Il premio va a Schrott e Conti

C’è stato il commissariamento, e poi la pandemia: periodi non facili per l’organizzazione di cerimonie, ma quest’anno finalmente si è tornati ad assegnare il Premio Solidarietà. Istituito nel 1991, il Comune di Merano dà un riconoscimento a coloro che operano volontariamente in campo sociale. Per l’anno 2020 è stato assegnato Oliver Schrott, per il 2021 invece a Ilia Conti. Ilia Conti assiste da anni in casa la madre lungodegente, un compiuto certo non facilissimo che rappresenta un alto esmpio di coraggio civile. Oliver Schrott è attivo da oltre trent’anni presso lo Jugenddienst ed è stato premiato in particolare per il suo impegno durante i periodi più duri della pandemia
In passato del Premio, che consiste in un attestato e in un assegno di 3.000 euro, sono stati insignite le seguenti persone/associazioni: Barmherzige Schwestern Gratsch (1991), Avuls Associazione volontariato nelle unità socio-sanitarie (1992), Josef Trafojer (1993), Maria Bomé (1994), Verband Angehörige und Freund psychisch Kranker (1995), Conferenza di San Vincenzo Santo Spirito (1996), Vinzenzvereine (1997), Mario Debortoli (1998), Katholischer Verband der Werktätigen Bezirk Meran (1999), Centro di aiuto alla vita (2000), Aiutami-Hilf mir (2001), Frauen helfen Frauen (2002), Etica mundi (2003), Anna Marx (2004), Tullio Mantovan (2005), Schwester Gabriella (2006), Gina Abbate (2007), Weisses Kreuz Jugend Sektion Meran (2008), Comitato organizzazione eventi Pro Emergency (2009), Margreth Schwemmbacher (2010), Paola e Anselmo Aderenti (2011), Wilfried Erckert (2012), Alpidio Balbo (2013), Herta Vitroler (2014), Asci Esploratori d’Italia Merano 3, Guide e Scout Cattolici d’Europa Agesci Merano 1 (2015), Linda Sulzenbacher ed Edeltraud Kofler (2016), associazione Circle e Centro d’Ascolto Decanale della parrocchia San Vigilio di Maia Bassa (2017), Roberta Fontanari e Maria Theresia (2018), Rodolfo Zanon e Johanna Hofer (2019).

Tre discipline sportive nel nome di Ötzi

Dai fiori al ghiacciaio: questo è lo slogan lanciato dagli organizzatori dell’Asd Senales per la sfida più estrema che culminerà sulla cima del ghiacciaio Grawand a 3212 metri di quota.

Prima il duathlon ed il triathlon
La “Ötzi Alpin Marathon” è sia duathlon che triathlon e in Alto Adige nel grazioso paese di Naturno, circondato dai meleti in fiore, il 9 aprile scatterà la prima frazione in mtb del triathlon che prevede un percorso totale di 42,2 chilometri e 3447 metri di dislivello, seguiranno poi i tratti da affrontare di corsa e con gli sci d’alpinismo.
Nel paesaggio pittoresco di Madonna di Senales (1508 metri) avvolto dagli immensi prati verdeggianti gli atleti poseranno la mtb e si diletteranno nel tratto di corsa di 10,6 chilometri e con un dislivello di 503 metri.
Madonna di Senales sarà inoltre sede di partenza per chi opterà per il duathlon, la nuova proposta lanciata dagli organizzatori.

Gli atleti immersi nella natura
Si inizia a salire di quota, l’atmosfera e i paesaggi cominciano a cambiare e tra i sentieri nel bosco si intravedono il lago artificiale di Vernago (1689 metri) che, come quello di Resia, nasconde nelle sue acque il campanile dell’antica chiesa di “Leiter” costruita nel Settecento, e il suggestivo passaggio lungo il ponte tibetano in Val Senales.
L’ultima fatica è tutta sugli sci e a Maso Corto (2011 metri) i partecipanti si infileranno gli scarponi e pronti via alla conquista della cima Grawand sul ghiacciaio della Val Senales. Saranno gli ultimi 6,5 chilometri e 1201 metri di dislivello più emozionanti della gara, sull’erta pista dei “Contrabbandieri” che porterà in cima all’area sciistica Alpin Arena Senales (3212 metri) dove la natura regalerà uno spettacolo pazzesco.

Una gara internazionale di monociclo
Venerdì 8 aprile nel pomeriggio è in programma “Cyclocross Expert”, la gara internazionale di monociclo che sfilerà sulla via Municipio nel centro di Naturno.
Il gardenese Georg Piazza, vincitore di ben due edizioni nel 2016 e nel 2012, ha già prenotato il pettorale così come Laura Mazzucco che ha centrato la vittoria nel 2007 e nel 2008. Scorrendo la lista iscritti troviamo anche Andreas Crivellin e Anton Steiner, che si erano classificati rispettivamente settimo e decimo nell’edizione del 2019.
A meno di un mese dal via dell’atteso evento sono già in molti ad aver confermato l’iscrizione.
“Naturno…e io ci torno!” si leggeva in uno striscione posto all’arrivo nella scorsa edizione, tutti restano ammaliati dalle meraviglie che si trovano lungo il percorso e in molti non vogliono farsele scappare nemmeno quest’anno.

Artista nei territori sconfinati del colore

Qui Intervista a Rolando Tessadri, un artista che vive a Salorno da sempre. Ha due figli di 17 e 21 anni che gli danno tante soddisfazioni e qualche grattacapo. È insegnante e ama ascoltare le sue studentesse e i suoi studenti. Dipinge da quando era bambino e nel corso degli anni ha esposto in molti spazi pubblici e gallerie private, sia in regione che nel territorio nazionale. Si è occupato anche di tecniche della vetrata. Di recente la Provincia di Bolzano ha acquisito una sua opera, che sarà messa a disposizione della collettività attraverso Artoteca.

La cosa che mi piace di più di me.
La mia pazienza.

La volta che sono stato più felice.
Quando sono nati i miei figli.

Da bambino sognavo di diventare… 
Un artista, naturalmente.

La persona che invidio di più.
Penso che gli artisti in genere nutrano invidia verso tutti i propri colleghi, ma siano anche molto abili nel dissimulare questo loro stato d’animo.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Porterei un film: Il posto delle fragole.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Non me lo ricordo.

La mia occupazione preferita.
Dipingere.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Un Paese caldo, dove non viene mai inverno.

Il colore che preferisco.
Se devo scegliere, scelgo il rosa.

Il fiore che amo.
La rosa, ovviamente.

Il mio piatto preferito.
Mi piace la cucina orientale.

ll mio musicista preferito.
Il mio quasi compaesano Anton Webern.

Il mio pittore preferito.
Malevic.

Del mio aspetto non mi piace.
Che sto invecchiando.

Non sopporto…
I conflitti.

Dico bugie solo…
A me stesso, ogni tanto.

La mia paura maggiore.
“Che il cielo mi cada sulla testa”.

Il giocattolo che ho amato di più.
La spada di Zorro il giustiziere.

La disgrazia più grande.
Crescere troppo in fretta.

L’oggetto a cui sono più legato.
I miei occhiali da lettura.

Il mio primo ricordo.
Il tavolo dei pastelli, alla scuola materna.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Mi auguro di poter essere ancora nel mio studio a dipingere.

Per un giorno vorrei essere…
Zorro!

Se fossi un animale, sarei…
Sicuramente un gatto d’appartamento.

Autrice: Caterina Longo

Skatepark e streetbasket per i giovani

Creare uno spazio d’incontro informale e libero per i giovani: con questa intenzione il Comune di Laives sta allestendo una serie di strutture ispirate alla “cultura di strada”. A fine aprile sarà pronta, presso l’impianto sportivo “Engel Ossanna”, la nuova pista da skateboard, a cui si aggiungeranno anche dei canestri per “streetbasket”, un tipo di pallacanestro giocato principalmente per strada in campetti fatti di asfalto o cemento – quello tipico di molte scene da periferia urbana, che si vede spesso in serie e film, per intenderci. Le strutture vogliono offrire occasioni di ritrovo e socializzazione, anche per prevenire il disagio giovanile, che può portare, come dimostrano i fatti degli ultimi mesi e settimane, ad episodi di vandalismo. Le strutture sono quindi necessarie, ma non bastano a garantire che l’obiettivo venga raggiunto, perché gli spazi vanno poi gestiti. Un aspetto da non sottovalutare insomma, e proprio in quest’ottica il Comune ha pubblicato un avviso pubblico per avviare una collaborazione “con un’organizzazione senza scopo di lucro, in grado di garantire che la fruizione degli spazi avvenga, seppur in un contesto libero e informale, nel rispetto delle principali regole di civile convivenza, fornendo anche un contributo educativo e formativo.” si legge nel testo dell’avviso. “Vorremmo creare un posto informale più libero, in cui i giovani abbiano una figura di riferimento che sentono autorevole, ma vicina a loro, che parli con il loro linguaggio.” fa sapere Paolo Brunini, direttore dell’ufficio sociale e cultura del Comune di Laives e responsabile di questo progetto, che vede la stretta collaborazione dell’assessora al sociale Furlani e dell’assessore allo sport Luca Dallago. L’idea è anche allargare gli orari di apertura alla sera. Insomma, dei passi importanti per creare uno spazio informale che parla il linguaggio dei ragazzi e delle ragazze di oggi, ma anche un punto in cui i giovani possano incontrarsi e “sfogarsi” in una dimensione fisica e reale – quello che, per molte generazioni passate, era il classico cortile, o muretto in cui ritrovarsi. Continueremo a seguire gli sviluppi del progetto, che speriamo possa “fiorire” con la primavera in arrivo. Su tutt’altro fronte, dovrebbe essere ultimato invece entro maggio il campo di padel.

Autrice: Caterina Longo

Capitoli di vita tradotti in canzoni

Per Isabella Magnanini, in arte Isa, la musica ricopre da sempre una parte fondamentale nella sua vita. Tanto da volerne fare un lavoro a tutti gli effetti. E lo ha capito sin da subito, quando tanti anni fa ha preso per la prima volta in mano una chitarra e ha iniziato a dare fiato alla sua voce, potente ma delicata allo stesso tempo.

Ventisette anni, di Laives, Isa ha alle spalle diverse esperienze nel mondo musicale, ma solo recentemente ha pubblicato il suo primo progetto ufficiale, che ne segna una sorta di debutto all’interno della scena altoatesina.
“Mi presento” è il titolo del suo EP composto da cinque tracce e disponibile sui classici store digitali. Un prodotto pop, ma che presenta contaminazioni e influenze blues e jazz. Melodie eclettiche che fanno da tappeto alle parole di Isa, e che fungono da biglietto da visita verso il pubblico. “Considero questo lavoro come un curriculum vitae musicale. Qua dentro ho raccolto tutte le esperienze più significative della mia vita”. 

Da dove nasce l’idea di questo EP?
Ho iniziato a concepire il disco durante il primo lockdown perché avevo finalmente del tempo libero per concentrarmi sulla scrittura delle canzoni. Così è nato “Cura”, il mio primo singolo. Da lì ci ho preso gusto e a ruota sono nati tutti gli altri pezzi. Per le produzioni e le registrazioni mi sono appoggiata a uno studio di Torino, che ha saputo tirar fuori il meglio di me, anche se gran parte del lavoro si è svolto a distanza.

Cosa ci raccontano queste tracce?
“Mi presento” svela tutti quei lati di me che ho sempre tenuto nascosti e che non tutti conoscono. Ho svolto un grande lavoro di introspezione che mi ha permesso di produrre questi “capitoli” della mia vita tradotti in canzoni. Dalla mia fuga all’estero all’incontro con il mio ragazzo, passando per i miei dubbi e le mie debolezze, fino all’omaggio a mia madre. È stato un percorso emozionante, come farsi un giro sulle montagne russe…

In che senso?
Creare delle canzoni che parlano della propria vita cercando di mantenere allo stesso tempo un imprinting positivo e propositivo non è stato semplice. Ma ho voluto fortemente unire questi due aspetti che credo si fondano bene insieme. E i feedback mi stanno dando ragione.

Possiamo dire che sei nata con la musica nelle vene…
La mia è una famiglia artistica, mio padre canta in un coro e mia mamma fa teatro per passione. Io già da piccola cantavano le canzoni de “Lo zecchino d’Oro”, poi sono arrivati i primi concorsi e le esperienze con band e canzoni in lingua inglese. Ora continuo a coltivare il mio sogno di vivere di musica.

In passato hai vissuto a Londra. Cosa ti porti dietro da questa esperienza? 
Londra mi ha aperto gli occhi perché mi ha introdotto al mondo degli adulti. Ci sono andata a diciannove anni e lì ho imparato a gestire molti aspetti importanti della vita. È una città che ti aiuta a credere in quello che fai, è molto meritocratica e questo è un insegnamento importante. Dal punto di vista musicale ho avuto l’opportunità di ascoltare band che non venivano mai a suonare in Italia e a confrontarmi con sonorità nuove che mi hanno permesso di aprire una finestra su generi che non conoscevo.

In Alto Adige c’è futuro per i giovani?
Credo che vengano aiutati troppo poco. C’è bisogno di un maggiore supporto nei confronti dei ragazzi, perché sono il futuro del territorio. Spesso succede che o hai delle buone conoscenze oppure è difficile ritagliarsi il proprio spazio, in qualsiasi ambito. Molti artisti emergenti ad un certo punto escono dall’Alto Adige cercando fortuna da un’altra parte. Per vivere di musica in questa provincia a volte devi scendere anche a compromessi. E non tutti sono disposti a farlo.

Autore: Alexander Ginestous

Monitoraggio della biodiversità a Egna

Studiare uccelli, farfalle, pipistrelli, cavallette, piante e organismi del suolo e verificarne la presenza sul territorio provinciale: è questo lo scopo del Monitoraggio della biodiversità in Alto Adige, che dalla prossima primavera farà tappa ad Egna. Gli abitanti di Egna potrebbero quindi vedere aggirarsi, nel territorio comunale, personaggi equipaggiati con binocolo, corda e retino entomologico (il classico retino per farfalle, per capirci): sono i ricercatori e le ricercatrici di Eurac Research, che saranno sul campo nella cittadina della Bassa per studiare la flora e la fauna della zona. L’attenzione dei ricercatori si concentra su gruppi di animali e piante che reagiscono sensibilmente ai cambiamenti nel loro ambiente, come il cambiamento di uso del suolo ed il cambiamento climatico. Il team di ricerca sta rilevando la loro presenza negli habitat più importanti e caratteristici della nostra provincia: campi coltivati e colture permanenti, prati e pascoli, boschi, acque correnti, aree umide e habitat alpini, ma anche aree urbane. industriale.
Ma cosa faranno nei dettagli? La ricercatrice Julia Strobl ha raccontato “L’ornitologo Matteo Anderle non ha bisogno di strumenti troppo particolari per i suoi rilievi. Il suo strumento più importante sono le orecchie. Per 10 minuti ascolta gli uccelli in un raggio di 100 metri intorno al punto di rilevamento e li determina dal loro canto. Ogni tanto prende il suo binocolo per identificare le specie di uccelli lontani o silenziosi.” Chiara Paniccia è invece esperta di chirotteri, comunemente conosciuti come pipistrelli “La ricercatrice Paniccia attiva per la durata di tre notti consecutive un dispositivo di registrazione a ultrasuoni chiamato “batlogger”. Il batlogger utilizza un microfono per registrare i suoni nella gamma ultrasonica, come proprio i versi dei chirotteri. Il dispositivo riproduce poi i suoni registrati sul computer tramite onde e rende così i suoni riconoscibili anche all‘uomo. È così infatti che Paniccia può identificare le specie di pipistrelli.”continua il racconto Julia Strobl. Delle farfalle si occupa invece Elia Guariento. Con un retino entomologico, egli percorre lentamente un transetto (linea retta segnata) di 50 metri e cattura le farfalle nelle vicinanze, ne determina la specie e poi le rilascia immediatamente in natura. Anche Andreas Hilpold usa un retino entomologico per monitorare le cavallette. Il botanico, invece, rileva tutte le piante vascolari lungo un tratto di strada di 100 metri nelle zone di insediamento, dall’albero al più piccolo ciuffo d’erba. Per fare questo, ha bisogno di una corda metrica e di una lente d’ingrandimento per poter identificare al meglio le piccole piante.
Le indagini sugli uccelli iniziano in aprile, durante la stagione riproduttiva, quando gli uccelli sono attivi nella difesa dei loro territori, nel corteggiamento e nella costruzione del nido. Inoltre, questo permette all’ornitologo di escludere la maggior parte degli uccelli migratori, che si dirigono di nuovo a nord dopo i mesi invernali, e di rilevare solo gli uccelli che si riproducono in provincia. I suoi colleghi ricercatori verranno poi a Egna in estate.
Gli organizzatori fanno sapere che i ricercatori saranno felici di rispondere alle domande dei cittadini e di raccontare del loro lavoro.
Il progetto è realizzato da Eurac Research, in collaborazione con il Museo di Scienze Naturali ed i dipartimenti provinciali di agricoltura, natura, paesaggio e sviluppo del territorio.

Autrice: Caterina Longo

Il primo insediamento nella valle dell’Adige

Sulle tracce dei primi insediamenti nella Val d’Adige – da Castel Firmiano al Monte di Mezzo, da Castelfeder a Salorno – abbiamo scoperto che già nell’VIII millennio a.C., all’epoca dei cacciatori-raccoglitori dell’era postglaciale, la loro ubicazione doveva rispondere a precisi criteri “naturali” quali la sicurezza, la vicinanza a fonti idriche, l’accessibilità, l’esistenza di ripari e di particolari materiali (soprattutto litici). Non veniva trascurata neppure la bellezza dei luoghi e, potremmo ipotizzare, la loro prossimità alla sfera “magica” dell’uomo di quel tempo.
Per quanto riguarda la conca di Bolzano, i “villaggi” primordiali, stabili o stagionali, furono realizzati sulle soleggiate colline e sui terrazzamenti affacciati sul fondovalle dominato dai tre fiumi Adige, Isarco e Talvera. I gruppi che vi fecero capolino erano di provenienza trentino-veneta, in particolare del veronese e arrivarono in valle su due fronti: la catena della Mendola e la Val di Cembra. Non è del tutto chiaro invece se nella stagione fredda facessero ritorno ai luoghi di origine o stabilissero i propri campi nelle zone più temperate del territorio.
Uno sguardo dall’alto ci avrebbe mostrato un territorio fluviale-boschivo e in parte di prateria paludosa dall’imbocco della Val Sarentina e della Val d’Isarco lungo tutto l’asse dei fiumi Adige e Isarco fino a Salorno. Certamente quest’area si prestava, oltre alla tradizionale pesca al luccio ampiamente documentata, soprattutto ai bivacchi invernali. I dossi di Castel Firmiano, Guncina e Virgolo fino a Castelfeder e Favogna erano sicuramente punti di sosta per questi cacciatori preistorici. Ma in particolar luogo ha destato l’interesse degli studiosi il sito di S. Giacomo tra Bolzano e Laives, uno dei primi siti mesolitici rimasto attivo anche in epoca neolitica e, pare, perfino nella prima età del Rame (quella di Ötzi, per intendersi). Insomma, possiamo dire che sopra la chiesetta di San Giacomo fosse sorto il primo – o uno dei primissimi – insediamenti stabili della valle dell’Adige, dove i ritrovamenti documentano anche la transizione epocale e culturale dal tardo mesolitico al primo neolitico.
Se il mesolitico è caratterizzato dall’attività venatoria in altura, il neolitico porta con sé la rivoluzione agricola (coltivazione di orzo e grano, domesticazione di capre, pecore, suini e bovini) e, soprattutto, la comparsa della ceramica. La forma di insediamento si trasformò da campo in villaggio e per la prima volta nella sua storia l’uomo incominciò ad identificarsi con il territorio in cui viveva – e a difenderlo dagli estranei nelle forme che conosciamo.
Se oggi osserviamo la collina su cui si erge la chiesetta di S. Giacomo, non ci è facile cogliere il motivo di questa scelta. Una terreno impervio, dominato dalle impressionanti pareti rocciose di porfido rossastro. Probabilmente fu determinante la sua vicinanza al fondovalle, dove venivano praticate la pesca, la raccolta di frutti selvatici e la caccia ad animali come la lepre, il cinghiale, il tasso e il castoro. Nello stesso tempo, i siti di caccia in altura sotto il Corno Bianco e il Latemar erano raggiungibili in poche ore di cammino. Interessante è anche il fatto che questo sito appartato è stato utilizzato per moltissimo tempo e che diverse culture vi abbiano convissuto fino a fondersi l’una nell’altra.
Il sito si trova poco a nord della chiesa nei pressi di una fonte idrica. Gli scavi hanno portato alla luce, oltre a moltissime schegge di selce di epoca castelnoviana e sauveterriana, grattatoi, lame, troncature e microbulini. Le molte punte di frecce e una particolare resina utilizzata per incollare le punte alle frecce documentano l’intensa attività venatoria. Oltre ai frammenti di ceramica che già ci parlano dell’epoca agricola, di particolare interesse una pietra da macinazione color giallo ocra: utilizzata, si pensa, per la decorazione dei recipienti di argilla.

Autore: Reinhard Christanell

Ucraina: un’emergenza che riguarda tutti

I cittadini ucraini residenti in provincia di Bolzano sono quasi duemila e di loro la stragrande maggioranza sono donne, per lo più impiegate nel nostre case nella cura degli anziani. Per loro questi sono giorni di grandissima apprensione. Con gli anni gli immigrati ucraini più fortunati sono riusciti a portare qui gran parte delle loro famiglie, ma la maggior parte di loro sono in ansia per i loro familiari in patria e per quello che potrebbe accadere. Percepiscono come quasi ineluttabile il destino di perdere definitivamente la loro sfida per un’effettiva indipendenza dalla Russia. Una scommessa che dura da trent’anni, ovvero dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dal 1991 ad oggi la vita dello stato dell’Ucraina è stata turbolenta e caratterizzata dalla contrapposizione di interessi politici ed economici di ogni genere, in connessione con una situazione politica mai stabilizzata. Nel 2014 l’annessione russa della Crimea e la guerra a bassa soglia del Donbass non sono state altro che le premesse di quanto sta avvenendo in questi giorni. Per l’Europa che sta cercando di uscire da due difficili anni caratterizzati dall’emergenza sanitaria, si tratta di un pericolosissimo passo indietro nella storia. La presunta ineluttabilità di una guerra d’invasione che vede protagonista una delle principali potenze nucleari getta un’ombra che non può lasciare indifferente anche la nostra terra. Basti pensare alle conseguenze che la crescita incontrollata dei prezzi dell’energia sta avendo sulla nostra piccola economia locale. Ma più delle preoccupazioni sulla ripresa ora occorre che tutti noi, nessuno escluso, si sia in grado di riaffermare il fatto che no, nel 2022, non è possibile considerare ineluttabile un conflitto che rischia di causare danni incalcolabili e inaccettabili perdite di vite umane. è ora di esprimere dunque in maniera chiara la nostra vicinanza ai nostri concittadini ucraini e di fare tutto ciò che è possibile per rimettere in moto la diplomazia internazionale con lo scopo di frenare questa pericolosa spirale. Gli strumenti ci sono e vanno utilizzati.
La pace è un bene troppo importante.
Non può essere sacrificata, in nessun modo.

Autore: Luca Sticcotti

I Semenzai

Mese febbrile per i custodi di semi, febbraio. Confinati, sparpagliati in bustine, vasetti, sacchettini o riposti e catalogati ordinatamente per specie e varietà, i semi sono quasi pronti… a toccare terra! Vaschette, piccole serre improvvisate, contenitori alveolari, semenzai riscaldati e apposite strutture con illuminazioni artificiali a led sono gli strumenti pratici per la germinazione. Nelle immediate adiacenze all’interno del nostro appartamento – se non disponiamo di uno spazio all’uopo – è già partita la colonizzazione di porzioni di stanze, davanzali, tavoli, ripiani che diventeranno zone off-limits in cui però ci sarà un angolo di primavera a portata di sguardo. Certo, sì, c’è anche un po’ di disordine tra il profumo di terriccio, la gioia incontenibile nel vedere spuntare i primi cotiledoni ed il brulicare di etichette, bastoncini, cartellini, guanti, post-it, stuzzicadenti, striscioline di carta colorate e scotch, per non dimenticarsi la data di seminagione o quali promemoria nell’aiutarci ad identificarne esattamente la varietà.
Peperoni, peperoncini e melanzane, che fanno parte delle solanacee, sono i primi protagonisti di queste settimane; considerata, infatti, la proverbiale lentezza di crescita i loro semi sono i primi che avranno bisogno delle nostre amorevoli cure. C’è chi li mette in ammollo in un sottile strato d’acqua, avvolti in uno scottex, come il sottoscritto, chi invece preferisce una soluzione più “morbida” come la camomilla, chi invece opta per il cotone imbevuto, altri per un involucro ermetico – ma bucherellato – per un minimo di ricircolo d’aria quale camera di germogliazione. Non ci sono metodi sbagliati, ma ci sono semi e semi, alcuni più pimpanti, altri più sonnolenti, altri ancora inadatti o più semplicemente sterili. Ad ogni buon conto sono loro che decidono quando dischiudersi! Fanno eccezione i semi di piselli e cavoli, che possono essere interrati direttamente nei vasi o in piena terra monitorando le varie fasi di sviluppo.
Fervono i preparativi anche per chi ha la fortuna di godere di un balcone, meglio se esposto a sud est ovvero a sud ovest. Anche i vasi sul balcone posso essere utilizzati come superficie per collocarci i recipienti con i nostri semenzai. L’importante è mantenere umido il primo strato umifero del terriccio in modo costante e prestare particolare attenzione al vento e al sole diretto, che nonostante sia inverno, sono già potenzialmente capaci di seccare in breve tempo le piccole piantine, come del resto il gelo notturno, reo di bruciare queste ultime se non opportunamente riparate o ricoverate in casa durante l’oscurità.

Autore: Donatello Vallotta

Una squadra per l’arte in strada

La voglia di tornare a portare l’arte lungo le strade di Merano non è rimasta solo nel cuore degli appassionati e dei buskers, anzi. Se ne sta parlando anche nella “stanza dei bottoni” della città in riva al Passirio e nei giorni scorsi è andata in scena la prima riunione del gruppo di lavoro che si occuperà di regolamentare questa forma artistica nelle vie e nelle piazze. “Un ottimo segnale: siamo ottimisti e aspettiamo speranzosi”, confida Jordi Beltramo, artista di strada chiamato a rappresentare la categori assieme a Naimana Maino.

// Di Luca Masiello

Jordi Beltramo, come è andata? Siete soddisfatti?
Era solo un primo incontro, ci siamo conosciuti e abbiamo cercato di gettare le fondamenta per una futura collaborazione. Ma mi sento di dire che ci sono tutti i presupposti affinché l’arte possa ritornare in strada dopo tutto questo periodo di stop, e che lo possa fare con tutte le sicurezze  e le garanzie che servono a noi e al resto della cittadinanza. Già solo il fatto che la pubblica amministrazione se ne stia occupando è un segnale decisamente positivo. Adesso però bisogna trovare la via giusta da seguire.

Potete tornare ad esibirvi? 
Il divieto era stato imposto fino al 31 gennaio scorso, quindi sarebbe scaduto, ma non è così facile come sembra: pare che ci sia bisogno di una nuova ordinanza per consentirci di tornare in strada a proporre le nostre opere. Da parte dei rappresentanti del Comune, la vicesindaca Katharina Zeller e l’assessora alla cultura in lingua italiana Emanuela Albieri, è arrivata l’assicurazione che questo documento verrà presentato al sindaco e quindi firmato ed emesso in tempi brevi, pare entro la fine di febbraio. Non è un grandissimo problema, per ora: questo è un periodo in cui non c’è un gran movimento in centro, e anche il clima non aiuta certo. Ma speriamo che entro l’inizio della primavera ci facciano ripartire.

In che modo? ci saranno ulteriori restrizioni o tutto tornerà come era un tempo?
I dettagli sono ancora tutti da definire, ed è anche per questo che ci hanno coinvolto nel gruppo di lavoro. Quello che ci sembra certo è che il Comune voglia organizzare il tutto grazie alla tecnologia, come già accade a Milano, a Torino e in altre città grandi: si crea una piattaforma online dove ogni artista si può iscrivere e con un’app riesce a prenotarsi il suo spazio in maniera autonoma. Sarebbe tutto molto più semplice, per noi e per chi è incaricato di fare i controlli. Insomma, anche dal punto di vista burocratico si semplificherebbe la vita a tutti.

Crede che poi riuscirete ad esibirvi ovunque?
Pare che si voglia mantenere il divieto in quelle due postazioni nella zona di via Portici, nell’intersezione con via Cassa di Risparmio e in via Cassa di Risparmio nell’intersezione con corso Libertà. Però abbiamo chiesto un’alternativa: aprire le passeggiate di Merano, dove si potrebbero anche usare degli amplificatori. Sarebbero postazioni adatte all’arte di strada: sono ampie, non ci sono negozi né uffici, non si disturba nessuno e c’è sempre un bel flusso di persone. Sono anni che vorremmo l’autorizzazione ad esibirci in quella zona, speriamo davvero che sia arrivato il momento giusto…

Perché è così importante l’arte di strada in una città?
Per moltissimi motivi, che sono anche difficili da spiegare a parole. Credo che, sintetizzando, l’arte di strada renda viva una città. È una forma d’arte, e l’arte fa bene a tutti. 

Lei si occupa principalmente di questo…
Io nasco come artista di strada, sin da quando ho mosso i primi passi verso l’arte. Poi, piano piano ho iniziato a partecipare a Festival, teatri, televisione e ultimamente ho messo un piede anche nel mondo del cinema con una parte in un film horror indipendente, “Two sisters”, che verrà presentato il 19 febbraio in provincia di Vicenza. Però continuo a fare l’artista di strada, è  stato il mio primo amore e mi fa bene; mi piace andare in piazza, amo il contatto con il pubblico. È importante per rimanere in allenamento, soprattutto in questi lunghi periodi di pause forzate; il fatto di potersi esibire, di potersi confrontare con il pubblico è molto importante. E poi, diciamocelo, nei periodi “magri”, dove non ci sono spettacoli o festival, può anche rappresentare una fonte di reddito.

I DIVIETI

Il divieto agli artisti di esibirsi in pubblico era entrato in vigore poco prima dello scorso Natale; lo aveva previsto l’articolo 6 del D.L. 221 del 24.12.2021, ripreso dall’ordinanza n. 39 del presidente della Provincia Arno Kompatscher dello scorso 24 dicembre. Il provvedimento nazionale in materia di contenimento della pandemia ha infatti stabilito ulteriori misure urgenti per la prevenzione e la gestione dell’emergenza. Fra queste figura anche il divieto, fino al 31 gennaio appunto, di organizzare e tenere ogni genere di feste, eventi o concerti che possano comportare assembramenti negli spazi aperti.
Di conseguenza, fino a tale data, anche gli artisti di strada hanno dovuto rinunciare alle loro performance sulla pubblica piazza.
Prima ancora (in agosto) il Commissario per la gestione provvisoria di Merano, Anna Aida Bruzzese, aveva deliberato di restringere la fascia oraria per espressioni artistiche di strada per le postazioni situate all’incrocio via Portici / via Cassa di Risparmio e all’incrocio via Cassa di Risparmio / corso Libertà. Qui le performance musicali potevano avere luogo dal lunedì al venerdì dalle ore 18 alle ore 22. Una decisione che non aveva raccolto certo il consenso dei tanti artisti meranesi.

IL GRUPPO DI LAVORO

In gruppo di lavoro si è messo all’opera per elaborare, con il coinvolgimento più ampio possibile della cittadinanza, nuove regole e modalità per gli artisti che si esibiscono nelle strade e nelle piazze meranesi.
Della task force fanno parte la vicesindaca e assessora alla cultura in lingua tedesca Katharina Zeller, l’assessora alla cultura in lingua italiana Emanuela Albieri, Joachim Ellmenreich in rappresentanza dei commercianti, il presidente dell’Associazione Kallmünz Meinhard Khuen, Jordi Beltramo e Naimana Maino, entrambi performer, e la presidente del quartiere centro storico Lydia Benedetti.
“L’obiettivo – ha chiarito Albieri – è quello di studiare nuove modalità per le performance di strada interpellando tutte le parti interessate, a cominciare ovviamente da artisti che propongono i loro spettacoli in strada e dai titolari degli esercizi commerciali, ma ascolteremo anche i residenti e le persone che lavorano negli uffici del centro città. Miriamo a riaprire a breve gli spazi pubblici alle esibizioni tenendo conto dei provvedimenti adottati prima dello stop – come ad esempio la limitazione a determinati luoghi del centro urbano – e individuando al tempo stesso nuovi spazi”.
“Nella città di cura le esibizioni artistiche negli spazi pubblici vantano una lunga tradizione e intendiamo continuare a sostenerle anche con l’aiuto di soluzioni tecnologiche al passo coi tempi: valuteremo in questo senso la possibilità di acquisire nuovi strumenti per rendere più agevole l’organizzazione delle performance e più facile il controllo delle medesime che, di conseguenza, diventeranno anche maggiormente fruibili per il pubblico”, ha sottolineato la vicesindaca Katharina Zeller.
A tale fine il gruppo di lavoro vuole avvalersi pure del supporto della Fnas, la Federazione nazionale arti di strada.

Autore: Luca Masiello