Futura Festival: una residenza spettacolare

Mercoledì 27 aprile 2022 durante una conferenza stampa, Angelo Gennaccaro, Assessore della Giunta Comunale, Stefano Santoro, il direttore dell’Ufficio Giovani e Paolo Grossi, attore teatrante e direttore artistico, hanno lanciato l’apertura del bando per “Futura Festival”.
Futura è una residenza teatrale di cinque giorni al Teatro di Gries di Bolzano che ha lo scopo di dare spazio ai giovani talenti. I ragazzi infatti avranno l’occasione di produrre uno spettacolo con i mezzi e le dotazioni tecniche del teatro e di salire su un vero e proprio palco.
Il bando offre questa possibilità a due gruppi di ragazzi, la prima settimana è infatti prevista da lunedì 26 settembre a sabato 1 ottobre 2022, con lo spettacolo sabato 1 ottobre; mentre il secondo gruppo farà la residenza la settimana successiva, e cioè da lunedì 3 ottobre a sabato 8 ottobre, con la restituzione l’8 ottobre.
Il bando si chiuderà il 27 maggio alle 12 e per presentare la propria candidatura bisogna accedere al sito www.futurafest.it e scrivere una mail con la scheda di partecipazione a futura@comune.bolzano.it. La partecipazione naturalmente è gratuita.
L’augurio è quello di ottenere una risposta propositiva ed entusiasta da parte dei ragazzi.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Il ciclismo su pista arriva in quartiere

L’attività del gruppo di atleti del Centro Pista di Bolzano è da sempre e letteralmente, un’attività sportiva ‘fuori dal Comune’. Tra le varie discipline, il ciclismo, presenta anche la varietà su pista – praticata all’interno di un velodromo – che a Bolzano, però, è certo tra le meno diffuse. L’Associazione, presieduta da Salvatore Falcomatà, raduna i giovani atleti delle Società ciclistiche dai 12 ai 16 anni, consentendo loro di conoscere questa disciplina praticandola in veri e propri velodromi fuori Regione, una volta a settimana. In quest’ultimo periodo, però, si è fatta strada una valida alternativa: allenarsi anche alla Pista Zero.

Ne abbiamo parlato con Matteo Cagol, studente di Scienze della Formazione che, negli anni, grazie alla propria esperienza agonistica, ha visto diversi velodromi europei e, ora, punta a conciliare il ciclismo con diversi aspetti educativi.

IL VELODROMO MANCANTE
“Il nostro centro pista è caratterizzato dall’assenza di una struttura dove potersi allenare, ci definiamo un gruppo ‘itinerante’. Il problema di fondo è che per arrivare ad un velodromo dobbiamo percorrere circa 100km, questo non facilita sicuramente l’avvicinamento alla disciplina e impedisce un allenamento costante agli atleti” spiega Cagol.
In accordo con la Circoscrizione Don Bosco e il Comune, per la prima volta la Pista Zero è diventata dunque sede di allenamento ciclistico. “In seguito alle vittorie Olimpiche della bolzanina Antonella Bellutti, la Pista Zero è, fin dalla sua creazione, una struttura pensata anche per il ciclismo ma, fino ad ora, nessuno l’aveva mai utilizzata per allenarsi” precisa Cagol.

NON SOLO AGONISMO
Nelle ultime settimane i corridori hanno notato un grande interesse per i propri allenamenti anche da parte dei passanti lungo il marciapiede e la ciclabile appena sopra la struttura: “Soprattutto per i giovani, è importante avere un riferimento vicino a casa e poter vedere altri coetanei che praticano sport. I nostri incontri possono diventare un punto di riferimento, non solo per il quartiere, ma pure per tutti gli interessati”. Ad oggi sono previste due ore alla settimana ma, in futuro, il Centro Pista provvederà a prestabilire alcune giornate di prova rivolte al pubblico.
E sulla qualità della pista, sicuramente non paragonabile ai velodromi tradizionali, Cagol evidenzia: “Personalmente la trovo molto ‘didattica’, ha un manto tenuto bene, ed è una pista corta che consente di imparare velocemente le tecniche per avere un buon controllo della bicicletta – che, ricordiamolo, è sprovvista di freni e cambi – specie mentre si pedala in curva. Ecco perché è importante avere un luogo di questo genere vicino a casa, dove poter provare e riprovare, abituandosi alle peculiarità di questa disciplina. La confidenza con il mezzo e con lo ‘scatto fisso’, la specializzazione nelle diverse fasi delle gare – dalla partenza alle dinamiche di incontro con gli avversari effettuate ad alta velocità – possono essere considerati dei ‘traguardi di competenze’ che uniscono lo sport alla formazione. Un aspetto, quest’ultimo da non sottovalutare. L’avvicinamento al ciclismo – conclude Cagol – possiede un valore in sé a prescindere dalle prestazioni agonistiche.”

Autore: Andrea dalla Serra

Nidi artificiali per uccelli e pipistrelli

Come avviene ormai da anni, anche lo scorso autunno, si è provveduto alla pulizia e al controllo annuale dei circa 1.100 nidi artificiali per uccelli e per chirotteri (“pipistrelli”), installati nei parchi, nei giardini, lungo alcune passeggiate e nel cimitero di Oltrisarco.

Gli ambienti suddetti, coinvolti nell’installazione di dette strutture, fanno parte di tutte le circoscrizioni cittadine, tranne quella di Oltrisarco, cui l’azione era stata a suo tempo proposta ma che, finora, non ha avuto accoglienza.
Ricordiamo che in totale sono stati collocati circa 800 nidi per uccelli e oltre 300 rifugi per chirotteri, con soddisfacenti risultati inerenti alla loro utilizzazione.
Nel parco Petrarca è stato installato il maggior numero di dette strutture per uccelli e per “pipistrelli”. Qui, i primi nidi per piccoli uccelli insettivori, una cinquantina di unità, erano già stati installati, trenta anni fa, quando la giardineria comunale era diretta da Gildo Spagnolli. Dell’installazione di quei nidi – come pure di quella di tutti gli altri con i relativi controlli annuali – me ne ero occupato personalmente.
Nel maggiore parco cittadino, gli uccelli hanno occupato il 96% delle strutture artificiali, occupati per la riproduzione da cinciallegra, cinciarella, cincia mora, rampichino, picchio muratore, passera d’Italia, passera mattugia, codirosso e pigliamosche. In questo territorio vive anche una colonia di pipistrello albolimbato che, all’interno dei rifugi, sverna regolarmente. Altri gruppi di chirotteri del genere Pipistrellus e Nyctalus, pure rilevanti per numero d’individui, occupano i rifugi collocati nella passeggiata Lungo Isarco, nel Parco Ducale, in Piazza Don Bosco e nel cimitero di Oltrisarco.
I “pipistrelli” utilizzano i rifugi artificiali in tutte le stagioni dell’anno. In primavera-estate, per partorire e per allevare la prole; a fine estate-autunno, per accoppiarsi; in autunno-inverno, per svernare, in una sorta di letargia. Le strutture, occupate nelle diverse stagioni, non sempre sono le stesse. Inoltre, femmine e maschi, soprattutto nel periodo in cui è allevata la prole, possono soggiornarvi in gruppi separati o, per i maschi, anche singolarmente.
Le specie, trovate all’interno dei rifugi più frequentemente, comprendono il pipistrello albolimbato e, con minore frequenza, il pipistrello nano, il pipistrello pigmeo e la nottola di Leisler. Quest’ultima specie, migratrice su lunghe distanze – come il pipistrello nano – in prevalenza, occupa le strutture artificiali installate nel cimitero di Oltrisarco.
Finora, i soli mammiferi a utilizzare i nidi e i rifugi artificiali installati a Bolzano, sono i chirotteri e il ghiro. Quest’ultimo, perlopiù e con pochi esemplari, occupa le strutture, nella parte media-alta, della passeggiata del Guncina. Qui, l’utilizzo dei nidi da parte degli uccelli, rispetto a una decina di anni fa, è diminuito. Probabilmente, ciò accade per la presenza di piccole colonie di gatti lungo la passeggiata. Oltre a una più contenuta occupazione delle strutture, sono state rinvenute deposizioni complete abbandonate e intere nidiate con i piccoli morti, segno che uno o entrambi i componenti la coppia genitrice possono essere stati predati. Ciò non accadeva prima della presenza dei felini che, da alcuni studi condotti, costituiscono una costante presenza predatoria, nei parchi e nei giardini pubblici e privati, con una diminuzione della biodiversità selvatica.
Nei vari ambienti cittadini, in totale, le specie ornitiche utilizzatrici dei nidi artificiali, a scopo riproduttivo, sono 12, tra cui cinciallegra, cinciarella, cincia bigia, cincia mora, cincia dal ciuffo, passera d’Italia, passera mattugia, codirosso, rampichino, picchio muratore, torcicollo e pigliamosche.
Le strutture artificiali con il foro d’involo di 45 mm di diametro sono state occupate anche da picchio rosso maggiore e quelle con diametro superiore pure dal picchio verde, ma solo per il pernottamento. Come noto, entrambe le specie sono solite scavare da sé, all’interno di grossi rami e tronchi, le cavità in cui covano le uova e allevano la prole.
In molte aree verdi del comune, l’installazione di nidi artificiali per uccelli ha permesso la comparsa di nuove specie nidificanti, come picchio muratore, rampichino, codirosso, torcicollo, cincia mora, cincia dal ciuffo, cincia bigia e pigliamosche.

Autore: Sergio Abram, naturalista

Treccia dolce

INGREDIENTI
200 g di farina manitoba
300 g di farina 00 
100 g di zucchero
90 g di burro
1 uovo
9 g di lievito di birra
300 ml di latte
1 scorza di arancia grattugiata (1 arancia)
100 g di uva passa
Granella di zucchero qb

PER SPENNELLARE
1 tuorlo d’uovo
Latte qb

CONSERVAZIONE
La treccia di Pasqua avrà un tempo di conservazione molto breve prima che perda la sua morbidezza. Conservatela per massimo un paio di giorni in un sacchetto per alimenti ermetico. Se ve ne sarà rimasta ancora dopo quel tempo non buttatela, potrete scaldarla al forno e tornerà di nuovo morbida.

PREPARAZIONE

In una ciotola sbriciolate e sciogliete il lievito di birra in 150 ml di latte tiepido e mescolatelo con la farina manitoba. Create un impasto omogeneo, quindi lasciatelo lievitare per circa 30 minuti in un luogo riparato da correnti d’aria e coprendo la ciotola con la pellicola.

Impastate la farina 00 (una farina 170W) con il latte rimasto, l’uovo sbattuto e lo zucchero. Amalgamate dapprima con una forchetta, dopo con le mani.

Unite il burro e fatelo amalgamare nell’impasto. Se avete a disposizione una planetaria utilizzate il gancio a K o quello a foglia per far incordare bene.

Riprendete a questo punto il primo impasto, che avrà raddoppiato di volume e unitelo a quello appena preparato. Impastate per bene utilizzando ancora la planetaria. Aggiungete anche la buccia di arancia grattugiata. Dovrete ottenere un composto morbido ed elastico, se necessario aggiungete ancora un po’ di farina. Alla fine riprendete l’impasto, formate una palla e mettetelo a lievitare in un recipiente coperto con un panno o con della pellicola per almeno 2 ore. Se avete più tempo lasciatelo lievitare più a lungo, dovrà ad ogni modo raddoppiare il suo volume.

Mettete ad ammollare l’uvetta in un recipiente con un po’ d’acqua tiepida.

Passato il tempo riprendete la pasta, infarinate leggermente il piano di lavoro e allargatela leggermente per inserire l’uvetta ben strizzata. Impastate con le mani per far amalgamare bene l’uva passa all’impasto.

Dividete l’impasto in tre parti uguali e dategli la forma di tre cordoni di circa 40 cm di lunghezza. Intrecciateli tra loro a creare la treccia pasquale, facendo attenzione a non stringere troppo.

Lasciate lievitare nuovamente la treccia di Pasqua ancora per un’ora, sempre coprendo con un panno.

Passato il tempo spennellate tutta la superficie con un tuorlo sbattuto insieme a qualche cucchiaio di latte e cospargete con granella di zucchero.

Cuocete la treccia pasquale dolce in forno caldo a 180 °C per 40 minuti, coprendo dopo 10 minuti di cottura con un foglio di carta argentata.

La dottoressa – atleta

QuiIntervista a Valentina Vecellio, 1 Dan di Yoseikan Budo, atleta di corsa in montagna, Mtb, maratoneta, triatleta, autrice di tre libri, timoniera di dragon boat, coordina in qualità di istruttrice certificata in attività motoria oncologica clinica Ott la “Terapia del movimento per pazienti oncologiche della Ginecologia” all’Ospedale di Merano e la riabilitazione delle donne reduci dal tumore al seno.

La cosa che più mi piace di me.
Tre C: costanza, curiosità e coerenza.  

Il mio principale difetto.
L’eccessiva autoanalisi.

Il mio momento più felice.
La mia festa di matrimonio e il viaggio di nozze con mio marito Walter.

La persona che ammiro.
La mia cara mamma, che mi guarda dal cielo.

Un libro sull’isola deserta.
“Yellowstone Wolves: science and discovery in the World’s First National Park” su come la reintroduzione dei lupi – dalla cui socialità l’essere umano ha solo da imparare – abbia dato nuova vita al Parco Nazionale di Yellowstone (USA).

La mia occupazione preferita.
Fotografare in natura, in compagnia del mio fido pastore tedesco.

Il paese dove vorrei vivere.
L’Italia, perché è il paese più bello del mondo. Non basta una vita per scoprirla.

Non sopporto… 
L’indifferenza, la supponenza e l’antropocentrismo di questi tempi.

Per un giorno vorrei essere.
Samantha Cristoforetti.

Nel mio frigo non mancano…
Verdura, yogurt e agrumi.

Se fossi un animale sarei…
Una lupa.

Mi sono sentita orgogliosa..
Lo sono stata molte volte durante la mia carriera sportiva, accademica e professionale, in particolare alla discussione pubblica della mia tesi di Master in Comunicazione medico-scientifica all’Università La Sapienza di Roma, in presenza della mia famiglia, di professori e colleghi, valutata con 110 e lode, borsa di studio e pubblicazione.  

Il mio motto.
Non mettere limiti ai tuoi sogni, ma proteggili dal primo raggio di sole.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un volo biposto in parapendio.

Il giocattolo che ho amato di più.
Big Jim, per le sue doti atletiche e i suoi equipaggiamenti tecnico-sportivi.

I miei poeti preferiti.
Hermann Hesse, Lord Byron e Goethe.

I miei pittori preferiti.
Leonardo da Vinci e Gustav Klimt.

Non sopporto…
Le chiacchiere.

Dico bugie solo…
A fin di bene.

Dove mi vedo fra dieci anni
Dove mi portano il cuore e le mie passioni.

Autore: Luca Masiello

Nuovo polo scolastico in arrivo

Dopo anni di attese, è arrivato il via libera al nuovo polo scolastico di San Giacomo. Insieme al complesso scolastico, che ospiterà cinque sezioni tra scuola italiana e tedesca, sorgerà anche una nuova mensa, una biblioteca e una microstruttura per i piccoli. Si completa così la riqualificazione complessiva di una zona che ospita già il teatro e il palazzetto dello sport. I lavori inizieranno tra poche settimane.

“Un grande e importante traguardo per la nostra città”. È con queste parole che il sindaco di Laives Christian Bianchi ha commentato il via libera della Provincia al finanziamento da quattro milioni di euro che contribuiranno a realizzare il nuovo polo scolastico elementare in lingua italiana e tedesca di San Giacomo. Una prima tranche da 1,5 milioni verrà versata entro la fine di quest’anno, mentre i restanti 2,5 milioni entreranno nelle casse del Comune entro il 2023.
Un’opera pubblica di grande interesse che la comunità aspettava da quasi cinque anni, e che ora potrà finalmente vedere la luce dopo numerosi ritardi: come comunicato dall’amministrazione, nelle prossime settimane verrà consegnato il cantiere, mentre durante il periodo estivo partiranno i primi lavori di abbattimento e di costruzione della scuola provvisoria, grazie all’ausilio di container. Solo successivamente si procederà con la demolizione completa della vecchia scuola.
“Il percorso è stato lungo e i colloqui tantissimi. Non è stato semplice far comprendere alla provincia che Laives aveva diritto ad un aiuto per questa importante opera, così come non lo è stato impegnarsi per la modifica della legge provinciale. Ma il risultato ottenuto è importantissimo”, ha spiegato Bianchi attraverso i propri canali social, certificando la solidità dell’asse di collaborazione tra giunta locale e provinciale.
I lavori sono stati affidati alla fine di marzo alla ditta Lovisotto di Treviso che ha vinto la gara d’appalto indetta negli scorsi mesi. Il nuovo complesso scolastico permetterà di rispondere alle nuove esigenze demografiche e ai nuovi programmi didattici della frazione, inserendosi in un quadro di opere e di cantieri che andranno a modificare e arricchire il centro durante i prossimi anni. Questo anche in vista della crescita futura della popolazione scolastica di San Giacomo e Laives, più volte sottolineata dall’amministrazione locale. All’interno del nuovo polo saranno presenti cinque sezioni, tra scuola italiana e tedesca, che potranno contare su tutte le aule accessorie necessarie. Due gruppi linguistici che non saranno più separati ma che godranno allo stesso tempo della propria autonomia e di diversi concetti didattici riuniti sotto lo stesso tetto, anche in senso simbolico. “Oltre alla costruzione della nuova scuola, verrà realizzata anche una nuova mensa, una biblioteca e soprattutto una microstruttura per bambini da 0 a 3 anni, completando così la riqualificazione complessiva di una zona molto importante, dove c’è già un bellissimo teatro ed il palazzetto dello sport”, prosegue Bianchi. Si tratta di un polo che presenterà nuovi spazi per svolgere attività didattiche e che darà nuovo lustro edilizio al quartiere.
Ma l’attenzione dei progettisti si è riversata anche sull’impatto ambientale e sostenibile dell’opera, sia per quanto riguarda gli aspetti costruttivi sia per quanto concerne gli impianti tecnici. La scuola verrà realizzata secondo i requisiti previsti da CasaClima School. La certificazione di qualità comprende numerosi criteri che vanno dall’efficienza energetica, alla scelta ecologica dei materiali da costruzione fino al comfort degli spazi interni.

Autore: Alexander Ginestous

Quei lunghi cammini senza Internet

Sorriso contagioso, entusiasmo da vendere e centinaia di chilometri “macinati” sulle proprie gambe, zaino in spalla: sono Sara e Tiziana, rispettivamente di Milano e di Bolzano, insegnante una e ingegnera l’altra, appassionate della natura e grandi amiche. Il destino le ha fatte incontrare fra le montagne dell’Alto Adige e presto le ha portate a percorrere insieme il primo cammino, la Via Francigena, a cui ne sono seguiti molti altri. Fin qui nulla di troppo speciale, ma c’è un “ma”…

Per le loro camminate Sara e Tiziana spengono il cellulare e si affidano interamente alle carte geografiche e alla bussola. Quello che getterebbe nel panico la maggior parte di noi, si trasforma per le due giovani “Panama Walkers” -questo il loro nome d’arte- in un’esperienza ogni volta indimenticabile. Ne abbiamo parlato con Tiziana.

In cammino per giorni, senza internet, né gps, come nasce l’idea?
E’ partito come una sfida: chiacchierando con un’amica, ci ha detto perché non provate a staccare totalmente? Abbiamo deciso di affidarci alle mappe e utilizzare il telefono solo la sera, ma giusto per le chiamate, niente internet o Whatsapp. 

Com’è questa esperienza?
Si è rivelata una scelta azzeccata: è come tornare in un tempo sconosciuto. Ritroviamo una forte connessione con la natura, si acuiscono i sensi, ti devi orientare, magari chiedere. E alla fine della tappa è bello ritrovarsi con gli altri pellegrini, senza stare a guardare il telefono. Ormai è un’esperienza di cui non possiamo più fare a meno. 

E il cappello Panama?
Tutto è nato perché abbiamo fatto il primo cammino ad agosto, per proteggerci dal solleone in Toscana. Tra pellegrini e è solito darsi dei soprannomi, e ci chiamavano le ragazze col cappello… ci è sembrato un nome azzeccato.

Hai qualche aneddoto da raccontare?
L’anno scorso sulla Magna via d’estate, in Sicilia, ci ha sorpreso un temporale inaspettato. Eravamo in mezzo al nulla, c’era solo una piccola casetta, da cui è uscita una signora, che ci ha chiamato e ci ha fatto stare un’ora finché non è finita la pioggia… un’accoglienza incredibile che ci ha aperto il cuore.

Questa esperienza ha cambiato il tuo modo di approcciarti al cellulare e a internet nella vita quotidiana?
Bella domanda! Il momento in cui tocca riaccendere ti prende un po’ l’ansia, perché sai di trovare magari la casella di posta elettronica piena e tanti messaggi Whatsapp. Poi certo inevitabilmente si torna ad utilizzarlo, ma tendenzialmente lo spegniamo nel weekend durante le camminate in montagna.

Capitolo zaino: non deve essere facile prepararlo…
Il primo cammino è sempre quello più pesante. Poi con l’esperienza capisci che anche un paio di calzini in più fa differenza. Si impara a farlo, e questo torna utile anche per le gite di un giorno, o per le vacanze al mare. 

E la pagina Instagram? Come si concilia con la vostra “filosofia”?
Abbiamo creato la pagina si, ma postiamo solo una volta arrivate a casa, quando il cammino è terminato. L’idea ci è venuta perché in molti ci chiedevano consigli sui cammini.

Prossimi progetti?
La via Lauretana, da Perugia a Loreto, in luglio, più o meno 180/ 200 chilometri.

Un consiglio per chi volesse provare?
Tutti possono farcela, magari iniziando con cammini di 2-3 giorni e vedere come reagisce il corpo… basta buttarsi, un passo dopo l’altro!

Autrice: Caterina Longo

Alle origini di Laives, il villaggio retico

Laives è una località che incuriosisce fin dal nome. All’arrivo, il paesone ai piedi del Montelargo sembra assorbito da una modernità piatta e priva d’anima “storica”. Ci vogliono pazienza e dedizione per rinvenire, nelle vecchie strade, significative tracce di un passato millenario che in epoca asburgica sembrava ridotto al destino di un’anonima entità “rurale alle porte di Bolzano”. Soltanto la leggenda di Nisselburg, ricco e blasfemo borgo sommerso dalle acque del cristallino lago della Vallarsa, mantenne in vita i fantasmi di tempi remoti.
La riscoperta della storia locale inizia nella seconda metà del ‘900 preceduta, negli anni ’30, dalla straordinaria individuazione da parte di Peter Eisenstecken dell’insediamento preistorico – mai esplorato del tutto – di Trens Birg in cima al Montelargo. Grazie all’intensa attività edilizia in varie zone del paese (soprattutto Reif e Jauch), un appassionato gruppo di archeologi (tra cui Lorenzo Dal Rì e Alberto Alberti) ha saputo riportare alla luce parte dei tesori nascosti sotto il terreno. Vanno ricordati anche il lavoro di riordino dell’archivio comunale del compianto Christoph Hartung von Hartungen e il prezioso “Dorfbuch” di Georg Tengler. I misteri irrisolti non sono tuttavia pochi ma la città che cresce incessantemente sembra posseduta dal diavolo della speculazione che rade al suolo tutto ciò che si frappone alla realizzazione dei suoi interessi.
Tra il VII e il VI secolo avanti Cristo nasce il villaggio che visitiamo oggi. Si trova nella parte alta del conoide del Vallarsa, all’imbocco dell’omonima valletta che conduce a Nova Ponente e all’ombra delle caratteristiche colline moreniche del Peterköfele e della Gampnerknott. Dal medioevo in poi, la località è conosciuta con il nome di Reif (riva) – nome per l’epoca comune giacché, qui come in altri paesi, queste Reif erano adibite a punto di raccolta del legname destinato, attraverso le zattere dell’Adige, alle città padane. Sicuramente, in origine il nome del sito non era questo ed aveva invece attinenza con il popolo che lo abitava. Nessun dubbio sul fatto che Laives / Leifers sia un nome di origine retico-etrusca e se questo era il primo insediamento del fondovalle, qui dev’essere nato anche il suo nome.
Da scartare le interpretazioni ufficiali proposte finora: da liber (terreno libero) a clivus (pendio). È impensabile che il popolo non indoeuropeo dei Reti, arrivato sette secoli prima dei Romani, abbia atteso tutto quel tempo per dare un nome – addirittura latino – al proprio paese. Inoltre, i Romani in questa provincia usarono prevalentemente i cosiddetti prediali. Ne riparleremo, per intanto accontentiamoci di sapere cosa “non” significa Laives.
Il villaggio – case in pietra con tetto e tramezze di legno – era piuttosto ampio, anche se la presenza di edifici e della strada comunale non ha permesso di esplorarlo tutto. Vi si praticava l’agricoltura (coltivazione di orzo e altri cereali, allevamento di animali domestici) e in particolare la viticoltura che non abbandonerà più il paese. Molte le macine di porfido a tramoggia e leva ritrovate insieme a vasellame di ceramica di ogni foggia e dimensione, attrezzi di ferro come zappe e falcetti, fibule e altri “gioielli” – oggetti quasi tutti riferibili a varie culture italico-etrusche. Di particolare interesse, in una delle 14 case, il famoso tesoretto interrato di 22 denari d’argento romani risalenti ad un periodo repubblicano dal 155 al 115 a.C. Il villaggio sulla riva del Vallarsa, che sicuramente era la prima fonte d’acqua di questa gente, subì gravi danni – poi riparati completamente – a causa di un incendio di vaste dimensione. Infine, verso il II secolo a. C. fu pacificamente abbandonato, le masserizie asportate e la popolazione spostata più a valle (Galizia) dove forse trovò condizioni di sicurezza e economico-commerciali (iniziavano a passare i primi Romani) migliori.
Non si può neppure escludere che il “trasloco” fosse avvenuto in seguito al “richiamo” di una divinità adorata.

Autore: Reinhard Christanell

Rinascere insieme, sulla stessa barca

Tutte insieme sulla stessa barca, pagaiando sull’acqua al ritmo di un unico respiro: per le Dolomites Pink Ladies la via della ripresa dopo il tumore passa di qui. “Dragon Boat” è infatti il nome di questa nuova terapia, che si è rivelata utilissima nella riabilitazione post operatoria del tumore al seno.

La terapia riprende una disciplina sportiva orientale di antica origine praticata su acque ferme, cioè fiumi o laghi, con imbarcazioni con la testa e la coda a forma di drago, di qui il nome “Dragon Boat”. Non a caso il drago è simbolo di rinascita, quella rinascita che, uscita dopo uscita, ritrovano le tante “Dolomites Pink Ladies”. Il progetto, che ha stabilmente preso il via nel 2019, è arrivato al 39 equipaggio; lo scorso 30 aprile sono ripresi gli allenamenti settimanali sul Lago di Caldaro, che andranno avanti fino a fine ottobre, abitualmente ogni sabato.
Una bellissima iniziativa, organizzata da Lilt in collaborazione con Uisp, ideata e coordinata dalla dottoressa Valentina Vecellio, del centro senologico dell’ospedale di Merano. La dottoressa Vecellio è anche la capitana dell’equipaggio, in quanto istruttrice certificata in attività motoria oncologica presso la clinica universitaria di Colonia/Bonn, tecnico Coni per ginnastica finalizzata alla salute e al fitness, oltre ad aver preso il brevetto Coni per il Dragon Boat, e molto ancora.
A una solidissima preparazione medica e tecnica, la dottoressa unisce un’energia umana e un entusiasmo incontenibili, quelle di chi sa per esperienza di cosa si sta parlando, essendo passata anche lei attraverso il tumore.

Tanti cuori che battono all’unisono
In dialogo, la dottoressa ci spiega il contesto del “Dragon Boat”, che naturalmente non parte dal nulla e rientra in un progetto più ampio della “terapia del movimento”, in corso all’ospedale di Merano.
Come noto, dopo gli interventi al seno per via del tumore, le terapie e i trattamenti antiormonali, molte donne hanno ricadute pesanti come fatica, stanchezza infinita e artralgie. Se una volta si consigliava il riposo, gli studi degli ultimi anni dimostrano invece che molti di questi sintomi possono essere ridotti con un’attività fisica mirata – naturalmente personalizzata a misura di ogni singola paziente. In particolare, proprio l’attività fisica “ciclica” come la pagaiata si è rivelata estremante utile per contrastare il linfedema dopo l’operazione al seno. Ma non solo: la dottoressa ci racconta che, grazie al dragon boat, le donne si riscoprono, trovano nuova forza e coraggio dentro di sé per reagire attivamente alla situazione. “è un po’ come quando si va in montagna, dobbiamo concentrarci su ogni singolo passo; questo ci ricarica, porta a un cambio di prospettiva mentale.”- spiega Vecellio. E poi c’è l’aspetto sociale, della condivisione: quelle pagaiate date all’unisono al ritmo del tamburino uniscono le Pink Ladies nel battito di un’anima sola, che scivola sull’acqua.
“E’ da brivido sentire questo spirito di corpo, e anche il drago sembra animarsi”, racconta commossa Vecellio.

Autrice: Caterina Longo

Civiltà

Nei giorni scorsi ha suscitato un generalizzato stupore la lunga serie di incidenti causati dall’imprudenza sul Lago di Braies. La sottovalutazione dei pericoli legati allo scioglimento primaverile del ghiaccio sugli specchi d’acqua è purtroppo un fenomeno noto e ricorrente. Ma in questo caso a sorprendere è stato il ripetersi di tali situazioni, a poche ore di distanza. All’origine di ciò vi è senz’altro una mancanza di consapevolezza, unita però alla reiterata mancata osservanza dei cartelli di divieto (plurilingui). Sembra quasi che molti si comportino come in una bolla, dove razionalità e regole di sicurezza non siano imperativi ma opzioni, se non addirittura fastidi. Per fortuna gli incidenti a Braies si sono tutti risolti senza dover per forza contare la perdita di vite umane. La stessa cosa purtroppo non sta accadendo con la guerra in Ucraina, un evento catastrofico che da quasi due mesi mette discussione il futuro del popolo ucraino e (indirettamente) di quello russo, oltre a quello dell’intera comunità internazionale. Anche in questo caso e in scala macroscopica riscontriamo gli stessi meccanismi: incoscienza e mancato rispetto delle regole che fino al 23 febbraio ci era sembrato potessero regolamentare il rapporto tra gli stati, in Europa e nel mondo. Sembra quasi che la salvaguardia dei diritti delle persone e della vita umana in generale (di ogni vita umana) dal 24 febbraio non sia più un principio basilare della nostra civiltà. E che – nel 2022 – possa rientrare nel novero della normalità l’idea che ad un certo punto l’economia, la politica e l’informazione “di pace”, possano essere sostituite da un momento all’altro – come se nulla fosse – da un’economia, una politica e un’informazione “di guerra”, sperando che da tale meccanismo le nostre democrazie possano miracolosamente uscirne indenni.

Autore: Luca Sticcotti