L’Alto Adige non è solo la capitale del kitch natalizio; “quella vera atmosfera” che i turisti infagottati ricercano dopo levatacce al mattino per giungere in pullman nelle località turistiche non si trova solo nelle lucine ammiccanti, nei Glockenspiel che sembrano voler reclamare un altro giro di vin brulé e nei Santa Claus che sorridono dalle vetrine dei negozi del centro. Il Natale, quello puro, si trova nell’amore, quello che offrono piccole comunità come quella di San Giacomo, che nei giorni scorsi ha organizzato l’ormai tradizionale mercatino della solidarietà.
A rischio di voler sembrare banali, cosa c’è di meglio che donare, per celebrare la festa del 25 dicembre? Ed ecco che a San Giacomo, nel parco di fronte alla caserma dei vigili del fuoco, da anni i sodalizi locali allestiscono un mercatino in cui si dona solidarietà. Già, perché qui quello che entra nelle casse viene direttamente investito in donazioni per i meno fortunati. E in cambio ai visitatori viene offerto un programma di intrattenimento interessante. Una delle anime e motori della kermesse è Irene Anesi, una persona davvero attiva nel mondo associazionistico locale.
Irene Anesi, il mercatino di Natale torna a San Giacomo?
Finalmente, direi: due anni fa era saltato causa Covid, l’anno scorso eravamo titubanti, a riguardo, così ci siamo limitati ad addobbare l’albero. Questo è l’anno della ripartenza.
Chi organizza l’evento, chi sono gli attori principali?
Il gruppo teatrale, la Heimatbühne di San Giacomo, di cui sono presidente. Chiamiamo a raccolta il mondo associazionistico, artistico e anche qualcuno del settore commerciale: siamo una grande famiglia. Nelle casette vengono proposti lavoretti artigianali, la maggior parte a tema natalizio, naturalmente, e ci sono anche diversi stand gastronomici. Questa è la prima volta che lo organizzaiamo nel parco, di solito lo organizzavamo nella zona Amonn, dove al momento stanno costruendo un centro residenziale e dove verrà creata la nuova piazza. Chissà, magari al termine dei lavori potremo spostarci lì.
Che associazioni si possono trovare?
Ci sono le donne rurali, il comitato cimiteriale, il bar e il negozio di ortofrutta che si che si occupano della gastronomia. E poi molte altre associazioni che si occupano del prossimo, come la Lega Fibrosi cistica, che presiedo, o l’associazione Archimede, formata da un gruppo di diversamente abili. Noi riserviamo l’incasso al sostegno dei bambini malati, delle loro famiglie e alla ricerca; Archimede quest’anno sta raccogliendo fondi per acquistare un furgoncino per potersi spostare. Con loro e con i bambini delle scuole elementari di lingua italiana e tedesca abbiamo creato gli addobbi per l’albero di Natale.
C’è anche un programma di contorno?
Ogni fine settimana abbiamo degli artisti diversi: dal “J & G Duo” (che si esibisce il 3 alle ore 16 e il 4 alle 11) al “Coro Voci di Passaggio” (l’8 alle ore 15), dai “Breeze of sound” (l’11 alle ore 11) al “ChorIssimo” di Frangarto (il 17 alle ore 11) al Coro Regina Pacis (il 18 alle ore 15): insomma, l’intrattenimento non manca proprio.
Pare proprio che ci siano tutti gli ingredienti per un mercatino di Natale in piena regola…
Sì, ma il nostro non è un mercatino “normale”, e non sto solo parlando dello scopo umanitario dell’evento: noi abbiamo voluto coinvolgere l’intera cittadinanza, e tutti hanno aderito, ognuno ha dato una mano: dai collaboratori del cantiere comunale ai vigili del fuoco, dai contadini ai singoli cittadini, tutti hanno aiutato ad abbellire il parco addobbandolo a festa. Vogliamo fare qualcosa per il paese, ci piace l’idea di riuscire a portare le persone fuori di casa: due anni di pandemia ci hanno impigrito, bisogna riscoprire il piacere di stare in una comunità.
Se ci si fermasse un momento a riflettere su quanto può accadere nell’arco di un’ora, diventerebbe assai difficile immaginare cosa potrebbero essere sette secoli. Con il senno del poi non è stato così per l’abitato di Anterivo, che ha da poco concluso un’importante giubileo per i propri settecento anni di storia.
Ed anche qualcosa in più, dato che era il 1321 quando il conte Gottschalk di Bolzano, giudice di Enn (un castello a Montagna) chiese ed ottenne il permesso da Enrico di Carinzia (all’epoca signore del Tirolo) di poter erigere dieci masi. Strutture rurali che potremmo anche chiamare fattorie e che con l’andare avanti degli anni, dei decenni e dei secoli, andarono a costituire l’attuale centro abitato di Anteriv. O Antereu come si chiamava originalmente il luogo. Certo, quanto appena riportato è solo una sintesi piuttosto sbrigativa di una linea del tempo molto più lunga ed articolata, riassunta nei due volumi prodotti dal Comune, per portare a compimento un anno di festeggiamenti e lasciando anche una traccia scritta. “Con queste due pubblicazioni chiudiamo un anno di giubileo – rimarca Gustav Mattivi, sindaco nel comune di Anterivo -. I libri abbiamo deciso di farli sia in lingua tedesca che in lingua italiana. Nel primo volume dal titolo ‘Altrei/Anterivo e il singolare caso dell’Hornberg/Monte Corno’ raccontiamo una particolare storia, quella del Monte Corno e quindi della nascita dei masi e di questo abitato. Per il secondo volume, intitolato ‘Le particolarità de n’Antariu bon par la vita e l’anima’, abbiamo pensato ad un ricettario”. Non sembra però il solito libro di cucina, ci dice il sindaco. “In modo originale abbiamo raccontato la nostra storia anche attraverso le nostre tradizioni, ad esempio attraverso la famosa preparazione del caffè di Anterivo”. Ma se le parole inchiostrate nelle pagine di due libri sono pregnanti, dense, ma al contempo sintetiche, nella narrazione di una lunga storia, appunto, raccontata anche dalla sapiente voce delle tradizioni, è invece un film il tassello che si potrebbe definire la ciliegina sulla torta. “Anche il film che abbiamo realizzato riporta una storia, ma circoscritta alla vita del paese nell’ultimo anno – rivela il primo cittadino -. Per colpa del Covid19 il periodo si ì allungato, però l’idea in campo era proprio quella di fare una fotografia della vita di un paese nell’arco di un anno. E credo ci siamo riusciti”. La “pellicola”, come entrambe le pubblicazioni, sono state presentate il 25 novembre scorso cogliendo l’occasione della sagra di Santa Caterina, e sono state quindi accompagnate dai balli di un gruppo folkloristico locale e dal corpo bandistico cittadino. Di fatto una grande giornata di festa è già stata celebrata lo scorso 11 settembre. “C’era davvero tantissima gente e, cosa importante, si è svolto tutto perfettamente – chiosa Mattivi -. È venuto a trovarci il presidente della provincia e assieme a lui molti altri funzionari, provinciali e dei comuni vicini (anche della Valle di Fiemme) assieme a parecchie persone”.
Sport per divertirsi e tornare a vivere dopo un duro colpo. Forse è una frase un po’ azzardata, a tratti esagerata, ma probabilmente non per chi si sta riprendendo da patologie cardiache, talvolta gravi. E proprio su questo concetto di coniugare l’attività sportiva al divertimento e quindi al benessere psicofisico, si rifà il gruppo sportivo cardiologico di Salorno.
L’associazione è la nuova costola della più grande fondazione “Cuore di Bolzano”, che “si occupa soprattutto di sensibilizzare le persone sulla riabilitazione cardiologica” anticipa di primo acchito il fondatore, Pier Luigi Simari, stimato medico di base pensionato di fresco.
Dottor Simari, partiamo dal principio, chiedendole dettagli su questo gruppo sportivo cardiologico…
La particolarità è nel fatto che c’è un allenatore addestrato proprio per fare la riabilitazione per lo sport cardiologico, affiancato da un medico, in grado di controllare che le persone che arrivano possano fare l’attività sportiva. Per essere iscritti al gruppo bisogna presentare una documentazione clinica che non abbia controindicazioni.
In Bassa Atesina siete l’unico gruppo?
Certo che no, però ci sono persone che credono molto nella nostra attività e quindi si spostano: alcuni vengono dai vicini paesi di Magrè, Laghetti, altri da Selva Gardena, e mi preme sottolineare che alcuni arrivano anche dal vicino Trentino. Siamo un gruppo affiatato.
In cosa consiste la ginnastica cardiologica?
Ginnastica, sport e divertimento sono cose che possono andare insieme. Queste persone non vengono qui per aumentare la prestanza fisica, ma per mantenere un tono – atrofismo muscolare e una filosofia – psicologia rilassata nei confronti del tema del cuore.
In che senso?
Molti quando dopo un infarto o comunque un problema cardiaco, cominciano a limitarsi nelle cose che possono fare, rischiando di cadere in depressione. Invece, nel gruppo sportivo cardiologico, si può socializzare. Quindi non si fa solo attività sportiva, si può anche giocare. Bisogna pensare che non si tratta di persone che frequentano palestre.
E cosa proponete?
In genere è strutturata i una prima parte basata sul movimento, la ginnastica e il gioco; nella seconda parte invece si punta su esercizi di controllo muscolare e della postura.
Il vostro gruppo è abbastanza recente…
Lo ho fondato io nel 2019 e allora avevamo una ventina di assistiti. Poi è arrivato il Covid e attualmente sono undici, ma qualche volta qualcuno non viene. Oltre le venti unità in realtà bisogna sdoppiarlo, perché l’allenatore (Thomas Fauster) durante l’ora di attività deve seguire personalmente un po’ tutte le persone. L’allenatore è un istruttore di ginnastica di professione, che però ha dovuto fare un corso specifico in Germania.
Per il futuro cosa vi aspettate?
Che vengano altre persone, perché vorremmo raggiungere l’obiettivo di sdoppiare il corso. Il ritrovo è nella palestra della scuola media locale, una volta alla settimana per un’ora piena e alla fine facciamo uno scambio di esperienze. Ma l’idea è anche quella di organizzare uscite all’aperto
Durerà poco, lo so, ma lo devo proprio dire. Della nuova legislatura appena iniziata mi hanno colpito positivamente due aspetti. Il primo è la rapidità della formazione del nuovo governo, erano anni che non ci si metteva così poco. Il secondo è ancora più clamoroso e riguarda i toni civili che hanno caratterizzato l’immediato dopo voto. Si è vista infatti poca tracotanza da parte dei cosiddetti “vincitori” e – di converso – anche poca demonizzazione e vittimismo da parte degli “sconfitti”. Paradossale è poi il fatto i toni più sprezzanti sono stati, dopo il 25 settembre, quelli del cosiddetto terzo polo che sulla carta era andato formandosi come reazione da una parte verso il tradizionale dualismo battagliero tra destra e sinistra, e dall’altro contro gli ex rappresentanti dell’antipolitica. Il passaggio di consegne tra Mario Draghi e Giorgia Meloni ha confermato la tendenza – con tanto di sorrisi, cordialità, lunghi colloqui e una forma di continuità nei temi politici – che è stata subito demonizzata come presunto primo passo falso della nuova premier. A proposito: interessante è stato anche il tono del dibattito sulla “prima volta” di una donna alla presidenza del consiglio. Anche in questo caso aleggiava un paradosso: un passo in avanti impersonificato dalla nuova leader di quelli che potremmo definire i conservatori italiani. In merito tante sono state le considerazioni ma anche in questo caso il basso profilo assunto dalla diretta interessata ha contribuito a contenere i toni, lasciando le polemiche sullo sfondo. Sempre in tema di paradossi molto curioso è stato anche l’atteggiamento assunto dal partito di raccolta della nostra provincia, a fronte del governo italiano potenzialmente più nazionalista della storia repubblicana. Le vie sono infinite: una promessa di dialogo o – meglio – di trattativa, è stata sufficiente per sciogliere il ghiaccio e porre delle buone premesse, ancora una volta, all’insegna di un confronto civile. Va detto che la congiuntura – politica, economica e sociale – è forse la più difficile e delicata della storia della nostra democrazia. E risulta dunque in qualche modo comprensibile che tutti i partiti abbiamo pensato in questa fase di ricondurre le proprio posizioni nell’alveo di un confronto che possa far convergere le idee e le energie, di maggioranza e minoranza (più che opposizione) verso lo sforzo comune di far scaturire il meglio. Creando con questo le condizioni ideali anche per la formazione di maggioranze più ampie, in parlamento, in caso di nuove emergenze. In tempi cupi scegliere di parlarsi e non urlarsi è già un bel passo avanti, non credete anche voi?
Ci sono storie che ci segnano nel profondo, ci sono stagioni, come l’autunno, che ci appartengono più di altre: è un legame indissolubile, una carezza discreta, un silenzio ritrovato. Finalmente piove. Mai così tanto invocata, la pioggia, scroscia a rimpinguare le falde e a bagnare i boschi e le case, a dilavare rocce e strade; è il dolce tintinnio di tettoie e grondaie, di albe nebbiose e mattinate di coperte di nuvole. Per la gioia dei fungaioli, dopo questa ultima parentesi perturbata, tornerà il caldo, almeno dicono i meteorologi; e così anche l’ottantaquattresimo giorno di agosto – e chi ne ha più ne metta – potrà continuare imperituro. Se non esistono più le stagioni di una volta – o meglio – se esistono ancora, ma non come noi le conosciamo, giacché le anomalie climatiche rimarcano il cambiamento globale in atto, il foliage è sempre lì, pronto ad aspettare la nostra creatività nel dipingerlo e nel saperlo catturare in uno scatto e nella memoria.
L’autunno è stagione di camminate, di scoprire o riscoprire nuove mete e città e magari di vedere nel quotidiano le stesse cose, ma con occhi diversi; è la voglia di scorgere la prima neve a imbiancare le cime. La Terra è pronta con il suo asse inclinato a continuare la sua orbita, il sole a chinarsi e a flettersi avvicinandola. Come per i popoli cacciatori-raccoglitori e coltivatori-agricoltori, ai quali oramai – purtroppo o per fortuna – si ergono quelli economici-tecnologici, l’autunno è la stagione della raccolta: di zucche negli orti, degli ultimi peperoni e pomodorini sui BalconORTI e di castagne sotto le foglie cadenti e croccanti, tra gli alberi di latifoglie diretti verso il bruno, ovvero il riposo vegetativo; è la tentazione di cambiare colori senza una tavolozza ed un pennello in mano, è prestare attenzione quando si procede su sentieri, sampietrini o lastricati di letti di foglie bagnate e, di nuovo, permettere ai bambini di giocare a terra e acqua e di schizzarsi nelle pozzanghere. è il periodo in cui negli ambienti domestici fa più freddo che fuori, ma il riscaldamento tuttora non parte. Basilico, origano e maggiorana stanno ancora bene sul terrazzo. I cavoli crescono; è tempo di riscoprire casa, del cambio degli armadi, di tè caldo e melograni, di plaid e calzettoni, di farinate e strudel, di caldarroste e di torroni e di sperimentare nuove ricette dietro ai fornelli, gas ed elettricità permettendo.
Si torna a parlare di “merito”, associando questo concetto anche alla formazione e alla scuola. Ma i talenti, dice papa Francesco, sono un dono da condividere. E uno studio presentato dalla Caritas alcuni giorni fa indica come la povertà sia in buona parte “ereditaria”. Un’ascesa sociale effettiva richiede il tempo di cinque generazioni.
Soprattutto nel campo dell’istruzione si verifica che “le persone che vivono oggi in uno stato di povertà, nate tra il 1966 e il 1986, provengono per lo più da nuclei familiari con bassi titoli di studio, in alcuni casi senza qualifiche o addirittura analfabeti (oltre il 60 per cento dei genitori possiede al massimo una licenza elementare). E sono proprio i figli delle persone meno istruite a interrompere gli studi prematuramente, fermandosi alla terza media e in taluni casi alla sola licenza elementare”. Già don Milani, nella Lettera a una professoressa scritta assieme ai suoi ragazzi, denunciava una scuola che premia i ricchi ed esclude i poveri.
Se la povertà è ereditaria, il “merito” c’entra poco. I Padri costituenti, ben consci di questo fatto, impegnarono la Repubblica (art. 3) a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È una prospettiva ben diversa da quella meritocratica. I diritti non si “meritano”, si riconoscono.
Papa Francesco, parlando al “mondo del lavoro” di Genova, pronunciò queste parole: “Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata ‘meritocrazia’. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il ‘merito’; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza”.
È certamente necessario che chi si impegna venga sostenuto (e che chi fa il furbo ne paghi le conseguenze). È giusto che chi ha un talento lo possa sviluppare per il bene comune. Il talento non va premiato, ma fatto fruttare. Essere nati benestanti e intelligenti non è un “merito”. È un dono, che va investito per il bene di tutti, in particolare di coloro che partono (senza colpe e senza meriti) da situazioni di povertà e disagio.
Percorrendo la A22 da Bolzano verso Trento, nei pressi dell’area di servizio Laimburg si noterà, seminascosta dietro la montagna e il ponte che attraversa l’autostrada, una bellissima villa a ridosso del Monte di Mezzo. Immancabilmente ci si chiede, per quale motivo un edificio di tale pregio ed eleganza, così diverso da tutte le altre costruzioni della zona, si trovi in quel punto per così dire disgraziato del territorio, tra strade, autostrade, fiume e monte. Essa sembra essere collocata lì quasi per fatalità, o per un capriccio del suo proprietario.
Pochi sanno che la piccola località all’estremità meridionale del comune di Vadena si chiama Piccolongo / Piglon (o Piz-long, come dicono quelli del posto) e neppure sono interessati a saperlo – ma la villa, quasi un tocco di rinascimento italiano sotto duro il porfido bolzanino, desta sicuramente la curiosità che merita. Va anche aggiunto, che prima della costruzione dell’autostrada la casa godeva di una posizione certamente più felice e quasi fiabesca, immersa com’era nel verde sterminato dei meleti e vigneti della Bassa Atesina. Allora vederla non era facile, raggiungerla poco agevole perché si doveva percorrere la strada provinciale verso Laimburg e Ora.
La villa, che sembra appartenere ad un altro tempo e luogo, fu fatta costruire dal possidente agricolo Silvio Viesi (1866 – 1930), originario di Cles in Val di Non. Viesi aveva contribuito in maniera sostanziale a bonificare l’intera area di Piccolungo per creare la sua grande e fiorente azienda agricola. Egli fu anche deputato alla Dieta tirolese e poi fervente irredentista come quasi tutti i latifondisti della zona.
Accanto a quella di Viesi, a Vadena sorgevano le aziende dei Miori e più tardi dei Rabbiosi, che di fatto possedevano tutte le campagne tra Vadena e Ora. I Miori, originari di Rovereto, si erano insediati attorno a Birti, i Rabbiosi nella zona di Ora. Viesi occupava la fascia sotto la montagna tra Laimburg e Monte / Gmund.
La villa di Viesi, eretta praticamente sull’argine dell’Adige, fu progettata da un noto architetto trentino, Emilio Paor (1863 – 1935). Paor aveva svolto un’intensa attività soprattutto a Trento ma non di rado veniva chiamato anche in Alto Adige. Per esempio è sua la chiesa neoromanica di Gargazzone, progettata nel 1899 ed eretta con blocchi di porfido tra il 1900 e il 1902. Anche il progetto – poi non realizzato – dell’ampliamento della chiesa parrocchiale di Scena è opera di Paor.
Alla bella villa di Viesi (qui nella foto di Sergio Perdomi) la rivista “Trentinomese” ha recentemente dedicato un articolo a firma di Roberto Pancheri. Egli descrive così la costruzione: “La villa di Piccolongo è caratterizzata dall’incastro di tre corpi di fabbrica, ciascuno con propria copertura a spioventi, tra i quali svetta una torre di tre piani. Ad essa è addossata sul lato orientale un’ariosa loggia ad arcate poggianti su colonne, cui si accede tramite una scala esterna in pietra. Sopra la loggia si estende una terrazza circondata da un parapetto traforato di gusto neorinascimentale. Le finestre hanno cornici di pietra rossa e ai piani superiori assumono fogge a monofora, bifora, trifora e quadrifora. Il terzo piano della torre è ingentilito da un elegante balconcino angolare con parapetto in ferro battuto.” Quanta grazia per questo paesino.
Il barometro dell’economia realizzato ogni tre mesi dall’Istituto per la Promozione dei Lavoratori ha messo in evidenza le caratteristiche peculiari della crisi economica in Alto Adige. Il lavoro non manca, ma i salari non sono adeguati al costo della vita e all’inflazione che cresce.
La provincia di Bolzano è un territorio con caratteristiche peculiari rispetto al resto d’Italia ed anche rispetto ai vicini paesi di lingua tedesca. Tale tendenza è ben evidenziata anche dalla situazione economica, recentemente “fotografata” da AFI-IPL. Il “barometro” realizzato dall’Istituto per la Promozione dei Lavoratori che unisce le forze di sindacati e provincia di Bolzano, è basato soprattutto sulle considerazioni e le impressioni dei lavoratori dipendenti, attraverso un loro campione rappresentativo che viene intervistato in merito ad una serie di parametri. Tali osservazioni poi vengono confrontate con i dati reali dell’economia locale. Quella che vi proponiamo è l’analisi dell’ultima edizione del barometro, realizzata insieme al direttore di AFI-IPL Stefan Perini.
L’INTERVISTA
L’attuale situazione economica come la potremmo descrivere?
Il 2022 è un anno del quale tutto sommato possiamo essere più che soddisfatti, considerando il quadro che ci circonda caratterizzato da guerra in Ucraina, difficoltà di approvvigionamento per quanto riguarda le materie prime e crisi energetica. I fondamentali dell’economia altoatesina vanno quasi ovunque in una direzione positiva. L’occupazione è in aumento e la disoccupazione è bassissima. Il commercio estero va a gonfie vele, il turismo è in forte ripresa e è tornato quasi ai livelli pre crisi. L’economia è in ripresa e noi per l’anno in corso stimiamo un aumento del prodotto interno lordo pari al 3,5%. Siamo dunque in linea con quello che hanno stimato l’agenzia statistica provinciale e l’istituto di ricerca economica della Camera di Commercio.
Queste sono le luci. E le ombre?
Abbiamo un problema con un indicatore che dà filo da torcere a tante famiglie, si tratta dell’inflazione. Ha iniziato la sua corsa un anno fa e si pensava che fosse una cosa temporanea, legata alla ripresa. E invece oggi siamo di nuovo a due cifre, ovvero al 10,8%. Dobbiamo ricordare che Bolzano già di per sé è un territorio con prezzi elevati. Si stima che a Bolzano il costo della vita sia del 20-22% superiore rispetto al livello nazionale. In sostanza quello che costa 100 in Italia, da noi costa 122. Da noi è più alta anche l’inflazione, parametro che riflette la dinamica dei prezzi nei 12 mesi. In Italia è all’8%, rispetto al nostro 10,8. La perdita di potere d’acquisto dunque risulta notevole. Naturalmente l’inflazione non sarebbe così un problema se ci fosse un pari adeguamento dell’entità delle retribuzioni. Cosa che non accade: gli stipendi sono fermi. O per lo meno sono al palo tutti gli stipendi di coloro che non hanno la possibilità di scaricare in qualche modo questo aumento dei prezzi sui loro prodotti o servizi. Siamo molto preoccupati. In un certo periodo nella storia italiana c’è stato l’adeguamento degli stipendi all’inflazione attraverso il meccanismo della scala mobile. Ora questo avviene molto meno e quindi i più penalizzati da questa situazione sono i lavoratori dipendenti e i pensionati. In realtà però anche per quanto riguarda l’inflazione ci sarebbe uno spiraglio positivo.
Quale?
A livello internazionale ci avviamo ad una recessione; il prossimo anno anche paesi come Cina e Stati Uniti cresceranno di meno. E prossimamente diminuirà anche la domanda di prodotti petroliferi e gas, infatti molti paesi hanno riempito le loro riserve per passare questo inverno. La bolla inflattiva potrebbe quindi sgonfiarsi pian piano e si potrebbe tornare già entro la fine dell’anno ad una percentuale ad una cifra. Per il 2023 poi gli istituti di ricerca prevedono infatti un’inflazione tra il 5 e l’8%. Questo però non significa che i prodotti costeranno di meno, ma solo che i prezzi aumenteranno di meno.
Quindi in sintesi cosa possiamo dire, guardando al 2023?
Che abbiamo una situazione sdoppiata. Per descriverla abbiamo pensato di utilizzare la formula: il mercato sorride e il portafoglio piange. Il mercato del lavoro ci conforta: non si prevede infatti una disoccupazione in aumento nei prossimi 12 mesi in Alto Adige. I lavoratori altoatesini percepiscono il loro posto di lavoro come sicuro. E pensano che anche se lo perdessero avrebbero ottime possibilità di trovarne un altro. Quindi il mercato del lavoro con ogni probabilità continuerà ad essere un punto di forza e stabilizzazione anche nel prossimo futuro per l’economia altoatesina. I lavoratori dipendenti però pensano che l’economia prossimamente peggiorerà, tra giugno e settembre questo indicatore specifico ha perso il 23% del suo valore. Altri indicatori segnalano una maggiore difficoltà da parte dei lavoratori nell’arrivare a fine mese con le spese previste. Il 46% delle famiglie dicono di fare fatica o molta fatica.
Quest’ultima è una percentuale altissima, se pensiamo che stiamo parlando dell’Alto Adige.
E’ il massimo storico. Da 10 anni in qua non abbiamo mai avuto queste percentuali nel barometro dell’economia. Le famiglie vedono un peggioramento anche per quanto riguarda il loro sviluppo economico e la capacità di risparmio. Oggi solo una famiglia su tre dice che riuscirà a mettere da parte dei soldi. Questo vuol dire non solo che le persone sono al limite, ma che stanno anche intaccando le loro riserve.
Quindi in sintesi: i lavoratori non temono per il proprio lavoro ma vedono che sono pagati troppo poco per poter far fronte al crescente costo della vita.
Proprio così. Il crollo del potere d’acquisto in futuro potrebbe portare ad un calo dei consumi, che al momento non si vede. Per il futuro occorrerà vedere su cosa i lavoratori decideranno eventualmente di risparmiare.
Ci sono preoccupazioni anche per quanto riguarda la stagione turistica invernale.
Sì. Abbiamo meno soldi, ma questo vale anche per i germanici e i cittadini del resto d’Italia, che sono i principali clienti del turismo in Alto Adige. L’inflazione è un fenomeno europeo.Nel prossimo futuro potrebbero esserci anche problemi nel settore dell’edilizia, che in queste situazioni è uno dei primi ad essere penalizzato.
Per proteggere il potere di acquisto dei lavoratori che cosa può fare la politica?
Non possiamo solo affidarci alla politica, in queste situazioni. Qualsiasi pacchetto di aiuti si metta in campo non sarà mai in grado di controbilanciare queste dinamiche. L’unica possibilità è intervenire sulla dinamica salariale, che in Alto Adige è tradizionalmente bassa. Poi per le fasce più a rischio povertà si possono eventualmente pensare dei programmi specifici, aumentando i contributi per le spese accessorie alla casa. Siamo invece sempre molto scettici, riguardo agli aiuti una tantum.
Cosa possiamo dire per quanto riguarda i giovani?
Fanno molta fatica a trovare casa ma hanno anche la grande opportunità di trovare un buon lavoro. Hanno una vasta scelta perché c’è moltissima richiesta. Piuttosto il problema per loro è riuscire a stabilizzarsi, perché in Alto Adige abbiamo una quota troppo elevata di lavoro a tempo determinato. Su 100 contratti più di 30 sono a tempo, c’è troppo precariato. Poi i salari non sono così attraenti, per questo molti giovani preferiscono andare a lavorare all’estero.
IL BAROMETRO
Ogni trimestre IPL si muove per avere il polso della situazione, capendo come stanno le famiglie dei lavoratori dipendenti, quali sono i loro problemi e qual è il loro clima di fiducia relativamente all’economia complessiva. è un po’ l’altra faccia di quello che fa la Camera di Commercio tastando il polso delle imprese.
L’ indagine di IPL si basa su un campione di 500 lavoratori rappresentativi tra gli ormai quasi 220mila residenti in Alto Adige. L’indagine si svolge quattro volte all’anno nelle prime tre settimane dei mesi di marzo, giugno, settembre e dicembre. Gli ultimi giudizi sono dunque stati rilevati nei primi 20 giorni del mese di settembre 2022.
Il nucleo del barometro sono gli esiti di questo sondaggio, ma si vanno anche ad analizzare una serie di altri dati amministrativi, cercando di contestualizzare il tutto osserrvando come questi giudizi si inseriscano nel quadro nazionale e internazionale. Vengono anche considerati i dati dell’economia locale: il numero di occupati, il tasso di disoccupazione, l’export e l’import, gli andamenti turistici, la dinamica del mercato del credito.
Insomma: il clima di fiducia dei lavoratori dipendenti viene riportato in un quadro complessivo.
Chi era e cosa fece Johann Kravogl, al quale è intitolata la via che si trova, nella zona artigianale, tra le vie Negrelli e Einstein? Era nato il 24 maggio 1823 a Lana di Sopra; suo padre era impiegato di cancelleria nella sede di Lana del tribunale distrettuale. Johann perse presto i genitori, ma riuscì a frequentare la scuola elementare a Lagundo. Un benevolo professore di Merano gli prestò dei libri; tramite essi Johann apprese le nozioni di base di scienze naturali, fisica e matematica. Imparò poi il mestiere di fabbro nell’officina di uno zio a Imst nel Tirolo del Nord.
Fermatosi a Zams nella Valle superiore dell’Inn, nel 1844, a 21 anni, ebbe successo il suo primo esperimento, un modello di locomotiva azionata da aria compressa. Recatosi a Vienna e a Monaco di Baviera, ogni momento libero lo utilizzava per dedicarsi allo studio del magnetismo, dell’elettricità, dell’ottica e dell’acustica. Stabilitosi nel 1857 come meccanico nel quartiere Wilten di Innsbruck, nel 1860 il professore von Waltenhofen lo stimolò a costruire una pompa pneumatica a mercurio; fu tale pompa che gli fruttò il titolo di meccanico universitario regio imperiale. Altra sua opera, del 1867, fu il motore elettrico. Nello stesso anno presentò alcune sue opere all’esposizione universale di Parigi, ottenendo la medaglia d’argento. Un’altra invenzione fu un fucile a fuoco veloce, che offriva una rapidità trenta volte maggiore di quella del fucile in uso nell’esercito austriaco. Altre invenzioni furono: una pressa litografica, un condensatore di potenza per alta tensione, un campanello elettrico. Nel 1884 si trasferì dal Burgraviato a Bressanone, dove, affiancato da un nipote, allestì una piccola officina. Johann Kravogl morì, senza figli, dopo lunga malattia polmonare, nel giorno di Capodanno del 1889; fu sepolto nel cimitero di Bressanone. Gli hanno dedicato una strada anche i Comuni di Bressanone, Lana, Marlengo, Merano, Parcines, ma pure le città di Innsbruck, Salisburgo e Vienna.
Bolzano, con tutta l’offerta musicale e culturale che le si rovescia addosso ogni anno, non è propriamente una città “friendly” nei confronti della musica giovane: gli operatori del settore (Musica Blu, Pippo.Stage, fino alla rinata Liederszene 2.0) si inventano situazioni al limite del possibile per offrire iniziative appetibili e valide, ma quello che è sempre mancato e continua a mancare sono degli spazi dedicati.
Da parte delle amministrazioni sembra non esserci alcun interesse in questo senso, pensiamo a strutture come il defunto Ku.Bo, pensiamo all’Ex Novo Masetti, letteralmente ucciso dalla Provincia per dare spazio ad una nuova struttura che non è mai decollata come avrebbe dovuto.
La colpa però non va del tutto attribuita alla politica. Anche il pubblico ha le sue belle responsabilità. Ma non è sempre stato così, per quanto riguarda gli spettatori.
Vorremmo qui concentrarci in particolare sulla musica giovane, quella suonata e fruita da ragazzi tra i sedici e i trent’anni, età fatidica, secondo un adagio dei ragazzi degli anni sessanta, oltre la quale non si era più credibili o affidabili agli occhi dei più giovani.
Negli anni sessanta le band bolzanine potevano contare su un pubblico di coetanei e coetanee davvero robusto, i complessini avevano la loro tifoseria e venivano portati in palmo di mano, sia che si esibissero ad un cosiddetto tè danzante, sia che fosse un concerto propriamente detto.
Negli anni settanta le band avevano cominciato ad essere un po’ manager di sé stesse, anche in virtù del fatto che la fame di eventi era sempre più forte: i gruppi stranieri disertavano l’Italia perché imperversavano gli autoriduttori, di artisti nazionali a Bolzano ne arrivavano davvero pochi, il che lasciava spazio all’inventiva delle band che si organizzavano veri e propri eventi. Un concerto organizzato a Termeno dall’associazione Admiral in un lunedì di Pasqua riuscì a convogliare presso la sala parrocchiale del paese quattro gruppi: Artificial Joy, Anonym, Mad Company e Temple Caravan. Si aspettavano un pubblico di duecento persone, invece ne arrivarono seicento! Ed erano ragazzi che proponevano musica originale. Negli anni ottanta ci sono state kermesse come l’Altrockio e nei novanta i concorsi come Primo Palco, ma oggi?
Numeri del genere le band se li sognano: ma ciò non vale per chi fa musica altrui, che si tratti di generiche cover band, di gruppi specializzati in repertori anni ’80 o di tributi ad un solo musicista.
Ci sono però i “like” di facebook, youtube, instagram: la musica dei ragazzi arriva a molte più persone, è vero, ma quanto valgono?
Non molto secondo noi. Cantautori e band postano un video, nel giro di poco hanno centinaia, a volte migliaia di “mi piace”, ma chi ascolta le canzoni fino in fondo? E quelli che mettono il pollice in su o il cuoricino vicino al post, dove sono quando i ragazzi si esibiscono dal vivo davanti ad un pubblico sparuto?
Probabilmente sono davanti al monitor del PC o peggio, davanti allo schermo dell’i-phone a mettere distrattamente altri cuoricini a canzoni ascoltate forse fino a metà.
Il discorso ovviamente non vale per tutti, ci sono band come la Homeless e gli Shanti Powa che il seguito ce l’hanno davvero, ma è anche vero che loro non sono più tanto ragazzini.
Le scuole di musica sfornano ogni anno giovani talenti, molto preparati, molto tecnici, molto bravi. La paura è che un giorno tutto questo talento rimanga lì ad appannaggio di pochi o di nessuno, fine a sé stesso, senza un pubblico che ne possa fruire. Uno spreco dunque.
Che merita una riflessione, sia da parte dei giovani musicisti, che dei loro coetanei, che delle amministrazioni.