Nato per sbaglio a Montebelluna in Veneto, dal settimo giorno di vita Sandro Acinapura è cresciuto a Bolzano. Musicista professionista (sì, si procura da vivere con la musica!), è appassionato di tecnologia e divoratore di serie tv. Sportivo moderato, non si separa mai dalla bicicletta per muoversi in città e passerebbe le sue giornate a nuotare.
La cosa di me che mi piace di più.
Cerco di capire e conoscere ogni cosa nella quale mi imbatto.
Il mio principale difetto.
Sono davvero poco paziente!
Il mio momento più felice.
Tanti. Scelgo il giorno in cui ho vinto il posto in Orchestra Haydn.
Il luogo dove vorrei vivere.
Torino.
Il mio piatto preferito.
Più che un piatto, mangerei Parmigiano Reggiano ogni momento!
Non sopporto…
La superficialità.
Nel mio frigorifero non manca mai…
Ovviamente il Parmigiano Reggiano!
Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…
Lo sono tutte le volte che riesco a soddisfare una richiesta di aiuto.
Dove mi vedo fra dieci anni.
A camminare sui sentieri delle nostre montagne.
La prima cosa che faccio al mattino.
Ascoltare un podcast leggero e divertente, mentre faccio colazione
Il mio film preferito.
Diversi, ma scelgo C’era una volta in America.
Il superpotere che vorrei avere.
Il teletrasporto tipo Star Trek.
Il mio sogno ricorrente.
Un incubo direi, cadere da grandissime altezze.
Il mio ultimo acquisto.
Un televisore.
Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
Ovvio: le nostre montagne.
Amo il mio lavoro perché.
Anche se spesso è faticoso… chi non ama la musica?
La persona che ammiro di più.
In generale chi riesce ad essere se stesso senza bisogno di sembrare altro.
L’oggetto a cui sono più legato.
Volente o nolente il mio violino.
Del mio aspetto non mi piace.
Non riesco proprio a farmi piacere il mio viso.
La mia maggiore paura.
Non avere punti di riferimento intorno a me.
Il mio colore preferito.
Sono maschio, incapace perciò di vederne più di 16. Una via di mezzo tra un verde scuro e un blu scuro.
Giovedì 20 ottobre è stata inaugurata al Centro Trevi di via Cappuccini la mostra: “Canova per Bolzano: il ritorno di Amore e Psiche”, aperta ancora fino al 27 novembre (da lunedi a sabato dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19 – ad ingresso gratuito).
Da un lato la mostra si inserisce nelle celebrazioni per il bicentenario della morte di Antonio Canova, forse lo scultore neoclassico più conosciuto, dall’altro regala alla città di Bolzano il ricordo della magnificenza del Giardino Moser, un fiore all’occhiello della Bolzano ottocentesca di cui si era persa la memoria.
“L’intento di questa mostra – ci spiega il curatore Roberto Pancheri – è celebrare il bicentenario della morte di Antonio Canova attraverso una storia che ha un forte addentellato con la realtà locale. Non abbiamo in Alto Adige un originale di Canova, ma sappiamo che una copia del celebre capolavoro “Amore e Psiche giacenti”, di cui si conserva l’originale al Museo Ermitage di San Pietroburgo, era esposta in un giardino di Bolzano. La stessa venne acquistata nel 1868 da una nobile famiglia di Trento, i baroni Salvadori, che la portarono nella loro villa Margone, dove tuttora si trova. Gli attuali proprietari della villa, i signori Lunelli, hanno concesso in prestito temporaneamente quest’opera e quindi possiamo affermare che “Amore e Psiche” torna temporaneamente a Bolzano, dove il gruppo marmoreo è stato conservato per circa 50 anni in un meraviglioso giardino, purtroppo quasi interamente scomparso. Ce ne rimane testimonianza attraverso le foto d’epoca e soprattutto attraverso le descrizioni che viaggiatori e guide della città ci hanno dato. Ne rimane un piccolo frammento nel parco dell’Hotel Laurin, ma si trattava di un giardino molto più grande. Ricco di piante esotiche, di statue e dotato di un tempietto, ospitò questo gruppo marmoreo tra il 1816 ed il 1868, dopo un suo primo restauro.”
Pare che il gruppo sia arrivato in città a causa di un incidente…
“Si, questa è la parte che siamo riusciti a ricostruire su base documentale proprio in occasione di questa mostra. Questa copia canoviana dell’opera è giunta a Bolzano attraverso il convoglio che da Milano condusse a Monaco di Baviera i tesori d’arte dell’ex vicere del Regno d’Italia. Dobbiamo immaginare degli imballaggi che proteggono in casse di legno riempite di paglia, sculture, dipinti, mobili, argenteria ecc. Una di queste casse, durante il passaggio del convoglio attraverso la città di Bolzano, cadde dal carro e l’opera venne fortemente danneggiata. I carrettieri decisero di disfarsene, vendendola per poco prezzo a un cittadino di Bolzano, Karl Sigmund Moser, che oltre a essere un ricco conciapelli, era un intagliatore di presepi e quindi aveva la sensibilità artistica e il gusto per capire che si trattava di una opera importante; inoltre la grande passione di Moser era il suo meraviglioso giardino, di cui forse ora a Bolzano si è persa memoria. Attraverso questa mostra pensiamo di aver ricostruito un tassello della memoria urbana di Bolzano.”
Da SuperMario a Fifa, da Final Fantasy a Tetris: dal 10 al 23 ottobre scorsi il capoluogo è stato la cornice di eventi, conferenze e appuntamenti diffusi in tutti i quartieri dedicati al mondo videoludico grazie alla seconda edizione del festival “Game Ground”.
Un’occasione per molti cittadini per avvicinarsi alla cultura del videogioco, spesso stereotipata, ma che racchiude in sé numerose sfumature artistiche ed educative, oltre a punti di contatto con tematiche d’attualità. E così, girando per la città, ci si è potuti imbattere in postazioni di gioco con consolle di ultima generazione, mostre interattive, gamplay proiettati sulle pareti degli edifici e influencer che hanno fatto conoscere il proprio lavoro a grandi e piccini. “Il bilancio per questa edizione è molto positivo, siamo riusciti a creare un programma molto ricco e coinvolgente – precisa Aaron Damian, responsabile dell’associazione organizzatrice del festival -. Rispetto alla prima edizione abbiamo praticamente raddoppiato il numero di visitatori arrivando a toccare le circa 6mila presenze. Abbiamo riempito anche alcuni teatri della città grazie alla presenza dello streamer Cydonia, che ci ha parlato del mondo Pokemon, e Giorgio Vanni, il re delle sigle dei cartoni animati”. Il festival, come detto, era diffuso, cioè sparso per diversi hotspot della città. Tutti gli appuntamenti, oltre a contenere un’alta componente di svago, hanno cercato di indurre il partecipante a compiere una riflessione sul ruolo del videogioco nella società odierna, mutato negli anni. Al NOI Techpark, ad esempio, è andato in scena un workshop sul ‘Game Design’ e su come progettare un videogioco, dimostrando come dietro ad ogni titolo ci sia un lungo lavoro di analisi, ricerca e soprattutto creatività. Al Museo Mercantile, invece, ci si è concentrati sull’aiuto che determinati videogiochi possono fornire per imparare al meglio una nuova lingua. “Il nostro è un festival aperto a tutti. Ovviamente i partecipanti maggiori sono ragazzini, ma abbiamo notato anche un incremento di adulti e anziani incuriositi da quello che succedeva e che con tanta volontà hanno cercato di comprendere questo mondo”, prosegue Damian. Il videogame nasce come esercizio di programmazione, ma fin dagli inizi è sempre riuscito ad agganciarsi ad altri settori come quello dell’arte, del cinema o della musica. Una versatilità che ha impedito a questa industria miliardaria di sopravvivere nei decenni e di non sentire praticamente mai il vento della crisi, nonostante le numersoe demonizzazioni ricevute. “Sicuramente esistono molti casi di abuso del videogioco, ma la colpa non è di quest’ultimo bensì di una scorretta contestualizzazione del mezzo videoludico. Credo che le generazioni più anziane non debbano alzare un muro verso il nuovo bensì interrogarsi su ciò che non conoscono”, spiega Damian. L’elasticità mentale è infatti uno strumento imprescindibile per avvicinare generazioni diverse tra loro e trovare un confronto fra temi diversi. E Game Ground cerca proprio di fare da ponte tra queste realtà apparentemente lontane.
Patrizia Civetta, dottoressa in Lingue Straniere, insegnante e collaboratrice italiana — ma stabile a Bruxelles — del centro Foyer, ci racconta le attività, gli obiettivi e i valori di questo centro culturale belga.
Come sei arrivata a Bruxelles?
Il mio incontro con il Belgio è stato una sorpresa: durante gli anni universitari ho deciso di partire con il progetto Erasmus alla volta di Parigi ma, tra una cosa e l’altra, io e un’altra studentessa ci siamo ritrovate a dover andare in Belgio. Arrivate nella cittadina in cui avremmo passato i nove mesi seguenti per studiare francese ci siamo rese conto che lì… parlavano neerlandese! Ci siamo fatte forza e siamo andate avanti concludendo il nostro Erasmus non solo avendo perfezionato il francese, ma avendo imparato anche il neerlandese, lingua con cui lavoro tutt’ora oggi. Dopo la laurea ho lavorato quattro anni come insegnante di italiano a Malles, ma la voglia di tornare in Belgio per un’esperienza professionale non mi abbandonava. Tornata qui ho insegnato italiano nelle scuole ai bambini di madrelingua italiana e, una volta concluso questo progetto scolastico, mi sono spostata al centro Foyer dove continuo tutt’ora con progetti linguistici, di integrazione interculturale e lotta ai pregiudizi.
Di che cosa si occupa il Foyer?
Il centro si trova nel comune di Molenbeek a Bruxelles. Questo è un quartiere caratterizzato da una forte presenza di immigrati e quindi, di lingue e culture molto diverse. Il centro propone varie attività per bambini e adulti che hanno come obiettivo l’integrazione culturale, l’emancipazione femminile, l’apprendimento linguistico e il superamento dei pregiudizi. Tra le varie attività linguistiche c’è, ad esempio, quella che coinvolge le 19 biblioteche neerlandesi distribuite nei vari comuni di Bruxelles all’interno delle quali organizziamo degli incontri di lettura in lingua straniera e neerlandese così che i bambini (ma anche i più grandi) possano sentire la propria lingua “domestica” accettata e messa in risalto, possano non perderla e allo stesso tempo imparare il neerlandese. Un altro esempio di questo tipo di iniziative è il nostro Kamishibai digitale: come nel teatrino tradizionale, nel nostro, scorrono le immagini della storia scelta dal bambino attraverso un touchscreen dove accanto appare la lettrice o il lettore che racconta la storia nella lingua selezionata; siamo arrivati a 21 lingue e 98 storie! E questo è solo un assaggio di ciò che proponiamo…
Per la parte di emancipazione femminile invece?
Abbiamo una parte del centro — diventata anche una piccola cooperativa in cui le donne svolgono dei lavoretti — che è, appunto, dedicata specificatamente alle donne. Qui queste ultime possono imparare ad andare in bicicletta, a nuotare oltre che a seguire altre attività e creare una rete con altre donne. È emozionante vedere quanto queste attività le aiutino e diano loro un’indipendenza che prima era molto più limitata.
Riassumendo: qual è la vostra missione?
Il nostro obiettivo è quello di riuscire a integrare le varie culture e varie lingue tra loro e lottare per un’integrazione sociale che accetti e veda il background migratorio con le sue tradizioni, lingue e abitudini differenti per quello che è: un pezzo dell’identità della persona stessa. Vogliamo che le persone si sentano a casa e valorizzate per tutte le sfaccettature del loro essere. Come ripeto sempre ai bambini che si dicono essere metà belgi e metà del paese di provenienza: “Voi non siete metà e metà, ma siete il doppio!”. Provenire da un paese diverso non è un difetto, è una forza e una ricchezza per loro, per noi e per il luogo in cui vivono.
Il Centro Pierino Valer festeggia quarant’anni. Per l’occasione abbiamo deciso di intervistare Andrea Penazzi, responsabile del Centro Giovanile da ormai quattro anni.
Com’è nato il centro e di cosa vi occupate?
Inizialmente è nato come oratorio parrocchiale, poi con il passare del tempo è diventato un centro giovanile. In seguito gli è stato dato il nome di Don Pierino Valer, in memoria dell’animatore ed educatore che aveva molto a cuore i ragazzi. Il Centro Pierino Valer è un punto di incontro per ragazzi di diverse fasce d’età, con l’obiettivo di prendersi cura del quartiere attraverso l’attività ludica. Una caratteristica che è rimasta negli anni è quella di educare attraverso il gioco, imparare a stare assieme e fare comunità.
Che rapporto vi è tra i giovani ed il Centro?
C’è un forte legame. L’idea è avere qualcuno si prenda cura di te fin da bambino. Dopo aver vissuto le attività i ragazzi hanno voglia di trasmettere alle generazioni future ciò che hanno imparato e decidono quindi di diventare animatori: è un continuo ricircolo generazionale.
Da quante persone è composto il vostro team?
Attualmente siamo tre dipendenti fissi, tanti collaboratori occasionali che intervengono sul singolo progetto e molti volontari che tornano in estate per fare attività. Poi ci sono anche i veterani come Sergio, il tutto fare che da quarant’anni inventa e disegna giochi per i bambini.
Quali sono le soddisfazioni di questo lavoro e cosa vi spinge a continuare questa attività?
Le soddisfazioni sono i risultati che si vedono. Da quarant’anni il Pierino Valer è come se mettesse un seme nei ragazzi che sono passati per di qua, che germoglia e sboccia nella vita di ognuno. Si impara a stare insieme, e si porta questa esperienza nella propria vita adulta.
Autori: Niccolò Dametto e Ilaria Talamoni COOLtour
Scende l’autunno, ma non cala la voglia dei bolzanini di rispettare la tradizione del mercatino dell’usato che, ogni primo sabato del mese, anima le Passeggiate del Talvera. Persone che vogliono svuotare il proprio armadio, associazioni che vogliono finanziare alcune progettualità, collezionisti e amatori si ritrovano, con impegno, passione e dedizione, per camminare lungo bancarelle ricche di ninnoli e oggetti di seconda mano che aspettano di avere una seconda vita.
Autori: Niccolò Dametto e Ilaria Talamoni COOLtour
StefanoPietroPietro MarchiMarleneGiulia e AsiaEve e GiuliaDebora e GinaChristopher, Maira e SophieChiara con RobertaBritaAlessandra, Giovanni e AnieseMarco e AmandaLulu, Christian, Diamante con Erika
Un convegno di tre giorni per (ri)scoprire assieme ad esperti l’area delle caserme e tentare di comprendere come questa ampia zona possa diventare una parte integrante della città in riva al Passirio. Un’occasione che i meranesi hanno colto al volo per comprendere meglio ciò che è stato in passato e ciò che potrebbe diventare l’enorme areale in città.
La città di Merano è chiamata a pianificare la trasformazione e l’utilizzo di gran parte della zona delle caserme di via Palade, un’area della bellezza di 31 ettari. Il primo passo in questo articolato processo consiste nel rimediare a un evidente deficit conoscitivo: Merano stessa ha infatti un’idea approssimativa della storia e della consistenza di quest’area, una volta periferica, ora inserita strategicamente nel tessuto cittadino.
Così, per supplire a questo gap, e definire insieme alla cittadinanza il miglior utilizzo possibile dell’area dell’ex caserma Rossi, l’Amministrazione comunale ha organizzato nella sala civica di via Huber 8 un convegno con la partecipazione di rinomati esperti in materia. Fra questi – introdotti dal sindaco Dal Medico e dal presidente Arno Kompatscher – il professore universitario Federico Camerin (Universidad Uva de Valladolid – Universidad Upm de Madrid) e Francesco Gastaldi, docente all’Università Iuav di Venezia.
“MISSIONE COMPIUTA”
“Mutuando un’espressione del gergo militare si potrebbe dire ‘missione compiuta’. Grazie alla presenza di esperti del settore, di urbanisti e di autorità nonché a un serrato e ben strutturato calendario dei lavori, con questo convegno abbiamo raggiunto gli obiettivi prefissati: la zona delle caserme dismesse di via Palade è stata riavvicinata alla cittadinanza meranese in termini di conoscenza della sua storia e delle condizioni patrimoniali alle quali dobbiamo attenerci per ottenerne la disponibilità, ma anche sotto il profilo della comparazione con altre analoghe esperienze in vista della scelta degli utilizzi a cui verrà destinata”, ha dichiarato il sindaco Dario Dal Medico.
“Il convegno ha offerto spunti assai stimolanti, dei quali vogliamo tenere conto in vista del secondo convegno che abbiamo in mente di organizzare e della futura pianificazione dell’area”, ha proseguito il sindaco. “Grande interesse, ad esempio, ha suscitato la proiezione, pur rapidissima, proposta dall’architetto Alberto Cecchetto, urbanista veneziano di larga fama, di immagini relative ad interventi effettuati in altre aree militari dismesse”.
ESEMPI DAL RESTO D’EUROPA
“Grazie agli interventi di tutte le parti coinvolte nel corso della prima serata – ha aggiunto Nicola De Bertoldi, responsabile del Servizio urbanistica del Comune di Merano e coordinatore dell’evento – abbiamo avuto la possibilità di approfondire la storia e le funzioni e dell’areale. Tre autorità militari, in congedo e in servizio, hanno fornito importanti informazioni sullo stato attuale e l’utilità dell’acquartieramento militare come sulla sua evoluzione storica. Nella seconda giornata l’attenzione si è rivolta alla conoscenza delle trasformazioni in atto attorno alla zona e a come queste possano interagire con l’area stessa.
Ancora nella seconda giornata e nella giornata conclusiva di mercoledì sono state esposte esperienze di trasformazioni territoriali simili in Europa e in Italia, generando nel pubblico la convinzione che, a fronte di un bilancio altalenante di queste esperienze, dovranno essere profusi tempo ed energie per arrivare ai risultati sperati. Non è mancato uno sguardo sociologico sulle alle aree militari al momento del loro pieno utilizzo e al momento del progressivo loro abbandono e passaggio ad altri enti territoriali”.
UN SUCCESSO DI PUBBLICO
“Il convegno – ha concluso il sindaco Dal Medico – ha registrato un incondizionato apprezzamento e una elevata e costante presenza di pubblico, e ha fornito anche l’occasione per un confronto sulle condizioni che sottendono alla trasformazione e alla riqualificazione dell’area.”
“Desidero ringraziare tutti i partecipanti per la loro presenza e per il loro importante contributo, e in particolare il presidente Arno Kompatscher, che con grande disponibilità è intervenuto alla prima serata ripercorrendo la cronistoria degli accordi fra Provincia e Ministero della Difesa e illustrando la posizione della Provincia, che non intende fare cassa in sede di cessione delle aree al Comune di Merano ma mira esclusivamente al recupero delle spese sostenute ai fini della loro acquisizione. Ci ha confortato anche la precisazione, fatta dal Landeshauptmann Arno Kompatscher, che la dislocazione del deposito della Sasa occuperà solo una piccola parte marginale dell’area”, ha concluso sollevato il primo cittadino”.
SOTTO TUTELA LA “DRUSO” A SILANDRO
Il rombo dei motori si è sentito in tutto il paese prima ancora che albeggiasse: erano le 4.30 di un giorno dei primi di ottobre, e le ruspe avevano iniziato – a sorpresa – la demolizione del complesso dell’ex caserma Druso a Silandro, un’operazione che aveva lasciato tutti a bocca aperta. Tanto che nel giro di pochissimo la soprintendente ai beni culturali, Karin Dalla Torre, ha aperto un procedimento per la tutela diretta della struttura, e la misura interessa l’intero sito con tutti gli edifici e gli spazi aperti compreso il muro di recinzione. Ciò significa che tutti i lotti edificabili ed i terreni annessi sono posti sotto la tutela provvisoria dei Beni culturali per 180 giorni, fino a quando la Giunta provinciale non completerà la procedura entro questa data. “L’area ancora in gran parte intatta dell’ex caserma Druso di Silandro è di eccezionale importanza culturale ed architettonica e deve quindi essere preservata”, afferma la soprintendente, spiegando l’apertura del procedimento di tutela. “Quest’area è un elemento indispensabile della cultura contemporanea della memoria. È significativa dal punto di vista della storia architettonica e rilevante per lo sviluppo urbano”.
L’ex caserma Druso di Silandro è stata costruita negli anni ’30 e aperta nel 1936. Il terreno a ovest del centro cittadino era stato precedentemente utilizzato per l’agricoltura ed espropriato per la costruzione della struttura. Tutti gli edifici sono stati conservati nella loro forma originale.
Il 4 aprile scorso la soprintendente ai beni culturali ha incaricato un team di esperti ricercatori edili di effettuare un sopralluogo completo dell’intera area della caserma al fine di determinare in dettaglio gli elementi degni di tutela da parte dei Beni culturali. Entro la fine dell’anno i risultati devono essere disponibili per la definizione della tutela della struttura sotto il profilo scientifico.
C’era una volta e c’è tutt’ora, in continua evoluzione, il “Progetto integrazione” a Salorno. Ideato cinque anni da parte della Provincia parallelamente all’istituzione dell’Ufficio integrazione, il progetto ad oggi è una solida realtà che sta riuscendo nel proprio intento di far interagire persone giovani e meno giovani, per circa il 25% di diverse etnie, in una grande comunità fatta di rispetto reciproco.
Certo, la cosa scritta così pare proprio una fiaba, ma invece è il frutto del lavoro che giorno dopo giorno la coordinatrice Sibille Bazzanella, aiutata e sostenuta dalla psicologa Alice Caldani e dall’educatrice professionale Elisa Dallapiccola, portano avanti attraverso un percorso davvero singolare nel suo genere. Intitolato originariamente “Salorno un passo avanti”, l’esperimento si è recentemente evoluto in “Convivere a Salorno”.
È stato difficile farsi notare nel tessuto sociale di Salorno?
Non ero ancora coordinatrice, ma sicuramente è stato difficile, come del resto lo è tutt’ora, perché la comunità è in continua evoluzione. Molte famiglie arrivano e rimangono, altre invece si spostano. Ma siamo convinti che la base di tutto sia la relazione.
Ad oggi, quante sono le adesioni al progetto integrazione?
Nel gruppo abbiamo tre persone che ci aiutano a stilare i progetti. Però essendo suddivisi in diversi gruppi è difficile quantificare il dato. Nel cerchio ristretto ci sono una decina di famiglie, mentre se parliamo delle persone che usufruiscono dell’iniziativa, si parla di una cinquantina/sessantina. Ma a ben pensare si tratta di numeri riduttivi, perché sono coinvolte anche le scuole.
A questo proposito, che tipo di attività e iniziative proponete?
Con le colleghe stiamo attivando dei dialoghi e degli incontri, proponendo attività di prima necessità, come ad esempio cucinare o cucire assieme, il tutto per entrare in relazione e quindi insegnare la lingua e far coesistere diversi mondi all’interno dell’abitato. Ma abbiamo fatto anche delle giornate a tema, come ad esempio una sulla sostenibilità proponendo un mercatino dell’usato in paese. Mentre nelle prossime settimane organizzeremo un evento culinario, proprio perché la cucina è un’arte che può avvicinare diverse culture. E proporremo anche una sfilata con abiti tradizionali.
Questi momenti cosa lasciano ai fruitori?
Siamo convinti che riescano a portar via una cosa davvero importante: riuscire a comunicare in una lingua che non è la loro. è fondamentale soprattutto per le donne. I ragazzi invece si dotano di metodologie pedagogiche che consentono loro di conoscere meglio sé stessi. Le stesse opportunità vengono date anche ai genitori, in questo caso per aiutarli ad includere meglio i propri figli nella comunità.
Qualche prospettiva per il domani?
L’intenzione è quella di creare un punto d’incontro per tutte le famiglie con bambini in età pre-asilo, per agganciarli da subito e poter anche dare la possibilità alle madri di costruire un solido punto d’incontro, nel quale ci sarà un accompagnamento per organizzare al meglio la quotidianità di chi ha figli piccoli. Cosa che fra l’altro stiamo attivando proprio in questi giorni.
È stata eletta Presidente della “Jugenddienst Unterland” solo da qualche mese, ma Lea Casal, giovane ventenne di Magrè, di cui è anche consigliera comunale, ha già le idee chiare su dove bisogna lavorare. Verrà data priorità alla coesione tra i diversi comuni della Bassa Atesina, alla collaborazione con i gruppi parrocchiali e alla qualità dell’offerta estiva che va a supporto di oltre 1.100 bambini con le loro famiglie e coinvolge più di 130 membri dello staff.
“Non è stato un passo facile, ma l’ho affrontato con molto entusiasmo”.
L’elezione a Presidente della sezione Jugenddienst della Bassa Atesina, per Lea Casal – giovane da sempre attiva nel mondo della politica, specie quella giovanile – è stata un po’ come la conclusione di un ciclo, un cerchio che si è chiuso.
“Mi sono avvicinata all’organizzazione delle attività di Jugenddienst solo due anni fa, ma fin da piccola ho preso parte ai progetti dell’associazione proposti all’interno della mia scuola; forse, al tempo, non avevo ancora piena consapevolezza della potenzialità di realtà come queste che, nel corso degli anni, sono diventate sempre più grandi e sentite dalla cittadinanza”, racconta Casal.
Il suo lavoro da Presidente si focalizzerà in particolare sulla coesione tra i diversi comuni della zona in quanto, come spiega: “Sono presenti molti giovani, ma non tutti hanno la possibilità o il desiderio di ‘aprirsi’. Le culture sono spesso diverse tra loro e bisogna trovare più punti d’incontro. Ad esempio vogliamo potenziare la collaborazione con i gruppi delle parrocchie; queste sono realtà che vanno oltre la dimensione religiosa e spirituale, e offrono spazi d’incontro, gite e opportunità per parlare apertamente delle proprie idee, anche se in contrasto con il mondo della Chiesa. Dare la voce ai giovani per capire cosa piaccia o meno della dimensione religiosa credo sia una cosa davvero importante”.
Per migliorare la coesione territoriale, infatti, sono stati avviati i progetti di doposcuola nei comuni di Cortaccia e Termeno, e sono collegati alle proposte serali e ricreative.
Un’altra grande proposta che Casal vuole portare avanti riguarda i giovani e il mondo del lavoro, in particolare il progetto “Tudu” che prosegue già da diversi anni. “Durante tutto l’anno, estate compresa, ad alcuni studenti minorenni viene data la possibilità di andare a lavorare in varie strutture pubbliche e sociali, venendo ricompensati con alcuni premi. “Personalmente non ho avuto modo di sfruttare questa occasione, ma credo che affacciarsi al mondo degli adulti e agli ambienti lavorativi possa essere un ottimo modo per indirizzare al meglio le proprie scelte” continua Casal.
L’ultimo grande evento rivolto proprio alla generazione della neo Presidente è stato quello dei coscritti di tutta la Bassa Atesina. “Sono stati invitati tutti i nati nell’anno 2001 ed è stato un bellissimo momento di unione e di festa. Poi, causa Covid e bassi numeri di coscritti, sono saltate due edizioni, ma vogliamo assolutamente riproporre la cosa organizzandola nei minimi dettagli”, conclude Casal.
Quella che si va narrando è una storia di disciplina, di insegnamento dei valori, di una passione divenuta un sogno da condividere. Il sogno è quello di Rolando Pizzini, scrittore, professore e grande appassionato di arti marziali miste, che dal 1985 insegna all’interno dello “Sports College” a Salorno. Si tratta di una famiglia – prima ancora di una scuola affiliata alla FederKombat e dotata di molte attrezzature all’avanguardia per allenarsi in un uno sport di autodifesa – dove si può apprendere un alto valore educativo e formativo interiore.
“Lo è stato per me e quindi ho pensato di portarlo anche nel mio paese di origine, Salorno” commenta il fondatore. “Mi sono subito reso conto che c’era una barriera culturale, ma giustificata, di fronte a questa novità” – osserva. “Come tutte le novità crea sì attrazione, ma anche repulsione. Da qui è giunta la fatica, per vent’anni sorretta da una passione che, se mi guardo indietro, non so se rifarei tutti quei sacrifici”, aggiunge.
Com’è stato recepito lo Sports College, nei primi anni di fondazione?
Dai ragazzi. C’è stata un’esplosione, ma ero consapevole che, come molte attività, esiste una fase di novità che poi si va a spegnere piano piano. Effettivamente dopo qualche anno c’è stata una sorta di implosione, e quelli sono stati gli anni più duri, quelli del resistere. Dopo quella fase la nostra realtà piano piano si è talmente rafforzata che, ad oggi, possiamo dire di essere una delle realtà che fanno parte di Salorno. Infatti, operare in una struttura comunale vuol dire che si tratta di un qualcosa che rimarrà e questo è l’obiettivo più grande che abbiamo raggiunto.
Si è subito puntato ai giovani o si è guardato pure oltre?
L’arte marziale è molto impegnativa, a volte troppo impegnativa e quindi è selettiva. I primi anni sono stati molto belli perché c’erano ragazzi dai 16 ai 25 anni, un bel gruppo e questo è stato fondamentale per seminare anche negli anni di crisi.
Che arte marziale si insegna?
Siamo partiti molto bene con lo yoseikan budo, la prima forma di arte marziale mista che ha avuto il grande merito di aver introdotto fin da subito l’aspetto educativo. Con il tempo ho preferito cambiare sistema, anche per dare un futuro più sicuro a chi guiderà questa associazione.
Si parlava anche di apprendere dei valori. Quali?
Il nome dell’associazione, da anni, è sports college. Cioè una scuola dello sport con il motto corpo mente spirto (tradotto dal latino), per dare subito un segnale chiaro. L’arte marziale mista non è uno stile, ma un metodo universale per preparare una persona sia a livello agonistico che proprio alla difesa personale. Le persone accompagnate in questo percorso si riscoprono con meno paure.
Frequentano più ragazze o più ragazzi?
Per tantissimi anni è stata un’attività prevalentemente maschile, ma per un fattore culturale. Adesso sono contento perché si è rotto un muro, anche per effetto del Covid. Da parte di molti si è manifestata una voglia di muoversi a tutti i costi e noi in questo sesso eravamo già pronti e operativi.