In Bassa niente scherzi con il carnevale

Col Carnevale in Bassa non si scherza: riti e miti carnevaleschi qui hanno radici antichissime e sono molto sentiti da gruppi di ferventi appassionati. Purtroppo la pandemia ha dato una brusca frenata alle cerimonie, ma parlando con i diversi responsabili una cosa è certa: le manifestazioni non possono aver luogo, ma il cuore continua a battere forte e si cercano forme “soft” e rispettose per tenere comunque viva la tradizione. “Non ci sarà nessuna sfilata ufficiale” ci ha raccontato Stefan Steinegger dei Traminer Schnappvieher. Ma naturalmente non è vietato mascherarsi e passeggiare all’aperto. Come noto Termeno è la patria della celebre sfilata dell’Egetmann, antica tradizione carnevalesca tirolese. Tra le diverse figure spiccano gli Schappvieher, mostri altissimi con enormi teste pelose che, chiudendo ritmicamente la bocca, spaventano la gente con un gran frastuono. Secondo la tradizione essi rappresentano il demone dell’inverno e devono essere “macellati” alla fontana del paese, per scacciare la brutta stagione – un rito irrinunciabile, che non necessita di pubblico.
Spostandoci a Salorno, ricordiamo che qui dal 2009 è stata rinverdita la tradizione del nano Clemens, alias “Perkeo”, che, leggenda vuole, nel 1700 da Salorno giunse alla corte di Heidelberg, dove si fece notare per il suo spirito argutissimo e la sua infinita capacità di ingurgitare vino. La tradizionale cerimonia di consegna delle chiavi a Perkeo con relative sfilate e messe in scena teatrali non si terrà- ci ha raccontato Franz Kosta, presidente della vivace associazione che da Perkeo prende il nome. Aspettando tempi migliori, Perkeo invia cartoline dalla sua “aidelberg” (vedi immagine). Buone notizie invece da Laives. Qui l’inarrestabile gruppo carnevalesco di Pineta ha fatto sapere che “in forma ridotta ed in sicurezza” il Carnevale a Laives si festeggerà. L’appuntamento è previsto per domenica 27 febbraio dalle ore 13 alle ore 17 nello stadio in zona Galizia a Laives (dalle 13.00 alle17.00; in caso di maltempo la manifestazione si terrà sabato 5 marzo).
La manifestazione è pensata in particolar modo per i piccoli; ci sarà il trenino sul quale i bimbi potranno effettuare dei giri del campo, i clown con scherzi e lazzi, l’arca di Noè con gli animali, i costumi tipici boliviani e  molte comparse in costume carnevalesco. Insomma, una bella occasione per trascorrere qualche ora in allegria e serenità” ma senza dimenticare la sicurezza. “Effettueremo il controllo del green pass all’entrata e chiederemo ai genitori di mantenere le opportune cautele per evitare assembramenti. La pista di atletica si presta ad essere un luogo di ampio respiro” così il Gruppo. Continua anche l’iniziativa in collaborazione con le scuole dell’infanzia Kindergarten, che sta riscuotendo un grande successo. I lavoretti con le mascherine carnevalesche realizzati dai bambini sono tanti, e le relative foto vengono continuamente pubblicate sono sul sito del carnevale e postate su Facebook.

Autrice: Caterina Longo

I cacciatori della Mendola

Ötzi – nome della mummia dell’età del rame ritrovata nel 1991 –, l’uomo più noto e studiato della preistoria altoatesina (e non solo), non era ancora nato e l’era della lavorazione dei metalli era molto lontana. Pietre, in particolare selce, legno e ossa animali fornivano la materia prima per armi da caccia e utensili domestici. La ceramica, testimone prezioso delle fasi successive, sarebbe apparsa solo millenni più tardi con l’attività agricola e la necessità della conservazione dei cibi. Comunque, va detto che la scoperta di diversi siti relativi al periodo postglaciale soprattutto in Anatolia (Gobekli Tepe su tutti) ha rivoluzionato la nostra conoscenza di quelle “primitive” società umane, capaci, nonostante la vita nomade e la scarsità dei mezzi, di realizzare opere monumentali di grande rilievo. D’altronde, che l’ambito artistico-magico-religioso fosse parte integrante già di quelle culture arcaiche è noto fin dal ritrovamento delle pitture rupestri.
I ghiacciai che per millenni avevano ricoperto la valle dell’Adige, rialzandone il piano di circa 200 metri e rendendola inabitabile e impossibili gli scambi tra popolazioni stanziate di qua e di là delle Alpi, si stavano rapidamente ritirando grazie al miglioramento delle condizioni climatiche. La Val d’Adige e le catene montuose che la delimitavano a oriente e occidente divenne perciò meta di cacciatori e raccoglitori provenienti dall’area trentino-lombardo-veneta. Gli studiosi degli insediamenti e dei movimenti dei cacciatori-raccoglitori mesolitici sono riusciti a individuare molti vecchi percorsi in alta quota con i relativi ripari occasionali e stagionali. Nulla era lasciato al caso ma ogni particolare doveva rispondere a precise esigenze. Sorprende – o forse no – che i percorsi corrispondano in gran parte a quelli ancora oggi frequentati da pastori o escursionisti. Per quanto riguarda i campi in altura, ovviamente finalizzati all’attività venatoria in particolare di cervi, stambecchi e camosci, venivano scelti in base a criteri ben precisi: vicinanza a fonti idriche, buona visibilità per poter seguire i movimenti della selvaggina, vicinanza ai principali percorsi di caccia. Si calcola che i cacciatori “piantassero le tende” in luoghi che permettessero di sfruttare un territorio percorribile a piedi in un tempo massimo di quattro ore.
Nel fondovalle, sono stati individuati alcuni siti – quasi sempre lungo corsi d’acqua – sul Dos Trento, a Mezzocorona e Zambana, al Dos della Forca a Salorno, ai laghi di Monticolo, a S. Giacomo di Laives (uno dei primi, ne riparleremo), a Castel Firmiano e a Cornedo. Tutto sommato pochi rispetto a quelli molto più numerosi in altura tra i 1800 e i 2300 metri.
Due i percorsi principali seguiti dai cacciatori mesolitici: sul versante orientale, dal Lago Santo al Passo Oclini e Lavazè e da qui verso l’Alpe di Siusi, il Passo Gardena fino all’Alpe di Rodengo. Sul versante occidentale, la salita iniziava al Bus del Spin e arrivava a Favogna e sulla Mendola, per terminare poi al Passo Palade e sul monte Luco. Non è escluso che i cacciatori compissero con i propri famigliari al seguito un vero e proprio tour di alcuni mesi con soste non più lunghe di una settimana in ogni sito.
La catena della Mendola, raggiunta sicuramente attraverso la Val di Non, che poi nella stagione fredda offriva ottimi ripari, era frequentata lungo tutta la dorsale, dal Macaion a Malga Romeno, dal Rifugio Mezzavia al Penegal. Moltissimi siti nei pressi di ruscelli, rocce sporgenti o pietre erratiche testimoniano la presenza di gruppi di nomadi e i resti ritrovati nel terreno carbonizzato riguardano soprattutto schegge di selce, a dimostrazione del fatto che i cacciatori utilizzavano la selce della Val di Non e la lavoravano sul posto. La caccia avveniva preferibilmente tra le praterie alpine e le zone boschive. Sul dosso del Monte Campana, tra Cavareno e Caldaro, i ritrovamenti presso un rogo votivo testimoniano la continuità del sito fino all’età del Bronzo finale.

Autore: Reinhard Christanell

Una rapporto con l’ambiente da mutare in maniera radicale

Negli ultimi anni la transizione ecologica è entrata con prepotenza nelle nostre vite. In Italia l’ufficialità di questa importante dimensione prospettica – si potrebbe dire – è giunta nello scorso anno con la creazione di un vero e proprio ministero dedicato. Per la precisione: con “transizione ecologica” si intende un insieme di azioni rivolte alla sostenibilità dell’economia, per favorire il passaggio da un sistema basato sulle fonti energetiche inquinanti a un modello virtuoso incentrato sulle fonti verdi. Questi ultimi tempi, con i preoccupanti rincari dei costi dell’energia, stanno convincendo anche gli scettici (o freddi) dell’urgenza di una vera e propria “conversione” in questo senso. Ma la transizione ecologica ci porta inevitabilmente anche a ripensare il territorio in cui viviamo e il rapporto che intratteniamo con esso. Sulle pagine dei nostri giornali ci siamo soffermati di frequente sulle ferite che i cambiamenti climatici stanno provocando alla nostra belle terra tra i monti. Le vaste zone mutilate dalla tempesta Vaia, i dissesti idrogeologici, i lunghi periodi privi di precipitazioni, le medie di temperature periodiche che sovente raggiungono livelli record verso l’alto; tutte queste cose ci costringono di fatto a ripensare alle forme di turismo che ospitiamo. E una riflessione particolare va senz’altro riservata al turismo invernale. A questo proposito il clima ci ha lanciato frequenti segnali che non possono restare inascoltati. Non è solo una questione etica, ma proprio una prospettiva economica quella che ci deve portare, in tempi brevi, ad una trasformazione del nostro turismo invernale in un’ottica rispettosa del clima reale che ci caratterizza. Il prossimo anno saremo chiamati a rinnovare il consiglio provinciale: pensiamo fin d’ora a privilegiare, rispetto alle proposte programmatiche dei politici che si candideranno, quelle che considerano in maniera matura e a lungo termine lo sviluppo economico e turistico del territorio. La nostra terra ha già manifestato in modo evidente la sua grande fragilità.

Autore: Luca Sticcotti

Didattica a distanza: tecnologie di base

La didattica a distanza (nota ormai comunemente con l’acronimo DAD) ha recentemente inondato la nostra società, entrando nelle case di milioni di bambini e ragazzi. In questa serie di articoli, che inauguriamo oggi, cercheremo di approfondire alcuni aspetti, tecnologici e non, legati alla DAD. Non avremo alcuna pretesa di completezza, trattandosi di un tema con radici molto profonde, e che coinvolge non solo tecnologia, ma anche e soprattutto pedagogia, gestione dei gruppi, insomma il “fattore umano”. Piuttosto cercheremo di aprire qualche finestra su questo tema complesso e mai così attuale. Oggi ci occupiamo delle tecnologie di base per l’erogazione di didattica a distanza. Il primo aspetto da enfatizzare è la necessità di disporre di una connessione a internet. Questo aspetto può sembrare davvero banale, ma non lo è, se consideriamo che da recenti statistiche il 6% delle famiglie non ha potuto usufruire della DAD proprio a cause di carenze nell’infrastruttura di rete.
Su questa base essenziale, la DAD erogata in tempo reale avviene catturando l’audio e il video del docente, mediante l’equipaggiamento audio-video presente ormai in ogni computer, tablet, o cellulare, oppure utilizzando hardware più avanzato (in termini di videocamera e microfono). I dispositivi degli alunni si collegano alla lezione attraverso software dedicati che giocano il duplice ruolo di piattaforme di condivisione (per permettere a più partecipanti di essere presenti in una vera e propria “aula virtuale”) e di streaming (per inviare l’audio e il video ai partecipanti). Alcuni software di base per realizzare questo servizio sono gli ormai famosi Zoom, Teams, e Meet. Offrono tutti simili funzionalità: oltre alla possibilità di seguire la lezione, quella di intervenire (via messaggio o con il proprio audio e video) con meccanismi di gestione del turno che cercano di ricalcare quelle delle aule virtuali (vedi la classica “alzata di mano”), di condividere una presentazione preparata al computer o lo schermo, di attivare lavagne virtuali e collaborative, e così via. Spesso questi software vengono utilizzati o assieme ad altri programmi (come ad esempio “Mentimeter”, per inviare questionari in tempo reale, raccogliere le risposte e visualizzare statistiche), o nel contesto di più ampie piattaforme per la gestione delle classi. Un esempio in tal senso è Meet di Google, spesso utilizzato all’interno di Google Classroom, che supporta l’erogazione di materiale didattico, la consegna dei compiti, e così via. Non abbiamo fin qui però parlato di due aspetti fondamentali. Da un lato il fatto che la DAD apre opportunità e sfide che vanno molto al di là della erogazione di didattica a distanza in tempo reale. Dall’altro lato il fattore umano, pedagogico e di gestione dei gruppi, per far sì che lo strumento tecnologico si trasformi in un vero e proprio servizio. Ne parleremo nei prossimi numeri della nostra rubrica.

Autore: Marco Montali

La lunga attesa di Merano

Viaggio nella ripartenza, tra i silenzi delle periferie e le speranze del sindaco. La città del Passirio guarda al prossimo futuro, evidenziando e cercando di promuovere le sue diverse anime. E l’amministrazione comunale, per un anno doppiamente in pausa a causa del commissariamento, fa il punto sulle sue priorità.

È il primo pomeriggio di un venerdì di fine gennaio e nel fare il suo ingresso in stazione a Merano, il treno costeggia una via Lido completamente sgombra. Nessun’auto in transito e marciapiedi deserti. Una volta scesi, lo scenario non cambia, il traffico è quantificabile tra lo scarso e lo scorrevole, pochissima gente in giro, neppure l’ombra di un turista. Eppure non si sta male, la temperatura è resa gradevole dal Föhn che fa ruzzolare le foglie in un silenziosissimo Corso Libertà. Lo “Stadt Centrum”, inteso come centro commerciale, non modifica di un millimetro l’atmosfera da villaggio western che sembra avvolgere la città.
Le cose cambiano solo quando si entra nello “Stadt Centrum” tradizionale, almeno dal punto di vista visivo, perché anche nel centro storico il silenzio continua a regnare sovrano e viene interrotto solo dal tubare dei piccioni e dallo scricchiolare dei tendoni dei bar.
In giornate come queste, il centro meranese non sembra così diverso dalla periferia: si fa notare più per quel che manca che per quel che c’è. Lo conferma Hannes Egger che per settimane si è occupato di un progetto artistico e di rigenerazione urbana nel rione di Maria Assunta: “È stata un’esperienza interessante sotto diversi aspetti. Intanto ho visto dove abitano i corrieri che mi portano i pacchi a casa. La sera li vedevo rientrare nelle abitazioni dopo aver parcheggiato i loro furgoni. Per il resto, le lamentele di chi vi abita sono le stesse del resto d’Europa, si sentono isolati e privi di servizi, in sintesi, abbandonati”.

Una visione confermata da Luigi Cirimele operatore socio-culturale dell’Upad di Merano molto attivo nel quartiere San Vigilio. Luigi è nato a Torino e cresciuto a Roma, ha visto periferie molto più problematiche, ma conferma la visione di Egger. “Sì, non noto particolari differenze, se non che San Vigilio è considerata periferia solo per il contesto, una sola strada di accesso e nemmeno una fermata d’autobus, ma è a due passi dal centro. Vivo a Merano solo dal 2017, due dei quattro anni che ho vissuto qui sono stati condizionati dalla pandemia e poi dal commissariamento, quindi per me è difficile comprendere come si viveva prima. Posso dire, però, che la città mi sembra intontita, sembra faticare a rialzarsi”.
Cirimele sembra aver colto la questione principale. Merano, come moltissime altre città, non solo fatica a rialzarsi, ma sembra in attesa di un motivo per farlo.
Dopo lunghi mesi di reclusione domiciliare, nell’estate del 2020 ci si è rialzati con un certo entusiasmo, ma una volta tornato l’inverno, corpo e mente sono risprofondati nell’emergenza. I vaccini avevano ridato fiato alla speranza, ma ora ci ritroviamo a convivere con le restrizioni e le difficoltà nella gestione della vita quotidiana.
Molti, quindi, hanno ragionevolmente deciso di attendere che tutto questo finisca, aspettando che torni la voglia di “fare cose e vedere gente” senza accumulare frustrazioni. Così, la vita assomiglia sempre di più a quella delle grigie domeniche d’inverno in cui non si intravede un solo motivo per uscire dalle coperte. Difficile trovare soluzioni, ma per Cirimele è necessaria una forte reazione da parte del mondo culturale: “Servono nuovi modelli. Il Covid costringe a un cambio generazionale, il sistema di volontariato, spesso guidato da pensionati ancora attivi, difficilmente potrà ripartire come prima. Già nell’estate passata abbiamo notato come le attività più popolari si fossero ridotte al lumicino, il rischio è che non ripartano più”.

Nel frattempo, la città resta in silenzio in attesa del proprio turno, come dal medico.
Ecco, passando dalle minuscole alle maiuscole, chi proprio non può permettersi di restare in attesa è il nuovo sindaco di Merano, Dario Dal Medico: “In effetti – premette – due anni di pandemia e uno di commissariamento hanno fatto sì che si accumulasse una valanga di arretrato. La commissaria si è giustamente occupata dell’ordinaria amministrazione, ma con l’insediamento della nuova Giunta si è rotta la diga e, inevitabilmente, siamo stati sommersi da una montagna di richieste da parte della macchina amministrativa. I primi due mesi sono stati molto intensi, non che ora sia una passeggiata, ma finalmente possiamo alzare lo sguardo”.
Nel farlo, il sindaco si è dato alcune priorità e i giovani sono una di queste.
Come per Cirimele, l’allarme non è legato alle baby gang e alle sue strumentalizzazioni, ma alle difficoltà di socializzazione. Per il sindaco, gli effetti psicologici della pandemia si protrarranno per anni: “Per questo dobbiamo fare ogni sforzo per staccare i ragazzi dai social, dai loro smartphone e dai loro divani. Occorre attivarsi per agevolarli verso una socialità reale, la pandemia ha spinto molti giovani ad abbandonare l’attività sportiva e ora sembrano non averne più voglia”.
Uno scoramento che non riguarda solo loro: “È vero – ammette il sindaco – il problema riguarda anche gli anziani che non usufruiscono nemmeno della socialità virtuale e si sentono sempre più soli”.
Fortunatamente, almeno per ora, il tessuto economico sembra reggere. Soprattutto grazie al risparmio privato e a un settore turistico che, pur se a singhiozzo è riuscito a ripartire: “È inutile negarlo, i turisti animano la nostra città, ma occorre valutare attentamente i prossimi passi. Per questo l’Azienda di Soggiorno sta compiendo uno studio approfondito che speriamo possa indicarci la strada giusta, quella che ci spinga verso la migliore convivenza tra turisti e cittadini. Ma non abbiamo nessuna intenzione di snaturare l’anima della città in nome del turismo”.

Autore: Massimiliano Boschi

Grazie Fiorello, per le tue storie e per la tua storia

Si è spento all’età di 101 anni Fiorello Zorzi. Una vita intensa, dedicata alle cose che contano, concentrata sull’essenziale. Un uomo buono. Si è spento? Come è stato detto il giorno del suo funerale, una luce come la sua non si spegne. Continua a illuminare non solo i ricordi, ma anche le cose presenti e le prospettive future.

Fiorello Zorzi era nato a Vipiteno nel 1920. Cresciuto tra due tragiche guerre, è stato testimone del “Secolo breve”, di cui ha osservato e vissuto contraddizioni, prospettive, speranze e illusioni. Uomo buono e intelligente, sempre attento alle potenzialità della persona che aveva di fronte, anche quelle più nascoste. Ognuno, di Fiorello Zorzi, ha un suo ricordo particolare: come preside di ITI e IPIA, presidente dell’Azione cattolica, consigliere comunale, amico e confidente. Nei lunghi anni della sua vita da pensionato la sede dell’Azione cattolica era divenuta la sua seconda casa. Volontario a tempo pieno. Sempre pronto a dare una mano anche alla fabbrica del settimanale diocesano Il Segno: un consiglio, la correzione di una bozza o la redazione di un testo.
Raccontava volentieri la storia del padre Francesco, che all’inizio del Novecento aveva sgobbato nel cantiere dell’hotel Emma di Merano. Più tardi sarebbe diventato direttore didattico e ispettore scolastico. Nel 1945 avrebbe elaborato uno dei primi progetti per l’insegnamento nella madrelingua nelle scuole elementari altoatesine.
Raccontava dello zio prete – don Martino – che, potendo scegliere se diventare cappellano del duca di Pistoia a Gries o se fare il parroco della chiesa dell’ospedale di Merano, aveva scelto senza dubbio Merano.
E raccontava di come avesse conosciuto Giuseppe Lazzati nello Stalag VI C/Z Oberlangen. Lazzati era stato arrestato a Merano il 9 settembre 1943 e deportato in Germania, essendosi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Nel dopoguerra fu uno dei padri costituenti e a lungo il rettore dell’Università Cattolica.
Con Lazzati Fiorello Zorzi aveva condiviso, oltre la baracca del lager, i principi di vita, la fiducia nei giovani e l’impegno per la “città dell’uomo”.
Grazie Fiorello, per le tue storie e per la tua storia.

Autore: Paolo Bill Valente

Andare a Bolzano con 2 Lire

Nonostante il legame storico tra le due località, i collegamenti tra Bolzano e Laives non sono mai stati agevoli. Le cosiddette vie alte erano impegnative, il trasporto sull’Adige inadeguato e troppo distante dai centri abitati. Neppure la ferrovia, arrivata verso il 1850, riuscì a risolvere definitivamente il problema: infatti la linea fu realizzata in mezzo alla valle e lontana dai paesi. Veniva utilizzata soprattutto dai turisti della domenica e dai pellegrini che si recavano al santuario di Pietralba: ma non divenne mai un mezzo adeguato alla mobilità urbana o extraurbana di breve percorrenza.
Rimaneva, da secoli, una sola via praticabile: il vecchio, polveroso stradone pedemontano rimasto uguale dal tempo dei Romani.
Era una sorta di pista da Far West, e ad ogni curva c’era da attendersi un assalto alla diligenza o un’imboscata. La cattiva fama del tracciato raggiunse perfino Innsbruck e Vienna, e le varie amministrazioni furono spesso invitate a metterlo in sicurezza. Laives era “un paese a due ore di cammino” da Bolzano. Era infatti quello il tempo che occorreva per spostarsi tra i due luoghi. Nel corso del tempo arrivarono cavalli, carrozze, biciclette, macchine su due e quattro ruote: il tempo si abbreviò ma, in ogni caso, i collegamenti rimasero complicati.
Un primo tentativo concreto di risolvere il problema fu la realizzazione del tram. Ma il primo tratto si fermava a Vurza e rimaneva comunque un bel pezzo di strada da fare a piedi. Poi finalmente nel 1931 fu inaugurata anche la linea Vurza – Laives che attraversava le campagne lungo l’attuale via delle Part fino al capolinea davanti all’albergo Casagrande. Venne smantellata nel dopoguerra per favorire la SASA.
Con la consueta enfasi il giornale fascista in lingua tedesca “Alpenzeitung” il 17 luglio 1931 annunciò l’ultimazione dei lavori. “Avremo finalmente a disposizione il servizio di trasporto pubblico tra Bolzano e Laives (paese)”, annunciò il foglio del regime. E continuava: “Per la costruzione di quest’opera, l’Azienda Elettrica Consorziale ha dovuto superare numerosi ostacoli tecnici ed economici. La decisione di costruire questa linea è stata presa un anno fa e ora essa è terminata e il desiderio a lungo nutrito dalla popolazione è stato esaudito.”
Il viaggio tra Piazza Walther (all’epoca piazza Vittorio Emanuele), Ristorante Rovereto, S. Giacomo e bivio vecchia strada statale (oggi via D. Chiesa) durava 45 minuti. Il prezzo del biglietto fu fissato in 2,20 Lire. L’abbonamento mensile costava 72 Lire, quello per studenti 48 Lire. In certi orari i pendolari della zona industriale di Bolzano potevano viaggiare per 1,20 Lire utilizzando un’apposita tessera per evitare che “certi furbi approfittino dei convogli per lavoratori per pagare meno”. Le tessere potevano essere richieste ai comuni di Bolzano e Laives.
Il primo tram partiva da Bolzano alle 4.50 del mattino, l’ultimo alle 23.55. Forse valeva la pena mantenerlo in vita, il nostro tram. Ma del senno di poi, si sa, sono pieni i fossi.

Autore: Reinhard Christanell

Un sogno che ha preso il volo

C’è chi di notte fa sonni tranquilli, chi ha gli incubi e chi invece sogna di ritrovarsi come passeggero di un aereo in stato d’emergenza in cui, a un certo punto, una hostess fa un annuncio chiedendo se a bordo si trovi un pilota che possa prendere il controllo della situazione. Quest’ultimo è proprio il sogno che ha fatto anche il bolzanino Alex Appoloni, cresciuto a Oltrisarco, vissuto alcuni anni in Inghilterra e qualche mese a Phoenix, in America, dove ha potuto volare sul deserto di Sonora.

Finalmente, dopo anni di studio e mesi di stop causati dalla pandemia, Alex ha ricevuto la chiamata da una delle maggiori compagnie low cost europee per pilotare il suo primo aereo di linea.

TRA UN AIRBUS 320 E UN SIMULATORE

Come da contratto, Appoloni avrebbe dovuto iniziare il proprio lavoro da pilota nel 2020, ma tutto è rimasto sospeso fino a qualche settimana fa quando è potuto partire per Londra. “Entrati a Gatwick abbiamo dovuto fare i corsi per gli assistenti di volo: dal salto con gli scivoli, alle prove in acqua, è stato formativo, ma anche molto divertente. Ora saremo messi alla prova con i simulatori ‘full motion’, estremamente realistici. Sono tutti simulatori fatti dalla compagnia aerea e questo è rilevante in quanto bisogna saper pilotare un determinato aereo dove sono richiese precise procedure, che cambiano da una compagnia all’altra. I nostri modelli sono Airbus A320, A319, A321, tre aerei in cui cambia fondamentalmente solo la lunghezza”.
Il prossimo step sarà il rinnovo della licenza e un test, che viene fatto ogni 6 mesi. Il volo, invece, è previsto per il 20 febbraio sui cieli d’Europa.
“Dopo 250 ore di simulazioni penso che mi renderò finalmente conto di pilotare un aereo ‘dal vivo’. Anche durante le esercitazioni con gli aerei più piccoli ti dici: ‘questo lo piloto io’; ma appena ci sali ti sembra gigante. Poi, però, entrando in cabina ritorna la sicurezza in sé stessi e si pensa solo a ciò che bisogna fare. A guidare un aereo di linea non si è mai soli, si è sempre in due e la collaborazione è essenziale”, sottolinea Alex che al suo fianco in cabina ha, ormai da agosto 2019, il vicentino trentaseienne Giovanni che specifica: “nonostante il fatto che siamo entrambi italiani, la lingua dell’aviazione è l’inglese. Se poi ci dovessimo trovare meglio a parlare tra di noi in italiano, questo non lo vieta nessuno.

IL PERIODO PIU’ TOSTO

Già durante le scuole superiori, Alex inizia a costruire quello che sarà il suo lavoro del domani: “Avere un ottimo livello di inglese era di fondamentale importanza per poter accedere all’accademia; per questo ho deciso di fare il quarto anno di scuola superiore a Brighton, migliorando così la mia conoscenza linguistica. Tornato per l’Esame di Maturità al Rainerum, ho fatto le selezioni per il CAE, un’accademia che ha una sede ad Oxford.” Per accedervi Appoloni si è dovuto sottoporre a test psicoattitudinali. “Volevano verificare la nostra stabilità mentale – dice – e poi la capacità di cooperare in team, non sono mancati neppure i test medici.” Passata la selezione, sono arrivate le lezioni e, infine, la sessione di esami, ben 14, che spaziavano dal diritto alla meteorologia. “È stato il periodo più difficile. Avevamo lezioni fino a pomeriggio e passavamo le notti a studiare. Gli standard sono elevatissimi, non sono mai stato così tanto sotto pressione”.

VOLTARSI INDIETRO…

“Al piccolo Alex che sognava di fare il pilota e prendere il controllo di un aereo in volo, oggi gli direi che, nonostante a quell’età non si renda conto degli enormi sacrifici che dovrà fare, ne varrà la pena. Il primo volo in solitaria, per quanto breve potrà essere, ripagherà tutti gli sforzi. Essere in cielo per la prima volta, senza istruttore al proprio fianco, è un’esperienza indimenticabile.” E sul suo primo volo, il collega Giovanni aggiunge: “Appena sceso dall’aereo mi sono reso conto del privilegio pazzesco che ho avuto. Se ci si pensa che è solo un centinaio d’anni che si utilizzano gli aerei, essere tra i pochi esseri umani che hanno potuto farlo è davvero sbalorditivo.

E I “VOLI FANTASMA”?

“Alle compagnie vengono dati degli slot, ovvero degli orari durante il quale possono avere il diritto di prendere i passeggeri in aeroporto. Se una compagnia non li rispetta, perde il diritto di utilizzare quell’aeroporto e, questo, è uno dei motivi per il quale in cielo ci sono aerei che volano vuoti. C’è però anche l’aspetto della manutenzione: tenere un aereo a terra non è conveniente. Poi – concludono Giovanni e Alex – i dati sull’inquinamento sono oggi relativi; con le nuove tecnologie ci sono aerei che viaggiano con circa il 15% in meno di emissioni di CO2. L’attenzione da parte delle compagnie aeree su queste tematiche è sempre più alta. Inoltre, vengono investite grandi quantità di soldi nella ricerca per realizzare aerei elettrici. Prima o poi si vedranno volare anche questi e chissà se saremo proprio noi a pilotarne uno…”

Autore: Andrea Dalla Serra

La via dedicata al capitano Loris Musy

Tra le persone da ricordare nella Giornata della Memoria vi è anche Loris Musy, al quale dal 23 maggio 2012 è intitolata una via nella zona produttiva. Chi era e cosa fece? Nato a Gragnano (Napoli) il 30 luglio 1912, laureatosi nel 1935, intraprese la professione di avvocato. Richiamato alle armi nel 1941 come Tenente di complemento, fu inviato a Feltre come Comandante della Tenenza dei Carabinieri; nel dicembre 1941 si sposò con Assunta Sandulli Mercuro; ebbero due figli, Dario e Alberto. Inviato al fronte in Croazia, combatté dal 20 giugno al dicembre 1942. Rientrato a Feltre, riprese il comando della Tenenza. Costituitasi la Repubblica Sociale Italiana, Loris Musy, riuscì, nel rispetto delle leggi, a comportarsi secondo coscienza, cercando di aiutare il più possibile la popolazione e di evitare situazioni di persecuzioni, violenza ecc. Ma il suo comportamento fu considerato talmente ambiguo che il 30 ottobre 1944 i fascisti disposero il suo arresto; fu tra i 120 feltrini deportati nel Lager di transito di Bolzano, nel blocco loro riservato. Loris Musy, cui fu assegnato il triangolo rosso di deportato politico con il numero 4945, fu scelto come capoblocco, in riconoscimento del suo essere equo, autorevole e abile nel dialogare con i comandanti del Lager. Visse con altri situazioni difficili: partenza di molti per i Lager al di là delle Alpi, violenze fisiche, lavoro forzato nella Galleria del Virgolo, scarsità di cibo, docce gelate, adunate collettive di ore al freddo; ne risentì anche la salute di Loris Musy, che curò, oltre ai buoni rapporti con i feltrini, l’ordine interno, l’equa distribuzione dei viveri che giungevano dall’esterno; liberato il 30 aprile 1945, a piedi fece ritorno a Feltre. Promosso Capitano, fu assegnato a Riva del Garda. Lasciata l’Arma nella primavera del 1946 si trasferì a Napoli, facendo carriera nel Banco di Napoli, finché nel 1957 fu trasferito a Roma, dove nacquero i cinque nipoti. In pensione dal 1973, morì a Roma il 21 luglio 1987.

Autore: Leone Sticcotti

S.R.F.: affari di famiglia sul pentagramma

Dire che si tratta di un caso esclusivo non possiamo, nella nostra regione il primato spetta ancora agli Still Blind, storica formazione metal attiva tra anni ottanta e novanta, i cui componenti erano tre fratelli, cosa che li ha consacrati come prima band a conduzione familiare della regione. Il caso del trio S.R.F. però è altrettanto degno di nota, visto che a comporlo sono un padre e due figli. La sigla S.R.F. indica le iniziali dei loro nomi: Francesco, Ricky, Stefano. Il cognome è Gobbo, ma per quanto riguarda il padre, bisogna dire che per le sue produzioni artistiche ha sempre usato nomi d’arte, dal Ricky Strehler dei suoi esordi come cantautore al Chris Taylor della fase pop dance.

Dire che si tratta di un caso esclusivo non possiamo perchè nella nostra regione il primato spetta ancora agli Still Blind, storica formazione metal attiva tra gli anni ottanta e novanta, i cui componenti erano tre fratelli, cosa che li ha consacrati come prima band a conduzione familiare della regione. Il caso del trio S.R.F. però è altrettanto degno di nota, visto che a comporlo sono un padre e due figli.
La sigla S.R.F. indica le iniziali dei loro nomi: Francesco, Ricky, Stefano.
Il cognome è Gobbo, ma per quanto riguarda il padre, bisogna dire che per le sue produzioni artistiche ha sempre usato nomi d’arte, dal Ricky Strehler dei suoi esordi come cantautore al Chris Taylor della fase pop dance.
“Questa nuova, emozionante avventura musicale – è papà Ricky a parlare – è cominciata poco più di un anno fa quando mio figlio Francesco, che è batterista, ma anche compositore, mi ha spedito una traccia su cui stava lavorando per chiedermi di aiutarlo a completarla. Mi ha spiegato che tipo di cosa voleva realizzare e così ci ho messo mano e poi gliel’ho rimandato in Toscana, dove lui abita. Francesco mi ha risposto che avevo perfettamente capito dove desiderava che portassi la sua idea di partenza. Ora il titolo finale del brano è Haus der Kraut ed è diventato un misto tra elettronica e techno; in realtà non mi piace definire la musica, ma è per rendere l’idea… Siccome il risultato non era male ho cominciato a covare di farlo diventare qualcosa di più che non una sola composizione, abbiamo così coinvolto anche Stefano, l’altro mio figlio, che ha studiato chitarra e pianoforte”.
A questo punto però, forte dei suoi contatti presso le case discografiche specializzate che Ricky aveva bazzicato sia come artista che come addetto ai lavori, decide di fare ascoltare il lavoro fatto con Francesco, suscitando l’interesse di più d’una label milanese, con il verdetto che se a quel pezzo fossero stati capaci di aggiungerne altri nove se ne sarebbe potuto fare un disco. Ovviamente a questo punto c’è stata una riunione di famiglia per decidere se fosse il caso di continuare a battere questa pista.
“Francesco e Stefano – prosegue Gobbo – si sono dichiarati possibilisti, senza montarsi alla testa. Mi hanno detto: ma sì papà, perché non provarci, se sono rose fioriranno. Io a questo punto ho scritto il secondo brano e l’ho mandato a loro, ciascuno ci ha messo del suo e Stefano nel frattempo ha mandato una terza composizione e siamo andati avanti così, ciascuna canzone è partita da un singolo, ma poi è diventata un lavoro di gruppo che andava a completarsi coi suggerimenti e le idee degli altri. Quando però siamo arrivati al brano intitolato Corto circuito, ho avuto l’idea che ci sarebbe stato bene un sax ed ho coinvolto Sandro Miori, un vecchio amico bolzanino che da tempo sta a Vienna e fa il musicista di professione”.
Così il disco si è andato arricchendo di piccoli cameo importanti: Miori, oltre ad aver fatto parte per breve tempo, in anni pionieristici, della mitica Statale 17, ha suonato con artisti internazionali del calibro di Lee Konitz. La cosa ha preso mano e Miori ha finito per suonare anche in altri brani del disco dei Gobbo, sia col sax che col flauto traverso. Un altro importante bolzanino che appare nel disco è Diego Ruvidotti, storico componente della Stanza, che ora lavora a Milano e che ha prestato al progetto la sua tromba.
“Il disco è andato avanti pian piano – è sempre Ricky a parlare – rispettando i tempi e gli impegni di ciascuno, ci è voluto un anno per finire tutto, anche perché siamo tutti e tre un po’ schizzinosi e perfettini, certi brani li abbiamo ripresi in mano sei o sette volte in fase di missaggio… Tira un po’ più su questo, tira giù quello, per essere d’accordo tutti e tre. Non è tutto perfetto, qualche sbavatura c’è, ma era un peccato rinunciare a dei contributi esterni suonati dal vivo, come quelli del batterista trentino Alessandro Motta, e quindi abbiamo deciso di tenercele queste piccole imperfezioni. In fin dei conti volevamo che suonasse come un disco umano e non come una cosa artefatta”.
Il risultato ha varie sfaccettature, alcune più ardite, altre più facilmente assimilabili, come quando Ricky ripercorre – con gli adeguati aggiornamenti – le orme già battute negli anni ottanta, con atmosfere talvolta psichedeliche e spaziali, tal altra fortemente dance, tanto che il disco, in uscita in formato digitale il 18 febbraio (ma entro l’estate è atteso il CD fisico) col titolo di The Flame Is Burning, sulla piattaforma Juno Download è stato inserito nella categoria Experimental/Electronic.
E come ulteriore chicca, diremo che per la grafica di copertina del prodotto, il trio si è affidato a Damir Jellici, un altro bolzanino, ora di stanza a Verona e grafico professionista, che negli anni ottanta ha militato negli eclettici Gegia Miranda.

Autore: Paolo Crazy Carnevale