Scout in viaggio sulla rotta della speranza

Scoprire come si vive “sulla strada”, conoscere le storie di chi affronta viaggi disperati, cosa avviene dopo e prima degli sbarchi, come si vive da migrante nel nostro Paese e in Europa: è con questo scopo che i ragazzi del clan “Vento sottile” del gruppo scout Merano 1 hanno intrapreso la propria route, un campeggio estivo che si basa su un percorso fatto interamente a piedi sulle tracce dei viaggi della speranza dei migranti attraverso il nostro Paese.

“Fare strada non è solo perdere ore di cammino per spostarsi dal punto A al punto B: sulla strada abbiamo modo di vedere con i nostri occhi luoghi pieni di significato, incontrare persone che per scelta o per destino stanno sulla frontiera. Questo è il motivo per cui ci siamo messi sulla strada: perché volevamo capire (almeno un po’) cosa si prova a stare lì, proprio lì”. Gli scout meranesi sono partiti con queste parole nello zaino, la base del “perché” di questa avventura, che ha avuto inizio a Oulx, dove sorge il rifugio Massi, frutto virtuoso del progetto “sotto lo stesso cielo” nato dall’intuito di alcuni volontari della Val di Susa. Qui vengono accolte persone e famiglie che vogliono superare il confine passando da Claviere (a circa 17 chilometri da Oulx). Possono stare 1 o 2 notti e ricevono cena, colazione, vestiti, acqua e buone informazioni per percorrere la strada in maniera più sicura. Elena, Giorgio, Fernando, Silvia e altri testimoni che hanno incontrato e che hanno raccontato loro storie di vita, la loro storia. Dalle loro parole hanno capito che spesso il viaggio di chi migra non si conclude oltre questa frontiera, ma fa soltanto parte di un minuscolo pezzo del percorso (le mete finali possono essere anche Germania o Gran Bretagna o pure più in là).
“Spesso si ignora il sistema e il contesto in cui questo viaggio avviene: le peripezie, gli ostacoli ma anche le buone pratiche che sono sorte nel silenzio e nella buona volontà di alcuni – spiegano – Siamo partiti proprio per incontrare e per percorrere l’asfalto, lo sterrato, i sentieri, i boschi, la strada che negli ultimi anni hanno visto passare migliaia e migliaia di persone come noi, ma con un destino avverso che li ha costretti a scappare, a cercare oltre. Noi abbiamo camminato d’estate, con condizioni pressoché favorevoli. Loro queste strade le camminano sempre: con il sole cocente, con il freddo e la neve, di giorno e di notte. Sempre”. Lungo questa strada gli scout sono poi arrivati a varcare il confine fino a Briançon dove sorge un rifugio gemello “aldilà”, a vedere ancora una volta con i propri occhi e a toccare con le nostre mani cosa può significare accogliere, donare tempo, sperare in un futuro migliore. “Ogni passo fatto di incontri, di storie, di silenzi – concludono – ci avvicinati ancor di più alla consapevolezza che siamo veramente sotto lo stesso cielo”.
E ora il clan “Vento sottile” è tornato nella sua casa, Merano, arricchito di tante risposte a molte domande con le quali si erano messi in viaggio.

Autore: Luca Masiello

Un murales di colori per Peter Mitterhofer

TEL – I colori si sono di nuovo appropriati dei loro spazi cancellando il grigio della città, donando ad uno spazio urbano vita nuova e profumo di arte. A Tel – Parcines, nei giorni scorsi, sono tornati all’opera Alice Lotti e Egeon, che hanno realizzato un’opera dedicata a Peter Mitterhofer, inventore della macchina da scrivere, sul deposito casse della cooperativa agricola, presso la pista ciclabile.

L’opera visuale che percorre la parete della pista ciclabile di Parcines è un omaggio alla figura di Peter Mitterhofer. Un talento poliedrico, uno spirito creativo animato da idee geniali e inventiva multiforme, un inventore che amava rompere le convenzioni e andare sempre controcorrente. Un’opera che rivela l’aspetto più emozionale di questo uomo, enfatizzando la sua personalità: da un lato razionale e ingegnosa, dall’altro sensibile e introspettiva.
Proprio per questo il progetto ha preso forma in una doppia prospettiva: sono sempre due le facce che vengono mostrate, due gli stili dell’opera e due le sfere emotive di Peter Mitterhofer che vengono rappresentate. Anche la metafora visiva creata a livello stilistico si sdoppia, assumendo un duplice significato. Il gioco di contrasti tra i colorati elementi geometrici e l’effetto acquerello delle immagini permette di sovrapporre due visioni diverse: un doppio linguaggio stilistico per rendere una personalità complessa, dalle caleidoscopiche sfaccettature. L’obiettivo? Ricreare la fluidità del flusso creativo, entrare nella mente del protagonista e coglierne l’essenza durante il processo di creazione. La genialità dell’ingegno si mette quindi a confronto con la creazione artistica.
I riferimenti al mondo naturale e umano incontrano qui gli elementi del mondo della tecnologia, con forti richiami a ingranaggi e macchine da scrivere – che a loro volta si mescolano a segni più figurativi ed espressivi per esprimere sapientemente questa doppia narrazione. Una narrazione che diventa viaggio, scoperta, immersione nella mente di Peter Mitterhofer. Le cromie utilizzate accentuano questo aspetto, fondendosi in armonia con il paesaggio – nel susseguirsi mutevole delle stagioni che cambiano. Anche qui, il contrasto è evidente, voluto, ricercato: il blu dell’inchiostro scorre fluido lungo la parete mescolandosi alle tonalità calde del giallo e dell’arancio.

Una ricca estate per la ginnastica meranese

Per la sezione di ginnastica artistica dello Sportclub la stagione estiva è stata piena di successi iniziative che hanno regalato grandi soddisfazioni alla società e alle sue istruttrici.

L’estate è stata inaugurata dalle ginnaste agoniste che a giugno hanno ottenuto ottimi risultati ai campionati nazionali di Rimini. Il via alle gare lo hanno dato le allieve Sara Zanetti, Giada Filippi, Noemi Masin, Maximiliane Nestl e Sophie Arduini qualificandosi per la finale nella categoria Lc e posizionandosi tra le migliori undici squadre di tutta Italia. Nelle gare individuali invece hanno brillato Noemi Longo, conquistando il secondo gradino del podio nella finale allround, due argenti a corpo libero e parallele e un bronzo a trave, Anna Höllrigl qualificandosi seconda in finale e terza a corpo libero, Noemi Masinsesta al volteggio e Carolina Waldner sesta nella finale all round. 

L’obiettivo lo hanno centrato in pieno le senior portando a casa una storica medaglia d’argento nella gara a squadre. Sono state infatti Noemi Longo, Anna Höllrigl, Alessia Paggetti e Greta Urru a conquistarsi il titolo di vicecampionesse italiane, dedicando la loro vittoria alla loro allenatrice Clio Rossetto, con cui insieme da diversi anni hanno sfiorato quel tanto ambito podio.

La sezione di ginnastica, dunque, non si ferma mai e anche l’estate è un periodo in cui la palestra non si svuota. Anche quest’anno sono stati organizzati due corsi amatoriali per i bambini e le bambine che durante l’anno hanno preso parte agli allenamenti, riscontrando una numerosa partecipazione. 

Una settimana di sport

Inoltre, dal 25 al 29 luglio ha avuto luogo la seconda edizione della “settimana estiva ginnastica-nuoto”, un’esperienza all’insegna del movimento tra giochi e svago, organizzata in collaborazione con la sezione di nuoto dello Sportclub. Una settimana di palestra e piscina con l’obiettivo di incentivare l’esercizio fisico abbinato al divertimento, il tutto in un contesto bilingue in cui i bambini hanno potuto approcciarsi alle lingue italiana e tedesca. Sempre nel mese di luglio la sezione ginnastica ha organizzato un collegiale presso la palestra Savoy, invitando nove ginnaste e due allenatrici dell’associazione polisportiva dilettantistica Side Sport 2006 con sede a Monguzzo, in provincia di Como. La presidente Deborah Burgher, ex ginnasta dell’Scm, ha accolto l’invito utilizzando la palestra una volta al giorno per gli allenamenti e organizzando attività all’aria aperta sfruttando le possibilità offerte dal territorio.

Il Camp estivo al mare

Ad agosto invece è stata la volta del camp estivo a Fano in cui hanno partecipato diciassette piccole e grandi ginnaste accompagnate da tre istruttrici. Una settimana intensa di allenamenti in cui le atlete hanno potuto sfruttare l’attrezzatissima palestra della società Alma Juventus e fare tesoro delle preziose indicazioni dei tecnici professionisti. Dopo due anni in cui a causa della pandemia il collegiale non ha visto partecipe lo Sportclub, quest’anno la squadra si è vissuta a pieno l’esperienza raccogliendo grandi soddisfazioni, migliorando e crescendo tecnicamente giorno dopo giorno, il tutto in un’atmosfera di grande amicizia, passione e condivisione.

Il gemellaggio

Contemporaneamente a Merano l’allenatrice Elena Rossi ha organizzato un altro collegiale per la società Artisticamente 2010 con cui collabora a Rovigo, città in cui attualmente studia. La palestra Savoy ha accolto così un’altra squadra dando loro la possibilità di usufruire dell’attrezzatura necessaria per svolgere ginnastica per un’intera settimana. 

Si conclude così una ricca estate per la ginnastica meranese che tra trionfi, collaborazioni ed iniziative si può ritenere più che soddisfatta. Un vero successo che mette in risalto il fatto di essere l’unica realtà sul territorio altoatesino ad aver raggiunto questi risultati senza avere a disposizione una propria struttura specifica e attrezzata. La sezione oggi conta più di 400 soci che nella prossima stagione dovrà distribuire nelle palestre scolastiche montando e smontando ogni volta gli attrezzi necessari, sacrificando così tempo ed energie che potrebbero essere dedicate agli allenamenti. 

La ginnastica meranese spera dunque di ricevere maggiori attenzioni nel panorama politico dati i numeri e i risultati che fin ora è stata in grado di raggiungere, sognando una propria palestra in un futuro non troppo lontano.

Autrice: Chiara Caobelli

Donazioni organi, gli incontri in Bassa 

Dopo il successo dell’incontro a Bolzano, l’AIDO lancia la proposta di una seri di incontri con gli impiegati delle anagrafi in diversi comuni della Bassa atesina. È infatti proprio nel momento del rinnovo della carta d’identità che possiamo decidere se diventare donatori. Una decisione che può salvare una vita, ma che spesso porta con sé anche dubbi e domande, anche molto specifiche, a cui è importante saper rispondere in maniera corretta.

Un sì che può salvare una vita: è quello che ognuno può dire dando il proprio assenso alla donazione di organi.
Come noto, una legge statale prevede che il consenso (ma anche il diniego) venga dato al momento di rinnovare la carta d’identità. Gli impiegati addetti si trovano quindi spesso a dover rispondere a domande particolari su un tema delicato e complesso come la donazione degli organi.
L’AIDO di Bolzano ha quindi proposto una serie di incontri informativi con gli impiegati degli uffici anagrafe di diversi comuni della Bassa Atesina.
L’iniziativa si è già svolta nel Comune di Bolzano ed ha riscontrato un ottimo successo.
“Le anagrafi sono un fronte importatissimo nella raccolta di iscrizioni e donazione perché avvicinano molta più gente di noi”, ci ha raccontato il presidente di AIDO Bolzano, Gianfranco Maffei. “Durante gli incontri proviamo a dare risposta a quelle domande, anche molto specifiche, che i cittadini rivolgono agli impiegati. Il nostro obiettivo non è convincere a tutti i costi a donare, ma dare risposte corrette.
Spesso sulla donazione ci sono idee viziate da una non corretta conoscenza del problema. Con questa iniziativa vogliamo affrontare, in un clima informale, tutti i dubbi e gli interrogativi, anche quelli che magari una persona si vergogna ad esternare perché teme di sembrare sciocca”, continua Maffei.
E i dubbi non mancano. Molti pensano che si possa donare solo fino ad una certa età, cosa assolutamente non corretta. Ma una delle motivazioni per cui molte persone decidono di non donare gli organi, è la paura della manipolazione del loro corpo. In realtà la procedura non è invasiva come molti si immaginano e viene seguito un protocollo molto rigoroso. Nonostante in Italia ci siano milioni di donatori, solo una minima parte potrà donare.
Per donare occorre infatti che siano soddisfatte determinate condizioni.
Tra le altre grandi paure c’è anche quella, del tutto irrazionale, che i medici possano affrettare la morte se si è donatori. In realtà quella della donazione è una macchina molto complessa che deve avvenire in tempi brevissimi; è un grande lavoro suppletivo per le equipe mediche che agiscono coinvolgendo la polizia stradale e anche l’aeronautica. Maffei ci tiene a sottolineare un ulteriore, importante aspetto: a volte si pensa che non sia possibile donare per motivi religiosi – cosa che però non è corretta e non riguarda in alcun modo le tra grandi religioni monoteiste, cristianesimo, islam ed ebraismo, che sono invece d’accordo con la donazione degli organi.
“Noi siamo abituati a pensare di donare, ma magari siamo noi un giorno ad averne bisogno… ad esempio sono tantissime (per la precisione 8.285 fino al marzo scorso) le persone in dialisi, con problemi di cuore e gli epatici in attesa”.
Per queste persone un semplice “si” può cambiare per sempre la vita, o addirittura fare la differenza tra la vita e la morte.

Autrice: Caterina Longo

La leva del 1921 in Bassa Atesina

Alla fine del XIX secolo, la Bassa Atesina, terra aperta all’incontro di uomini e culture, si trovò al centro delle contese tra opposti nazionalismi. Negli anni del primo dopoguerra, questi fecero, per così dire, un salto di qualità, sfociando in prevaricazioni personali e, viepiù, in attacchi violenti alla sua identità storica. Un’eredità pesante, che i “patrioti” di ieri e di oggi non rinunciano a rinfocolare a ogni occasione.

La massiccia immigrazione di famiglie povere dal Welschtirol/Trentino da un lato aveva contribuito a fronteggiare la mancanza di manodopera in vari settori economici ma, dall’altro, aveva introdotto un elemento di forte instabilità sociale nei paesi dell’Unterland.
La fine della guerra, con la disfatta e disgregazione dell’impero austro-ungarico, significò per il Trentino il ritorno alla patria, per l’Alto Adige il distacco dal Mutterland. La Bassa Atesina, schiacciata tra i due blocchi, pagò il prezzo più alto al nuovo assetto geo-politico. I nazionalisti, a dispetto delle rassicurazioni espresse dai massimi rappresentanti dello stato liberale, trovarono terreno fertile per le loro mire egemoniche e prevaricatrici.
Roma, con i primi ministri Bonomi e Giolitti, si era dimostrata tollerante nei confronti della minoranza tedesca ma i nazionalisti trentini, raggruppati intorno al giornale “Libertà” e a Ettore Tolomei (residente e sepolto a Montagna), reclamarono la detedeschizzazione ovvero l’italianizzazione forzata della Bassa Atesina. Il principale terreno di scontro divenne la scuola, le prime vittime i bambini.
Il 1921 si era aperto con il brutale assassinio del maestro Franz innerhofer da parte dei fascisti di Starace.
In Bassa Atesina serpeggiava il timore di altre rappresaglie etniche. “Anche i nostri bambini di sei anni devono sottoporsi alla visita di leva” titolava tra il sarcastico e l’allarmato il “Volksbote” di Bolzano del 10 novembre 1921. Ovviamente, il giornale non si riferiva alla leva militare – che invece, un po’ a sorpresa, divenne obbligatoria anche per i ventenni sudtirolesi – ma a quella scolastica.
Lo scopo della trovata era evidente: costringere il governo di Roma, che con la legge Corbino (ministro della pubblica istruzione prima di Benedetto Croce e Giovanni Gentile) e prima ancora le solenni parole di Vittorio Emanuele III aveva garantito la tutela “delle istituzioni e delle usanze locali” e il diritto all’insegnamento nella propria lingua madre, ad assecondare gli obiettivi dei nazionalisti trentini e dei nascenti fasci italiani di combattimento, che intendevano trasferire il maggior numero possibile di bambini dalle scuole tedesche a quelle italiane.
Obiettivo finale: l’eliminazione del tedesco dalla vita pubblica e la chiusura di tutte le scuole tedesche – insomma, la completa snazionalizzazione del vecchio “Bozner Unterland”.
Per aggirare la legge Corbino, si ideò, dunque, questa bizzarra leva scolastica. Un decreto del commissariato generale di Trento nominò una commissione composta da soli “esperti” italiani: avevano il compito di sottoporre tutti i bambini iscritti alla prima classe elementare (compresi i ripetenti) all’esame di “nazionalità”.
I genitori furono costretti ad accogliere i commissari nelle loro abitazioni o a presentarsi con tutta la famiglia nei luoghi indicati. Chiunque portasse un cognome vagamente italiano – cosa storicamente diffusissima in Bassa Atesina – o tra le mura domestiche utilizzasse (anche) la lingua italiana o il dialetto trentino, veniva iscritto d’imperio alla scuola italiana. Alla leva erano sottoposti non solo gli ignari bambini ma anche i loro genitori e nonni: ed è ben facile immaginare, come in Bassa Atesina fossero pochissime le famiglie “incontaminate” da un punto di vista linguistico.
La scuola tedesca fu praticamente svuotata, gli insegnanti esautorati. Negli anni successivi si assistette quindi ad un numero notevole di bambini che abbandonarono la scuola e anche chi continuava a frequentarla di fatto apprendeva soprattutto le canzonette fasciste.
L’opera fu quindi portata a termine da Mussolini, che a partire dal 1923 fece chiudere tutte le scuole tedesche senza ulteriori “leve” e vietò perfino i corsi privati fino ad allora tollerati dalle autorità. Nacquero così, anche in numerosi paesi della Bassa Atesina, le “Katakombenschulen”, affidate a maestre che mettevano a repentaglio la propria sicurezza personale per garantire l’insegnamento della madrelingua ai bambini.

Autore: Reinhard Christanell

La nostra ricetta

Per motivi di spazio purtroppo nelle tre edizioni del nostro giornale (Qui Bolzano, Qui Merano e Qui Bassa Atesina) in questo numero non trovate la rubrica Qui Food, dove offriamo le nostre proposte invitandovi a sperimentare primi, pietanze e dolci.
Abbiamo pensato allora di sostituirla, virtualmente ed eccezionalmente, con la descrizione sintetica della “ricetta” che seguiamo, ogni due settimane, per comporre i nostri bisettimanali.
Il primo approccio nei vostri confronti – che è anche sintesi dei contenuti più importanti – è costituito dalla copertina dove normalmente trovano spazio il titolo e la foto della nostra “storia” principale, ovvero il primo articolo di approfondimento, e quindi i richiami ad alcune delle altre notizie più importanti.
Già dalla prima pagina gli articoli giornalistici e quelli legati ai nostri inserzionisti sono chiaramente identificabili attraverso ausili grafici e testuali, mentre sfogliando la rivista naturalmente ci accompagnano anche le grafiche pubblicitarie. In terza pagina trovate invece la Qui Intervista, dove compiliamo una sorta di simpatica carta d’identità di personaggi più o meno noti della nostra realtà locale, e l’Editoriale che state leggendo.
Nel prosieguo del giornale si alternano quindi gli articoli giornalistici che vi possiamo proporre anche grazie ad una folta schiera di collaboratori, di ogni età ed estrazione culturale. A Bolzano ci focalizziamo sui cinque quartieri, a Merano sul capoluogo del Burgraviato e sul circondario, mentre in Bassa Atesina tocchiamo i vari centri della Valle dell’Adige, scendendo da Laives a Salorno.
Gli articoli si alternano con le rubriche tematiche, che possono essere a sfondo storico culturale (Scorci del capoluogo per Bolzano e Te ricordet Laives per la Bassa Atesina), di opinione / commento (Senza Confini). Oppure umoristiche (La Satira, non perdetevi quella di questo numero!).
La seconda parte del giornale è quindi dedicata ai nostri “speciali” tematici che vengono realizzati in collaborazione con gli inserzionisti e dove molto spesso vi forniamo ottimi consigli per le vostre escursioni nel nostro bellissimo territorio.
La terza parte del giornale dà quindi spazio ad altre rubriche come QuiFood appunto, i Libri, le “dritte” per orientarsi nella Città digitale e poi i consigli per il giardinaggio (Balconorto).
Dulcis in fundo: la cultura e lo spettacolo con la rubrica “La scena musicale”, i box con gli spettacoli segnalati e quindi i vostri annunci e le inserzioni immobiliari.
Ogni numero del nostro giornale poi ha una storia a sé, come voi cari e affezionati lettori sapete bene.
Buona fine d’agosto!

Autore: Luca Sticcotti

Messo a tacere per aver avuto il coraggio della verità

Si può conservare la vita (o il proprio ruolo) avendo pagato il prezzo del silenzio oppure morire nella certezza che la propria vita, e la stessa morte, abbiano avuto un senso compiuto. Si può vivere mandando altri a morire o morire per alimentare la vita di tutti. È quanto ha fatto Franz Reinisch, esattamente ottant’anni fa.

Franz Reinisch nacque a Feldkirch (a quel tempo diocesi di Bressanone) e crebbe a Bolzano, Brunico e Innsbruck. A 22 anni entrò nel seminario di Bressanone e fu lì che conobbe la congregazione dei padri Pallottini. Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta a Innsbruck nel 1928, entrò in un convento presso Bamberga.
Nel 1933 Adolph Hitler salì al potere. Reinisch, in quegli anni, fu attivo soprattutto a Schönstatt. Le sue prediche, con le quali denunciava l’inconciliabilità tra cristianesimo e nazionalsocialismo, attirarono presto l’attenzione delle autorità naziste. Il 12 settembre 1940 la Gestapo gli vietò di tenere conferenze e di predicare in tutto il territorio del Reich.
Quando fu richiamato al servizio militare nella Wehrmacht dichiarò subito che non avrebbe prestato il giuramento di obbedienza a Hitler. “Per quanto io verifichi la mia coscienza, non riesco a giungere ad altra conclusione. E contro la mia coscienza non posso e non voglio agire”. “Come cristiano e come austriaco non potrei mai prestare il giuramento di fedeltà a un uomo come Hitler”. Già nel 1939 aveva affermato: “Il giuramento militare sulla bandiera nazionalsocialista, sul Führer, non lo si può prestare. È un atto peccaminoso. In questo modo si darebbe il giuramento a un criminale”.
Il “no” gli costò l’arresto, il carcere a Berlino e il processo, nel luglio 1942, che si concluse con la condanna alla decapitazione, eseguita il 21 agosto nel carcere di Brandenburgo sulla Havel.
Reinisch è una di quelle persone che, come Josef Mayr-Nusser, aveva capito che l’omertà di fronte agli abusi di potere rende complici di chi mortifica l’uomo e la sua dignità. Disse (sapendo, per questo, di dover pagare di persona): “Bisogna che ci siano persone che protestino contro l’abuso dell’autorità; e io mi sento chiamato a questa protesta”.

Autore: Paolo Bill Valente

Il segretario sbadato

È risaputo che in nessun luogo del mondo la pubblica amministrazione goda di buona fama. Viene descritta come lenta, inefficiente, non di rado “kafkiana”. Un’eccezione rappresentò, agli occhi della pubblica opinione, la burocrazia asburgica, ritenuta “di un’efficienza severa ma quasi perfetta”. Sarà. Certo è che nel 1873 scoppiò un scandalo senza precedenti nel paesino asburgico di Laives.
Vi erano coinvolti l’amministrazione e il segretario comunale in prima persona. Era allora Vorsteher ovvero primo cittadino Anton Kurzel, personaggio di primo piano del luogo. L’anno dopo lo sostituì l’oste Josef Ebner. Il municipio, eretto nel 1840, si trovava in via Pietralba, nella casa che dopo il 1930, quando fu inaugurato il comune nuovo, diventò la scuola elementare in lingua italiana. Li accanto si trovava anche la casa del segretario comunale.
Segretario comunale era tale Anton von Anderlan, subentrato nel 1856 a Johann Plunger, di professione chirurgo. Gli incredibili misfatti portati alla luce dagli investigatori sconvolsero padri di famiglia e rappresentanti comunali. La stampa ne parlò diffusamente.
Lo “sbadato” segretario, in carica da un ventennio, fu costretto a dimettersi seduta stante dall’incarico e finì diritto filato davanti alla corte. Il povero sindaco Kurzel non sapeva più cosa fare per rassicurare i suoi concittadini e spergiurava che lui, del grande pasticcio, non ne aveva mai saputo niente.
Il grande pasticcio ce lo descrive nei dettagli il “Tiroler Tagblatt” del 14 dicembre 1874. Una corrispondenza dettagliata dall’aula del tribunale di Bolzano sotto il titolo “Verurteilter Gemeindekassier” (tesoriere comunale condannato).
Il segretario nonché tesoriere comunale Anton von Anderlan doveva rispondere dei reati di malversazione, abuso d’ufficio e altri reati minori. Il funzionario si era dimesso dall’incarico nel giugno dell’anno precedente proprio in seguito al crac delle casse comunali. In particolare emerse dalle indagini che il von Anderlan, nel corso dei 17 anni del suo incarico, non aveva mai tenuto i prescritti libri contabili; non furono trovati né un giornale-cassa con la registrazione di entrate e uscite né tantomeno i registri relativi alle imposte erariali sugli immobili (una sorte di IMU) e alla gestione del consorzio dell’Etschleeg che gestiva le acque pubbliche. Il von Anderlan si era limitato a conservare il denaro incassato in un cassetto e a pagare le occorrenze attingendo allo stesso.
In seguito ai controlli effettuati e al deficit riscontrato, von Anderlan fu accusato di essersi appropriato della somma di 1.804 fiorini austrungarici (Florin = fl). e di aver trattenuto per uso personale un importo di 132 fl. dei complessivi 492 consegnategli dal presidente della Leeg Anton Martinelli e, infine, di aver preteso dai proprietari immobiliari di Laives negli anni dal 1871 al 1873 una tassa erariale superiore a quella effettivamente dovuta, ottenendo un illecito profitto di 44 fl.
Il von Anderlan si difese affermando di aver agito secondo coscienza e di non essersi accorto delle indebite appropriazioni. Attribuiva l’illecita condotta alla sua scarsa preparazione, all’eccessivo carico di lavoro e… all’incompetenza dei vari Vorsteher, nessuno dei quali si era mai interessato alle vicende comunali. I sindaci interpellati ammisero di non aver mai controllato il segretario o il bilancio comunale ma solo… per un eccesso di fiducia nei suoi confronti.
In sostanza, von Anderlan, tenuto conto anche della superficialità dei vari Vorsteher, fu condannato a una pena detentiva abbastanza mite di 8 mesi, che scontò interamente nel carcere di Bolzano.

Autore: Reinhard Christanell