Condivisione e allineamento tra uomini e macchine #2

(continua)

Oggi continuiamo a parlare dell’apprendimento per rinforzo in intelligenza artificiale, in particolare per evidenziare il problema dell’allineamento dei valori tra uomini e macchine. Richiamiamo l’idea dell’apprendimento per rinforzo, di cui abbiamo parlato nello scorso numero: si tratta di fornire alla macchina la capacità di acquisire informazioni sullo stato corrente del mondo, di effettuare un’azione tra le varie disponibili, e di ottenere di un’indicazione numerica su quanto la scelta sia da premiare (o punire). Quest’ultimo aspetto, che dev’essere deciso dall’esperto umano che programma la macchina, è centrale: più azioni vengono fatte, più la macchina utilizza i premi ricevuti per ottimizzare sempre di più sulle scelte fatte, cercando di accumulare il premio totale più alto possibile. Quest’idea è stata ampiamente utilizzata nel contesto dei giochi: è alla base, ad esempio, di alphaGo, il software di google che nel 2015 è stato capace di sconfiggere il campione mondiale di Go (un gioco di strategia che presenta un numero di configurazioni enormemente più elevato degli scacchi, e che non si pensava potesse essere assolutamente alla portata dei computer). Ma cosa c’entra in tutto questo “l’allineamento dei valori”? C’entra perché non sempre quello che l’uomo vuole che la macchina impari coincide davvero con quello che la macchina imparerà davvero: non dimentichiamoci infatti che la macchina non sa davvero cosa voglia l’uomo: semplicemente usa i premi numerici ricevuti per ottimizzare le proprie decisioni. Tra i tanti esempi che ci mostrano quanto sia facile rompere questo allineamento, ne ho scelti due. Il primo: per insegnare a un robot cuoco che per cucinare i pancake bisogna evitare di tenerli troppo in padella, gli viene indicato un premio che è tanto maggiore quanto il pancake sta in aria. Invece di imparare a far saltare spesso il pancake in padella, il robot impara a fare un unico, lancio altissimo. Il secondo: per insegnare a un programma a giocare a un videogioco in modo esplorativo, l’esperto umano lo imposta indicando che qualunque azione faccia non restituirà nessun premio, tranne nel caso in cui l’azione porti al “game over” – in quel caso, il programma riceverà una punizione. Il programma così impostato impara, inaspettatamente, a mettere subito il gioco in pausa: in questo modo, non si raggiungerà mai il “game over”. Sono esempi curiosi, che ci insegnano però quanto è ancora lunga la strada nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Autore: Marco Montali

Ferrovia e turismo a Laives

Il 5 febbraio 1896, il giornale “Bozner Nachrichten”pubblica una curiosa corrispondenza da Laives intitolata semplicemente “Correspondenz”. Tema dell’articolo: i collegamenti tra Bolzano e Laives. L’anonimo corrispondente evidenzia i “grandi progressi di questo paese”, in particolare per quanto riguarda la salute pubblica. La regolazione dell’Adige e la bonifica della “Leiferer Au” hanno sconfitto il famigerato “Leiferer Tod”, come veniva chiamata la malaria.
Inoltre, grazie alla realizzazione, a metà del secolo, della ferrovia da parte della “Südbahn”, Laives è diventata una località turistica. Unico neo: la collocazione della linea ferroviaria al centro della valle anziché in prossimità degli abitati. Circostanza, questa, sgradita sia agli abitanti che ai potenziali turisti.
I bolzanini dell’epoca amavano dirigersi “verso meridione” nelle loro gite domenicali fuori porta. A Laives, diversi locali pubblici si attrezzarono per questa promettente attività, che portò in paese non solo singoli visitatori e famiglie ma anche diverse associazioni del capoluogo per i classici “Törggelen”.
Ma non mancano le note dolenti: in primis che la realizzazione della ferrovia “in mezzo alla valle dell’Adige a metà degli anni cinquanta, a quanto pare per contenere le periodiche alluvioni, deve ritenersi una vera e propria calamità. E ciò non solo per le piene stesse ma anche a causa della lontananza delle fermate e stazioni dai centri abitati.
Va detto – prosegue il cronista indignato – che nelle belle domeniche e festività centinaia di persone di entrambi i sessi si dirigono verso Laives per trascorrervi qualche ora lieta: chi per pedes apostolorum, chi in carrozza o a cavallo e infine chi sullo sbuffante cavallo d’acciaio. Cantori, sportivi, pittori, letterati e altri escursionisti raggiungono la “Pfleg”, dove li accoglie l’ospitale oste signor Ebner”.
Peccato però che “il cielo sia ancora inclemente con i Schneeschuhläufer”(sciatori), perché la Vallarsa sarebbe “un vero paradiso per gli sport invernali e lo sci in particolare, che notoriamente viene molto praticato dai signori e dalle signore di Bolzano. Ma c’è il problema della distanza della stazione dal paese”.
Il progetto di spostare la linea ferroviaria era stato abbandonato, malgrado ogni anno non meno di 2000 o 3000 pellegrini si recassero a Laives per poi raggiungere Pietralba.
“Costoro, quando non arrivano a piedi, sono costretti ad affrontare la noiosa marcia dalla stazione fino all’imbocco della Vallarsa mentre la realizzazione di una fermata in prossimità della romantica valle sarebbe di grande beneficio sia per la popolazione sia per i viaggiatori – nonché un buon affare anche la per la società ferroviaria, e ciò sia d’inverno che d’estate. Perfino la vicina Bronzolo ne trarrebbe grande profitto”.
Ma ci sarebbero voluti altri quarant’anni per vedere il tram (e non più il treno) arrivare in paese.

Autore: Reinhard Christanell

Rudolf Posch, giornalista, prete e Dableiber

100 anni di Athesia: l’anniversario della libreria, celebrato giorni fa, fa ricordare, tra i protagonisti dell’avventura editoriale e giornalistica, anche il sacerdote giornalista Rudolf Posch, al quale è intitolata la via tra il cimitero comunale e la zona sportiva Maso della Pieve. Nato a Trento il 13 settembre 1887, a Trento crebbe, studiò e maturò la vocazione al sacerdozio. Ordinato il 29 giugno 1911, iniziò il suo servizio come cooperatore a Laives e Bronzolo. Cappellano dei Kaiserjäger durante il primo conflitto mondiale, nel dopoguerra riprese la cura d’anime come cooperatore a Cortaccia, attivo anche nello scrivere articoli per giornali locali. Il 1° ottobre 1923, trasferito a Bolzano, divenne collaboratore del quotidiano “Der Tiroler”, che dovette cambiare nome divenendo “Landsmann”, ma fu soppresso nell’ottobre 1926. Al suo posto nel 1927 prese vita il “Dolomiten”. Come redattore di tale giornale don Rudolf Posch ebbe modo di mostrare straordinarie doti: facoltà di veloce comprensione, eccezionale memoria, straordinaria conoscenza delle lingue, stile facilmente comprensibile; dotato in fatto di cultura generale svolgeva il suo lavoro con grande accuratezza e scrupolosità. Nel 1935 Rudolf Posch ne divenne direttore, facendo del “Dolomiten” il principale giornale della provincia. Don Rudolf Posch, come il canonico Michael Gamper (vd. Qui Bolzano n.18/2019), fu un acceso oppositore delle opzioni. Ciò non fu senza conseguenze. Alle sette del mattino del 9 settembre 1943 degli emissari della Gestapo irruppero in redazione intimando a don Posch di seguirli. Condotto ad Innsbruck, nell’aprile 1944 fu trasferito a Landshut e il 24 giugno a Dachau, dove con il numero 74668 fu ospite del Blocco 26/2. Liberato il 29 maggio 1945, ritornò al Dolomiten, ricomparso dal 19 maggio. Si manifestarono presto le conseguenze della vita di privazioni e di stenti passata nel Lager. La sera del 9 dicembre 1948 morì vittima di un ictus. Alle solenni esequie si unì l’intera comunità sudtirolese.

Autore: Leone Sticcotti

Francesco Tancredi: da Brecht a Brassens, passando per Norbert C. Kaser

Ormai tutti lo sanno, il lungo lockdown che ha caratterizzato gli ultimi mesi dello scorso anno ed i primi di questo è stato fonte d’ispirazione per molti artisti, e non solo in campo musicale. Qualcuno ha cominciato a scrivere nuovo materiale, qualcun altro si è dedicato alla registrazione di musica già composta: per Francesco Tancredi, fiorentino di nascita ma altoatesino (e molto altro) d’adozione, il lockdown è stato l’occasione, vista l’impossibilità di fare musica dal vivo, di dedicarsi a quella che a lui piace definire “musica dal morto” e per mettere a punto un bel tributo ad uno dei suoi musicisti preferiti, il padre della canzone d’autore francofona Georges Brassens, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.

“Ho sempre amato la canzone d’autore – ci racconta Tancredi – da piccolo i miei favoriti erano Jannacci e Dalla, sulle cui musiche mi cimentavo a rifare dei testi miei. Poi mi sono appassionato alla musica afro americana, dal soul al blues al jazz. Da lì al cominciare a suonare in piccole band il passo è stato breve, che fosse punk o rock. A diciott’anni ho fatto una produzione teatrale/musicale basata sull’Opera da tre soldi di Brecht, in collaborazione con Stefano Bollani, molto prima che lui diventasse famoso. Era il 1991, esattamente trent’anni fa, e siccome la traduzione dei testi che avevamo non ci soddisfaceva, Bollani ed io abbiamo riscritto tutti i testi.”
Negli anni successivi la vita ha portato Tancredi ad occuparsi di arte forme artistiche multimediali, facendolo trasferire per un certo periodo in Francia, dove è maturata la sua passione per Brassens che ci porta al suo recente lavoro musicale. Al suo ritorno in Italia ha ripreso contatto col mondo musicale, lavorando tra gli altri con Alfio Antico (già collaboratore di De André, Capossela, Eugenio Bennato) e dedicandosi alla produzione di uno spettacolo di musica/teatro ispirato alle ricette di Pellegrino Artusi; da oltre dieci anni l’Alto Adige, nella fattispecie Bressanone, è diventato la sua nuova terra.
“Dopo aver fatto un’esperienza musicale con Max Castlunger ed un musicista magrebino – prosegue Tancredi – mi sono imbattuto negli Opas Diandl, in particolare nella polistrumentista Veronika Egger, una musicista a trecentosessanta gradi che suona di tutto. Le ho proposto di lavorare insieme sulla musicazione delle poesie di Norbert C. Kaser. Sono stato totalmente conquistato da questo personaggio incredibile. Abbiamo poi inserito il nostro lavoro all’interno di un piccolo festival della canzone d’autore che ho organizzato per alcuni anni. Per questo lavoro abbiamo usato sia i testi originali che le bellissime traduzioni in italiano di Werner Menapace. È stata sicuramente una delle cose più belle che mi sia capitato di fare.”
Il progetto più recente del nostro, è, come annunciato in apertura, quello dedicato ai cent’anni dalla nascita di Georges Brassens, con un ritorno deciso a quella canzone d’autore che ha segnato l’origine della sua passione per la musica.
Il lavoro si compone di dieci canzoni postate una per settimana, sempre di venerdì su youtube: si è cominciato il 22 ottobre, il giorno della nascita dello chansonnier francese, con il brano Mourir pour des idées, che come le altre tracce postate in seguito si mette in evidenza per gli interessanti arrangiamenti orditi da Tancredi, che volutamente si è allontanato dall’impostazione classica, chitarra e voce, scegliendo tra l’altro di cantare tutto in francese.
“Brassens – ci dice il musicista – è conosciuto in Italia soprattutto per gli adattamenti, più che traduzioni, che delle sue canzoni ci ha tramandato De André, ma esistono anche delle vere traduzioni, dialettali però, realizzate rispettivamente da Nanni Svampa e Fausto Amodei . Al mio ritorno in Italia avevo anche tradotto alcune sue cose, prima di lasciare definitivamente la Toscana, ma per questo nuovo progetto ho preferito puntare sui testi originali. Ho suonato quasi tutto io, con l’eccezione del sax ad opera di Claudio Giovagnoli e del basso di Roberto Marangio. Per quanto riguarda la promozione, bisognerà vedere come si mettono le cose, qui in Alto Adige potrebbe concretizzarsi una serata al Dekadenz di Bressanone, ma per il momento l’unica certezza è che ci esibiremo a Parigi a febbraio, proponendo oltre ai dieci brani del disco, intitolato La soif des Dieux – La théologie de Brassens, anche delle traduzioni in italiano che avevo approntato appunto quando ancora stavo a Firenze.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Sara Filippi Plotegher in mostra

Si può dire che “guardare avanti” e guardare oltre, con energia e spirito d’innovazione, è stato un po’ il Leitmotiv di tante iniziative della giovane associazione lasecondaluna di Laives. Ed è proprio con la mostra intitolata “Beyond”che Lasecondaluna chiude questo 2021, di successi e attività, nonostante tutto.
Dopo le esposizioni di Oliver Kofler, Andrea Proietti, Isabella Nardon, Rolando Tessadri e Federico Casati, lasecondaluna ha aperto al pubblico, lo scorso 26 novembre, una nuova mostra dedicata all’illustrazione dell’artista trentina Sara Filippi Plotegher, curata da Stefania Rossi e Nicolò Faccenda.
Le opere di Plotegher sono irriverenti e un po’ spiazzanti, ma hanno un’immediata forza comunicativa, sanno arrivare direttamente al visitatore. Come spiega Nicolò Faccenda, co-curatore della mostra, “Sara Filippi Plotegher ci conduce nell’analisi di alcuni dei temi topici della nostra società: l’identità di genere, l’estetica e l’affettività del cibo, il cambiamento climatico. Certi che si possa considerare, da più punti di vista, questi tre aspetti tra i più centrali e pervasivi del dibattito sulla cultura che si vuole contemporanea, li si propongono in questa mostra come manifestazione di quella che lasecondaluna ha strutturato come riflessione sullo Spazio Umano”. La mostra “Beyond”si inserisce infatti nella stagione di mostre 21/22 il cui tema di base, sviluppato e approfondito in ogni esposizione realizzata e in programma, è appunto “Human Space”. Una stagione mostre che vede lasecondaluna anche uscire dalle proprie mura per allacciare delle collaborazioni artistiche con il vicino trentino. Proprio lo scorso 24 novembre si è infatti inaugurata a Trento, presso il Café della Paix Circolo Arci, la personale dell’artista Andrea Proietti, in cooperazione con lasecondaluna (fino al 24 dicembre prossimo). Tornando a Laives, ricordiamo invece che la mostra “Beyond”sarà visibile presso la Sala Espositiva di via Pietralba fino a domenica 12 dicembre dal martedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, domenica dalle 10 alle 13 (sabato e lunedì chiuso). Ingresso libero, non è necessaria la prenotazione ma c’è l’obbligo di indossare la mascherina e del Green Pass.

Autrice: Caterina Longo

Dos della Forca e i primi pescatori

Tra i luoghi della memoria più significativi ma anche meno “celebrati” della Bassa Atesina rientra indubbiamente, accanto a Vadena, Castelfirmiano e Castelfeder, il sito mesolitico denominato “Galgenbühel / Dos de la Forca”nei pressi di Salorno.
A pochi passi, una storica linea di confine. Di qua e di là dell’Adige, le corpulente pareti bianche cadono a precipizio sulla valle formando, da millenni, piccoli conoidi che riducono lo spazio e le vie di passaggio.
In tempi preistorici, dopo il repentino ritiro dei ghiacciai wurmiani e il ritorno a un clima simile al nostro, questo lembo di terra ha offerto, sotto le rocce sporgenti, riparo ai primi cacciatori e raccoglitori che osavano “battere”il territorio della Val d’Adige. “Aree di sosta”stagionali simili a questa sono riscontrabili anche a Zambana e Romagnano, o verso la Val di Non e Folgaria, da cui sembra provenire la selce utilizzata per forgiare le armi.
È, questo, soprattutto un confine di suoni, di parole. Un luogo dove un ipotetico nord si trasforma in un chimerico sud – e viceversa. Per noi, soprattutto un termine temporale, che ci ricollega alla nostra storia in questa terra.
La montagna di pietra dolomitica sopra di noi si chiama Monte Alto, Geiersberg. Tutta l’area ai suoi piedi è occupata da un’enorme cava di ghiaia. Di fronte a noi, immersi nella penombra pomeridiana, il soleggiato paese trentino di Roveré della Luna. In mezzo, il fiume che taglia in due la valle e probabilmente ha attratto i girovaghi che si sono insediati qui già nell’Olocene, all’incirca 10000 anni fa.
La cosa singolare, come dimostrano i resti faunistici rinvenuti nei vari strati degli scavi effettuati a fine anni novanta, è che queste persone rimanevano nel fondovalle anche nella bella stagione e non, come si pensava prima, solo nei periodi freddi. Più tardi, nel periodo del bronzo e poi in epoca romana, il minuscolo villaggio si spostò di qualche chilometro a nord. Quest’area fu destinata soprattutto alla combustione dei defunti (utrinum) e, più avanti, anche alle sepolture. Insomma, una vera e propria città dei morti affacciata sul fiume che porta in un altrove sconosciuto.
Non doveva essere facile la vita, a quei tempi. La valle era invasa dalle acque dell’Adige che, in seguito ai movimenti del ghiacciaio, aveva abbandonato l’Oltradige e si era spostato da questa parte del Monte di Mezzo. Si erano formati molti laghi, stagni, meandri fluviali e zone paludose. Nelle isole di terra e detriti che sporgevano dall’acqua abbondava la tipica vegetazione fluviale e la fauna era quella delle zone umide e palustri. L’attività principale degli uomini che transitavano e si fermarono qui e che ancora non avevano scoperto la domesticazione di piante e animali, consisteva nella caccia e raccolta di frutti selvatici. La caccia avveniva soprattutto in altura, dove cervi e camosci erano le prede privilegiate dei cacciatori. Zone di caccia simili, con ripari temporanei, sono state individuate anche sulla catena della Mendola. Ma qui, ai piedi della massiccia chiusa, non era facile raggiungere le zone montane se non risalendo i boschi che conducono a Cauria. Una strada molto lunga, come troppo lunga dev’essere stata quella sull’altro versante.
In effetti, tra i resti trovati qui, oltre a vari utensili e oggetti di selce, di corno e di osso lavorati con sempre maggiore cura e maestria, si registrano soprattutto resti ben conservati di pesci e molluschi. Erano dunque questi uomini dediti prevalentemente alla pesca e pare che con il passare del tempo si fossero perfezionati nella pesca del luccio. Probabilmente si formò proprio grazie a questa specializzazione una prima comunità di pescatori abbastanza stabile e capace di sfruttare le risorse di questo particolare territorio.
Accanto alla pesca e alla stagionale caccia d’altura, veniva praticata anche la caccia al cinghiale e al castoro, al gatto selvatico e alla lontra. Insomma, un’era postglaciale che ha visto la rinascita della Bassa Atesina proprio grazie al suo protagonista principale, il grande fiume Adige.

Autore: Reinhard Christanell

Paula Donà festeggia 100 anni

Compiere cent’anni è un bel traguardo e arrivarci come la signora Paula Donà di Appiano non può che destare ammirazione.
L’energica signora ha festeggiato il compleanno lo scorso 26 novembre, circondata dall’affetto dei suoi cari e della comunità di Appiano, che attraverso il Sindaco Wilfried Trettl e l’Assessora Monika Hofer Larcher ha portato i più sentiti auguri alla signora Donà.
Amministrazione che così ha ricordato le vicende dell’intensa vita della neo centenaria: “Quarta di otto figli, Paula Donà è nata il 26.11.1921 ad Appiano, dove è cresciuta in via Crocevia in modeste condizioni. Nel febbraio del 1950 ha sposato Fritz Prossliner, col quale ha avuto tre figli: Kurt, Paul e Johanna. La signora Donà fa parte di quel gruppo di persone che hanno vissuto in prima persona e possono raccontare l’esperienza delle “scuole-catacombe”ai tempi del fascismo e delle opzioni, della guerra, dei bombardamenti.
Dopo aver frequentato la scuola nel “Mariengarten”ha lavorato in diversi settori, ad esempio come dattilografa presso l’hotel Laurin, nella stima del valore dei masi, presso la ferramenta Sanin e nel fine settimana come cameriera alla Malga Roen, raggiungendo il posto di lavoro in bicicletta.
Nel 1951 col coniuge ha aperto un negozio di generi alimentari in piazza Stazione; inizialmente la signora Donà aveva poca esperienza, ma col tempo è diventata una brava commerciante. Nel 1963 si sono trasferiti in un locale più grande in via Stazione (l’odierno Poli), che è noto per essere stato il primo negozio self-service in Oltradige e dove la signora Donà ha lavorato fino ai suoi 68 anni.”Ma, a quanto pare, la pensione non ha fermato la sua voglia di scoperte e di viaggi. Così continua la comunicazione dell’amministrazione comunale: “Negli anni a seguire si è goduta il suo tempo libero e ha fatto vari viaggi, anche con suo marito Fritz, come ad esempio quello in Sudafrica, in America, Islanda, Parigi… e non si è lasciata scappare un giro sulle montagne russe a Disneyland”.
Ancora oggi, Paula prende regolarmente il citybus per fare visita in casa di riposo alla sua ultima sorella rimasta, Ada (97 anni).
Tutto ciò non è casuale, ma frutto di un impegno costante, per mantenersi attiva: la signora Donà ha infatti sempre dato grande importanza all’allenamento fisico e mentale e grazie al salto della corda, la bicicletta, le passeggiate e la ginnastica, ancora oggi è più attiva di alcuni nipoti. Ha inoltre vari hobby, tra cui giocare a carte, il lavoro a maglia, risolvere i sudoku e le parole crociate, e va a messa – durante il periodo del Covid la segue su YouTube attraverso il suo I-Phone o l’I-Pad. Infine, da quando suo marito è venuto a mancare nel 2005, abita ancora da sola nel suo appartamento.

Seehauser, racconti per immagini

Da quasi mezzo secolo, Othmar Seehauser ci racconta l’Alto Adige con le sue fotografie. La mostra “Kein schöner Land/Immagini”al Kunstforum di Egna presenta una selezione degli scatti del noto fotografo altoatesino, tra la bellezza sfacciata e le tante contraddizioni della nostra provincia.

Da quasi mezzo secolo, Othmar Seehauser ci racconta l’Alto Adige con le sue fotografie. La mostra “Kein schöner Land/Immagini”al Kunstforum di Egna presenta una selezione degli scatti del noto fotografo altoatesino, tra la bellezza sfacciata e le tante contraddizioni della nostra provincia.
L’impresa non era semplice: selezionare poche decine di fotografie tra oltre un milione – tante sono quelle che compongono lo sconfinato archivio fotografico di Othmar Seehauser. Nato nel 1955 a Nova Levante, Seehauser può considerarsi tra i più importanti testimoni visivi della nostra provincia. Dagli anni ’80 ha lavorato per i media locali e come autore di libri illustrati, restituendo in immagini spettacolari la natura, le persone, i fatti e i monumenti del Sudtirolo. Seehauser ha l’occhio, l’energia e la “fame” di storie del fotoreporter fuoriclasse. Non a caso ha iniziato la sua carriera realizzando servizi dall’America latina per la stampa nazionale e internazionale, come “Der Spiegel” Tra i reportage per la prestigiosa rivista tedesca ricordiamo in particolare quello sugli effetti del disboscamento in Amazzonia.

L’arrivo dei rifugiati albanesi a Monguelfo

Anche l’immagine scelta per l’invito della mostra a Egna è un paesaggio avvolto da nebbie invernali, un’atmosfera i cui non sfigurerebbe il Bates Hotel del film Psycho, ma che in realtà ritrae uno scorcio di Renon verso Santa Maria Assunta, luogo storico della villeggiatura della ricca borghesia altoatesina. Coperti dalle nebbie, anche i posti noti appaino sotto una luce diversa, insolita. Un po’ quello che provano a fare le immagini di Seehauser: svelare quei tratti inaspettati della nostra provincia, mostrarne la bellezza, ma anche i contrasti e le contraddizioni che fanno riflettere, pensare, a volte anche sorridere. è un Alto Adige “smascherato”, quello della mostra, “Il colore abbellisce, distrae: per questo ho scelto il bianco e nero per la maggior parte delle fotografie esposte”, ci racconta Seehauser. Il percorso non segue uno svolgimento cronologico; le immagini sono raccolte in gruppi di tre, quattro, in base ai temi e ai momenti che raccontano. Sono abbinamenti che non gridano, ma suggeriscono: sta a noi fermarci ad ascoltare, a guardare.
Ecco allora che la fotografia dei boschi devastati dalla tempesta Vaia è accostata alla possente bellezza del paesaggio d’alta quota del gruppo Tessa; il venditore ambulante tra le vie di Bolzano all’arrivo dei rifugiati albanesi a Monguelfo, nel 1991. Ma c’è anche l’Alto Adige tradizionale e un po’ borioso, di uomini nei tipici Lederhosen in un momento di festoso cameratismo e quello delle architetture ipermoderne del museo Corones di Zaha Hadid e di Museion. C’è la vendita all’asta dei buoi a san Lorenzo e il trasporto del fieno su filo, sotto il Catinaccio – “che ormai non esiste più” racconta Seehauser, “perché quei campi non sono più coltivati”. Quando gli chiediamo quali sono i cambiamenti che negli anni ha visto scorrere sotto i suoi occhi, Seehauser invita a puntare il nostro sguardo sul turismo e la smania di nuove e più grandi costruzioni, che hanno sconvolto paesi e paesaggio. “Anche nelle valli che si dicono più tradizionali, come la Val Sarentino e la Val Passiria, si fatica a trovare un maso storico – si è preferito abbatterli per ricostruire edifici nuovi” constata Seehauser. Interessante contraddizione, in una terra che spesso ama identificare la tradizione con la cultura. E che vale anche per i monumenti naturali: “mi capita che solo quando vedono l’immagine del pino maestoso stampata nei miei libri le persone si rendono conto di quanto sia bello e prezioso – eppure lo hanno sotto gli occhi ogni giorno, nel prato di casa”.
In questo senso, non è un caso se il titolo scelto per la mostra, “Kein schöner Land” si riferisce ad un antico canto popolare tedesco che evoca armonia, natura e pace, a dispetto della prima impressione.
La mostra è visitabile da martedì a sabato, ore 10-12 e 16-18, Kunstforum Unterland, Portici 26, Egna. Ingresso libero, green pass obbligatorio. Fino al 18 dicembre.

Autrice: Caterina Longo