Qui Intervista a Petra Medici, che vive ad Egna da più di 40 anni. Dopo gli studi a Padova e a Friburgo, si è dedicata all’insegnamento della matematica e della fisica, all’ITC di Ora e attualmente alla Laimburg. Petra è anche referente scolastica dell’associazione Intercultura e assistente di uno studente greco che passa l’anno scolastico in Alto Adige. Sposata con Ivan da 25 anni, ha due figli, Carlo e Alessia. Spirito solare, nel tempo libero ama giocare a scacchi, andare nel bosco e fare il bagno nei laghi ghiacciati (o quasi).
La cosa che mi piace di più di me. Il mio essere razionale, la mia logica.
Il mio principale difetto. Sicuramente il fatto di essere disordinata.
Da bambina sognavo di diventare… Una campionessa di atletica leggera. Adesso mi viene da ridere se penso all’attività sportiva che faccio.
L’errore che non rifarei. Non rispondere a dovere a chi ha interferito troppo nella mia vita.
La persona che ammiro di più. Forse Lorenzo Barone. Un ragazzo giovanissimo che gira il mondo con una bici sgangherata.
Il capriccio che non mi sono mai tolta. Fare il giro del mondo. È più di un capriccio però…
L’ultima volta che ho perso la calma. Pochi giorni fa con i miei studenti perchè a volte non ascoltano i miei consigli, ma li adoro lo stesso.
La mia occupazione preferita. Fare l’insegnante alle superiori.
Il Paese/luogo dove vorrei vivere. Amo la nostra terra e il mio paese, ma qualche anno a Kungming in Cina penso di poterlo fare.
Il fiore che amo. La margherita da prato. Oltre ad essere bellissima con i suoi 21, 34, 55… petali è perfetta per spiegare la serie di fibonacci ai miei studenti.
Il mio musicista preferito. Henning May.
Non sopporto.. Le persone arroganti, soprattutto se sono intelligenti.
La mia paura maggiore. Essere privata della mia libertà.
La disgrazia più grande. Perdere un figlio.
L’oggetto a cui sono più legata. La mia calcolatrice HP che ho da quando avevo 14 anni.
Il mio più grande rimorso. Non aver preso le difese di una ragazza quando ne aveva bisogno.
Per un giorno vorrei essere… Elon Musk.
Se fossi un animale, sarei… Un falco.
Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando… Mi sono laureata.
Il mio motto: Motti, citazioni e frasi fatte non mi piacciono per niente!
Serio, determinato e capace di emozionarsi quando parla del suo sport. Alex Aufderklamm, ventuno anni di Bronzolo, è un ballerino e performer del palo aereo. Un piccolo campione, che grazie al suo talento è riuscito a vincere due medaglie d’oro ai mondiali Juniores di pole sport e un bronzo ai mondiali Senior di artistic pole. Ma Alex è anche un ragazzo che sogna in grande…
Il giovane atleta infatti ha deciso di entrare a far parte dell’affascinante mondo circo. Un percorso difficile – già intrapreso – che continuerà alla Scuola Nazionale del Circo di Montreal, affiliata al Cirque du Soleil, dove è stato recentemente ammesso. Un primo mattoncino importante in una carriera ancora tutta da scrivere.
Alex, da dove nasce la tua passione per le arti aeree? A sei anni ho iniziato a fare danza moderna e contemporanea. Successivamente mi sono avvicinato alle discipline aeree come i tessuti e pole sport, la danza acrobatica sul palo. Dopo le prime gare agonistiche mi sono appassionato sempre di più. Nel 2019 ho poi avuto l’onore di conoscere Saulo Sarmiento, famoso artista del Cirque du Soleil, che mi ha suggerito di intraprendere un nuovo percorso nel mondo del circo. Le sue parole sono state sin da subito fonte d’ispirazione e mi ha convinto facilmente. A luglio mi laureerò alla scuola Cirko Vertigo e poi volerò in Canada per il corso annuale di specializzazione in palo aereo.
Quindi all’inizio il circo non era nei tuoi programmi… Diciamo che non l’avevo mai preso in considerazione come un percorso valido. Non lo conoscevo così bene e a fondo. L’incontro con Saulo mi ha svoltato la vita e mi ha regalato una nuova visione di quello che volevo fare.
Cosa ti aspetti da questa nuova esperienza in Canada? Mi aspetto un percorso di alta formazione, poter studiare lì è un’occasione per formarsi a 360 gradi, sia a livello sportivo che umano. Ora toccherà a me rimboccarmi le maniche e lavorare per raggiungere il massimo, cercando di uscire dalla mia comfort zone e mettendomi alla prova.
Hai anche degli obiettivi personali che intendi raggiungere? La mia ambizione più grande è poter lavorare al Cirque du Soleil. È questo il motivo per cui ho iniziato a studiare il circo. L’altro sogno nel cassetto è riuscire a creare una nuova visione attorno alla disciplina del palo aereo, unendo le tecniche e i trick di quest’ultimo con quelle del palo cinese.
L’alta competizione nell’ambiente non ti spaventa? Viviamo in un mondo globalizzato in cui il livello del lavoro si alza ogni giorno di più. Il mercato richiede persone pronte e affidabili. Anche il circo si è evoluto e la concorrenza è altissima. Sono consapevole che bisogna sempre farsi trovare pronti, e sto studiando proprio questo.
Nel 2018 hai vissuto un’esperienza televisiva nel programma ‘Amici’. Cosa ti ha lasciato? È stata molto breve ma intensa. Mia mamma mi aveva iscritto di nascosto, quindi per me fu una sorpresa essere lì. Avevo appena 17 anni e, giustamente, ero visto come un ragazzino senza esperienza. Nonostante ciò, ho potuto confrontarmi con insegnanti famosi e ballerini di successo, imparando molto da loro. Credo di esserne uscito più consapevole: quello era il mondo di cui volevo fare parte.
Qual è la cosa che più ami di questo sport? Quando salgo sul palco sento come se il mondo si fermasse e io entrassi in un nirvana. Amo l’adrenalina che sale e sentire il corpo pieno d’energia che si sprigiona durante la performance. Quando mi esibisco sul palo sento di aver trovato il mio posto nell’universo.
Gli anniversari vanno festeggiati degnamente e quello del Kunstforum Unterland merita una celebrazione particolare, visto che quest’anno il vivace spazio d’arte della Bassa Atesina festeggia i 25 anni dalla sua fondazione. Per l’occasione viene quindi proposta una mostra molto particolare, che metterà a confronto due generazioni di artisti: quella dei padri, artisti affermati come Gotthard Bonell, Robert Bosisio e Christian Reisigl e i loro figli Johannes Bosisio, Jonas Reisigl ed Elias Bonell.
L’intento è indagare le strade percorse dal genio creativo in una generazione, quella dei giovani, che è cresciuta a contatto diretto con l’arte. Essere figli d’arte può essere un’eredità pesante, che qui sembra voler esser affrontata in maniera giocosa – non a caso l’invito è una specie di cruciverba in cui si incontrano i nomi degli artisti. Spiegano gli organizzatori: “25 anni equivalgono più o meno a una generazione: per questo motivo i membri fondatori Gotthard Bonell, Robert Bosisio e Christian Reisigl, ormai tutti pittori affermati, presenteranno una ricca selezione di opere provenienti dal loro vasto corpus artistico. I soggetti comprendono temi e stili a loro particolarmente vicini dal volto umano al corpo, dagli interni ai paesaggi.” Guardando invece ai lavori dei figli: Johannes Bosisio, che ha studiato presso le accademie di Berlino e Londra, nella mostra presenta sia studi più vecchi che opere totalmente nuove, per un’arte che si muove in equilibrio tra l’elemento naturale e l’aspetto tecnico, metallico. Jonas Reisigl ha appositamente realizzato per la mostra una serie di sette dipinti ad olio di piccolo formato, che si basano su fotogrammi di diversi film. Elias Bonell ha intrapreso invece un percorso professionale completamente diverso, lontano dall’arte, nel campo tecnico. Da bambino e giovane adulto, tuttavia, si è occupato spesso dell’incisione. Cosa può aspettarsi il pubblico da una mostra di questo genere? Rispondono gli organizzatori: “Sicuramente un forte respiro intergenerazionale, una sorta di incontro tra Baby Boomers e Generazione Y e la rara opportunità vedere le opere di questi artisti vicine, valutando la manifestazione e l’evolversi di un genio creativo e una ricerca artistica nel tempo.”
Info: Mostra “Bonell/Bosisio/Reisigl x2” Inaugurazione: 4.6.2022, ore 20 Fino al 18.06. Orari: mar-sa, 10 – 12 e 16-18. Kunstforum Unterland, Egna. Ingresso libero e gratuito.
lI trasporti sull’Adige, da Bronzolo a Verona, ebbero un notevole sviluppo a partire dal X secolo, quando il Veneto (esclusa Venezia) fu annesso alla Marca Bavarese di Enrico I. Lo statuto dei radaroli veronesi elencava le “poste significative” per la partenza delle merci, ovvero gli scali di Bronzolo, Egna (“Burgo Egne”), Trento (“Tridenti”), Sacco (“Sacho”), Marco (“Marcho”), Belluno V.se (“Bellunis”) e Peri (“Pyrri”). Il fiume brulicava di vita, giorno e notte era percorso da ogni sorta di imbarcazioni cariche di barili, colli o passeggeri. Perfino interi eserciti – che per ovvie ragioni avevano la precedenza sulle mercanzie – vennero trasportati sulle zattere. Tutt’attorno, sulle rive e nei borghi, nei magazzini e nelle officine, nelle botteghe e nelle locande fiorivano le attività artigianali e commerciali. Erano i grandi mercati e le fiere il vero motore di questa attività e in particolare quelli dell’ambiziosa Bolzano, a cui partecipavano mercanti da ogni dove. La corporazione dei radaroli (da rada = zattera) veronesi, i cui statuti risalgono al XIII secolo, fu la prima a gestire in modo “privilegiato” il trasporto delle “legne d’abbrugiare per l’uso della Città e de li legnami grossi per gli edificij e per fare le tavole, così ben legati, et insieme compaginati, che sopra quelli ancora si conducevano le merci, che la Fiandra e l’Alemagna mandano in Italia”. Con il tempo, ai radaroli veronesi subentrò un’altra, potentissima organizzazione, formata da una decina di famiglie di Sacco presso Rovereto. A costoro (Holzkaufleute und Guetfertiger in Sackh) l’arciduca Ferdinando II rinnovò, in occasione dell’aggregazione nel 1564 di Rovereto – già austriaca dal 1509 – al Tirolo, un diritto esclusivo di spedizione con zattere con il regolamento (Floss-Ordnung) del gennaio 1584. Le famiglie a cui, tra le altre, venne concesso il privilegio furono quelle dei Baroni, Abram, Fedrigotti, Graziadio e Pegolotti. Esse operarono in regime di monopolio per diversi secoli e il loro privilegio venne confermato nel 1605 da Massimiliano III, nel 1665 da Leopoldo I e infine da Carlo VI e da Maria Teresa nel 1744. I motivi di questa concessione “esclusiva” restano in parte avvolti nel mistero. Certo è che i maestri di Sacco erano esperti e bene organizzati e, soprattutto, garantivano all’erario viennese il puntuale versamento dei ricchi dazi riscossi da mercanti e spedizionieri. Infatti, da sempre contrabbando e frodi varie erano all’ordine del giorno sul fiume e nei territori circostanti e nessuno come i Saccardi e i loro ufficiali del dazio era in grado di tenerli sotto controllo. Questi privilegi, e soprattutto la prelazione su tutto il legname della Val d’Ega, erano invisi ai commercianti che avrebbero preferito cedere la propria merce al miglior offerente. Invece i Saccardi li “strozzavano” impietosamente, imponendo, in particolare ai montanari che conferivano i tronchi di larice e abete sui “vodi” (le note Holz-Reif) di Laives, Bronzolo e Egna, prezzi che permettevano a malapena la loro sopravvivenza – e a volte neppure questa. Vari processi furono intentati presso il Magistrato Mercantile di Bolzano, istituito nel 1633. Le dieci famiglie costituirono dapprima (nel 1691) una e successivamente (nel 1693) due società: la “Fedrigotti, Baroni e C.” e la “Fedrigotti e Baroni”. Queste due famiglie, insieme ai Gelmini (poi trasferiti a Salorno), furono le più importanti del settore e grazie alla loro attività riuscirono ad accumulare grandi ricchezze. Nel 1744 Maria Teresa riconfermò il monopolio della compagnia “infeudata” di Sacco composta da 10 famiglie, a cui concesse addirittura un “feudo vero perpetuo mascolino” – insomma un monopolio ereditario. In questo atto, a parte i rapporti tra le dieci famiglie interessate, furono regolamentati diritti e doveri della società nei confronti delle altre categorie operanti sul fiume. Le spedizioni avvenivano tutto l’anno e le zattere avevano la precedenza su tutte le altre imbarcazioni. La merce doveva essere pesata a Bolzano prima di essere affidata ai carradori di Laives che le portavano alla dogana di Bronzolo. Il privilegio della compagnia di Sacco cessò improvvisamente nel 1806 con l’arrivo dei napoleonici e dei bavaresi. Da allora, e fino alla realizzazione, mezzo secolo dopo, della ferrovia, varie compagnie si alternarono, con più o meno successo, nel trasporto delle merci e dei passeggeri sul grande fiume.
Sono portato a pensare che, ancora oggi, nelle scuole superiori venga dato troppo poco spazio alla necessaria alfabetizzazione in merito alla cultura prodotta negli ultimi 50 anni e anche oggi nel nostro territorio. Per non parlare della conoscenza della nostra recente e complessa storia locale che, spesso, viene addirittura saltata in toto, perché malauguratamente piazzata “nel programma” giusto negli ultimi mesi della preparazione dell’esame di maturità. Per questo sono rimasto piacevolmente sorpreso quando ho intravisto le foto della “installazione vivente” realizzata lo scorso 10 maggio in Piazza Walther dagli studenti della 5M del Liceo Pascoli di Bolzano. Il momento conclusivo del progetto “Alto fragile” – realizzato con la prof.ssa di tedesco Claudia Rizzieri e dal prof. di italiano Emanuele Zottino, con il sostegno dell’esperto Axel Bry – si è fatto portatore di messaggi poetici silenziosi, ispirati all’opera del brissinense Norbert Kaser, ma non solo. In sostanza i ragazzi hanno esposto silenziosamente dei cartelli neri, sorta di lavagne, con citazioni scelte soprattutto dall’opera di Kaser, simbolo dell’interpretazione controcorrente della realtà altoatesina, tutt’oggi un vero e proprio punto di riferimento per coloro che non si accontentano di letture edulcorate del reale. La tipologia della performance e le frasi prescelte avevano lo scopo primario di inviare i passanti a “non correre sempre, fermandosi un istante, per pensare e ascoltare le proprie emozioni”. E il fatto che la performance silenziosa sia stata messa in atto dagli studenti del Liceo Musicale, mi ha poi personalmente aperto il cuore, alludendo a tecniche di performance nell’ambito della musica contemporanea tanto estreme quanto preziose e da riscoprire. Restano poi gli aforismi lanciati ai passanti attraverso le (poche) parole. Eccone di seguito alcuni. Valgono molto più di 100 conferenze e convegni. “Aspira, ascolta, aspira all’eterna eco”. “Alto Adige, alto fragile”. “Tu cosa fai per non restare al buio? Vivi o semplicemente cerchi di non morire?”. “Quali ostacoli possiamo superare per trovare l’unità?” “Quando l’uomo smetterà di urlare?”. “Veniamo prima noi della terra, o vengo prima io?”.
“A trent’anni dalle stragi di Palermo ai cittadini di Merano viene offerta un’occasione unica: la testimonianza diretta del dottor Fausto Cardella, uno dei protagonisti dell’indagine sull’assassinio di Falcone e Borsellino” Queste le parole del Procuratore generale di Brescia Guido Rispoli, che il 27 maggio incontrerà la cittadinanza assieme al collega magistrato.
Sono trascorsi trent’anni da quei due mesi in cui il mondo trattenne il fiato per l’assassinio di due paladini della legalità, Giovanni Falcone ed il suo collega e amico di infanzia Paolo Borsellino. E in occasione della Giornata nazionale per la legalità il Comune di Merano ha organizzato un evento che coinvolgerà le scuole, cittadinanza e autorità locali. A proporre riflessioni sul tema saranno, in occasione di tre incontri pubblici, due ospiti d’eccezione: il dottor Fausto Cardella, procuratore generale di Perugia ora in quiescenza (nel 1992 applicato alla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanisetta, che ha seguito le indagini delle stragi di Palermo), e il dottor Guido Rispoli, procuratore generale di Brescia in carica.
Dottor Rispoli, torna nella “sua” Merano per parlare di legalità… Ne sono onorato, anche se credo che la mia presenza possa passare tranquillamente in secondo piano, considerato che condividerò lo stesso tavolo dei relatori con una grande personalità del mondo della magistratura. Fausto Cardella è stato assieme ad Ilda Boccassini il pubblico ministero che ha condotto proprio l’indagine sulle stragi di Falcone e Borsellino, colui che ha interrogato gli imputati, ha visto le immagini, ha sfogliato le foto e parlato con i testimoni. Insomma, un vero protagonista delle indagini, e credo che per Merano sia un’occasione imperdibile.
Come ricorda quei terribili giorni del 1992? Ero un giovane sostituto alla Procura di Bolzano, avevo 31 anni, avevo appena iniziato il servizio, cercavo di impadronirmi delle nozioni per fare bene il magistrato, e quei fatti mi colpirono molto: Falcone e Borsellino erano due personaggi quasi mitici, e il loro omicidio colpì tutti noi, avevamo a che fare con una mafia molto aggressiva. Fra l’altro ricordo quell’anno molto bene, perché era anche ammorbato dal caso di Marco Bergamo, il “mostro di Bolzano”, del quale mi occupai per gli anni a seguire.
Era anche l’anno dello scoppio del caso Mani pulite… Già, quest’anno è anche il trentennale di Mani pulite. L’incontro del 27 maggio a Merano sarà un’occasione per parlare anche di questo.
Qual è la situazione attuale in Alto Adige? Ritiene possibile che la mafia possa infettare anche questa provincia? Farei innanzitutto una riflessione sulla definizione stessa del concetto di mafia, e per farlo bisogna mettere mano al Codice e parlare brevemente dell’articolo 416 bis, quello che parla del reato di Associazione di tipo mafioso (vedi riquadro a pagina 4, ndr.). Parliamo di mafia quando la criminalità organizzata muove i suoi passi nella società con l’intimidazione e prolifica con l’omertà. Io credo che nelle nostre terre non ci possano essere le basi perché questo possa accadere, sotto questo punto di vista la società è molto sana, e non accetterebbe questo tipo di intimidazioni. Ma ci sono altri modi molto pericolosi perché la mafia possa attecchire: la malavita dispone di grandi capitali, e potrebbe facilmente infiltrarsi in realtà economiche che sono anche perfettamente funzionanti. Faccio un esempio: prendiamo un’azienda che sta vivendo un periodo di difficoltà economica, magari dettata anche dal Covid; si presenta un potenziale socio che si propone di salvare la situazione mettendo a disposizione la propria disponibilità di liquidità. L’azienda non può che essere felice di questo aiuto, ma può accadere che questo potenziale socio possa utilizzare denaro sporco da riciclare, quindi frutto di attività criminali, e che lentamente possa prendere il controllo dell’azienda e che la utilizzi per commettere altri reati. Il problema ulteriore è che questo soggetto potrebbe poi entrare nel mondo della società civile, muoversi con il “colletto bianco” all’interno della comunità, nel settore economico, produttivo, ma anche associativo e culturale. Insomma, non c’è il malavitoso che porta a termine un’estorsione bruciando la macchina o il negozio, ma c’è una criminalità che potrebbe inserirsi anche in Alto Adige nel mondo dell’economia utilizzando le risorse in nero che ha, e questo lo considero pericolosissimo.
Come sta andando la sua carriera e la sua vita a Brescia? Sono davvero molto soddisfatto, sotto più punti di vista. Dopo il mio incarico alla procura di Bolzano ho avuto la possibilità di andare a Campobasso, e qui mi sono calato in un mondo completamente diverso, un’esperienza davvero formativa, per quanto faticosa anche perché parecchio lontana da casa mia. Ma grazie a questo ruolo sono riuscito ad ottenere i tioli per ambire a Brescia; qui la Procura generale coordina ben quattro Procure – Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova – più quella dei minorenni. Dal punto di vista professionale è interessantissimo e molto formativo, e oltretutto è molto più vicina a Merano, dove vive la mia famiglia, con la quale oggi riesco a trascorrere molto più tempo. È faticoso, certo, ma è un prezzo da pagare; poco tempo fa si era affacciata la possibilità di ambire al ruolo di Procuratore generale di Trento, ma non mi sono neanche candidato: mi piacerebbe portare avanti questo percorso a Brescia nel migliore dei modi.
Dove si vede nel prossimo futuro? In realtà questo potrebbe anche essere l’approdo finale; potrei riuscire ad andare in pensione fra sei o sette anni. Però la vita è una continua sorpresa, non si sa mai cosa può accadere. Ecco, se proprio avessi la possibilità di scegliere il mio futuro non mi dispiacerebbe vedermi in Cassazione. Ho operato molto nel Primo grado in Alto Adige, altrettanto nell’Appello sia a Cambobasso che a Brescia: potrei completare la mia vita professionale in Cassazione nella Procura generale, dove potrei seguire i reati tributari, economici, di riciclaggio, magari legati alla criminalità organizzata.Palermo), e il dottor Guido Rispoli, procuratore generale di Brescia in carica.
Fare il giro del pianeta in mensa, gustando i piatti dei paesi più diversi, dai cevapcici della Romania al cous cous del Marocco. Il progetto “Gastone, chef della refezione” ha preso il via a ottobre scorso e accompagnerà fino alla chiusura dell’anno scolastico le mense delle scuole di Laives, S. Giacomo e Pineta.
A fare da “mascotte” e guida culinaria in questo viaggio culinario attorno al mondo un personaggio mascotte che ricorda le figure del Carosello, un simpatico cuoco chiamato appunto Gastone. Dopo oltre otto mesi “in viaggio” con Gastone abbiamo chiesto a Paolo Brunini, dirigente dell’ufficio sociale e cultura del Comune di Laives, come è stato accolto il progetto. “Allora, Gastone verrà promosso?” gli abbiamo chiesto scherzando. “Certamente, ma sarà ripetente comunque!” ci ha risposto a tono, sorridendo. Visto il successo, l’iniziativa proseguirà, ma senza ripetersi, perché Gastone ha un carattere aperto e sperimentale, ed è un “work in progress”, un progetto pilota insomma.
Ma andiamo con ordine. In dialogo con Brunini scopriamo come è nata l’idea: l’iniziativa non è stata pensata come pacchetto pronto e finito, ma è stata sviluppata grazie a un lavoro di gruppo, che ha visto collaborare diverse professionalità: dal dirigente Brunini ai cuochi e cuoche delle mense con i referenti, fino all’assessora al sociale Claudia Furlani, che si è appassionata fin da subito al progetto, non solo sostenendolo, ma collaborando attivamente “in prima fila” in ogni fase, assaggi dei menu compresi.
L’intenzione era migliorare il servizio mensa e portare una ventata di novità, ma non limitarsi al classico menu etnico, e così è nata l’idea di fare il giro del mondo, da est a ovest.
Un modo per portare sulla tavola gusti e sapori di paesi e culture diverse e offrire spunti di approfondimento per conoscerli, quei paesi. Ogni mese è stato infatti presentato un menu diverso, con un volantino in cui il personaggio Gastone spiegava le particolarità e le curiosità legate alle diverse pietanze. Inoltre, i piatti di Gastone hanno ispirato diversi approfondimenti nelle scuole.
OLTRE MILLE PASTI
“La sfida non era da poco, perché dobbiamo preparare oltre mille pasti al giorno rispettando i tempi e le caratteristiche da mensa” ci ha raccontato Brunini. “Occorre mettere insieme la coerenza del piatto con il paese e non andare troppo contro i gusti dei bambini. Il tutto deve essere fattibile in quella mezz’ora di tempo a disposizione dei piccoli per il pasto in mensa” continua.
Dietro ad ogni piatto che arriva bell’e pronto sui tavoli della mensa c’è un lungo lavoro di preparazione, in cui i cuochi si trovano prima, discutono sui piatti e poi fanno una specie di prova, a cui segue l’assaggio del team dell’ufficio “Che è diventato una specie di rituale ormai”, racconta Brunini, e continua “le ricette di Gastone sono uno spunto anche per noi, per provare a fare a casa i piatti dalle diverse parti del mondo”. Tra le idee in cantiere, per il futuro, c’è infatti la raccolta di tutte le ricette proposte durante l’anno.
IL PURé DI PLATANO… PIACE!
Quando ci si avventura in territori “inesplorati” o poco conosciuti le sorprese non mancano, anche quelle piacevoli. I cuochi, abituati alla diffidenza e alle critiche di bimbi e bimbe, hanno scoperto non senza sorprese, ad esempio, la rapa rossa nella minestra “chorba”. Un’altra sorpresa è stato il purè di platano- che è poi una banana. Il platano è stato mescolato alle patate e “aveva il sapore della patata dolce, è molto piaciuto” dice Brunini. Per inciso, i platani necessari per la prima prova assaggio sono stati reperiti dal cuoco in un negozio in Via Resia a Bolzano, dopo avventurose ricerche su tutta la via. Per qualche giorno poi la mensa ha accolto chili di platani a maturare – effetti collaterali delle sperimentazioni gastonesche. Su altri piatti si è invece giocato facile, come l’attesissimo hamburgher, presentato nel menu degli Stati Uniti e accolto da un boato di approvazione generale da parte di bambini in mensa. Ma prima i cuochi hanno sudato freddo per riuscire a presentare centinaia di hamburgher a regola d’arte tutti insieme. “Col tempo, è nato un bello spirito di corpo ed è cresciuta anche una certa ambizione da parte del team dei cuochi” commenta Brunini. Nei mesi, il progetto Gastone ha attirato una certa visibilità ed è stato persino oggetto di una interrogazione consiliare da parte dei verdi, per via della dicitura anglofona “Mexico City” invece di “Città del Messico”, riportata nel menu relativo. Interrogazione a cui l’assessora Furlani ha riposto letteralmente per le rime, in poesia, sdrammatizzando: ironia apprezzata dagli stessi consiglieri Giorgio Zanvettor e Luisella Raveane.
SVILUPPI FUTURI
Come accennato all’inizio, l’accoglienza più che positiva del progetto spinge per una sua riproposizione “ampliandone le potenzialità e magari affrontando temi educativi con le scuole, sull’educazione alimentare e ambientale” ci ha detto Brunini, che col team di Gastone sta lavorando per mettere a punto gli sviluppi futuri dell’iniziativa. Che sicuramente non verrà riproposta identica, ma con lo stesso spirito di apertura, per avvicinare i piccoli e non solo a culture diverse. Il tutto senza pesantezze e rigidità, pronti a rispondere ai cambiamenti che, volenti o no, viviamo ogni giorno – quali migliori premesse per il futuro?
Nel precedente articolo della nostra rubrica, abbiamo parlato del fatto che la guerra si combatte anche su internet, secondo il seguente principio fondamentale: il mondo reale e quello digitale sono sempre più intimamente connessi; quindi interagendo col mondo digitale possiamo conoscere molto della realtà, e addirittura interferire con essa. In effetti, è dall’inizio del 1900 che gli apparati militari intercettano segnali elettromagnetici allo scopo di ottenere informazioni importanti sul nemico. Ovviamente, “segnali elettromagnetici” e “internet” non sono la stessa cosa, ma il principio è lo stesso: ricostruire e interferire con la realtà attraverso uno “specchio” che la rappresenta indirettamente, ma in modo sufficientemente fedele. In gergo militare, l’acronimo SIGINT sta proprio a significare la “SIGnal INTelligence”: lo spionaggio focalizzato sui segnali elettromagnetici. SIGINT si suddivide in due branche principale: COMINT (“COMmunication INTelligence”) – lo spionaggio di comunicazioni tra persone; ELINT (“ELEctronic Intelligence”) – lo spionaggio di segnali elettronici a supporto delle comunicazioni (ma che non trasportano direttamente l’informazione comunicata). Anche solo captando segnali elettronici a supporto della comunicazione si può sapere molto di quello che sta succedendo. Prendiamo uno degli esempi più minimali che possiamo immaginare: semplicemente intercettare che un cellulare si sta collegando alla rete satellitare da una certa posizione. In una delle nostre prime rubriche, abbiamo parlato del fatto che, per stimare quanto traffico c’è in un’area geografica, è sufficiente “contare” quanti cellulari sono collegati in quell’area, e con che velocità media si stanno muovendo. Secondo lo stesso principio, i militari possono decidere di bombardare un’area per il solo fatto che hanno intercettato un numero elevato di cellulari in quell’area, possibile indicazione di gruppi militari antagonisti (e se si tratta di civili, questo fa parte del terribile, cosiddetto “danno collaterale” della guerra). Questo è il motivo per cui i militari in Ucraina, dall’una e dall’altra parte, hanno l’indicazione di spegnere il GPS. Lo stesso principio può essere però utilizzato, all’inverso, per “imbrogliare”. In un contesto civile, è noto l’esperimento dell’artista Simon Wecker, che con un carretto pieno di un centinaio di cellulari è riuscito, nel 2020, a convincere Google Maps che Berlino fosse congestionata dal traffico. A riprova che questa intima connessione tra reale e digitale è sofisticata ma anche molto fragile.
I registri contabili degli anni dal 1902 al 1907 dello storico Maso Pelhamer (oggi Birti, nome derivato da Cristoforo de Birti, che acquistò il maso nel 1821) ci dicono che gran parte dei terreni di Vadena era destinata alla viticoltura. Uva bianca e rossa in ugual misura, quest’ultima della varietà “fragola”. All’epoca, il maso apparteneva a Giovanni Miori, Bürgermeister asburgico, irredentista trentino e, infine, fascista, figlio di Fortunata che l’aveva acquisito nel 1894. Dopo la sua morte nel 1927, i 150 ettari di campagne e boschi passarono ai figli Luciano (dal 1931 al 1934 podestà di Bolzano e poi consigliere nazionale della Camera dei fasci e delle corporazioni dal 1929 al 1943) e Isidoro. Poi nel 1925 il duce lanciò, ovviamente in grande stile (chi non ricorda le sue immagini a torso nudo nei campi), le famose “battaglie del grano”. L’obiettivo, battagliero assai, era quello di conquistare l’autarchia alimentare (tema ricorrente, a quanto pare) e, anche, di sfamare ad un costo minore la popolazione. L’iniziativa non risparmiò neppure la provincia da poco italianizzata di Bolzano e, a quanto pare, in particolare le aziende agricole di Vadena. Laives e Bronzolo se ne stettero in disparte. Leggiamo infatti sulla “Alpenzeitung” del 28 novembre 1930 un articolo riguardante la premiazione effettuata in occasione del 7mo concorso nazionale dei “battaglieri” produttori di grano della nostra zona. La cerimonia ebbe luogo al teatro comunale di Bolzano in presenza di S.E. Marescalchi, dell’immancabile podestà (Felice Rizzini) e delle immancabili “autorità civili, militari e religiose”.
“La massiccia partecipazione al concorso dei produttori locali dimostra che essi hanno compreso appieno il significato economico dell’iniziativa”, scriveva il giornale. “Tenendo conto che la superficie destinata alla produzione di grano è relativamente ridotta rispetto a quella riservata ad altri prodotti, appare evidente il grande entusiasmo con il quale i 90 produttori hanno voluto rendere onore al duce “. Tre commissioni avevano visitato le aziende agricole partecipanti. I risultati erano stati trasmessi alla commissione provinciale per la battaglia del grano (Provinzialkommission für die Getreideschlacht). Oltre al premio della commissione permanente per il grano, la giuria assegnò anche quello di Lire 2500 messo a disposizione dal consiglio provinciale economico per i piccoli coltivatori, che in virtù della superficie ridotta destinata alla coltivazione del grano non poterono partecipare al concorso nazionale. Per le grandi aziende agricole il primo premio di 500 Lire non poteva non andare all’azienda dei F.lli Miori di Vadena, seguita dall’azienda del Dr. Silvio Viesi, sempre di Vadena: a lui 400 lire e un diploma. Tra le medie aziende, Borgogni Camillo di Vadena si aggiudicò il terzo posto: 300 Lire e un bel diploma anche a lui. Tra le piccole aziende, la gara fu un monologo vadenoto: 100 Lire e un diploma al primo classificato Sgarbossa Andrea e, sempre 100 Lire e diploma, a Bernardi Francesco, Oliver Albino, Manzana Angelo, Perlot Massimo, Fratelli Conzatti, Comunello Angelo, Chistè Giovanni, Baldo Roberto, Micheletti Michele e Bergamo Ferdinando. Diplomi al merito furono quindi conferiti ai direttori delle aziende agricole del Dr. Viesi, Tommasi Vincenzo, e dei Fratelli Miori, Giuseppe Giovannini. Poi, un bel giorno, arrivarono le mele e la democrazia (cristiana).
ALTO ADIGE DOC/2 Una provincia confinata Autore: Massimiliano Boschi
L’Alto Adige raccontato al di fuori di stereotipi e pregiudizi, percorrendo storie e sentieri nuovi, senza distogliere lo sguardo da problemi e contraddizioni ma allargandolo ad altri territori europei “di frontiera”, diversi eppure in qualche modo simili. Con questo spirito è uscito da poco in libreria e negli store online “Alto Adige Doc / 2. Una provincia confinata”, del giornalista emiliano (ma da 10 anni trapiantato in provincia di Bolzano) Massimiliano Boschi. Si tratta del secondo volume della serie “Alto Adige Doc” e in 181 pagine raccoglie 44 tra articoli, reportage e interviste pubblicati tra il febbraio 2020 e la fine del 2021 sul quotidiano online Alto Adige Innovazione. Sono sette le sezioni tematiche in cui si suddivide il volume appena dato alle stampe, e realizzato con il sostegno della Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige, Cultura Italiana: “Confini”, “Renon”, “Bolzano”, “Il passato scomodo”, “La politica”, “Miscellanea” e “Covid”. Un viaggio tra storie poco note – dall’ospitalità ai criminali nazisti dopo la Seconda Guerra Mondiale alle commedie sexy “made in Alto Adige”, dai lama andini e le mucche giapponesi allevati sull’altopiano del Renon alle periferie di Bolzano e Merano – e la scoperta di altre regioni di confine del vecchio continente, da Gorizia all’Ostbelgien. La raccolta è anche l’occasione per fare il punto sul territorio sudtirolese dopo due anni di pandemia e per affrontare, oltre la cronaca, alcuni nodi di fondo delle vicende altoatesine attraverso le interviste allo storico Hans Heiss, al giurista Francesco Palermo e al sindaco di Bolzano Renzo Caramaschi. Come già abbiamo segnalato in occasione del primo volume, gli articoli di Boschi si distinguono per il fatto stesso di essere reportage realizzati sul posto, seguendo l’ormai rara tradizione del “consumo della suola delle scarpe”, un imperativo della storia del giornalismo che oggi – a torto – sembra aver fatto ormai il suo tempo, nell’epoca dei social e delle fake news rilanciate alla cieca. La narrazione di Boschi in questo caso è anche condizionata dai frequenti stop and go che hanno caratterizzato la possibillità oggettiva di viaggiare, non solo a livello macro ma anche a livello micro, durante i due lunghi anni di pandemia. Nella raccolta di articoli i servizi realizzati per l’online in merito ai paradossi della “via altoatesina” nel contrasto al coronavirus e ai suoi danni sanitari, economici e sociali, in realtà non acquistano un ruolo di primo piano. Ma costituiscono senz’altro un filo conduttore sotto traccia che – tra l’altro – è ispiratore del sottotitolo “Una provincia confinata”. Alto Adige Doc/2 è una lettura consigliata per tutti coloro a cui piace contemplare gli aspetti più incredibili e paradossali della nostra autonomia, messi in relazione con la realtà quotidiana. Quella vera, non quella da cartolina.