https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f7d22ed007fa07a7beee93a2c
Autore: Luca Sticcotti
Alè sempre avanti
Qui Intervista a Toni Serafini. Nato nel 1953, ha iniziato la sua attività politica nel 1969 alle scuole superiori (diplomato Geometra) con la Gioventù Socialista. Iscritto al sindacato UIL dal 1974, dal marzo 1981 ad ottobre 1985 ha lavorato a Roma, come funzionario Sindacale alla FeNEAL UIL Nazionale (costruzioni). Da luglio 1989 a giugno 2000 è stato assessore comunale all’Urbanistica del Comune di Bolzano. Dal 2006 al 2022 è stato Segretario Generale UIL-SGK Alto Adige Südtirol.
La cosa di me che mi piace di più.
La determinazione.
Il mio momento più felice.
Il giorno del matrimonio.
Da bambino sognavo di diventare…
Sindacalista, avevo come esempio mio padre socialista e delegato della CGIL.
Il luogo dove vorrei vivere.
Mi trovo benissimo a vivere nella “mia” città, Bolzano, che amo.
Il mio piatto preferito.
Bucatini all’amatriciana, che cucino anche molto volentieri.
Non sopporto…
L’ipocrisia e l’arroganza.
Ne mio frigorifero non manca mai…
Una bottiglia di un buon vino bianco.
Se fossi un animale sarei…
Un orso.
La prima cosa che faccio al mattino.
Uscire sul balcone e respirare a pieni polmoni.
Il mio film preferito.
Il mucchio selvaggio (1969) di Sam Peckinpah.
Il mio attore preferito.
Pierfrancesco Favino.
Il superpotere che vorrei avere.
Sono pragmatico, non credo ai superpoteri.
Il mio ultimo acquisto.
Il libro di Vincenzo Visco, La guerra delle tasse
Cosa apprezzo di più del luogo dove vivo?
Le ciclabili, le passeggiate e le montagne.
La persona che ho ammirato di più.
Riccardo Lombardi, un grande dirigente socialista.
L’ultima volta che ho pianto.
Al funerale di un amico.
Il mio motto.
Alè, sempre avanti.
Il mio colore preferito.
Il blu.
Il mio primo ricordo.
La mia nonna materna Margherita.
Com’è la vita in pensione?
Cucino, leggo, ascolto musica (cantante preferito Paolo Conte e classica), cammino (in città ed in montagna), vado in bicicletta e collaboro con la UIL Pensionati. Insomma pensionato si, ma attivo.
Quando la pornografia si fa ossessione
“Una delle nuove piaghe dei nostri tempi, sfortunatamente sottovalutata nei suoi effetti su giovani e meno giovani, si chiama pornodipendenza”. Suona il campanello d’allarme Cesare Guerreschi, psicologo e psicoterapeuta, e direttore della Siipac, la Società italiana per l’intervento contro le patologie compulsive, il centro bolzanino specializzato nella cura e riabilitazione di persone con problemi di dipendenza psicologica.
Guerreschi si è contraddistinto fin dagli anni 70’ per la sua capacità antesignana nel riconoscere nuove forme di dipendenza: dalla più corretta definizione di alcolismo in dipendenza da alcol e introducendo trattamenti clinici innovativi come le comunità terapeutiche, arrivando poi a sottolineare la necessità di parlare di gioco d’azzardo consapevole, dividendo la responsabilità tra il giocatore e lo Stato. Ha contribuito quindi al passaggio di definizione da “vizi” a dipendenze comportamentali, potenzialmente in grado di rovinare e distruggere le esistenze di individui e famiglie e richiedenti cura e trattamenti specifici. Per questo motivi è stato nominato Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Mattarella, per il costante impegno nella ricerca sulle patologie compulsive.
“All’inizio quando sostenevo che il consumo di alcol e il gioco d’azzardo potevano assumere caratteristiche patologiche, pochi erano quelli che mi davano credito. Nel corso degli anni però siamo riusciti a collaborare con il servizio sanitario pubblico ed ora le persone possono contare su una rete di assistenza e sostegno, se vogliono liberarsi da quelle schiavitù, che però dovrebbe essere implementata e diversificata in vari centri specialistici”, afferma Guerreschi che ha anticipato la pericolosità dell’utilizzo inconsapevole di internet e la possibile dipendenza da cellulari.
I tempi infatti cambiano e, con essi, si modificano e sviluppano nuove dipendenze che emergono con la progressione tecnologica. “Internet è stato ed è un formidabile strumento di collegamento tra le persone e di circolazione di informazioni ma nasconde in sé anche tanti pericoli” avverte lo specialista “negli ultimi dieci anni abbiamo osservato un aumento vertiginoso del numero di persone che vengono a chiederci aiuto in quanto dipendenti dalla pornografia”.
La pornografia è sempre esistita, dalle iscrizioni rupestri fino alle videocassette hard che venivano vendute in edicola fino a qualche anno fa. Ora però gli smartphone mettono a disposizione di ogni persona un numero potenzialmente infinito di video e immagini a sfondo sessuale. Una tentazione a cui pochi sfuggono e che può diventare un’attività che occupa totalmente l’esistenza.
“Ci sono pazienti che passano dalle quattro fino alle 20 ore al giorno, nelle fasi più acute della dipendenza, a guardare video pornografici, riportando danni psicofisici enormi”, spiega, “maggiormente esposti sono i giovani che hanno meno difese e che vengono influenzati con un modello di sessualità distorta, sbagliata e finta. Perché la pornografia è una messa in scena, nella migliore delle ipotesi. Sono immagini, a volte anche violente, per mezzo delle quali non si arriva alla conoscenza rispettosa dell’altra persona. Ragazzi e ragazze vengono avviati sulla strada di una sessualità tossica e depauperata”. Ma chi è il pornodipendente? Possono essere uomini o donne di ogni età, condizionati dall’attività di guardare video e immagini pornografiche accompagnate da masturbazione in modo compulsivo “che può provocare anche danni fisici, oltre all’isolamento sociale e relazionale”, aggiunge Guerreschi. La pornodipendenza ha indubbiamente conosciuto un incremento a causa della pandemia che, tendenzialmente, ha aggravato molti disturbi comportamentali di chi già soffriva in precedenza.
Da qui l’allarme lanciato da Guerreschi che però diffida dell’adozione di modelli educativi improntati al divieto e alla proibizione. “Bisogna parlarne e spiegare i pericoli insiti nella pornografia alle generazioni più giovani”, dichiara. Soprattutto è necessario chiarire che il processo di uscita dalla dipendenza può essere lungo. Si comincia con alcuni incontri con lo psicoterapeuta, poi si prosegue con un percorso che può durare anche due anni. Attualmente sono 12 le persone in trattamento psicologico semiresidenziale presso la Siipac e altre 20 in trattamento ambulatoriale. “Un numero commisurato alle forze dell’équipe”, conclude il direttore, “se fossero di più, non riusciremmo a seguirli. La speranza per il futuro è che si riesca ad attivare una collaborazione con le strutture di sostegno pubbliche per una presa in carico il più possibile completa delle persone che soffrono di questi disturbi”.
Autore: Nilo Ruggeri
Quattro scout e un viaggio
Matteo, Emma, Ilaria, Giulia, quattro ragazzi dai 14 ai 16 anni. Quattro scout CNGEI. Venuti a COOLtour, servizio dell’Associazione La Strada-der Weg Onlus, ci raccontano la loro esperienza da scout e del Jamboree: un campo giovanile che avviene ogni quattro anni in nazioni diverse a cui loro parteciperanno.
Cosa vi ha spinti a essere scout?
Abbiamo iniziato con lo scoutismo per pura curiosità. Qualcuno dei nostri genitori già lo era, ci è sempre piaciuta l’idea, e, interessati, abbiamo intrapreso questa strada anche noi.
Che tipo di attività svolgete?
Le attività vengono trattate diversamente rispetto ai gruppi in cui siamo divisi per età: lupetti, esploratori e rover. Si fanno giochi, chiacchierate, sport ed escursioni. Nell’arco dell’anno ci sono i “campetti”: quello estivo che dura una settimana, e quello invernale per due giorni. Durante questi campetti vengono fatte le “promesse” che sono per noi delle cerimonie, che vengono accompagnate da festeggiamenti e fuochi.
I quattro ragazzi riportano la loro esperienza in modo accorato. Tra loro, Emma si sente di specificare che tutte le attività che vengono proposte loro hanno un fine: quindi qualsiasi gioco anche se agli occhi del gruppo può sembrare banale, è pensato per insegnare loro un dato valore che nello scoutismo è importante.
Quali sono i valori che vi vengono insegnati?
Ci viene insegnato il rispetto, sia nei confronti delle persone che dell’ambiente; a collaborare all’interno di un gruppo; l’idea di solidarietà e responsabilità; e anche a dare del nostro meglio.
Quest’anno il Jamboree si terrà in Corea del Sud. In cosa consiste?
Il Jamboree è un raduno scout che prevede attività ovviamente in correlazione allo scoutismo, e le giornate sono organizzate per permettere uno scambio culturale. Ci saranno vari reparti che faranno diverse attività di gioco, pratiche oppure teoriche. Lo scopo principale è favorire lo scambio culturale e la fratellanza in tutto il mondo, e in aggiunta anche sentirsi cittadino del mondo.
Perché secondo voi si dovrebbe essere scout?
Giulia: “Lo scoutismo ti forma come persona, lo vedo spesso per come una cosa prende un differente significato rispetto a chi non ha fatto scout.”
Ilaria: “Fai delle esperienze che nella vita quotidiana non riesci a fare, e si crea questa amicizia. Si crea una seconda casa. Ti insegna dei valori che secondo me tutte le persone dovrebbero avere nella propria vita.”
Emma: “Sono come una grande famiglia, posso essere me stessa, e siamo tutti accomunati dai valori che ci insegna lo scoutismo.”
Matteo: “Si può essere sé stessi senza indossare maschere. Oltre alle esperienze emotive, si imparano molte cose manuali, e fisiche.”
Auguriamo un buon viaggio a questi giovani scout, e aspettiamo il loro ritorno per raccontare la loro esperienza.
Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour
Desertificazione?
Da una recente simulazione del CRASIT, il noto Centro Ricerche Altoatesino per lo Sfruttamento Intensivo del Turismo, pare che in un prossimo futuro sciare su pozze d’acqua tra le strisce di neve artificiale possa non essere così allettante per il visitatore medio. Qualcuno sostiene anche che non sarà sostenibile, ma questo è il problema minore. Per risolvere la questione e continuare con il trend positivo di pernottamenti è stato deciso che le Dolomiti dovranno puntare ad essere la “Monument Valley europea”: nuove strade, nuovi impianti e grandi avventure su moto per grandi e piccini!
Autore: Roberto Tubaro
La danza, da Bolzano alla Francia
Bianca Maurmayr – bolzanina, classe ’88. Si è trasformata nel tempo, ma la passione per la danza che nasce dall’infanzia l’accompagna ancora. Da danzatrice si è espressa sul palco, accompagnata dalla madre, Giuliana Lanzavecchia, e da Elisa Darù; ora trasmette quest’arte dalla cattedra, come professoressa associata presso l’Università di Lille, in Francia.
Come sei arrivata in Francia?
Attraverso un percorso familiare, artistico e di studi, che passa per l’Università di Nizza, sono approdata a Lille nel 2019, con un contratto a tempo per la ricerca e l’insegnamento. Ora insegno presso il Corso di Studi in Danza e Insegnamento della Danza. Quando dovevo decidere dove studiare danza, a livello accademico, ho capito in fretta che non l’avrei fatto in Italia. Secondo me, quando si parla di danza, è importante farlo anche dal punto di vista del danzatore. Mi sembrava necessario che all’interno di un percorso universitario ci fosse un’articolazione tra pratica e teoria, un passaggio costante tra aula di studio e studio di danza, e questo è possibile in Francia.
Cosa manca all’Italia?
Oltre a questo dialogo pratica-teoria, un sistema di sostegno sociale solido. Non voglio idealizzare la Francia, che ha i suoi problemi, però il sostegno al cittadino è presente. Gli aiuti per pagare l’affitto mi hanno permesso di sostenere gli studi a Nizza e un compenso per la disoccupazione a fine dottorato mi ha aiutata ad essere dove sono ora. All’Italia manca anche una certa orizzontalità in ambito universitario: a Nizza ho avuto la fortuna di conoscere Marina Nordera – professoressa e ricercatrice molto generosa – che mi ha aiutata a fare esperienze professionalmente significative. È grazie a lei che ho imparato, ora, a non sentirmi “in cattedra” con i miei studenti. Quando mi chiedono a cosa serva, la ricerca in danza, dico sempre “a niente”, utilitaristicamente. Serve a capire, collettivamente, cosa significa stare insieme, ad avere uno sguardo critico sul presente. “Serve al cittadino che volete essere.”
Che rapporto hai con la Francia?
E con l’Italia?
Con la Francia è un rapporto di amore-odio. Con la famiglia ci venivo in vacanza, quindi ho scelto di studiare in un posto che conoscevo e amavo. Vivere a Nizza è stato molto difficile e appena ho potuto sono fuggita. In Italia torno, anche per lavoro. Continuo però a non sentirmi da nessuna parte: sono italiana in Francia e francese in Italia. Ho scritto la tesi di dottorato sui trasferimenti culturali in danza tra Parigi e Venezia nel Seicento per capire chi fossi – non l’ho capito – e cosa vuol dire emigrare, immigrare, adattare i propri territori fisici e culturali.
Di cosa ti occupi?
Al momento lavoro ad una ricerca sui flashmob e i momenti di danza durante le manifestazioni politiche, per capire come questa possa contribuire alla forza di agire del cittadino – cosa molto attuale, dato lo sciopero di questi giorni in Francia; la settimana scorsa eravamo in piazza e ho partecipato politicamente e come ricercatrice. Sono anche attiva per creare una rete di ricercatori, per dare la possibilità a diverse voci di dire cosa sia oggi la ricerca in danza. Per questo, faccio parte di AIRDanza, Associazione Italiana per la Ricerca sulla Danza, e sono tesoriere e membro dell’omologa associazione francese, aCD (association des Chercheurs en Danse).
Progetti futuri?
Sto dirigendo un volume che apparirà nel 2024, all’interno delle pubblicazioni AIRDanza – si tratta di un’antologia di traduzioni in italiano, per continuare ad alimentare il processo di circolazione e trasferimento dei saperi. Prima però voglio tornare a lavorare con gli altri serenamente: usciamo da un periodo difficile e penso che ci sia bisogno di recuperare la capacità di essere presenti agli altri. Vorrei pubblicare la tesi di dottorato e approfondire il rapporto tra danza barocca e danza contemporanea, che molti artisti stanno facendo dialogare nella loro scrittura coreografica.
Autrice: Ana Andros COOLtour
Musica e birra artigianale
Qui Intervista a Gregor Wohlgemuth. Nato a Merano, ultimo di tre gemelli, inizia a suonare la tromba all’età di 10 anni. Ha studiato poi nei Conservatori di Trento e Verona, dove si è diplomato. Oltre a vari progetti barocchi, ha suonato con l’orchestra di fiati Symphonikwinds e la Brass Band Pfeffersberg, passando quindi all band “Vino Rosso”. Con l’amico Alexander Stolz ha fondato il birrificio Hubenbauer e da anni è presidente dell’associazione “Südtiroler Handwerksbrauereien”. Gregor è mastro birraio e sommelier, oltre che educatore, insegnante e musicista.
La cosa che più mi piace di me.
Quando faccio una cosa cerco di farla al meglio.
Il mio principale difetto.
Sono troppo buono.
Il mio momento più felice.
Sul palco, in birrificio, su una montagna.
Le persone che ammiro di più.
Mia mamma (papà non c’è più) e Alexander Stolz.
Un libro da partare sull’isola deserta.
“Arban – scuola per tromba”: non sarei niente senza la tromba.
La mia occupazione preferita.
Degustare birre nuove con amici scelti.
Il paese dove vorrei vivere.
In Irlanda.
Il mio piatto preferito.
Tanti. Però la cucina italiana…
Non sopporto…
L’invidia.
Per un giorno vorrei essere.
Il Papa.
La mia paura maggiore.
La noia.
Se fossi un animale sarei…
Un Husky.
Mi sono sentito orgoglioso quando…
Lo sono quando finisco una cosa fatta per bene.
Il mio motto.
“Tratta gli altri come vuoi essere trattato tu”.
Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Fare quello che voglio io.
Il giocattolo che ho amato di più.
Playmobil.
Il mio poeta preferito.
Paolo Coelho.
Il mio pittore preferito.
Harry Reich.
Il dono di natura che vorrei avere.
Far felice tutti.
Dico bugie solo…
Per proteggere qualcuno.
L’ultima volta che ho perso la calma.
In autostrada.
Da bambino sognavo…
Una vita cosi.
Autore: Luca Masiello
Un concerto per la Pasqua e per il giubileo
27 marzo 1999: un gruppetto di 16 amici improvvisatisi “cantori” teneva a Merano nella chiesa di S. Spirito il suo primo concerto con il nome “Non Nobis Domine”. Da allora sono passati 25 anni, durante i quali la formazione è cresciuta proponendo più di 130 concerti in provincia ed oltre, accompagnando inoltre la Liturgia Sacra nelle occasioni speciali. Il concerto di Pasqua di quest’anno, che si terrà venerdì 31 marzo alle ore 20.30 nella Chiesa di S. Spirito, avrà dunque un altro sapore, quello del giubileo.
La serata prevede un percorso di 13 canti intervallati da due brevi letture a tema che accompagneranno l’ascoltatore in maniera suggestiva e discreta dentro le vicende narrate dal vangelo riguardanti gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù Cristo: passione, morte e resurrezione. Il mistero pasquale costituisce il centro e il perno da cui scaturisce tutto il flusso della storia cristiana. Tutte le arti figurative umane nei secoli hanno dato il meglio di sé nel cercare di raccontare, interpretare e descrivere le vicende drammatiche di questi ultimi giorni; non da meno, la musica sacra ha scritto pagine memorabili e suggestive a riguardo, capaci di rapire ed elevare l’animo umano con una forza intrinseca che solo la musica è capace di suscitare. Il concerto si articolerà in tre sezioni. La prima sezione di canti inizierà con “Improperia” del compositore spagnolo rinascimentale T. L. De Victoria (1548 – 1611) cui seguirà l’inno gregoriano per sole voci maschili “CruxFidelis” di S. V. Fortunato (530 – 609). Il terzo canto sarà un bellissimo brano della liturgia ortodossa dell’autore russo D. Cristov (1906 – 2001) dal titolo “Vo tzarstvii Tvoem” interpretato dalla soprano bolzanina Loredana Merlin supportata dal coro. Chiuderanno la prima sezione due canti :”Kyrie” tratto dalla Misa Criolla di A. Ramirez (1921 – 2010) e un altro canto russo dal titolo “Otchenasch” di N. Kedrov (1871 – 1940). Il secondo blocco di canti si aprirà con il drammatico e intenso “Tenebrae factae sunt” dell’autore rinascimentale G. Croce (1557 – 1609). Sarà quindi la volta di un brano di O. Vecchi (1550 – 1605) cantato a quattro voci da soli uomini dal titolo “Lamentatio Hieremiae prophetae” a cui seguirà un duetto per soprano e contralto tratto dallo “Stabat Mater” di G. B. Pergolesi (1710 – 1736) dal titolo “Sancta Mater, istudagas” interpretato dalla soprano Loredana Merlin e dal contralto Cinzia Butelli. Ultimo brano del secondo blocco usarà na Lauda Filippina di anonimo del 1591 dal titolo “O cor soave”. Aprirà la terza e ultima sezione la”Sonata in sol maggiore” di J. B. Loillet (1680 – 1730) per due flauti e organo; seguirà l’esplosivo”Gloria” di A. Vivaldi (1678 – 1731). Sarà poi la volta del gioioso “Regina caeli” di A. Aichinger (1565 – 1628). Chiuderà il concerto il famosissimo “Halleluja” tratto dal “The Messiah” di G. F. Händel (1695 – 1759).
All’organo e pianoforte ci sarà il maestro Paolo Valenti, al flauto traverso Karin Warasin e Marco Negrisolo. Alla direzione si alterneranno Roberto Sette e Antonio Battistella.
Al termine del concerto, secondo le intenzione della corale, chi vorrà potrà liberamente contribuire per sostenere i terremotati della Turchia e della Siria con un’ offerta ad Avsi (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale) nella sua missione di sostegno ai terremotati di Aleppo in Siria. L’ingresso è gratuito.
La felicità fra i libri
Qui Intervista a Michela Fantini. Originaria di Bolzano, da qualche tempo è divenuta la nuova bibliotecaria di Ora. E proprio dalla biblioteca dove ha ricoperto il suo primo impiego sono iniziati i suoi approcci alla letteratura, allo studio, alla ricerca. è un lavoro, questo, che è riuscito a regalarle belle emozioni che spera di poter trasmettere ai propri affezionati avventori.
La cosa che più mi piace di me.
L’entusiasmo.
Il mio principale difetto.
Odio perdere.
Il mio momento più felice.
Tutti quelli che ho vissuto.
Le persone che ammiro di più.
Mio papà, mia mamma e il mio compagno.
Un libro da portare sull’isola deserta.
“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.
Il paese dove vorrei vivere.
Cavareno.
Il mio piatto preferito.
Il pasticcio.
Non sopporto…
La falsità.
Per un giorno vorrei essere.
Un’ape.
La mia paura maggiore.
La morte.
Nel mio frigo non manca mai…
Il latte.
Se fossi un animale sarei…
Una giraffa.
Mi sono sentita orgogliosa quando…
Mi sono laureata.
Il mio motto.
La calma è la virtù dei forti.
Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Fare Bungee Jumping.
Il giocattolo che ho amato di più.
Un peluche di nome Topolina.
I miei poeti preferiti.
Sono tanti, ma credo che Pascoli e Parini siano quelli che ho amato di più.
I miei pittori preferiti.
Van Gogh e Gauguin.
Il dono di natura che vorrei avere.
Piedi più grandi, così da non faticare nel trovare le scarpe da indossare.
Dico bugie solo…
Ometto, non dico bugie.
Dove mi vedo fra dieci anni.
Dove sono adesso.
Il colore che preferisco.
Il nero.
L’ultima volta che ho perso la calma.
Difficilmente perdo la calma, ma credo che l’ultima volta sia stata lo scorso mese.
Da bambina sognavo…
Di diventare un pompiere.
Autore: Daniele Bebber
Parte dai giovani la voglia di recitare
Parte da Pochi, piccolo abitato frazione di Salorno, la prima parte di un viaggio nel mondo delle Filodrammatiche della Bassa Atesina: un excursus che vuole ritrarre l’impegno ed il divertimento che i volontari riescono a trasmettere con le loro recite sui palcoscenici della zona.
Durante la seconda metà degli anni novanta ai Pochi sono nati tanti bambini che da lì a pochi anni si sarebbero trovati tutti assieme alla catechesi e dunque nel magico mondo del teatro amatoriale. “Una combinazione di astri” la definisce Virginia Gallo, uno di quei fagottini, oggi presidente della FiloPochi.
“All’inizio eravamo il gruppo della catechesi, messo in piedi dalle catechiste Cinzia Dorigatti, Loredana Plank e Vittoria Caligiuri – racconta -. Oltre alla dottrina, da insegnare avevano anche la passione per fare intrattenimento in comunità, e noi, come bambini, di questo eravamo un po’ l’energia, la vita e le marionette – sorride – da poter utilizzare in piccoli spettacolini divertenti, per le nostre realtà locali”. I giovanissimi commedianti, si trovavano infatti a portare in scena piccoli sketch dialettali, tipo cabaret, chiaramente a titolo di volontariato ma riuscendo ad infondere “una super felicità di divertirci e far divertire”. Negli anni successivi è nato poi ufficialmente il gruppo e negli anni 2010/2011, lo stesso ha deciso di prendere in mano un copione serio e debuttare sul palcoscenico.
“En sac de confusion” era il titolo del copione “di quella prima commedia – rivela Virginia – la cui storia rappresentava molto bene il nostro gruppo alle prime armi, ma con tanta voglia di fare. Grazie ai contatti – prosegue divertita – abbiamo iniziato a girare i palchi in zona e non solo: malghe, caserme e tutti gli spazi che potevano offrire quattro sedie e un punto per recitare. ‘El malgar ma che om’, altra commedia che abbiamo interpretato, l’abbiamo recitata nel giardino di una malga; e il fatto che il gruppo degli over e quello degli under riesca a recitare sullo stesso palco è sempre molto apprezzato”. Insomma, nel tempo la FiloPochi s’è fatta conoscere recitando pure su alcuni palcoscenici trentini. E con il 2016 è stato fondato il comitato ufficiale della filodrammatica che, da quel momento, per autofinanziarsi ha inziato a partecipare alle feste di paese.
Presidente Virginia Gallo, al momento il sipario è ancora chiuso o state lavorando a qualcosa?
Al momento abbiamo un nuovo copione, che se tutto va bene porteremo in scena il prossimo autunno. Stiamo anche pensando al presepe vivente, che nelle ultime edizioni prima della pandemia ha raggiunto i cento figuranti e pare addirittura che siano venuti a vederlo fino ad un migliaio di persone.
Certo, recitare in dialetto trentino in Alto Adige è un fatto po’ particolare…
Salorno rispetto al resto dell’Alto Adige è solo un isolotto, perché la popolazione è divisa in ceppi linguistici. I palchi che possiamo avere in zona, rispetto al vicino Trentino sono più limitati, ma non per questo meno divertenti. Abbiamo recitato a Cortina d’Adige, ad Egna e a Laives, mantenendo poi i contatti con le compagnie in lingua italiana. Anche se un mio progetto, ancora però da prendere con le pinze, è cercare di coinvolgere le compagnie in lingua tedesca, con uno spettacolo.
Che tipo di pubblico attirate solitamente?
Sulla stessa linea d’onda del Trentino. Dove siamo andati noi, siamo sempre riusciti a riempire l’80 – 90 per cento dei posti a sedere. Chiaro: si parla di teatri da 100 – 150 persone.
Quanti siete?
Siamo partiti in venticinque fra attori, volontari dietro le quinte ed accompagnatori. I tesserati ufficiali sono una ventina, a maggioranza maschi. La nostra mission, da sempre, è “dare vita alla vita”: in pratica, oltre svago e spensieratezza. Vogliamo offrire attraverso il sorriso il gusto di vivere e quel senso di appartenenza che con l’esperienza, genera responsabilità per un bene comune.
Autore: Daniele Bebber