La felicità fra i libri

Qui Intervista a Michela Fantini. Originaria di Bolzano, da qualche tempo è divenuta la nuova bibliotecaria di Ora. E proprio dalla biblioteca dove ha ricoperto il suo primo impiego sono iniziati i suoi approcci alla letteratura, allo studio, alla ricerca. è un lavoro, questo, che è riuscito a regalarle belle emozioni che spera di poter trasmettere ai propri affezionati avventori.

La cosa che più mi piace di me. 

L’entusiasmo.

Il mio principale difetto. 

Odio perdere. 

Il mio momento più felice. 

Tutti quelli che ho vissuto. 

Le persone che ammiro di più. 

Mio papà, mia mamma e il mio compagno. 

Un libro da portare sull’isola deserta. 

“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. 

Il paese dove vorrei vivere. 

Cavareno. 

Il mio piatto preferito. 

Il pasticcio. 

Non sopporto… 

La falsità. 

Per un giorno vorrei essere. 

Un’ape.

La mia paura maggiore. 

La morte. 

Nel mio frigo non manca mai… 

Il latte. 

Se fossi un animale sarei…

Una giraffa. 

Mi sono sentita orgogliosa quando… 

Mi sono laureata. 

Il mio motto. 

La calma è la virtù dei forti. 

Il capriccio che non mi sono mai tolta. 

Fare Bungee Jumping. 

Il giocattolo che ho amato di più. 

Un peluche di nome Topolina. 

I miei poeti preferiti. 

Sono tanti, ma credo che Pascoli e Parini siano quelli che ho amato di più. 

I miei pittori preferiti. 

Van Gogh e Gauguin.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Piedi più grandi, così da non faticare nel trovare le scarpe da indossare.

Dico bugie solo… 

Ometto, non dico bugie.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Dove sono adesso.

Il colore che preferisco. 

Il nero.

L’ultima volta che ho perso la calma. 

Difficilmente perdo la calma, ma credo che l’ultima volta sia stata lo scorso mese.

Da bambina sognavo… 

Di diventare un pompiere.

Autore: Daniele Bebber

Parte dai giovani la voglia di recitare

Parte da Pochi, piccolo abitato frazione di Salorno, la prima parte di un viaggio nel mondo delle Filodrammatiche della Bassa Atesina:  un excursus che vuole ritrarre l’impegno ed il divertimento che i volontari riescono a trasmettere con le loro recite sui palcoscenici della zona.

Durante la seconda metà degli anni novanta ai Pochi sono nati tanti bambini che da lì a pochi anni si sarebbero trovati tutti assieme alla catechesi e dunque nel magico mondo del teatro amatoriale. “Una combinazione di astri” la definisce Virginia Gallo, uno di quei fagottini, oggi presidente della FiloPochi. 

“All’inizio eravamo il gruppo della catechesi, messo in piedi dalle catechiste Cinzia Dorigatti, Loredana Plank e Vittoria Caligiuri – racconta -. Oltre alla dottrina, da insegnare avevano anche la passione per fare intrattenimento in comunità, e noi, come bambini, di questo eravamo un po’ l’energia, la vita e le marionette – sorride – da poter utilizzare in piccoli spettacolini divertenti, per le nostre realtà locali”. I giovanissimi commedianti, si trovavano infatti a portare in scena piccoli sketch dialettali, tipo cabaret, chiaramente a titolo di volontariato ma riuscendo ad infondere “una super felicità di divertirci e far divertire”. Negli anni successivi è nato poi ufficialmente il gruppo e negli anni 2010/2011, lo stesso ha deciso di prendere in mano un copione serio e debuttare sul palcoscenico. 

“En sac de confusion” era il titolo del copione “di quella prima commedia – rivela Virginia – la cui storia rappresentava molto bene il nostro gruppo alle prime armi, ma con tanta voglia di fare. Grazie ai contatti – prosegue divertita – abbiamo iniziato a girare i palchi in zona e non solo: malghe, caserme e tutti gli spazi che potevano offrire quattro sedie e un punto per recitare. ‘El malgar ma che om’, altra commedia che abbiamo interpretato, l’abbiamo recitata nel giardino di una malga; e il fatto che il gruppo degli over e quello degli under riesca a recitare sullo stesso palco è sempre molto apprezzato”. Insomma, nel tempo la FiloPochi s’è fatta conoscere recitando pure su alcuni palcoscenici trentini. E con il 2016 è stato fondato il comitato ufficiale della filodrammatica che, da quel momento, per autofinanziarsi ha inziato a partecipare alle feste di paese.

Presidente Virginia Gallo, al momento il sipario è ancora chiuso o state lavorando a qualcosa?

Al momento abbiamo un nuovo copione, che se tutto va bene porteremo in scena il prossimo autunno. Stiamo anche pensando al presepe vivente, che nelle ultime edizioni prima della pandemia ha raggiunto i cento figuranti e pare addirittura che siano venuti a vederlo fino ad un migliaio di persone.

Certo, recitare in dialetto trentino in Alto Adige è un fatto po’ particolare… 

Salorno rispetto al resto dell’Alto Adige è solo un isolotto, perché la popolazione è divisa in ceppi linguistici. I palchi che possiamo avere in zona, rispetto al vicino Trentino sono più limitati, ma non per questo meno divertenti. Abbiamo recitato a Cortina d’Adige, ad Egna e a Laives, mantenendo poi i contatti con le compagnie in lingua italiana. Anche se un mio progetto, ancora però da prendere con le pinze, è cercare di coinvolgere le compagnie in lingua tedesca, con uno spettacolo.

Che tipo di pubblico attirate solitamente?

Sulla stessa linea d’onda del Trentino. Dove siamo andati noi, siamo sempre riusciti a riempire l’80 – 90 per cento dei posti a sedere. Chiaro: si parla di teatri da 100 – 150 persone.

Quanti siete?

Siamo partiti in venticinque fra attori, volontari dietro le quinte ed accompagnatori. I tesserati ufficiali sono una ventina, a maggioranza maschi. La nostra mission, da sempre, è “dare vita alla vita”: in pratica, oltre svago e spensieratezza. Vogliamo offrire attraverso il sorriso il gusto di vivere e quel senso di appartenenza che con l’esperienza, genera responsabilità per un bene comune.

Autore: Daniele Bebber

La scuola “todesca” di Laghetti

La migrazione non è un fenomeno moderno e circoscritto a certi popoli, come si vuol far credere. Da sempre la povera gente è costretta a cercare lontano da casa una dignitosa possibilità di sopravvivenza. Alla fine dell’800, anche la Bassa Atesina conobbe uno straordinario afflusso di immigrati, in particolare dalle valli più povere del Trentino. Servivano braccia per lavorare la terra e per l’edilizia, manodopera per le cave di porfido, lavoratrici per le filande. Ovviamente, queste persone erano disposte a lavorare in condizioni spesso disumane e, soprattutto, per un salario da fame – non diversamente dagli immigrati di oggi.

Gli arrivi sconvolsero i secolari equilibri demografici della Bassa Atesina. Nell’arco di 10 anni, gli immigrati trentini e non solo raggiunsero numeri inimmaginabili: a Laives passarono da 265 a 621 (con un calo degli “autoctoni” da 828 a 570), a Bronzolo da 400 a 769, a Egna da 202 a 405, a Laghetti da 99 a 175. Le conseguenze di questa pacifica “invasione” si fecero ben presto sentire: dall’uso della lingua nei pubblici uffici e nelle sacre funzioni fino all’ambito scolastico. A parte il caso di Vadena, dove scoppiò una vera e propria guerra sulla pelle dei bambini, negli altri paesi le scuole mantennero la loro impostazione tradizionale e gli immigrati del Welschtirol furono ben felici di mandare i propri figli nelle scuole austroungariche. L’apprendimento della lingua gli garantiva un futuro migliore e possibilità di occupazione anche oltre il Brennero. Probabilmente proprio in quegli anni andò a cementificarsi la particolare società mistilingue e multiculturale caratteristica della Bassa Atesina.

Pochi anni dopo, alla fine della grande guerra, l’Alto Adige fu annesso all’Italia. In Bassa Atesina si guardò con preoccupazione al cambiamento in quanto gli equilibri esistenti rischiavano seriamente di essere compromessi dalle nascenti tensioni nazionalistiche. In effetti, sotto la spinta del governatore trentino Credaro e contro gli stessi propositi del governo liberale di Roma, che aveva solennemente garantito il massimo rispetto delle tradizioni locali, si tentò non solo di aggiungere scuole italiane a quelle esistenti ma addirittura di sostituire le prime alle seconde. Il tentativo più grossolano in tal senso fu compiuto nel paesino di Laghetti, frazione di Egna, abitato prevalentemente da braccianti di origine trentina. Dapprima si tentò di staccare la frazione da Egna per costituire un comune autonomo da aggregare alla Provincia di Trento (cosa poi avvenuta fino al 1946) contro la volontà della popolazione, poi nel 1919 si convertì la scuola storica in una scuola completamente italiana. I genitori, quasi tutti italiani si ribellarono e iniziarono a boicottare la scuola di Laghetti mandando i figli in altre scuole nei paesi vicini. A nulla valsero gli interventi delle autorità, che sanzionarono pesantemente i genitori. Vi fu un vero e proprio sollevamento delle madri sia a Laghetti che a Bolzano. Il sindaco della città capoluogo Perathoner scrisse una lunga e accorata lettera al governatore di Trento. Gli abitanti di Laghetti volevano la loro scuola “todesca” e non erano disposti a cedere, tanto che arrivarono al punto da non mandare i propri figli in nessuna scuola. 

A quel punto, le autorità scolastiche trentine infransero per la prima volta il sacrosanto diritto dei genitori di stabilire quale scuola dovessero frequentare i propri figli. Questo diritto era ancorato nella riforma del 1774 di Maria Teresa d’Asburgo, che aveva reso obbligatoria la scuola per i bambini dai 6 ai 13 anni. Ora per la prima volta questo principio venne infranto e i bambini di Laghetti furono costretti a frequentare una scuola che non volevano. 

Se Laghetti fu il primo paese colpito dal fervore nazionalistico, in breve tempo la regola fu estesa a tutti i comuni altoatesini. Alla fine del 1922 molte scuole erano state chiuse, con il 1923 in tutti i paesi fu permessa una prima classe esclusivamente in lingua italiana. Anche i promessi corsi privati vennero boicottati o affidati a maestri provenienti dal profondo Sud.

Autore: Reinhard Christanell

Cutro

Anche noi del profondo nord abbiamo seguito sui media il drammatico naufragio in Calabria, che è costato la vita a decine e decine di migranti, tra cui molti bambini in tenera età. Personalmente sono rimasto molto colpito da come la popolazione del posto ha vissuto questa tragedia. Le testimonianze dei pescatori per primi accorsi sulla spiaggia, quelle dei vigili del fuoco e dei volontari della protezione civile, mi hanno profondamente toccato. Ma nelle ore e nei giorni successivi alla tragedia si sono spesi in parole di grande umanità anche i parroci, le autorità religiose musulmane, gli amministratori locali, e i tanti semplici cittadini che hanno voluto partecipare anche ad una processione, un corteo, per esprimere vicinanza, affetto e compassione, ai tanti parenti delle persone decedute o disperse.
Gli esponenti del governo, come sappiamo, hanno seguito l’evento a distanza. E in alcuni casi non hanno saputo fare di meglio che rimarcarla, quella distanza, in coerenza con le loro posizioni politiche spesso tutt’altro che solidali nei confronti di chi fugge da miseria e morte. è toccato quindi al Presidente della Repubblica recarsi sul posto per manifestare la solidarietà e l’affetto, credo, della maggioranza degli italiani.
Come dicevo, personalmente sono rimasto colpito dalla grande partecipazione dei cittadini di Cutro. E la mia prima reazione è stata quella di andare guardare cos’è Cutro e qual è la storia di questo paese di 10mila abitanti scarsi, in provincia di Crotone. Ho così scoperto – come forse è successo a diversi lettori di questo giornale – di aver fatto una volta le vacanze proprio a pochi passi da quella spiaggia oggi costellata di croci. Poi ho appreso che Cutro ha origine greca e che i cittadini di quel paese nella propria memoria hanno un terremoto tremendo, che nel 1832 rase al suolo l’intero paese, mietendo centinaia di vittime. Nel ‘900 poi Cutro subì anche una fortissima emigrazione verso la Germania e il nord Italia, tant’è vero che oggi in Emilia-Romagna e in Lombardia risiedono circa 20.000 persone d’origine cutrese.
Insomma: i cutresi non hanno dimenticato e si sono probabilmente rivisti nei naufraghi sulla spiaggia di Steccato. Se poi pensiamo che sui calanchi del territorio comunale Pasolini girò alcune scene del suo Vangelo secondo Matteo, il cerchio si chiude.
Grazie cutresi, da parte di tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti

Petricore

Non piove. Tuttora niente piogge in vista. Ci aspettano giornate asciutte e soleggiate. Giovedì scorso era ancora buio, quando, appena uscito di casa, sul pianerottolo, ho avvertito un forte profumo di petricore. Ho accelerato il passo per raggiungere velocemente la strada e per capire se davvero piovesse. Mentre camminavo in direzione della stazione ferroviaria per salire sul treno per Bolzano il mio sguardo cercava conferme: il nulla purtroppo, si trattava solo dell’umidità notturna e forse di una simil-pioviggine, già evaporata. Da allora sono trascorsi dieci giorni senza che il cielo piangesse, né per disperazione, né di gioia. Non piove. Ancora no. L’aria in certe zone cittadine è irrespirabile. Degli ultimi dodici mesi, dai dati dell’Ufficio Meteorologico, a Merano mancano oltre 400mm di precipitazioni: è un’enormità! Ma è tutto il Nord Italia a soffrire la siccità, che ormai è una morsa conclamata con cui non si scende a compromessi. Avrebbero tanto bisogno di pioggia sia la natura che l’uomo, per calmarsi e per calmarlo. Oggi respirare l’aria umida e salubre e che sa di pulito sta diventando un privilegio. La polvere da antagonista si è presa la scena, la si vede dove prima passava inosservata, essa si alza e si leva persino quando i colombi dispiegano le ali sui sampietrini per librarsi in volo e in fase di atterraggio; si ammanta sui pantaloni dalle tibie fino alle caviglie e ricopre le scarpe quando camminiamo per la città o lungo i sentieri del sottobosco; avvolge i tetti, gli alberi e persino le pietre lungo i greti di fiumi e torrenti; sporca come la iella i palazzi, le insegne, le auto parcheggiate, le vetrate di finestre e verande, le piastrelle e le fughe sui balconi. La polvere ci affatica, e affanna i cani.

L’odore di petricore, al contrario, ci è rimasto dentro, perché si tratta di un ricordo senza tempo, quando fino da bambini la pioggia ed i primi temporali primaverili erano dolci ed il cuore si faceva capanna. Quando giocavamo con legni e bastoncini, in acqua e terra, e la siccità era solo un neologismo che i genitori cercavano di insegnarci. Nel fine settimana appena trascorso, bagnando la terra arsa dei vasi e delle aiuolette sul terrazzo, un alito di questo petricore si è diffuso rapidamente per poi scomparire quasi subito; sorpreso ma incuriosito ho scoperto che il suo etimo è nato per la prima volta in Australia (altro luogo davvero arido) nel 1964, dai ricercatori Bear e Thomas, una parola composta dal greco pétra pietra e ichór sangue degli dei. 

Autore: Donatello Vallotta

Post-pandemia: diamo ai giovani le chiavi del futuro

Tre anni fa in questi giorni il lockdown. Strade deserte, scuole e chiese chiuse, paura. Le ordinanze che si susseguono a ritmi quasi quotidiani, i dispositivi di protezione, le regole, la “distanza sociale”. I morti. Tutte cose che resteranno impresse nella memoria di chi le ha vissute, soprattutto dei più giovani.

Secondo gli ultimi dati, dall’inizio della pandemia i contagiati in Italia superano i 25,6 milioni. I morti sono ormai oltre 188mila. I dati settimanali degli ultimi giorni parlano ancora di quasi 27mila nuovi contagiati (ma di oltre 47mila guariti), di circa 220 morti, di qualche migliaio di ricoverati, alcuni ancora in terapia intensiva.

Secondo il Rapporto pubblicato qualche tempo fa da Consiglio Nazionale dei Giovani e Agenzia Nazionale Giovani, in collaborazione col Censis, i giovani, che “rappresentano la parte più vitale, acculturata, innovativa della società italiana”, oggi “appaiono invisibili e spenti, prigionieri di una narrazione collettiva che non li vede mai come protagonisti e lascia loro pochi spazi per immaginare un futuro migliore”. È così?

La pandemia non è stata solo un fatto sanitario. Ha fortemente influenzato il modo di guardare alla vita e al futuro. Se inizialmente a fare le spese della diffusione del virus sono state soprattutto le persone anziane, si è presto evidenziato come bambini e ragazzi abbiano sofferto soprattutto a causa delle limitazioni nelle relazioni sociali. La cosiddetta “distanza sociale” ha salvato a molti la vita ma, al tempo stesso, l’ha svuotata, per qualcuno, di significato.

“Durante la pandemia molti giovani hanno rivisto i propri progetti di vita, alcuni hanno smesso di studiare o hanno perso il lavoro, moltissimi si trovano in una situazione di sofferenza fisica o mentale. Sono giovani che si sentono soli, che hanno paura ad uscire e frequentare luoghi affollati, che esprimono, anche attraverso la comparsa di problemi di salute e nella trasformazione del proprio corpo, un disagio generazionale e personale”.

Al di là di ansie, incertezze e depressione, sono però proprio i giovani ad avere in mano la chiave del futuro. Sono delusi del mondo che hanno ricevuto in consegna e tuttavia hanno ben chiaro quanto sia importante avere attorno a sé una comunità e contribuire al suo sviluppo per il bene di tutti. Agli adulti sarebbe sufficiente ascoltarli e lasciarli fare.

Autore: Paolo Bill Valente

Dentro una Neverland digitale

La Fondazione Haydn presenta la prima assoluta dell’opera Peter Pan – The Dark Side. Non è un’avventura per bambini ispirata al rassicurante immaginario disneyano, ma un crudo racconto sulla solitudine, sul disorientamento e sulle più intime fragilità delle nuove “generazioni digitali”.

Sabato 25 e domenica 26 marzo la Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, nell’ambito del suo programma d’opera, porta in scena Peter Pan – The Dark Side, una prima assoluta che trasformerà un classico della letteratura per l’infanzia in un viaggio in terre decisamente più oscure e contemporanee. A dare corpo a quest’avvincente produzione sarà un team artistico internazionale d’eccellenza: il compositore austriaco Wolfgang Mitterer, l’acclamato regista e librettista britannico David Pountney, Daisy Evans, regista d’opera apprezzata per il progetto d’avanguardia Silent Opera, e il direttore d’orchestra Timothy Redmond.

ALLE RADICI DEL “VERO” PETER PAN E RITORNO

La figura di Peter Pan nasce nei primi anni del Novecento dalla penna dello scrittore inglese James M. Barrie. Il racconto delle sue avventure inizia nel cuore di una notte londinese, quando l’eterno ragazzo che non vuole crescere incontra una ragazza, Wendy, e la porta insieme ai fratelli John e Michael sull’Isola che non c’è fra i “bambini perduti”. Il direttore artistico della Fondazione, Matthias Lošek, ha però immaginato un’opera capace di metterne in risalto gli aspetti più oscuri e forse meno noti: “Abbiamo deciso di portare in scena un testo classico che la maggior parte delle persone avesse già incontrato nella propria vita – commenta Lošek – ma lo volevamo fare infrangendo le aspettative, mostrando gli elementi più familiari sotto una luce nuova e più attuale”.

UN TEAM INTERNAZIONALE DI ARTISTI PER UNA PRIMA ASSOLUTA MONDIALE

Il pubblico potrà ritrovare lo stesso desiderio di aderire alla lettura di Barrie anche nel racconto del grande regista teatrale inglese David Pountney che ha scritto il libretto dell’opera: “Le storie possono essere lette come innocenti fantasie, ma tutte, come i miti, incarnano potenti verità umane – commenta Pountney – Le possiamo quindi interpretare scegliendo un registro leggero o molto più oscuro o addirittura una chiave psicologica. Ad esempio, quando si affronta un romanzo in cui dei bambini vengono convinti a saltare da una finestra e a credere che saranno in grado di volare, viene naturale chiedersi che cosa sta realmente accadendo loro. Sono in mani sicure o rischiano di essere sfruttati e danneggiati? Questo è stato il mio punto di partenza per Peter Pan”.

La regista Daisy Evans, che il pubblico in regione ha già conosciuto nel 2019 con la silent opera Vixen, accompagna i passi della giovane Wendy, un’adolescente che vive in una casa-famiglia alle prese con un mondo moderno filtrato da Instagram, Twitter e fake news. Quando incontra un giovane uomo che sembra dirle tutto ciò che lei vuole sentire, viene sedotta, precipitando in una realtà contorta in cui non si sa cosa sia reale e cosa immaginato. Evans abbraccia in pieno lo spirito originario dell’opera e lo porta ai nostri giorni, mettendo in scena una storia di crescita e perdita dell’innocenza: “Peter Pan – sottolinea – parla di quanto è pericolosa la nostalgia che molti adulti hanno della loro gioventù. Ma parla anche del desiderio degli adolescenti di essere il prima possibile grandi: vediamo Wendy, una giovane adolescente, intrappolata in un vortice di influenze che arrivano dai social media. L’opera affronta temi come la pressione a cui i giovani sono oggi sottoposti e il lato pericoloso di questa Neverland digitale”.

La musica di Peter Pan è una creazione del pioniere dell’elettroacustica Wolfgang Mitterer che ha dato vita a un tessuto sonoro capace di percorrere ogni venatura del racconto – dai momenti più oscuri a quelli più umoristici e leggeri – mixando elettronica, orchestra e voce, jazz e classica. Fra echi che riportano alle sonorità di Porgy and Bess di Gil Evans e Salomè di Richard Strauss, ogni personaggio si muove, come dentro un vestito tagliato su misura, all’interno di un proprio mondo sonoro.

Guida l’imponente ensemble musicale composto dall’Orchestra Haydn, dagli otto interpreti che danno voce ai personaggi di Peter Pan e al coro dei pirati e dei “lost boys”, il direttore d’orchestra Timothy Redmond, apprezzato a livello internazionale nella direzione di progetti di musica contemporanea.

PER PETER PAN – THE DARK SIDE: tutte le info

La prima assoluta di Peter Pan – The Dark Side andrà in scena sabato 25 marzo 2023 al Teatro Comunale di Bolzano, con inizio alle ore 20. Lingua dello spettacolo: inglese con sottotitoli in tedesco e italiano. 

Un’ora prima dell’inizio dello spettacolo si terrà un incontro introduttivo all’opera nel foyer del Teatro Comunale. 

La vendita dei biglietti singoli e degli abbonamenti è attiva presso il Teatro Comunale di Bolzano. 

Maggiori informazioni su 

www.haydn.it 

Tel. 0471 053800

info@ticket.bz.it

I PROSSIMI APPUNTAMENTI CON L’OPERA

Peter Pan – The Dark Side è una delle quattro produzioni del programma operistico della Fondazione Haydn di Bolzano e Trento. Si parte con Die Winterreise (Teatro Comunale di Bolzano, 19.03.23), interpretazione in chiave pop dell’omonimo ciclo di canzoni di Franz Schubert. Il programma prosegue con l’opera Hanjo del compositore Toshio Hosokawa (Teatro Sociale di Trento, 01 e 02.04.23) che torna in Trentino dopo il successo di The Raven. Tratta da Five Modern Nō Plays di Yukio Mishima, è una struggente e ipnotica opera da camera sul tema dell’attesa, esempio di narrazione giapponese realizzata da uno dei più importanti compositori di musica contemporanea.

Ultimo tassello della programmazione, dopo oltre 18 esecuzioni e numerosi riconoscimenti, approda a Rovereto lo spettacolo-concerto Curon/Graun del Collettivo teatrale OHT (Teatro Zandonai di Rovereto, 04.04.23). L’opera, che ha vinto la prima edizione del concorso di teatro musicale Fringe ed è prodotta dalla Fondazione Haydn, mette in scena in forma di installazione musicale il destino del paese di Curon, allagato nel 1950 dopo la costruzione del lago artificiale di Resia. 

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La via dedicata all’artista Albrecht Dürer

Tra le vie minori della zona produttiva vi è via Albrecht Dürer, pittore e incisore germanico nella  cui vita non mancano legami con l’Italia ma anche con il Trentino Alto Adige. Nato a Norimberga il 21 maggio 1471, rivelatosi presto dotato di talento, fece pratica nella bottega del padre, orefice, imparando tra l’altro le tecniche di incisione sui metalli; divenne famoso soprattutto come incisore, portando l’arte dell’incisione a livelli mai raggiunti prima. Nella bottega di William Wohlgemuth, noto pittore e xilografo di Norimberga, si addestrò nell’incisione in legno ed in rame, l’acquerello e la pittura ad olio. Per approfondire le conoscenze dal 1490 viaggiò prima al nord, oltre Colonia, poi a sud, fino a Basilea; passò poi a Strasburgo. Nel 1494 tornò a Norimberga, dove sposò Agnes Frey, figlia di un orafo. Per scampare alla peste scoppiata a Norimberga, partì per Venezia; paesaggi ad acquerello documentano le tappe del viaggio, Innsbruck, Tirolo e Trentino. Sono del periodo veneziano i disegni di soggetto mitologico. Nel viaggio di rientro, nel 1495 toccò il lago di Garda, Arco, Trento, Val di Cembra, Segonzano, Chiusa all’Isarco, tutto documentato con acquerelli.  Nella primavera 1495 riprese a Norimberga l’attività di xilografo e calcografo.. Nell’estate 1505 ritornò a Venezia, lavorando alla pala d’altare della chiesa di  San Bartolomeo, commissionata dai mercanti tedeschi di Venezia; a Venezia eseguì anche numerosi ritratti, disegni e  un quadro “Gesù fra i dottori”. Dal 1511 al 1519 fu al servizio dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo (1459-1519); morto Massimiliano, si recò in Olanda per chiedere al successore, Carlo V, la conferma dello stipendio annuo; in attesa dell’udienza, si recò a Bruges, Gand e si spinse fino in Zelanda, dove fu colpito dalla malaria. Tornato in Germania, l’ultimo lavoro furono le due tavole, con gli apostoli Giovanni e Pietro, e con Paolo e Marco evangelista. Morto il 6 aprile 1528 nella sua casa di Norimberga, fu sepolto nel cimitero della chiesa di San Giovanni.

Autore: Leone Sticcotti

Zaccaria, il Presidente e l’attestato d’onore

Ha trascorso una giornata nella Casa degli italiani, in Via XX Settembre a Roma, ospite della massima autorità dello Stato, che gli ha conferito un’onorificenza: è da poco tornato a casa con un attestato ed un ricordo indelebile nel cuore, Zaccaria Dellai, il ragazzo di Laives insignito del titolo di Alfiere della Repubblica. “Zaccaria ha dimostrato che i nostri ragazzi, tutti, sono capaci di grandi cose”, spiega Davide, il suo papà, che lo ha accompagnato all’evento assieme alla mamma, alla sorellina Dora e al fratello Emanuele.

La motivazione ufficiale redatta dagli addetti al lavoro è questa: “Per l’attenzione dimostrata nei confronti delle persone anziane anche attraverso l’ideazione di un fumetto che li vede protagonisti. Sul tema dello scambio intergenerazionale ha continuato a impegnarsi, coinvolgendo l’associazione di cui fa parte”. Ma Zaccaria è molto di più: è un lupetto socievole, sensibile, altruista che da sempre mostra attenzione verso le persone anziane, che considera le sue radici, così lo definisce chi lo conosce. Ha inventato il personaggio di un fumetto, “Il vecio tarampa”, che ha reso protagonista di storie raccolte in un sito internet (www.veciotarampa.it). E la sua amicizia con le persone anziane si è espressa anche all’interno degli Scout, dove ha creato una nuova specialità, “Amico degli anziani”; ha scritto poi agli Incaricati nazionali della branca Lupetti e Coccinelle, proponendo di inserire la specialità nel novero di quelle che tutti i lupetti e le coccinelle possono scegliere.

Davide Dellai, non capita tutti i giorni di essere ospiti del Presidente. Come vi siete sentiti?

L’abbiamo vissuto come un onore grandissimo, molto più grande di quanto le parole possano restituire; e soprattutto come una responsabilità, perché Zaccaria ha dimostrato che i giovani sono in grado di costruire grandi cose, di dare una speranza al futuro, e noi adulti dobbiamo dare loro la parola per fare in modo che sfruttino ogni possibilità. 

Come siete venuti a sapere della consegna del titolo di Alfiere proprio a vostro figlio?

Nell’estate scorsa l’Agesci aveva stilato un elenco di candidature per il titolo, e in questo c’era anche il nome di Zaccaria. All’inizio eravamo contrari, in primo luogo perché ci sembrava che quello che aveva fatto fosse una cosa normale, e poi ci spaventava un’eventuale ribalta: in fondo ha solo 11 anni, è un bambino. Poi però abbiamo accettato, e non pensavamo proprio che il suo nome sarebbe arrivato così in alto. E così un giorno, neppure troppo tempo fa, è arrivata una telefonata dall’Agesci, che era stata chamatadal Quirinale per contattare Zaccaria. Ero al lavoro, non sono riuscito a dire niente, ero molto confuso (ride, ndr).

Come è andata al Quirinale? 

Arrivare alle sue porte è stata un’emozione grandissima, per ciò che il Quirinale rappresenta , per ciò che il Presidente rappresenta, anche per l’aura che trasmette: l’uomo saggio, l’uomo anziano. Ha fatto un intervento bellissimo in cui parlava di questi ragazzi, che hanno fatto ciò che per loro è normale, e ha invitato tutti noi a non trasformali in eroi, ma a restituire loro, la loro genuinità. 

Eravate solo voi due, giusto?

Alla cerimonia sì, l’invito era esteso ad un solo membro della famiglia. Però a Roma ci siamo andati tutti assieme, con mia moglie, la sorellina Dora di 9 anni e il fratello Emanuele di 14: anche loro era molto emozionati, e stupiti per l’onore concesso a loro fratello. 

Cosa farà Zaccaria da grande?

Glielo hanno chiesto anche durante la giornata in Quirinale, e lui ha risposto in maniera divertente: “Per ora mi va bene avere 11 anni e voglio vivere pienamente la mia età. Poi vedremo”. Una dichiarazione autentica, ci ha fatto molto sorridere. A noi genitori basta che prosegua per la strada che ha intrapreso. 

L’ATTESTATO D’ONORE

La Presidenza della Repubblica ha istituito dal 2010 un “Attestato d’Onore” per premiare quei giovani minorenni che, per comportamento o attitudini, rappresentano un modello di buon cittadino, e nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito 30 Attestati di “Alfiere della Repubblica”. La solidarietà per la pace è il tema prevalente che ha ispirato nel 2022 la scelta dei giovani Alfieri. La selezione tra tanti meritevoli è stata orientata a valorizzare comportamenti e azioni solidali, ora nell’ambito di un’accoglienza a ragazzi ucraini in fuga dalla guerra, ora attraverso altri gesti di amicizia, cooperazione, inclusione affinché le diversità non diventino mai barriere. I testimoni scelti non costituiscono esempi di azioni rare, ma sono emblematici di comportamenti diffusi tra i giovani, che illustrano un mosaico di virtù civiche di cui, per fortuna, le nostre comunità sono ricche. Le storie degli Alfieri della Repubblica possono anche essere viste, dunque, come la punta di un grande iceberg che rappresenta, in ogni territorio, la vita quotidiana dei giovani.

I premiati si sono distinti nello studio, in attività culturali, scientifiche, artistiche, sportive, nel volontariato oppure hanno compiuto atti o adottato comportamenti ispirati a senso civico, altruismo e solidarietà.

Autore: Luca Masiello

Cinque ragazzi bolzanini alla corte della Disco Music

Quello della Disco Music è un mondo molto complesso, basta aprire l’ottimo volume uscito per Hoepli che i giornalisti romani Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano hanno dedicato a un fenomeno non solo culturale ma anche sociale e di costume per scoprire di che fenomeno, in tutte le sue manifestazioni, si sia trattato. Dal funk delle cantine newyorchesi, alla disco come evoluzione tardiva del rhythm’n’blues, fino alla disco elettronica partorita in uno studio bavarese dal nostro compaesano Giorgio Moroder. I cinque componenti dei SōMuch sono due ragazze e tre maschietti che fino a qualche tempo fa concentravano tutte le loro forze nei contagiosi concerti di una cover band festaiola di nome Giggers: Roberta Creazzo e Valentina Salvi sono le due cantanti Andrea Belloni e Francesco Carli si occupano della sezione ritmica mentre la chitarra è salda nelle mani di Andrea Giovannini.

“Con i Giggers – ci spiega Roberta Creazzo – siamo in giro da una decina d’anni e ci divertiamo un sacco, ma ad un certo punto noi cinque abbiamo cominciato sentire la necessità di fare anche qualcosa di nostro oltre alle cover, così, senza abbandonare il gruppo originale abbiamo dato vita a questa formazione parallela; amiamo tutti la disco music, quella suonata, che ci dà più soddisfazione rispetto a quella campionata”.

Non si preoccupino quindi i numerosi fan dei Giggers, perché comunque potranno continuare ad ascoltare i cinque SoMuch anche nella versione gruppo numeroso (sono ben dieci in formazione i Giggers). Il progetto ha cominciato a prendere vita nel 2019, quando il chitarrista Giovannini, che scrive le musiche dei brani, mandò agli amici un file audio con la bozza di una cosa che avrebbe potuto essere la loro prima canzone originale.

“La svolta importante – prosegue la cantante quasi schernendosi – è successa un po’ per caso, nel 2017 stavo seguendo su Instagram un annuncio di Ralph Rolle, batterista nel gruppo di Nile Rodgers, la mente dietro quel gruppo fantastico che erano gli Chic, in assoluto i nostri preferiti. Ralph stava promuovendo un ciclo di lezioni personalizzate per batteristi ed io che con il nostro drummer faccio coppia anche nella vita oltre che nella musica, ho pensato che potesse essere un bel regalo di Natale offrirgli l’opportunità di incontrare il suo idolo”.

La frequentazione con Rolle si è poi protratta nel tempo diventando una vera e propria amicizia, al punto che sul finire del 2019 i ragazzi hanno fatto ascoltare al batterista di Rodgers il loro primo demo, con la canzone composta da Andrea Giovannini, ma mai avrebbero pensato che la cosa potesse piacergli al punto di decidere di offrirsi di produrre per loro un EP che ha visto poi la luce nelle scorse settimane.

“Ci è voluto parecchio tempo per concretizzare la cosa – racconta Roberta – come tutti sappiamo ci si è messa di traverso la pandemia e tutto si è rallentato, ci sono stati mesi in cui non è stato possibile vederci tra di noi che eravamo tutti qui, figuriamoci incontrarci col produttore che sta a Manchester. La cosa ha anche avuto dei costi, alla fine però le cose si sono messe a posto, ad inizio anno abbiamo lanciato i primi due singoli ed ora è disponibile l’intero EP”.

Per ora la musica dei SoMuch è rintracciabile su tutte le piattaforme musicali, da youtube a Spotify: si tratta di un disco chiaramente molto fruibile, disco music ben prodotta e fatta sicuramente per ballarci su; addirittura il brano che apre l’EP è un omaggio (nel titolo) al celebre club Studio 54, uno dei templi mondiali del fenomeno discomusic. I SoMuch hanno ovviamente come obiettivo quello di riuscire a promuovere il loro prodotto con dei concerti, visto e considerato che a loro piace la disco suonata dal vivo. In attesa di allargare il repertorio originale con nuovo materiale, ai brani dell’EP alterneranno delle cover: prendete intanto nota della data di venerdì 10 marzo, quando alle 21 la formazione festeggerà l’uscita del disco insieme ad alcuni ospiti sul palco del Sudwerk a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale