E benché i suoi modi – ma anche “la sua fede esigente e rocciosa” – destassero apprensione in qualche autorità ecclesiastica”, proprio da quel monte, “in tempi lontani dalla globalizzazione e da internet” “il messaggio di don Milani si è propagato con forza fino a raggiungere ogni angolo d’Italia; e non soltanto dell’Italia”.

“Il merito”, sottolinea Mattarella, “non è l’amplificazione del vantaggio di chi già parte favorito. Merito è dare nuove opportunità a chi non ne ha, perché è giusto”. E aggiunge: “Aveva un senso fortissimo della politica don Lorenzo Milani. Se il Vangelo era il fuoco che lo spingeva ad amare, la Costituzione era il suo vangelo laico. ‘Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia’. Difficile trovare parole più efficaci”. Il suo “I care”, conclude il Presidente, è divenuto un motto universale. Il motto di chi si libera dall’egoismo e dall’indifferenza. “Un grande italiano che, con la sua lezione, ha invitato all’esercizio di una responsabilità attiva”.

Autore: Paolo Bill Valente

Sulle tracce del populismo

Gli scout del Merano 1 quest’anno hanno intrapreso un percorso tematico davvero molto particolare e significativo. Al centro della loro attenzione c’è il populismo che hanno incontrato lo scorso settembre quando hanno partecipato per la prima volta alle elezioni politiche. Ne sono scaturite una serie di iniziative concrete con le quali hanno inteso accrescere la loro consapevolezza e confrontarsi con le persone che la pensano in maniera diversa da loro. 

“Hai il coraggio di pensare? Scegli tu o la massa? Tu pensi con la tua testa? Sind das deine Ideen?”

Questi sono gli interrogativi che i ragazzi scout del gruppo “Merano 1” hanno scelto di porre innanzitutto a sé stessi e poi agli adulti, non solo quelli a loro “vicini”. Si tratta di interrogativi che sono scaturiti quando la maggior parte di questi ragazzi (fascia d’età 16-21) si è ritrovata, per la prima volta nello scorso mese di settembre, chiamata alle urne per scegliere i propri rappresentanti al parlamento nazionale. 

Lo spaesamento rispetto al bombardamento di informazioni e la consapevolezza rispetto ai pericoli della propaganda ha fatto il resto. Suggerendo a questi ragazzi – appunto – di capire meglio non solo quello che erano chiamati a fare ma anche il contesto in cui tale scelta avveniva, Rivendicando il loro diritto ad esercitare una matura coscienza critica. Ne abbiamo parlato con uno dei loro animatori, Marco, e anche e soprattutto con i ragazzi stessi, ovvero Fabio, Chiara e Michele. 

LA VOCE DEGLI ANIMATORI

Come è partita la cosa?

In realtà in maniera molto semplice. Un pomeriggio ci siamo incontrati e ci siamo chiesti: “cosa vogliamo fare quest’anno?”, “quali argomenti vogliamo trattare?”.
Sono state un paio di ore molto produttive in cui sono usciti quattro macro temi. Uno di questi era proprio il populismo. La settimana prima c’erano state le elezioni politiche nazionali e questa parola era stata molto utilizzata. I ragazzi lo hanno segnalato unitamente al fatto che la maggior parte di loro non sapeva di cosa si trattasse. Ma si erano sentiti comunque “bombardati”, a livello mediatico. 
Il discorso si è poi specificato un po’ e si è focalizzato sul rapporto tra il populismo e la “massa”.

Il percorso scout, però, si caratterizza sempre per la sua ricerca di… concretezza.

Già. Durante il campo invernale il tema è stato sviscerato ma poi i ragazzi si sono chiesti: adesso cosa facciamo? Hanno quindi deciso di programmare alcune azioni concrete, che tra contenuti e tempistiche li hanno impegnati fino al mese di marzo. Come prima cosa Hanno realizzato degli striscioni con degli interrogativi rivolti alla cittadinanza. Come seconda azione poi i ragazzi si sono recati a Trento per chiedere direttamente alle persone per strada cosa ne pensassero del populismo e della massa influenzata dal cosiddetto “pensiero unico”. 
La terza azione è stata quella di chiedere a personaggi più o meno di rilievo un’opinione su come al giorno d’oggi il populismo influenza le persone. I ragazzi hanno anche collegato il populismo, violento, con quanto è avvenuto negli scorsi decenni nei Balcani. Toccando temi con l’annullamento delle diversità e la violenza esercitata sull’opinione degli altri. Si sono quindi proiettanti con la terza e ultima fase del percorso che  in estate porterà in Bosnia. 

LA VOCE DEI RAGAZZI

Non è una cosa di tutti giorni il fatto che un gruppo scout scelga di confrontarsi con un tema politico come quello del populismo? Come ci siete arrivati?

Come gruppo scout noi trattiamo un tema ogni anno. è nato tutto in ottobre. La maggior parte di noi ha fatto 18 anni e per la prima volta è stata chiamata a votare. Si trattava di una votazione importante e ci siamo trovati un po’ spaesati. Non riuscivamo a capire dove trovare le informazioni e a chi credere, per decidere chi votare e anche se votare. Mentre ci confrontavamo tra di noi è uscito il tema dell’influenza importante che ha la propaganda, in questi casi. Abbiamo deciso allora di inserire questa cosa nel macrotema populismo, focalizzandoci sulle influenze esterne che subiscono le idee che ci facciamo. Anche le influenze inconsapevoli, quelle di cui non ci accorgiamo. Secondo noi si tratta di un problema che non viene discusso molto. Io ho 19 anni e per tutti questi anni nessuno me ne aveva ha mai parlato. 

E allora vi siete organizzati da soli. E’ così?

Beh, noi siamo solo dei ragazzi. Non siamo andati in biblioteca a fare delle ricerche, però ci siamo messi lì e abbiamo cercato un po’ di venirne a capo, esprimendo anche le nostre idee.

Vi siete anche confrontati sia con degli esperti che con delle persone normali come voi.

Sì, a gennaio abbiamo fatto il nostro campo invernale, come ogni anno. Abbiamo giocato, cantato, ma ci siamo anche confrontati su questa cosa. Sono venuti allora fuori alcuni progetti. Siamo andati a Trento, perché volevamo trovare opinioni diverse dalla nostra e anche da quelle delle persone collegate a noi. Abbiamo anche scritto svariate mail a persone che noi ritenevamo importanti, tra cui il presidente della Provincia Arno Kompatscher, il direttore della Caritas Italiana Mauro Pagniello e il prof. Alessandro Barbero. Anche grazie al loro aiuto e alle loro opinioni abbiamo capito meglio i termini della questione. E siamo stati in grado di scrivere una nostra “sintesi”. 

Il testo che avete prodotto è il risultato del confronto tra di voi? Qual è il suo scopo?

Volevamo aiutare le persone che sono nella nostra stessa situazione. è un tema a cui pochi fanno caso e forse molte persone possono apprezzare il risultato del lavoro che noi abbiamo svolto in questi mesi.

Insomma: volevate condividere e… restituire. 

Abbiamo anche realizzato un volantino che abbiamo distribuito ad un evento di autofinanziamento per il viaggio che faremo in estate. Lì c’è anche una lista delle cose che si potrebbero fare per crearsi un’opinione oggettiva e meno influenzata dalla propaganda. Gli striscioni invece li abbiamo appesi con l’intento di provocare un po’ le persone. 

E l’idea del viaggio com’è nata? 

Questo tipo di viaggio si chiama route e noi lo facciamo ogni anno. Abbiamo pensato di andare in Bosnia perché essendoci stata lì la guerra loro sono toccati più di noi dall’argomento del populismo. Lì potremo raccogliere altri punti di vista. E vogliamo vivere sulla nostra pelle gli effetti che hanno queste influenze esterne sulle idee delle persone. Non solo sui singoli ma anche sull’intera società e su uno stato. 

Qual è il programma del viaggio in Bosnia?

Si svolgerà nei primi dieci giorni di agosto. Visiteremo Tuzla, Srebrenica e Sarajevo. In Bosnia potremo vedere gli effetti ancora presenti non solo della guerra ma anche del comunismo che c’era precedentemente in Jugoslavia. 

Autore: Luca Sticcotti

La strada dedicata a don Narciso Sordo

Per accedere da via Resia al “Quartiere Firmian” vi è anche “via Narciso Sordo”. Chi era e cosa fece? Nato il 15 gennaio 1899 a Casteltesino (Trento), dopo l’arruolamento, il confino politico, la ripresa degli studi, divenne sacerdote il 29 giugno 1922. Cooperatore parrocchiale ad Arco, fu poi animatore della parrocchia del Duomo. Docente e prefetto del Liceo vescovile di Trento, si laureò in Scienze Sociali a Bergamo; passò poi all’Istituto Agrario di S. Michele all’Adige. Fu tra i pochi che non condividevano quanto proponeva e imponeva il regime fascista. Dall’autunno 1942 fu a Bolzano come cooperatore della parrocchia San Giovanni Bosco, nel quartiere noto per le “Semirurali”. Insegnante di catechismo nella scuola del quartiere, al termine dell’anno scolastico rientrò a Casteltesino per un soggiorno in famiglia; in tempi di occupazione nazista, si dedicò ai figli degli sfollati. Quando i partigiani il 14 settembre 1944 attaccarono la caserma del CST di Casteltesino, ci fu una tremenda reazione dei tedeschi. Oltre a rastrellare tutta la zona occuparono il paese. Ci furono diversi arresti; la mattina del 10 ottobre 1944 fu arrestato don Narciso, il quale si mise a confessare e confortare gli altri prigionieri; in serata fu rilasciato. Quattro giovani partigiani furono fucilati. Don Narciso, pur conscio di essere controllato, continuava i contatti con i partigiani. Arrestato il 10 novembre 1944, don Narciso, prigioniero a Grigno e poi a Roncegno, il 10 dicembre 1944 passò al Lager di Bolzano, assegnato al blocco E, dei politici, con il numero 7120. Don Narciso, oltre a privarsi della propria razione per sfamare gli altri, animò e incoraggiò i compagni, pregando per loro. All’inizio del febbraio 1945 fu tra i deportati trasferiti a Gusen. Sopportò con serenità, pur essendo malato, i lavori pesanti, mentre confortava e incoraggiava i compagni. Mentre era sottoposto a docce fredde, suonò l’allarme. Non vedendolo arrivare al rifugio, scesero al lavatoio, dove lo trovarono morto. Era il 13 marzo 1945. Il suo corpo fu bruciato.

Autore: Leone Sticcotti

Un mare di note per il Live Muse

Lo hanno chiamato “il concertone”, e l’accrescitivo non è certo a caso. Per celebrare degnamente i dieci anni del Live Muse, domenica 11 giugno a partire dalle ore 20 il Teatrotenda del Pfarrheim di Laives ospiterà la bellezza di sei gruppi musicali per un totale di oltre quaranta artisti: “Sarà una festa bellissima, sul palco saliranno molti dei ragazzi che ci hanno accompagnato in questa lunga avventura; sarà un regalo che vogliamo fare alla cittadinanza, perché oltretutto l’ingresso è gratuito”, spiega entusiasta Mario Cosentino, batterista e presidente dell’associazione.

// Di Luca Masiello

Dieci anni sono tanti, per un’associazione, soprattutto se la sua attività principale è l’organizzazione di concerti; chiunque sia stato almeno una volta in un backstage si rende conto di quanto lavoro ci sia dietro ad un’esibizione. Solo l’allestimento di un palco è un lavoraccio non da poco, per non parlare della parte dei fonici, di quella di chi sbriga le pratiche burocratiche e di tutti coloro che sono dietro le quinte. E poi ci sono i musicisti, che quel palco devono calcarlo e quindi normalmente si esercitano autonomamente per la loro esibizione. Ma non è così per il Live Muse, perché – così come aveva voluto da subito il suo fondatore, Emilio Insolvibile, e come l’hanno voluto mantenere il suo successore Alex Refatti e l’attuale presidente Maio Cosentino – quelli che vengono regolarmente organizzati nel teatro di San Giacomo non sono concerti normali, ma performance che vedono per protagonisti strumentisti di diversi livelli, di diversi generi e di diverse età che si ritrovano a suonare assieme pur non conoscendosi “pilotati” dai soci del sodalizio, che per quell’occasione crea dal nulla delle band. “Questo sarà il 52 esimo concerto – spiega il presidente Mario Cosentino – facendo due calcoli credo che potremmo dichiarare di aver ospitato quasi mille artisti, in questi dieci anni”.

IL ROCK ANNI NOVANTA

Molti di questi musicisti si esibiranno dunque domenica sera. Introdotte da Sarah Freimuth e Luca Tommaseo, che presentano l’evento, le prime due formazioni ricorderanno i fasti del Rock anni 90. La prima a salire sul palco sarà la band capitanata da Carlo Bertacchi, che renderà omaggio al Rock degli anni 90; ci saranno Matteo Bruccoleri (voce), Giada Scrinzi (chitarra), Alessandro Repetto (chitarra), Matteo Trova (batteria) e Carlo Bertacchi (voce e basso), che proporranno grandi classici quali “Nutshell” (Alice in chain),  “Man in the box” (Alice in chain), “Killing in the name”  (Rage Against The Machine) e Alive (Pearl Jam).

Poi sarà la volta della band quella guidata dalla cantante Eva Massardi, con Fabio Tenca (chitarra), Renzo Andreatta (chitarra), Joe Andreatta (basso) e Pilo Berton (batteria), che eseguiranno “I Love Rock ‘n’ Roll” (Arrows), “Born to be wild” (Steppenwolf) e “Hard to handle” (The Black Crowes).

Il terzo ènsemble, quello che vede come capogruppo  il batterista Rino Cavalli, proporrà tre brani dal repertorio di “Isole Minori” dal disco“Attorno a noi”: “Sicuro comandante”, “Rimani qui”, “Pensavo per sempre”. Sul palco con lui ci saranno Stefano Petrungaro (voce e chitarra), Roberta Manzini, Clarissa Arena e Giulia Palaia ai cori), Nick Petricci (chitarra) e Andrea Palaia (basso).

DAI POOH A FABER E FINO A VASCO

Grande spazio sarà quindi dedicato alla musica italiana, e non possono quindi mancare i Pooh con la band guidata dal cantante Nano Mercati. Roberta Manzini (cori), Fabio Tenca (chitarra), Alex Busato (tastiere e cori), Fabrizio Centomo (basso) e Mario Cosentino (batteria) proporranno evergreen quali “Amici per sempre”, “Tanta voglia di lei”, “Dimmi di si” e “Chi fermerà la musica”. E poi un omaggio a Fabrizio “Faber” de Andrè con il gruppo capitanato dal cantante e chitarrista Alessandro Magri: Luca Dall’Asta (tastiere), Andrea Capellupo (chitarra), Niccolò Fornasini (corde e fiati), Ivan Marini (legni e ottoni), Fabrizio Centomo (basso), Rino Cavalli (batteria) e Andrea Leopardi (violino) porteranno in scena “Zirichiltagghia”, “La collina”, “Creuza de Ma” e “Un chimico”.

Per il grande finale ci saranno tre pezzi del Blasco: con “L’amore L’Amore”,  “Tango della Gelosia” e “Qui si fa la storia” si rivivranno le atmosfere del concerto del 1 luglio del 2017 a Modena Park, quando Vasco Rossi riuscì a radunare ben 220 mila persone. Con la tastierista Giulia Scodro si esibiranno Stefano Licio (chitarra e voce), Ivo Orrigo (voce), Alessandro Nervo (chitarra), Roberto Rindone (basso) e Paolo Faccioni (batteria).

LA STORIA

Nell’autunno del 2012, La Coop. Laives Cultura e Spettacolo –Filodrammatica di Laives chiude un accordo con la proprietà del Teatro delle Muse sito a Pineta di Laives (Bz) e ne acquisisce la piena gestione. All’interno della Filodrammatica di Laives lavora il cantautore Emilio Insolvibile, come volontario; Emilio vanta un trascorso di musicista professionista verso la fine degli anni sessanta e ancora adesso frequenta l’ambiente della musica locale esibendosi sporadicamente come cantante. Da qui nasce l’idea di formare un’associazione di musicisti , che diverrà realtà nel gennaio del 2013 con il nome di Live Muse, dal nome del Teatro di Pineta e giocando sull’equivoco Muse e Music. Il sodalizio nasce con molteplici ed ambiziose finalità; prima fra tutte la volontà di ridare lustro e vitalità ad un delizioso piccolo teatro, appunto quello delle Muse di Pineta, rimasto quasi inattivo ed abbandonato nel corso degli ultimi anni, al punto che molti, specialmente i più giovani, non ne conoscono neppure l’esistenza. C’è poi la voglia di creare nuove opportunità per chi suona in Alto Adige, per musicisti che sono sempre più numerosi e rafforzati da nuove generazioni molto preparate tecnicamente, in un momento di crisi in cui la chiusura di parecchi locali, la mancanza di fondi, l’intolleranza e la burocrazia rendono sempre più difficoltoso reperire spazi per la musica “live”. E poi rieducare il pubblico all’ascolto, dunque non solo a “sentire” la musica confusa con le chiacchiere da bar, bensì ad “ascoltare”, scegliendo il concerto e gustandolo seduti su una poltrona di velluto rosso in una dimensione molto raccolta come quella del Teatro delle Muse, che conta poco più di duecento posti a sedere. Ma la ricetta segreta del successo del Live Muse è la spontaneità dei concerti: la capacità di fare incontrare e incrociare musicisti che non si sono mai confrontati tra loro su un palco, creare jam session, fare musica
assieme, spingere uno stimolante confronto fra i giovani e i musicisti più esperti, donne e uomini appartenenti a tutti i gruppi linguistici locali nella convinzione che la musica continua ad abbattere le barriere. Non si tratta quindi concerti usuali, con gruppi istituzionali, ma nuovi esperimenti e nuove collaborazioni nati per l’occasione e destinati a variare ad ogni concerto. 

Autore: Luca Masiello

Noi 3, loro 2: Caramelage, un connubio a suon di standard

Franco Mugliari è un personaggio con radici musicali molto profonde nella scena locale, radici che affondano nella Bolzano beat e in quella più “impegnata” e cantautorale dei primi anni settanta: la sua passione però è il jazz e da alcuni anni, oltre a studiare con applicazione il contrabbasso, ha stretto un produttivo sodalizio con Toni Gazzignato, batterista di lungo corso ed esperienza e con lo straordinario Walter Pitscheider, chitarrista, sassofonista e arrangiatore.

Dopo aver realizzato un paio di dischi, assumendo dal secondo in poi la denominazione Noi 3, il gruppo torna in questi giorni con un elaborato e riuscito progetto in cui, coronando il sogno di avere anche delle registrazioni cantate, ha coinvolto Angela Musolino e il veterano Sergio Lazzarin dando vita ad un estemporaneo quintetto molto ben assortito e ad un riuscito CD intitolato Caramelage.

“Walter, che è quello bravo del trio – dice scherzando Mugliari –, si annoia perché deve fare tutto lui, così è nata l’idea di provare a fare qualcosa in formazione allargata, e visto che con Sergio eravamo in contatto da tempo gli abbiamo proposto di provare qualcosa con noi. Walter dal canto suo conoscendo Angela per motivi professionali l’ha invitata a partecipare alle prove. Si è creato subito il mood giusto, e quello che a me piace di più è il fatto che Sergio non fosse un crooner di formazione e che Angela non venisse da un background jazz e non avesse mai cantato in altra lingua che in italiano”.

“A casa mia – spiega Angela – si è sempre cantato nei raduni familiari, musica melodica italiana, stornelli, ed io non avendo una formazione specifica cantavo per diletto, come accade nelle famiglie canterine. Di pari passo mi sono ritrovata poi a cantare ai matrimoni delle amiche, alle prese con un repertorio che partiva da Mina per toccare le varie sfumature della musica italiana. Non nego di aver seguito per un po’ il sogno di cantare ad un livello più elevato, poi quando non l’ho più cercato, un collega che mi ha sentita cantare mi ha indirizzata da Roberta Carlini da cui ho cominciato a prendere lezioni di canto, ed ora eccomi catapultata in una bella storia come quella di questa collaborazione. Direi che è un grande regalo che la vita mi ha fatto”. 

Dal canto suo, Sergio Lazzarin, proviene da esperienze più legate al mondo rock e pop vantando una più che trentennale esperienza nella Second Hand Revival Band, la versione allargata, da metà anni ottanta in qua degli storici 36-24-36; Mugliari ci ha messo del tempo a convincerlo che aveva le doti per cimentarsi con un repertorio così differente.

“Mi hanno fatto ascoltare i cinque dischi di Rod Stewart dedicati a questo tipo di musica – confessa Lazzarin – e così ho scoperto un mondo che mi ha aperto occhi e orecchie. Poi con Angela abbiamo trovato da subito una forte sintonia, le nostre voci si combinavano bene. Scoprirmi crooner a settantaquattro anni è stato davvero una rivelazione”.

Il disco dal fantasioso titolo Caramelage, ha un significativo sottotitolo che recita: Qualcuno vuole una caramella? il riferimento è al fatto che le canzoni messe in piedi dall’estemporaneo quintetto sono come le caramelle, una tira l’altra.

Ed effettivamente, mettendo il CD nel lettore, le canzoni scorrono via piacevolmente, non importa se alcune le abbiamo ascoltate e risentite in decine di altre versioni, qui conta il momento d’insieme, il fatto che i cinque protagonisti si stiano divertendo.

Per quanto riguarda gli arrangiamenti di ciascuna canzone è stato ovviamente fondamentale l’apporto di Pitscheider, mentre Gazzignato, oltre che dietro ai tamburi, anche in questo caso è l’uomo seduto alla consolle: due figure assolutamente indispensabili, al pari degli altri, per la riuscita del disco.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Torna a splendere il sentiero del Dürer

Volere è potere, e i volontari ne sono la dimostrazione anche questa volta: la nascita dell’associazione “Sentiero del Dürer” nel 2005 ha portato all’avvio del progetto di recupero dell’omonimo sentiero. Forza di volontà, determinazione, e poi la sinergia con le amministrazioni e gli enti pubblici in questi ultimi anni, ha fatto sì che nelle scorse settimane questo meraviglioso cammino dedicato al grande artista tedesco venisse inaugurato. 

Un cammino in grado di mettere in luce lo stretto legame fra il mondo tedesco e il mondo Italiano, fra la provincia di Bolzano e quella di Trento, fra la Bassa Atesina e la Valle di Cembra: un percorso di 35 chilometri che parte dal convento Klosterle di San Floriano (Egna) per arrivare al comune di Segonzano, per far incontrare due comunità fra cui c’è sempre stato un importante legame. Ma qual è la storia che aleggia attorno a questo sentiero? Quali le prospettive che hanno spinto un gruppo di volontari a fondare un’associazione per recuperare questo percorso?

Architetto Enrico Pedri, lei conosce bene questo sentiero: può raccontare la sua storia? 

Nasce tutto dall’operato di mio papà, Bruno, che dovendo restaurare degli edifici storici in Bassa Atesina e nella vicina Piana Rotaliana, ha fatto degli studi assieme a ricercatori e storici ed è stata trovata la mappa del Nova: una mappa del 1805 in cui si parla per la prima volta di arginare il fiume Adige.
Prima di essere deviato e immettersi a Zambana, il torrente Noce dall’epoca romana fino al 1852 (anno della costruzione della ferrovia del Brennero), si immetteva ad angolo retto a San Michele, dove adesso sorge il ponte, e quindi si creava uno sbarramento; l’Adige faticava ad andare avanti e creava un reflusso fino a Laghetti, da cui il nome dell’abitato. Queste piene interessavano anche Cortina sulla strada del vino, trasformandola in una sorta di piccola Venezia. E poi creava due mezze lune a Roverè per poi tonare nel proprio alveo, lasciando un acquitrino. In epoca romana qui passava la via Claudia Augusta, che quando c’era la piena deviava prima delle Garbe.

Come si è scoperto della sua esistenza? 

È un percorso di epoca romana: chi si recava a Verona scendeva a Faedo quando arrivava al rifugio Sauch. Chi invece andava verso Venezia percorreva la Valle di Cembra arrivando a Civezzano. Albrecht Dürer fece degli acquerelli, i primi dipinti cembrani. Però non si sapeva se erano fatti quando percorreva la strada di andata o di ritorno, perché in Trentino ne ha fatti altri. Ciò che è certo è che nel suo primo viaggio in Italia compiuto nel 1494, l’artista tedesco è arrivato al Klosterle ed vi ha trovato l’alluvione. Così ha ripiegato sul “suo” sentiero.

Qual è l’obiettivo del recupero? 

Dürer in Germania è il massimo dell’espressione artistica. Questa è dunque una delle poche iniziative regionali che potrebbero portare a valorizzare il discorso del “turismo slow”, il turismo lento, su cui da entrambe le parti si sta lavorando ormai da anni. L’idea è dunque promuovere anche quanto di bello hanno da offrire questi luoghi. Va pure ricordato che sul sentiero passa la fraglia di Trodena: c’è porfido su un versante e calcare sull’altro.

Da quanto si lavorava a questa rivalorizzazione? 

Dal 1995: in quell’anno ad Arco c’è stata una grande mostra per i 500 anni del primo viaggio di Albrecht Dürer da Norimberga in Italia. Con l’occasione mio padre e il professor Pietro Marsilli avevano presentato la loro tesi ad un convegno. La “Dürer Haus” ha riconosciuto gli studi e quindi ha dato l’ok per portare avanti questo progetto di recupero. Abbiamo organizzato molte iniziative, fra cui andare a parlarne in piazza a Norimberga.

Autore: Daniele Bebber

Mitologie

Il mondo della musica è in lutto per la scomparsa della leggendaria regina del rock, Bettina Durner, detta Tina. Ribattezzata affettuosamente “La Panettiera del Rock”, ha iniziato la sua avventura musicale a Merano, dove vendeva pane fresco e cantava le sue prime note nell’osteria del paese. Ha raggiunto l’apice del successo con l’album “Simply the Speck”. Con hit come “Proud Meraner”, “Stolze Maria Himmelfahrt” e “What’s Wine Got to Do with Brixen?”, Tina ha dimostrato di saper fondere alla perfezione i suoni rock con la tradizione. Il suo singolo “We Don’t Need Another Strudel” ha fatto ballare e cantare tutti, celebrando uno dei dolci tradizionali più amati della regione.

Autore: Roberto Tubaro