La navigazione con zattere sull’Adige

Oggi l’Adige scorre pacato nell’omonima valle quasi si fosse scordato del suo glorioso e alquanto “movimentato” passato, inabissato per sempre nelle sue acque. Infatti, per secoli questo fiume, che collega il mondo alpino (e le terre d’Oltralpe) a quello padano e mediterraneo, si trovò al centro dell’attività economico-commerciale – e non solo – delle popolazioni residenti tra Bolzano e Verona. Per un lungo periodo, il mezzo di trasporto più utilizzato fu quindi la zattera, un’imbarcazione di tronchi d’albero legati tra loro. Dopo il 1850, con l’arrivo della ferrovia, iniziò l’inesorabile declino di un mondo vitale e variegato che aveva raggiunto l’apice del “successo” nel medioevo, quando il fiorente commercio di legname verso le Venezie e l’emergente attività mercantile di Bolzano determinarono un incremento significativo della navigazione sul fiume e di tutte le attività connesse.
Le strade, certo, esistevano da sempre, gli stessi Romani ne avevano realizzata una di grandi dimensioni (si trattava di far transitare le legioni dirette in Germania) che attraversava tutta la valle fino a Passo Resia e Augusta (Augsburg). Era chiamata Claudia Augusta in onore dell’imperatore Claudio che l’aveva terminata nel 46. Ben prima dei Romani, arrivati nel 15 a.C., i Reti, che non disponevano di uno “stato” organizzato e neppure di grandi eserciti, si spostavano su cammini “storici” e mulattiere adeguati alle loro esigenze.
Sappiamo con certezza che furono proprio i misteriosi popoli alpini della cultura di Fritzens-Sanzeno a sfruttare per primi e in modo sistematico le potenzialità del fiume. Nel periodo citato, nacquero, in modo più o meno spontaneo, vari “approdi”: probabilmente a Terlano, ai piedi di Castel Neuhaus, poi forse a Gmund / Monte, all’altezza dell’attraversamento del fiume sotto la collina di Castelfeder, infine a Laimburg, sotto il Hohenbühel e i castelli medievali di Laimburg e Castelchiaro. Proprio qui sorse, alle spalle del porto, anche un grande insediamento che rimase attivo per quasi mille anni fino al termine del periodo romano e di cui conosciamo soprattutto l’annessa necropoli. A sud di Vadena, Egna, Trento, Sacco presso Rovereto e poi Verona possedevano a loro volta importanti “porti” sull’Adige. Laimburg / Vadena, di per se luogo “marginale”, paludoso e poco appetibile per un insediamento significativo, deve la sua grande rilevanza al collegamento viario attraverso il varco Kreith (o Passo del Much) con l’Oltradige, il passo della Mendola e l’Anaunia, dove si trovavano numerose officine specializzate nella lavorazione dei metalli e in particolare del ferro. Ovviamente, i ritrovamenti archeologici confermano anche il notevole flusso di merci in direzione opposta, ossia provenienti dall’Etruria (a cui i Reti erano anche culturalmente legati) e dai territori occupati dai Veneti.
Quando esattamente il porto venne spostato di qualche chilometro a nord, tra Bronzolo e Vadena, non è noto. Il motivo dello spostamento può essere riconosciuto nel lento declino economico del sito di Vadena a favore di altre località emergenti come Laives e la stessa Bolzano, commercialmente più attivi e allettanti.

L’attività della navigazione fluviale nei tempi antichi non ha lasciato tracce significative. Solo a partire dal XIII secolo è riccamente documentata grazie alla circostanza alquanto insolita che essa fu gestita e quasi monopolizzata per secoli (ossia fino al periodo napoleonico) da una sola “azienda”, ovvero alcune famiglie della piccola località di Sacco presso Rovereto (per gli asburgici Sackh bei Roverend). Essi detenevano di fatto un privilegio intangibile per il trasporto delle merci (e delle persone) provenienti e dirette ai mercati di Bolzano, allora in forte crescita, e inoltre conquistarono anche un controverso diritto di prelazione sul legname prodotto nei boschi della Val d’Ega.
(1. continua)

Autore: Reinhard Christanell

30 anni di ADMO

lo scorso 7 maggio ai Prati del Talvera si è svolta la festa per il primo trentennale di ADMO Alto Adige Südtirol. Alla manifestazione hanno partecipato moltissime persone e diversi gruppi musicali. Gli scatti sono di Francesco Liturri in collaborazione con la redazione di COOLtour.

Paolo Quaresima, “pittore, non artista”

Entrando nello studio del pittore meranese Paolo Quaresima si è travolti da un arcobaleno di colori. È normale, essendo dentro ad un laboratorio artistico. 
I raggi del sole che penetrano dal lucernario conferiscono all’ambiente un tratto immacolato e pulito, nonostante tutto attorno si alternino in ordine sparso fogli, acquarelli, libri, costruzioni, ferri da lavoro, sigarette e modellini. Un caos ordinato, si direbbe. E in un angolo ecco spuntare ciotole, teiere, brocche e secchi, protagonisti indiscussi delle sue opere. 
“Ma non pensate che questo casino sia la normalità per noi pittori”, tiene a precisare.
Quaresima si è specializzato nella realizzazione di quadri che sono una via di mezzo tra la pittura d’interni e la natura morta: costruisce una scena con i suoi oggetti disponendoli in maniera armoniosa per forma e colore e poi li mette in scena sulla parete attraverso il suo pennello.
Di fatto è un maestro nel raccontare lo scorrere della vita attraverso gli oggetti di uso quotidiano.”È un mestiere per cui ci vuole tanto tempo ad allenare l’occhio rendendolo sensibile alle diverse sfumature di colore. E io ci ho dedicato la vita intera”.

Quaresima, come definirebbe le sue opere?
Le reputo degli ambienti, teatrini, scorci sul mondo. Delle messe in scena in cui l’uomo è un attore invisibile, come se fosse appena uscito dall’inquadratura. Tendo a cercare il fascino della quotidianità. Perché nelle piccole cose di tutti i giorni si nascondono tracce della nostra vita. 

Oggi si riesce a vivere di arte?
Ancora oggi non so cosa voglia dire fare arte. Io sono un pittore, artista per me è una parola troppo grossa. La competitività sul mercato è influenzata dalle scelte di ciascuno. Quando mi sono reso conto che potevo offrire un prodotto di qualità mi sono subito messo alla ricerca di gallerie disposte a ospitare le mie opere, perché dipingere è un lavoro, vendere quadri è un altro. Oggi è necessario costruire una forte rete di contatti e fidelizzare il cliente. All’inizio è stato difficile, ora sono più di dieci anni che collaboro con una galleria che si divide tra Capri, Positano, Ravello e Siracusa con cui sono riuscito ad allargare il mio mercato a livello internazionale. 

In che modo?
In questi luoghi di villeggiatura arrivano turisti da tutto il mondo che vogliono vivere l’Italia a 360°: dal cibo, al mare, all’arte. Molti di loro cercano souvenir e opere particolari che nei loro paesi non troverebbero. È il contesto giusto dove poter vendere i miei pezzi.

Che effetti ha avuto la pandemia?
Il 2020 è stato un anno complicato. La paura diffusa del virus ha giocato da freno psicologico sull’acquisto delle opere. La situazione si è sbloccata solo la scorsa estate. Per fortuna avendo sempre continuato a dipingere sono riuscito a vendere gran parte dei pezzi realizzati. Rimane comunque un mercato ad alto rischio, e anche la guerra in Ucraina può avere i suoi effetti negativi.

I social hanno modificato la vostra professione?
Io ho aperto un profilo Instagram qualche anno fa quasi per caso. Lo reputo più una vetrina, un biglietto da visita, che un canale di vendita. Chi compra i miei quadri è perché già mi conosce o perché li vede dal vivo. È importante avere un impatto diretto con l’opera. Mi piace utilizzare il profilo per coinvolgere il pubblico attraverso i ‘work in progress’, ispirando studenti o altri artisti. È uno strumento simpatico per vivere il lavoro, ma non lo stravolge.

Merano che rapporto ha con l’arte?
È una domanda molto difficile (ride, ndr). Oggi è impossibile dire ‘faccio il pittore a Merano perché vendo i miei quadri a Merano’. Non può accadere. Lo sguardo di chi fa questo lavoro deve sempre essere fuori dai confini, il più globalizzato possibile. Basti pensare che Merano non ha neanche una galleria d’arte, ci sono più che altro spazi espositivi. C’è un sistema artistico un po’ povero e che andrebbe ripensato. 

Lei è sempre rimasto a Merano: come vede la città oggi?
Merano offre grandi possibilità ma presenta anche svantaggi enormi. A partire dai costi, come affitti o spese. Ma anche in termini di posti di lavoro. Io per aprire il mio laboratorio ho dovuto fare grandi sacrifici, e sto ancora pagando. Sono problemi seri che condividiamo con chiunque abiti in località turistiche. Ma è una città che amo e per questo sono sempre rimasto qua a coltivare la mia passione…

Qual è l’aspetto che maggiormente l’affascina del suo lavoro?
Amo il cammino quotidiano nel cercare di realizzare qualcosa di più bello del giorno prima. La bellezza del mio lavoro è l’essere sempre in tensione per cercare un qualcosa di più. L’arte non è un bene necessario ma indispensabile, è l’essenza umana, è la ricerca della bellezza. Andare a cercare quel determinato colore, quel contrasto, quella pennellata per me è vita. Gocce di splendore, come diceva De André.

Autore: Alexander Ginestous

La politica come impegno civile. Ricordando Lionello Bertoldi.

Nei giorni scorsi quando è scomparso Lionello Bertoldi, già senatore e presidente emerito dell’Anpi di Bolzano, mi sono venuti in mente alcuni momenti in cui i nostri percorsi si sono brevemente incrociati.
In primo luogo ho pensato all’entusiasmo e all’energia con cui quest’uomo anziano negli ultimi anni ha saputo accogliere e abbracciare i giovani che ha incontrato, desiderosi di impegnarsi in politica e nella salvaguardia della memoria della Resistenza e dei valori della Costituzione. Nessuno più di lui capiva che è a loro che la classe politica dovrebbe guardare, ogni giorno, per dare continuità e futuro ad una politica che sia innanzitutto impegno civile, lo stesso che animò i padri costituenti.
Ho poi pensato ad un’intervista che feci a Bertoldi nel 2010, quando mi raccontò di non essere stato partigiano per motivi anagrafici. Aveva solo quindici anni quando nel 1943 dalla Valsugana andò a Bassano per unirsi alla Resistenza, ma tornò subito indietro scioccato da ciò che vide. Oggi muoiono ultranovantenni persino coloro che all’epoca erano troppo giovani per diventare partigiani. Questo ci dovrebbe convincere ancor più della necessità di trasmettere la memoria della Liberazione dal nazifascismo.
Il terzo momento che mi è tornato alla mente in occasione della scomparsa di Lionello Bertoldi è stato il suo ricordo personale delle parole ascoltate nel 1992 dalla viva voce dell’ex perseguitato politico e futuro presidente del Sudafrica Nelson Mandela.
All’epoca gli italiani in Sudafrica erano preoccupati dalla possibilità che venisse eletto a breve un presidente nero. Ma le parole di Mandela in merito furono assolutamente illuminanti. “Noi siamo qui” disse Mandela, segnando il lembo estremo di una mappa dell’Africa. Aggiungendo: “finalmente siamo liberi, l’umanità ci ha raccolto nuovamente in seno, ma noi abbiamo bisogno ancora degli italiani che sono qui e anche di quelli che tornano in Italia. Guardateci, in Africa vive un miliardo di donne e uomini. Dovete aiutarci a sperare che riusciremo a far mangiare e a vivere tutte queste persone. Se non sarà così vi raggiungeremo in Italia a nuoto.”
“Io ricordo quest’uomo grande che vedeva lontano”, disse Bertoldi concludendo il suo racconto.
Anche Lionello Bertoldi guardava lontano. Molto lontano. Grazie Lionello.

Autore: Luca Sticcotti

Risparmio di acqua

Finalmente piove… e il governo non c’entra! Le perturbazioni del 30 aprile e del 1 maggio non hanno apportato quantità rilevanti di precipitazioni, specie nelle zone nord-occidentali massacrate dalla siccità, ma per fortuna, dopo cento giorni, hanno ridato un po’ di respiro ad una situazione davvero grave. Meno male che le piogge non sono state violente, perché con i terreni gravati da tanto seccume ci sarebbe infatti stato il forte rischio di alluvioni, dissesti idrogeologici, colate detritiche ed esondazioni in un territorio, quello italiano, ancora deficitario sul fronte della cura e della prevenzione. Tutti questi fenomeni sono da imputare e sono riconducibili ai cambiamenti climatici, ma noi abbiamo l’obbligo morale di farci trovare pronti e preparati e di mettere in pratica, nel nostro incedere quotidiano, piccole strategie come, per esempio, il risparmio dell’acqua.
Per gli appassionati del BalconORTO e per chi coltiva in giardino, vuoi per necessità, vuoi per virtù è doveroso escogitare dei rimedi per sperperare meno acqua possibile. Io da anni ho intrapreso questa strada, ricorrendo ad alcuni stratagemmi e vi racconto la mia esperienza: per iniziare ho comprato quattro secchi (capienza da 11 litri) e poi un serbatoio della capacità di 120 litri – che non occupa più di mezzo metro quadrato – collocato nel punto più fresco del balcone di nord est, in modo tale da avere sempre una scorta sufficiente di acqua dolce con la quale innaffiare le piante. Sulla credenza della cucina tengo una brocca che riempio con l’acqua che avanza dal bollitore, quella che resta nei bicchieri, quella con la quale si cuociono le verdure al vapore (mi raccomando, l’importante che non sia salata) e quella con cui vengono lavate frutta e verdure; acqua che poi dalla brocca finisce nei secchi. NB L’acqua dei cavolfiori al vapore, tuttavia, una volta raffreddatasi, è meglio darla subito alla piante sul balcone – non da interno – per evitare sgradevoli odori negli ambienti domestici!
Ci sono poi i tantissimi litri di acqua della doccia, in attesa che diventi calda; anche loro vengono raccolti quotidianamente nei secchi posteggiati in bagno. Non sarei in grado di fare una media, perché dipende dalla stagione, dall’orario, dalla caldaia e dal piano in cui si trova l’appartamento, ma per una famiglia di due persone si va da un minimo di 8-10, se non addirittura ad un massimo di 15 litri di acqua al giorno, che se opportunamente raccolti può permetterci di innaffiare tutte le piante (da interno e da esterno) e per tutta la stagione. È bene rammentare che l’acqua del rubinetto è troppo dura e fredda se impiegata immediatamente e che almeno due giorni di riposo nei secchi consentono al cloro in parte di evaporare e alla sua temperatura di stemperarsi in modo da essere più gradita dalle piante.
Prima dell’arrivo della stagione invernale il serbatoio da 120 litri dovrà essere svuotato e quindi procedo al contrario riempiendo di nuovo i secchi; quell’acqua viene usata come sciacquone per bisogni veloci.

Autore: Donatello Vallotta

Un referendum per abolire (o mantenere) il referendum

Quanti sanno che domenica 29 maggio la popolazione altoatesina sarà chiamata ad esprimersi con un referendum per confermare o meno i contenuti di una norma provinciale? Certamente molto pochi, e questo ormai a sole tre settimane dal voto. Dato l’argomento della consultazione popolare stessa, la cosa non può che preoccupare.

Si tratta di approvare proprio la normativa sugli stessi referendum provinciali. Ricordiamo che l’articolo 47 dello Statuto di autonomia prevede che “le leggi provinciali … sono sottoposte a referendum provinciale … qualora entro tre mesi dalla loro pubblicazione ne faccia richiesta un cinquantesimo degli elettori o un quinto dei componenti del Consiglio provinciale”. La legge sottoposta a referendum non entra in vigore “se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi”.
La norma sottoposta al voto nasce dall’approvazione, nel giugno 2020, di alcuni emendamenti alla legge “Democrazia diretta, partecipazione e formazione politica”. Il referendum confermativo è stato più volte rinviato a causa della pandemia.
Il sito della Provincia ne dà comunicazione. Tuttavia per capire l’oggetto del voto il cittadino viene rimandato alla lettura di un documento per la cui comprensione sarebbe necessaria l’assistenza di un giurista.
In sostanza – sembra un paradosso – viene indetto un referendum confermativo per confermare l’abolizione del referendum confermativo stesso (abrogazione del 4° comma dell’articolo 2 della legge 22/2018).
Un altro aspetto interessante riguarda i limiti sui contenuti dei referendum. Finora erano (giustamente) esclusi “gli argomenti e le norme che garantiscono i diritti dei gruppi linguistici, delle minoranze etniche e sociali”. Con la nuova normativa vengono escluse da questa forma di tutela le “minoranze etniche e sociali”.
La democrazia diretta è un tema che richiede un alto senso del bene comune e una solida maturità civica. Altrimenti si degenera nel populismo. Compito delle istituzioni però non è quello di limitare la democrazia diretta, ma di crearne le premesse.
La base più importante su cui si fonda ogni tipo di democrazia è un’informazioni corretta e completa. Perché dunque cittadine e cittadini sono chiamati al voto e (quasi) nessuno ne sa qualcosa?

Autore: Paolo Bill Valente

La grande processione del 1887

Tutti conoscono il celebre dipinto esposto nella chiesa parrocchiale di Laives raffigurante la processione avvenuta nel giugno del 1791 in occasione del trasferimento della “Sacra Immagine” di Pietralba sull’altare maggiore della chiesa stessa. Ricordiamo in proposito che il santuario di Pietralba, all’epoca gestito dai Servi di Maria di Innsbruck, fu soppresso in seguito alla riforma religiosa dell’imperatore Giuseppe II nel 1787.
Per celebrare il centenario dell’arrivo della piccola Pietà in alabastro, trovata dal contadino Leonhard Weissensteiner nel 1553, nel 1887 Laives fu teatro di un’imponente celebrazione e di una processione entrata negli annali della storia. “La festa – ricorda la “Constitutionelle Bozner Zeitung” del 27 e 28 giugno 1887 – avvenne negli stessi giorni in cui ebbe luogo la famosa processione raffigurata nel dipinto del 1791, ossia il 24, 25 e 26 giugno.” Il Vescovo di Trento, Eugenio-Carlo Valussi (tra l’altro deputato al Parlamento di Vienna fino all’anno precedente e nominato dall’imperatore Francesco Giuseppe), giunse in paese fin dal giorno precedente e il 27 giugno vi celebrò una solenne “missa pontificalis”.
La parte più importante dei festeggiamenti era programmata per il giorno successivo. Al mattino fu celebrata la messa con la predica rievocativa del noto frate e storico prof. Archangelus Simeoner, autore della “Storia della città di Bolzano”. Poi nel pomeriggio giunse alla stazione di Laives il treno speciale composto da novanta vagoni. Si narra che alla stazione di Bolzano quel giorno furono venduti oltre 4000 biglietti per Laives. Inoltre, arrivarono anche 100 carrozze private.
La folla, accompagnata da due bande musicali, impiegò un’ora per entrare in paese. Alle 16 la processione prese avvio dalla chiesa parrocchiale e attraversò le strade del luogo adornate a festa. Come nella processione del 1791, quattro sacerdoti reggevano la Sacra Immagine di Maria con il bambino. “Tra le numerose autorità presenti anche S.E. l’arciduca Enrico accompagnato dalla gentile consorte”, scrive il giornale, “ed entrambi parteciparono alla grandiosa processione”. La marcia della folla fu accompagnata dai suoni delle quattro bande musicali di Gries, Longomoso, Ora e Cornaiano. Annota ancora il giornale: “Erano presenti, accanto alle associazioni del paese, anche le “ragazze” (operaie) della filanda “Tambosi”.
Secondo il cronista, parteciparono alla processione più di 7000 persone, di cui 5000 provenienti da Bolzano. Se si considera che all’epoca Laives contava 90 case, è facile comprendere quale fosse la rilevanza di questa festa per tutta la provincia di Bolzano. Al termine della messa fu celebrato un Tedeum accompagnato dal festoso suono delle campane e dal frastuono delle salve di cannone.
Al tramonto, dalla Reif partirono gli stupendi fuochi d’artificio accompagnati da un numero interminabile di salve di cannone: “prova evidente che la polvere da sparo certamente non scarseggiava in paese”. Quindi, la folla si riversò nelle strade e locande. Era una calda giornata di giugno e tutti cercavano da mangiare e soprattutto da bere nelle osterie affollate all’inverosimile.

Autore: Reinhard Christanell

Il ‘700 a Bolzano, in un dialogo

LA BOLZANO DI LEONHARD
Autore: Massimo Leonardo Prandini

“Bellissimo testo, davvero perfetto in ogni suo dettaglio. Mi sembra colga proprio i risvolti locali e internazionali molto, molto bene, e i tanti dettagli precisi danno al testo un che di molto autentico, ben documentato e anche intrigante: bello da leggere. Le domande finali poi sono un esempio mirabile di didattica riflessiva.”
Basterebbero da sole le parole dello storico Hannes Obermair, che fanno bella mostra di sé in quarta di copertina, a segnalare la qualità di questo piccolo libro (89 pagine, Edizioni del Faro, 2020) dedicato ad un secolo cruciale per lo sviluppo della città di Bolzano.
Il testo ha avuto una genesi particolare, essendo nato come sceneggiatura per un programma radiofonico della sede Rai di Bolzano. In sostanza si tratta di un dialogo che si svolge a Bolzano, il 21 marzo del 1797, tra un vegliardo cittadino alle soglie dei 100 anni, e quindi gravido di memorie, e una nobildonna della famiglia Ziani di Venezia in visita nella città mercantile tirolese.
Napoleone incombe, dal voto con annessi fuochi per il Sacro Cuore sono passati solo alcuni mesi e la vicenda epica dell’oste Andreas Hofer si profila all’orizzonte.
Ma la città ha già molto da raccontare, visto che si sta concludendo un secolo, il XVIII, che ha visto una grande trasformazione urbanistica rispetto all’impianto medievale, rimasto presso che immutato fino alla fine del ‘600. In città stanno anche man mano prendendo piede i mercanti locali, destinati a impugnare le redini dei commerci, dopo secoli di potere economico gestito “dall’esterno”.
Dunque la chiacchierata tra il vecchio bolzanino Leonhard Prantl e la signora Maria Ziani prende il via attraverso un ritratto della Bolzano mercantile dell’epoca, per concentrarsi poi sui palazzi prestigiosi che sono stati appena edificati e che in gran parte possiamo ammirare ancora oggi.
Successivamente non possono mancare i ritratti di alcuni tra i personaggi famosi, che transitarono all’epoca per Bolzano. Come Casanova, Mozart e Goethe.
Successivamente l’attenzione si sposta sulla dialettica tra barocco e classicismo che nel ‘700 caratterizzò le opere degli importanti artisti che lasciarono il segno, in diversi luoghi laici e religiosi.
Senza per questo trascurare anche l’importante ruolo che le feste hanno sempre avuto in città, in connessione con le tre importanti fiere annuali e con il transito episodico di re, papi e imperatori.
Come detto il libro si conclude con alcune domande e risposte che hanno il compito di surrogare l’assenza di note. In questo modo la lettura di questo agile libretto è in grado di offrire una divulgativa introduzione alle caratteristiche storiche, urbanistiche e artistiche del centro storico di Bolzano.
Si tratta di una lettura davvero consigliata per tutti. Il libro è reperibile nelle librerie del capoluogo altoatesino e in tutte le biblioteche.

Cultura regionale in rete

La cultura regionale si mette in rete; presentati i progetti comuni e le collaborazioni tra Teatro Stabile di Bolzano, Centro Servizi Culturali Santa Chiara, Fondazione Haydn di Bolzano e Trento e Coordinamento Teatrale Trentino.

Una doppia conferenza stampa, un evento inedito che apre a sinergie e collaborazioni storiche a livello regionale: per la prima volta, Teatro Stabile di Bolzano, Centro Servizi Culturali Santa Chiara, Fondazione Haydn di Bolzano e Trento e Coordinamento Teatrale Trentino intrecciano le loro potenzialità artistiche, produttive e promozionali per dare vita a una programmazione teatrale e musicale di ampio respiro.
La valorizzazione delle eccellenze presenti e residenti sul territorio, il dialogo continuo tra le stagioni teatrali proposte, la produzione congiunta di spettacoli inediti, rientrano in una visione dello spettacolo dal vivo lungimirante perché dinamica e aperta al confronto. Una partnership come questa, tesa al continuo miglioramento qualitativo dell’offerta, nasce dalla profonda convinzione da parte dei quattro enti presenti che l’interazione e la contaminazione tra sensibilità e profili artistici differenti rappresenti il terreno più fertile per la nascita di progetti culturali innovativi e dal respiro internazionale.
Mai come in questo periodo così complesso, la cultura rappresenta fattore strategico per lo sviluppo sociale ed economico della comunità e per il miglioramento del benessere individuale e collettivo.
Mai come ora quindi la necessità di rendere organica e ancora più ricca la proposta culturale del Trentino-Alto Adige si è fatta urgente.

UN PROTOCOLLO D’INTESA CHE DURA TRE ANNI

Nasce da questi presupposti il protocollo d’intesa tra Teatro Stabile di Bolzano, Centro Servizi Culturali Santa Chiara e Coordinamento Teatrale Trentino che è stato siglato dai presidenti dei tre enti, Giovanni Salghetti Drioli, Sergio Divina e Loreta Failoni.
Un accordo istituzionale volto a sviluppare e favorire la produzione dello spettacolo dal vivo, razionalizzare le risorse attraverso forme innovative di programmazione, favorire l’allargamento di pubblici con un particolare riguardo alle nuove generazioni, avviare percorsi di avvicinamento e scambio culturale con i sistemi scolastici e il mondo universitario e promuovere la crescita delle potenzialità artistiche grazie alla pubblicazione di bandi e progetti di formazione mirati.
La creazione di programmazioni innovative per favorire l’osmosi tra i pubblici, la razionalizzazione delle risorse e un’offerta culturale ampia, diffusa e congiunta, trova immediata concretezza nella Stagione Regionale Contemporanea, che si svolgerà a Bolzano e Trento già partire dall’anno teatrale 2022/2023. Un’unica rassegna, un unico abbonamento per un cartellone che presenterà molteplici prospettive del teatro di ricerca tra cui spiccano i nomi di Emma Dante, Duncan Macmillan, Antonio Rezza e Romeo Castellucci.
Su questa linea inoltre, si colloca la piattaforma per la circuitazione dello spettacolo professionale regionale, promossa dai tre enti e sostenuta dalla Regione Trentino-Alto Adige che si occuperà della pianificazione, promozione e del sostentamento dello spettacolo professionale locale sul territorio regionale, ai fini di costruire una stagione di compagnie professionali locali. Gli spettacoli selezionati – a seguito della pubblicazione di un Bando – prenderanno parte a una tournée sul territorio regionale entro il 2022, con particolare riferimento alle stagioni organizzate dal Teatro Stabile di Bolzano a Merano, Brunico, Bressanone e Vipiteno, e dal Coordinamento Teatrale Trentino nella provincia di Trento e parteciperanno a un focus dedicato alle compagnie regionali nelle città capoluogo, negli spazi del Centro Servizi Culturali Santa Chiara a Trento e del Teatro Comunale a Bolzano.

LA PRIMA PRODUZIONE CONGIUNTA TRA STABILE E FONDAZIONE HAYDN

In quest’ottica sinergica si colloca un vero e proprio evento speciale: una forma di concertazione tra attori e orchestra che omaggerà Pier Paolo Pasolini, in occasione del centenario dalla nascita del grande intellettuale e poeta.
Un progetto che rappresenta la prima ideazione e coproduzione tra Teatro Stabile di Bolzano e Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, ente culturale regionale per eccellenza.
Scritti Corsari e Lettere Luterane, ma anche la poesia del grande intellettuale, vengono riproposti in una nuova lettura con la drammaturgia di Leo Muscato e Laura Perini per attrici e attori e l’Orchestra Haydn diretta dal Maestro Marco Angius con musiche di Bach, Haydn, Ives e Barber.
Lo spettacolo inaugurerà le stagioni 2022/2023 dello Stabile di Bolzano al Teatro Comunale e al Puccini di Merano e quella del Centro Servizi Culturali Santa Chiara al Teatro Sociale di Trento e farà inoltre parte della programmazione della Fondazione Haydn.
Con questo ambizioso progetto, le principali istituzioni regionali dedicate allo spettacolo dal vivo sanciscono la loro ferma volontà di sviluppare e concretizzare produzioni teatrali e musicali congiunte di respiro nazionale.

LA SODDISFAZIONE DEI DIRETTORI ARTISTICI

Non nasconde al sua soddisfazione Walter Zambaldi, responsabile artistico del Teatro Stabile di Bolzano.
“Non si tratta solo buoni propositi ma di una concretezza già nata, cresciuta e attuata. Abbiamo attuato firme di protocolli e messo in campo attività. Con l’Orchestra Haydn in scena, la consulenza musicale del Maestro Giorgio Battistelli e con la regia di Leo Muscato, proponiamo un’importante apertura di stagione sia a Bolzano che a Trento.”
Anche il direttore del Centro Santa Chiara Massimo Ongaro sceglie di evidenziare le ricadute economiche sul territorio.
“Credo che il nostro progetto potrà dare sviluppi interessanti, soprattutto in termini di proposta culturale ma anche di occupazione. La cultura rappresenta un fenomeno economico molto importante nella nostra Regione.”
Dal canto suo il Maestro Giorgio Battistelli, direttore artistico dell’Orchestra regionale Haydn incentra invece la sua attenzione sulla personalità alla quale è dedicato il progetto “Profeta, Corsaro”.
“Non è un coordinamento di date ma la creazione di un’unica importante iniziativa che rappresenta un omaggio a un grande poeta italiano e un grande intellettuale, Pier Paolo Pasolini.”

I 90 anni del Convitto “Damiano Chiesa”

Inaugurato ufficialmente il 30 aprile 1932 da Emanuele Filiberto duca di Savoia alla presenza della madre di Damiano Chiesa, l’istituto di via Fago ha ospitato per molti anni migliaia di bambini e ragazzi: convittori iscritti alle scuole superiori della città e semiconvittori delle scuole elementari e medie annesse. Dal 2001, anno in cui il Convitto è diventato provinciale, è una moderna istituzione pedagogica che ospita solo convittrici e convittori frequentanti gli istituti secondari di secondo grado di Bolzano, seguiti e supportati nello studio dal personale educativo. Mercoledì 25 maggio si svolgerà la grande festa per il 90esimo compleanno del Convitto.

Mercoledì 25 maggio 2022 alle ore 16 il Convitto “Damiano Chiesa” di Bolzano festeggerà i 90 anni dalla sua istituzione come Convitto nazionale (inaugurato ufficialmente il 30 aprile 1932) e i venti anni di attività come Convitto provinciale (passaggio avvenuto con l’anno scolastico 2001/2002).
I festeggiamenti si terranno presso il Convitto stesso in via Fago con inizio alle ore 16: ad un primo momento ufficiale con i discorsi di rito e i saluti delle istituzioni, seguiranno delle esibizioni musicali di alcune/i ragazze/i dell’istituto e della Banda Mascagni (che da alcuni anni è ospite della struttura per le prove); vi sarà inoltre la possibilità di visitare una mostra di documenti e foto d’epoca; un rinfresco concluderà la giornata in modo conviviale.

LA STORIA DEL CONVITTO
Il Convitto Nazionale “Damiano Chiesa” di Bolzano, istituito con R.D. nel 1931 (come ultimo nato tra i convitti italiani), occupa l’ex “Hotel Regina” (ex “Hotel Sonnenhof”), costituito da due fabbricati con parco, che viene acquistato in aprile per £ 1.050.000, ristrutturato con uno stanziamento di £ 300.000 e dato “in uso gratuito e perpetuo” al Convitto. Intitolato al patriota trentino Damiano Chiesa, l’istituto, con scuole elementari interne, inizia la sua attività già dal 1° ottobre di quell’anno.
La decisione rientra certamente nella politica di italianizzazione dell’Alto Adige allora perseguita ed è voluta dallo stesso Ettore Tolomei. “Il nuovo istituto di educazione ben risponde al duplice fine di agevolare gli studi ai giovani delle terre redente e d’irradiare in esse la nostra cultura e le idealità nazionali”, si disse. Nel 1934 venne edificato un terzo fabbricato al di là della strada con palestra, teatro e cortile.
Negli anni 1943/45, in seguito all’occupazione nazista, il convitto sospende la propria attività didattica e l’edificio, requisito dall’esercito tedesco, viene adibito ad ospedale militare. Terminata la guerra il comando dell’esercito inglese ne fa la propria sede operativa; l’attività didattica riprende il 1° ottobre 1946.
Dopo quasi tre decenni, con il D.P.R. 417/1974 viene finalmente prevista, all’interno dello stato giuridico degli insegnanti, l’istituzione del ruolo provinciale del personale educativo, equiparato giuridicamente ed economicamente al personale docente della scuola elementare.
A partire dagli anni Settanta si registra una diminuzione dei convittori ed un considerevole aumento dei semiconvittori, frequentanti la scuola elementare e la scuola media inferiore interne. La tendenza si inverte dalla seconda metà degli anni Ottanta con il diffondersi del tempo pieno nelle varie scuole di quartiere, che provoca invece una progressiva diminuzione della richiesta di iscrizioni di semiconvittori; dall’anno scolastico 1995/96 vengono così soppresse le due scuole annesse, cosa che comporta ovviamente un rapido calo della richiesta di iscrizione di semiconvittori (scomparsi del tutto dall’anno scolastico 2001/2002), compensato da un progressivo aumento dei convittori frequentanti le scuole superiori cittadine, che arriverà a contare oltre le sessanta presenze. Dall’anno scolastico 1996/97 la scuola elementare di quartiere in lingua italiana ”Antonio Rosmini” occupa l’ala del convitto precedentemente utilizzata dalle scuole annesse, con la possibilità di usufruire della mensa.
Il D.L. 434/1996 sancisce il passaggio alla Provincia Autonoma di Bolzano delle competenze statali sulla scuola, prevedendo all’art.14 anche il passaggio del personale direttivo ed educativo nei modi previsti per il personale insegnante e il trasferimento alla Provincia dei beni mobili e immobili dell’istituto. Nel 1998 viene firmato il primo Contratto collettivo provinciale della scuola, che comprende anche il personale educativo.
La L.P. 9/2001 decreta, a settant’anni dalla sua istituzione, la trasformazione del Convitto “Damiano Chiesa” da “Convitto Nazionale” in “Convitto Provinciale”, che diventa “una struttura convittuale e formativa provinciale destinata a studenti e studentesse frequentanti le scuole secondarie” e concorre altresì “alla realizzazione di attività di formazione in servizio destinate al personale scolastico”.
Dall’anno scolastico 2016/17 l’ospitalità del convitto si allarga anche alle alunne convittrici, che dalle cinque unità del primo anno sono aumentate fino a rappresentare oggi circa la metà degli iscritti.
Infine, dall’anno scolastico 2019/20 all’amministrazione del Convitto provvede l’ITCAT “Delai”.