Un territorio a più velocità

Anche quest’anno vi offriamo il nostro sguardo retrospettivo sugli ultimi 12 mesi, vissuti attraverso le notizie più importanti rilanciate dai media e che hanno calamitato in un modo o nell’altro la nostra attenzione. In questo caso il nostro interlocutore è Luca Barbieri, un giornalista di origini venete esperto di innovazione, che da 10 anni ha scelto di risiedere nella nostra terra e ci aiuta a leggere il nostro mondo anche un po’… “da fuori”.

Il 2021 in realtà aveva preso il via con la tragica vicenda che vide protagonista la famiglia Neumair Perselli.
Già. Negli ultimi giorni però mi hanno colpito le dichiarazioni da parte della famiglia che dice di essere stata “curata” dall’affetto della città. Devo dire che rispetto ad altri contesti, a livello altoatesino c’è stato un miglior rispetto della privacy e il senso di comunità è emerso. 

Nel 2021 la realtà altoatesina come ha reagito al secondo anno di pandemia?
Si è evidenziata una frattura all’interno della società che prima era rimasta sotto traccia. Ai vertici della Provincia ci sono figure dell’ambito scientifico e politico che sono ancora sotto shock; si erano illuse che l’Alto Adige fosse molto più “moderno” di quanto invece è stato appurato. Anche a chi viene da fuori risulta evidente che quello altoatesino è un territorio a due velocità: c’è infatti una parte della popolazione che ha solide tradizioni e ottimi principi, ma vive in una sorta di “pensiero magico”. Faticano molto, queste persone, a credere nell’oggettività della scienza e al valore del metodo scientifico in particolare. Hanno creato scorciatoie che le portano a decisioni che in realtà non hanno nessun fondamento, ma sono ancorate ad un immaginario identitario. Occorrerà valutare attentamente gli effetti che questo meccanismo produrrà in futuro sulla società altoatesina. La ritrosia rispetto alla vaccinazione penso lascerà il segno nelle famiglie, nei contesti sociali e anche nei luoghi turistici che hanno maggiormente sofferto. Negli ultimi mesi l’immagine tradizionale di un Alto Adige perfetto e super organizzato ha dovuto fare i conti con una certa dose di indisciplina rispetto alle norme stabilite man mano. La comunicazione verso l’esterno deve quindi ora fare i conti con questa novità e il contraccolpo sta portando comunque anche gli altoatesini a rielaborare l’immagine che hanno di loro stessi. La cosa andrà metabolizzata anche a livello politico e non solo in una prospettiva a breve termine.

Per la società e la politica altoatesina in realtà è risultato drammatico soprattutto il muro che si è alzato rispetto ad Austria e Germania. Il Tirolo del Nord e l’Austria hanno spesso agito in direzione ostinata e contraria, mentre da parte della Germania c’è stato quasi un blocco completo del turismo. Sono cambiamenti epocali, che hanno ripercussioni importantissime specie su alcune zone del nostro territorio come la Venosta, il Burgraviato e la Passiria. 
E’ vero, ma devo dire che l’Alto Adige ha passato praticamente indenne la crisi del 2008 e anche durante la prima parte della pandemia tutto sommato ha retto. Se il Covid 19 non durerà ancora tantissimo secondo me la provincia di Bolzano dal punto di vista economico ce la farà a superare l’emergenza. Un’altra questione, come dicevo, è quella culturale e d’immagine. Lì sarà più difficile venirne fuori. In ogni caso la Provincia nel 2021 ha cambiato di molto il suo atteggiamento nei confronti del governo italiano, anche perché con Draghi ci sono stati molti meno margini di manovra per differenziazioni territoriali.

Un altro tema importante del 2021 è stato quello dello sviluppo turistico in montagna e della sua sostenibilità ambientale…
La pandemia ha senz’altro riportato in primo piano il tema della sostenibilità e del ritorno alla natura. Fermando le attività umane la natura ha cercato subito di riprendere il suo spazio, lo abbiamo visto tutti, anche nelle città. Così abbiamo potuto appurare qual è la misura del nostro impatto. Per quanto riguarda la montagna è importante che la gente ci viva e che quindi se ne prenda cura. In Alto Adige il fatto che una parte della produzione industriale sia nelle valli, senz’altro aiuta. Quello che succede nelle province vicine ne è la controprova. Personalmente sono un escursionista amante della natura selvaggia e non amo la montagna luna park e iperservita. Però è anche vero che ci sono dei comprensori vocati ad una specifica attività turistica che devono essere dotati di impianti moderni in grado di garantire una serie di servizi, pur in equilibrio con la natura. Molto più pericoloso è ampliare troppo e spargere tanti microimpianti in giro per il territorio. In ogni caso oggi gli sportivi della montagna sono sempre più propensi a fare esperienze al di fuori degli impianti: lo sci alpinismo dovrà avere più spazi, in futuro. 

Ci vorrebbe un assessorato provinciale alla transizione ecologica…
Sì. Di fatto c’è ed è l’assessore ai trasporti dove sono stati fatti molti investimenti. Il trasporto pubblico in provincia è di serie A+++ rispetto ad altri territori limitrofi. 

Sì, ma la cosa vale solo in parte per la città di Bolzano… A proposito: la sfida della mobilità nel capoluogo sembra essere sempre più una “mission impossible”.
Da questo punto di vista la provincia ha tre distinte dimensioni: Bolzano, il resto del territorio e la A22. L’autostrada, soprattutto a nord di Bolzano, è davvero un terno al lotto. Le aziende sanno che al 90% non possono rispettare un impegno, se questo è legato ad uno spostamento in autostrada a nord del capoluogo. Poi è incredibile la disattenzione quasi “scientifica” che è stata riservata finora nei confronti della mobilità a Bolzano. Le circonvallazioni in provincia sono pazzesche, mentre a Bolzano è esattamente il contrario. Siamo già da tempo ad un livello di non sopportazione, tutti ora vogliono risolvere il problema ma l’ingorgo infrastrutturale che si è creato è talmente grave che sarà davvero difficile trovare una via per risolverlo.

A Bolzano il cantiere per il Waltherpark riuscirà a ripartire?
La tempesta è perfetta, al contrario dei precedenti rendering. Queste sono le cose che succedono quando la politica urbanistica la fanno i privati e non le amministrazioni comunali. Il Waltherpark poi è una doppia scommessa, perché è stato pensato prima della pandemia. è tutto da vedere se la società post Covid avrà ancora quel tipo di esigenze. L’incubo è che rimanga la voragine o che si costruisca, ma poi gli immobili restino in gran parte inutilizzati.

A proposito di altri temi… fondamentali. Per anni abbiamo discusso di toponomastica. Oggi invece si discute della possibile nuova collocazione di Ötzi.
Tra la terrazza di Benko in stile Star Trek sulla città e le altre ipotesi, quella che mi convince meno è quella dell’ex Enel, che dal punto di vista viabilistico mi sembra molto problematica. Mi domando se non abbia più senso lasciarlo lì dove sta.

Aeroporto di Bolzano. Qual è il suo futuro?
Altra scommessa, questa, da considerare alla luce della pandemia. L’impatto sui residenti è tutto da valutare, ma c’è. Una cosa è certa: sulla base dei voli previsti mi sembra che l’aeroporto avrà pochissimo impatto sul tema della mobilità in Alto Adige. Stiamo infatti parlando di microflussi turistici: l’aeroporto non è collegato con hub internazionali in grado di dare un approccio competitivo. In più da Bressanone in su è sempre più vicino Innsbruck. L’aeroporto di Bolzano resterà poco interessante per il sistema produttivo, insomma. 

Le recenti elezioni comunali a Merano: Che tipo di cambiamento si è verificato?
La SVP è riuscita a vincere perdendo. Da non meranese mi dispiace che si sia interrotto quell’esperimento, perché anche in ottica provinciale teneva aperta una strada anche per il futuro. 

Era di fatto una Große Koalition con uno spazio importante riservato all’ottica ambientalista… Ora a Merano resta molto interessante il fatto che in consiglio comunale di fatto le principali forze politiche nazionali in pratica oggi non esistano, o quasi. 
Infatti. Le dinamiche sono comunque altre, anche rispetto al Comune di Bolzano e la Provincia. 

Nella gestione della pandemia l’Euregio ha manifestato la sua inconsistenza. Bolzano, Innsbruck e Trento si sono mossi sempre in ordine sparso. 
Non ci potevamo attendere di più da un progetto che di fatto non è molto di più di un cartello messo lungo l’autostrada. Si tratta solo di un branding amministrativo per il Tirolo antico, ma non ha nessun’altra aspirazione, al di là delle tariffe della mobilità e di qualche altra iniziativa di comunicazione. 

Dei giovani invece di solito si parla solo se disturbano la quiete pubblica, a parte qualche riconoscimento pubblico per i meriti sociali o scolastici…
Parlare di movida a Bolzano fa abbastanza ridere. I problemi vanno relativizzati e comunque manca ancora un’università forte. Insomma: un problema giovani non c’è. Il problema è piuttosto quello di riuscire a valorizzarli come risorse, dando loro la possibilità di esprimersi a livello creativo, attraverso spazi di libertà vera e non “ammaestrata” ovvero finanziata. Giusto è che si facciano un’esperienza del mondo più vasta, riuscendo poi magari a riportarli qui dopo le importanti esperienze compiute all’estero. 

SIAMO INNOVATIVI?
Per Luca Barbieri in provincia di Bolzano sono presenti diverse aziende estremamente innovative e che hanno ulteriori potenzialità di crescita, ma non sono ancora sufficientemente conosciute. Non si tratta solo di ditte nel campo dell’artigianato ma più in generale di realtà industriali che sono riuscite a mettere “a terra” conoscenze tecniche legate alla montagna, ma non solo. In Alto Adige è anche presente un bel sistema di start up, anche se forse un po’ troppo sovvenzionato, dove sono attivi giovani davvero molto in gamba con forti legami internazionali e in alcuni casi anche provenienti “da fuori”. Secondo Barbieri nel prossimo futuro occorrerà riuscire a contaminare un po’ di più queste realtà con il nostro sistema sociale, scolastico e politico. Per il giornalista occorrerà spingere sul concetto dell’imprenditorialità, evitando che i giovani si adagino in un’ottica di assistenza, meccanismo che Barbieri definisce “il male assoluto”. I giovani altoatesini sono spesso in gamba, svegli e internazionali, parlano più di tre lingue e devono poter seguire la loro strada con coraggio, senza condizionamenti, insomma.

Luca Barbieri

CHI E’ LUCA BARBIERI
Consulente per la comunicazione di centri di ricerca, pmi innovative e startup, Luca Barbieri è imprenditore e giornalista. Dopo 13 anni in RCS, dove ha collaborato alla nascita e al lancio di Corriere Innovazione, ha co-fondato Blum, società di consulenza che aiuta imprese innovative e centri di ricerca a crescere attraverso comunicazione, media relation ed eventi. In Alto Adige, dove risiede dal 2012, ha fondato Alto Adige Innovazione e conduce, per RAI Alto Adige, la trasmissione Master Up. Investitore e mentor di numerose startup, insegna Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova e Comunicazione dell’Innovazione al MOIM, Master in Open Innovation Management dello stesso ateneo. Il suo nuovo libro, in uscita a febbraio, si intitola “Comunicare Innovazione e Impresa” (Ayros editore).

Autore: Luca Sticcotti

“Asib invecchiare bene” chiude i battenti

Dopo dieci anni di attività, centinaia di iniziative e conferenze pensate e organizzate per aiutare le persone ad invecchiare con consapevolezza e meglio, Asib chiude i battenti. La notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno fra gli over della città in riva al Passirio, ma secondo la sua presidente e fondatrice, Maria Luisa Bucella, “c’era troppo stress, troppa burocrazia e nessun successore. Così ho formalmente sciolto l’associazione”.

Presidente Maria Luisa Bucella, cosa è successo? Davvero l’Asib non esiste più?
È così, e me ne dispiaccio. In qualità di presidente ho portato a termine tutte le formalità burocratiche. È un peccato, lo so: in molti negli anni hanno sostenuto l’Associazione, ma ultimamente – soprattutto a causa della pandemia e dei giusti timori che ne derivano – coinvolgere persone in attività sociali è sempre più complesso. Meno pubblico e meno attività comportano meno sovvenzioni, e il gioco si fa sempre più duro. Ma questo non è l’unico problema. Ho lavorato alacremente per Asib – aiutata da preziosi collaboratori, in particolare modo dall’amica Paola Colognesi – e gli anni avanzano per tutti, ma io dall’Associazione ho imparato proprio ad invecchiare bene. Dunque dico basta al troppo lavoro, al troppo stress e alle troppe cose da fare. Tenersi impegnati nella terza età è fondamentale. Ma essere costretti a correre a destra e a sinistra e soprattutto scontrarsi con la burocrazia che ogni anno diventa sempre più digitale e – per quanto mi riguarda contorta – va meno bene, Ne posso tranquillamente fare a meno.

Lei è la fondatrice dell’associazione, giusto? 
Sì, Asib è figlia mia! Avevo un’anziana zia che ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita in una casa di riposo; andavo ogni giorno a trovarla, con lei ho vissuto la quotidianità degli anziani, accompagnandola spesso in ospedale. Un giorno, parlando con il primario dottor Christian Wenter, l’ho sentito dire “Ci piacerebbe avere del tempo per insegnare alla gente come invecchiare bene”. Una frase che mi ha colpito e che mi è rimasta in testa. Ho pensato: bisogna darci una mossa prima di arrivare alla fine. Così, due mesi dopo la scomparsa della zia, ho depositato l’atto di costituzione di Asib – Associazione di promozione sociale “Invecchiare bene”. Non sapevo bene cosa e come l’avrei fatto, ma sapevo che volevo organizzare conferenze di tipo medico / preventivo e attività motorie per anziani. Ho coinvolto moltissime persone: esperti, medici e luminari. La missione di Asib aveva colpito tutti e il cento per cento dei relatori che negli anni hanno tenuto conferenze e mediato tavole rotonde ha sempre dato la propria disponibilità in forma gratuita. 

E il successo non si è fatto attendere…
Abbiamo avuto un gran successo fra i soci, è vero. L’ultima conferenza che abbiamo organizzato, ad esempio, riguardava i disturbi dell’ansia. In sala civica c’erano oltre settanta persone: numeri davvero importanti, soprattutto in periodo di Covid.

E adesso che cosa farà? 
Non mi piace stare con le mani in mano, lo sanno tutti. Adesso mai dedico un po’ a me stessa e poi ci penserò. 
Certo, nell’ultimo anno ho sperato che qualcuno si facesse avanti per subentrarmi in questo progetto che tanto ho amato, ma non è successo. Asib non esiste più, ma mi auguro che i suoi valori le sopravvivano.
E se un domani una nuova associazione volesse attingere all’eredità di “Invecchiare bene”, ai suoi valori, alla sua storia e all’esperienza della sua presidente, sapete dove trovarmi!

Autore: Luca Masiello

Canzoni e storie vissute sulla propria pelle

QuiIntervista a Edo Avi, cantautore di Laives, che ha quattro album all’attivo e ha lavorato con personaggi come Max Marcolini, arrangiatore e produttore di Zucchero. Tre suoi singoli si sono piazzati nella classifica radiofonica della Indie Music Like. Quando non scrive musica Avi ama dipingere quadri dalle tinte forti che ritraggono figure malinconiche.

La cosa che più mi piace più di me.
Riesco sempre a rialzarmi.

Il mio principale difetto.
Mi fido troppo di tutti. In alcuni casi ci vorrebbe un po’ di cautela.

La cosa che più mi piace più di me.
Riesco sempre a rialzarmi.

Il mio principale difetto.
Mi fido troppo di tutti. In alcuni casi ci vorrebbe un po’ di cautela.

La volta che sono stato più felice.
Tutte le volte che sono stato innamorato.

Da bambino sognavo di diventare…
Un campione di Motocross.

L’errore che non rifarei.
Credere che i meriti vengano sempre riconosciuti.

La persona che ammiro di più
Quella che sa andare per la propria strada, senza preoccuparsi di dove vanno gli altri.

Un libro da portare sull’isola deserta.
‘Il mondo secondo Garp’ di John Irving, uno dei miei autori preferiti.

La mia occupazione preferita
Scrivere canzoni.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Un paese in cui tutte le persone che incroci ti sorridono e ti salutano.

Il colore che preferisco.
Il rosso.

Il mio piatto preferito.
Baccalà alla trentina, cucinato da mia madre.

Il mio musicista preferito.
Neil Young. Ha reso speciale la mia adolescenza e segnato la mia strada.

Il mio pittore preferito.
Modigliani. Potrei stare delle ore davanti ad un suo dipinto.

Non sopporto…
I prepotenti, gli arroganti, i violenti, gli ipocriti, i maleducati, i millantatori… quanto spazio ho? 🙂

Dico bugie solo…
A fin di bene.

La disgrazia più grande.
Non riuscire più a sognare.

Il mio primo ricordo.
Uno sconosciuto che mi ha insegnato ad andare in bicicletta.

Per un giorno vorrei essere.
Un uccello.

Nel mio frigorifero non manca mai…
Lo spazio. è sempre vuoto.

Se fossi un animale sarei…
L’Araba Fenice.

In famiglia mi chiamano.
Edoardo.

Il mio motto.
Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Autrice: Caterina Longo

La montagna incantata

D’inverno la vita è dura, su questa montagna. I rigori della stagione morta e l’abbandono dei luoghi incutono timore. L’esistenza, dove ne rimane traccia, pare appesa al filo di una speranza sepolta sotto la coltre di neve sonnacchiosa.
Raggiungere questo sito sperduto in cima al Montelargo, la montagna “incantata” dalla caratteristica cupola che sovrasta l’abitato di Laives, non è facile. Quando finalmente ci si arriva – salendo dal fondovalle o scendendo dagli ultimi due masi di Nova Ponente – per prima cosa ci si chiede come abbiano fatto gli “uomini del passato” (dell’età del ferro, si suppone, o forse, ancora prima, antichi cacciatori nomadi che nella bella stagione inseguivano le loro prede tra Corno Bianco e Latemar) a scovarlo e adattarlo alle loro esigenze abitative, religiose o funebri. Una risposta plausibile per ora non c’è, dato che a tutt’oggi non se ne conosce neppure l’esatta destinazione. Insediamento montano protetto (ma da quali pericoli?), come lascerebbe suppore la doppia e massiccia cinta muraria? Appartato luogo di culto affacciato sulla stupenda vallata dell’Adige? Riparo temporaneo di qualche stirpe eletta? Tutte le ipotesi sembrano attendibili e allo stesso tempo insufficienti a chiarire l’enigma. Le domande aperte rimangono molte, anche perché, nonostante sia conosciuto dagli anni trenta del secolo scorso, il sito non è mai stato esplorato a fondo.
Attraversando con passo attento la stretta e accidentata lingua di terra affacciata sulla vertiginosa Vallarsa per raggiungere le mura di cinta e poi il cuore di circa sessanta metri quadri dell’antica cittadella di pietra (dove spicca un singolare “altare” di porfido), si rimane colpiti dall’atmosfera magica del luogo. Ogni pianta, ogni zolla di terra, ogni pietra sembra avere un segreto da preservare. La meraviglia è grande, la solitudine del bosco di pini, querce e sorbi selvatici invulnerabile. Gli enormi accumuli di pietre e i grossi massi che formavano i muri in parte crollati del castelliere non fanno che conferirle un alone di solenne eternità al sito.
Ci si muove in punta di piedi, si parla sottovoce, ogni cosa sembra appartenere agli spiriti che ora aleggiano tra muschi e radici, foglie secche e licheni. Non si andrebbe più via da questo luogo, il cui mistero sembra insondabile. Ti cattura per sempre questa sacralità semplice e profonda, le divinità pagane di tutta la valle sembrano essersi ritirate su questo monte che osservato dal fondovalle nulla tradisce della sua peculiarità.
Ai nostri piedi, lontana e allo stesso tempo vicinissima, la cittadina di Laives. Forse sono scesi da questo monte i suoi primi abitanti, qualche migliaio di anni fa. Al ritorno, andiamo a cercare le poche righe con cui sulla rivista “Der Schlern” Peter Eisenstecken, esploratore bolzanino, descrisse nel 1932 la scoperta di Trens Birg sulla “cupola sacra” sopra Laives. “Il 26 e 27 agosto mi recai con Otto Waldthaler a Nova Ponente (in italiano nel testo, siamo in epoca fascista), presso i masi Prentner e Schadner, per poi raggiungere il sito di Trens-Birg; già nel pomeriggio incominciammo con le ricerche presso il muro orientale.
Lo stesso ha una larghezza di un metro ed è formato da belle pietre squadrate di porfido. Scavammo in profondità, fino alle fondamenta, trovando frammenti di ceramiche e di ossa. Più tardi scavammo presso il muro a meridione, trovammo pochi frammenti di ceramiche. Non c’erano tracce di terra carbonizzata”. Tre anni dopo, anche un altro ricercatore, Georg Innerebner, visitò la Wallburg e ne rimase colpito. Ne disegnò una pianta e la descrisse dettagliatamente. Poi calò il silenzio sul luogo, fino a quando negli anni settanta del secolo scorso fu “riscoperto” dagli archeologi Lunz e Dal Rì. Al di là dell’utilizzo abitativo, confermato anche dalla presenza di varie fosse, sembra ormai certa la presenza di roghi votivi: insomma un luogo di culto dove affidare i propri defunti alle premure del cielo che qui, veramente, si tocca con un dito.

Autore: Reinhard Christanell

Uno sguardo diverso sull’anno passato

Capita anche a tutti, a fine anno, di sentirti appesantiti dagli eventi accaduti e di aspettare l’inizio dell’anno nuovo come fosse una nuova porta che si apre per farti entrare in uno spazio di possibilità.
Tutti noi, familiari e “carepartner” di persone che vivono con demenza, abbiamo lasciato alle spalle 365 giorni in cui la vita ci ha lanciato nuove sfide, ci ha fatto qualche “sgambetto”, lasciandoci forse quella sensazione di vuoto e di stanchezza che rendono le giornate più impegnative da vivere e la tendenza a lamentarci.
L’insieme delle esperienze dell’anno passato assomiglia ad uno stagno pieno di acqua torbida nel quale diventa complesso distinguere cosa pulsa di buono in profondità, perché il fango ne oscura la limpidezza.
Vivere accanto ad una persona con demenza richiede molte energie e la stanchezza davvero a volte può intorpidire il nostro presente e anche il nostro passato.
Alla luce di questo “sentire”, come possiamo filtrare l’acqua di questo stagno per vedere con più chiarezza attraverso essa, per poter riconoscere la natura di ogni momento vissuto e lanciare così uno sguardo diverso all’anno passato?
La gratitudine è il nostro filtro, il setaccio attraverso il quale far scorrere il nostro vissuto depurandolo da ciò che lo rende inafferrabile, incomprensibile, illogico.
Ecco perché in questo articolo ti propongo un paio di occhiali e due paia di scarpe per guardare al tuo 2021 e per spalancare il cuore al 2022: gli occhiali sono rappresentati dalla gratitudine che scientificamente è l’emozione più potente capace di trasformare la biochimica del nostro corpo, mettendo in circolo delle molecole straordinarie che diventano i mattoni per costruire il nostro benessere. Non si tratta di una magia, è la fisiologia stessa del nostro corpo che per “stare bene” ha bisogno di produrre neurotrasmettitori specifici come la serotonina e le endorfine che influiscono sul benessere sia psicofisico che emozionale e sulla creazione di relazioni più profonde e soddisfacenti.
Accompagnare noi stessi a coltivare la gratitudine diventa una strategia per vivere in pienezza le giornate e per leggere gli eventi passati con gli occhiali speciali della riconoscenza.
Da dove iniziare?
Munisciti di quaderno e penna, scrivere ti aiuterà a rischiarare le acque torbide dello stagno facendo sedimentare il fango e brillare l’acqua di rinnovata purezza.
Creati uno spazio: uno luogo fisico ed uno spazio temporale da dedicare ad una “re-visione consapevole” del tuo 2021. Regalati alcuni momenti in cui ri-guardare a quanto accaduto nel corso dell’anno appena trascorso scegliendo di indossare occhiali nuovi.
Ripercorri il tuo anno: con l’aiuto di fotografie che hai scattato o appunti nel tuo diario o sul calendario, vai alla ricerca delle esperienze che hai vissuto. Metti a fuoco ogni momento, i fatti e le emozioni che hai vissuto che forse risuonano ancora dentro di te.
Soffermati sulle esperienze che “senti” essere state più significative per te, lasciandoti sensazioni piacevoli. Rispetto a queste, per che cosa in particolare ti senti grata/o? Quali persone hanno contribuito a rendere “bello” quel momento? Le hai ringraziate esplicitamente per la gioia che ti hanno donato? Qual è stato l’ingrediente speciale che ha reso memorabile l’istante?
Scrivi sul tuo quaderno le tue riflessioni.
Ora dirigi la tua attenzione a ciò che ti ha fatto soffrire, fisicamente o emotivamente. Inforca bene i tuoi occhiali della riconoscenza e impegnati a scorgere in quella particolare situazione alcuni elementi per cui essere grata/o. Lo so, è una sfida, ma se non ti fermi di fronte all’apparente incongruenza di questa richiesta, potrai realmente sperimentare il potere trasformante di ogni lezione che la vita offre. Chiediti. Quale aspetto di quell’esperienza mi ha richiesto di dare il massimo di me stessa/o?
Posso essere riconoscente a me stessa/o di essere riuscita/o a trovare in me le risorse per attraversare quella situazione? Quali aspetti che dipendono da me sono migliorabili? Cosa mi ha insegnato quell’esperienza? Come mi ha fatto crescere? Posso custodire questo dono con cura in modo da avere nel mio bagaglio uno strumento in più per vivere le prossime esperienze facendone tesoro?
Il filtro della gratitudine ripulisce il passato e ci fa guardare al futuro con più chiarezza. La ricerca ha dimostrato nei suoi innumerevoli studi a riguardo, che allenare uno sguardo grato nella vita di tutti i giorni riduce lo stress e ha un ruolo importante nel superare i traumi aumentando la resilienza.
E le scarpe? Ecco due paia di scarpe speciali. Le modalità per allenare il muscolo della gratitudine sono molteplici e se scegli di farla diventare una dei protagonisti della tua vita, ecco un paio di suggerimenti:
Dai un perché al tuo grazie: M. Seligman, principale esponente della psicologia positiva, dice “quando dici grazie dillo con profonda consapevolezza, dillo guardando la persone negli occhi, dillo mantenendo un po’ lo sguardo, fai un piccolo sorriso, ma soprattutto non dire mai solo grazie.
Di anche “ti sto ringraziando perché”, mettendo accanto sempre il tuo perché. Questo scatenerà qualcosa di magico nella relazione tra te e l’altra persona. Ogni grazie senza un perché è un grazie vuoto, è un grazie di buona educazione, ma non è un grazie che arriva al cuore dell’altra persona. Allenati a dire grazie con il tuo perché. Dillo alla cassiera, al barista alle persone di cui hai cura. Allora la gratitudine diventa un atto rivoluzionario di cambiamento, per te e per gli altri.
La pietra della gratitudine: aiuta te stesso a ricordare il proposito di avere uno sguardo grato alla vita, ponendo sul tuo comodino una pietra in modo visibile. Alla sera appoggiala sul palmo della mano e chiudi le dita. Ripensa alla tua giornata e distilla con cura ogni cosa per cui essere grata/o. Ricerca nelle cose più semplici, nel sorriso di riconoscenza del tuo caro quando hai cura di lui, nella telefonata di un’amica, nel sapore speciale del piatto che hai preparato, nella pagina di un libro, nelle comodità che ti offre la tua casa. Tutta la tua giornata ti può suggerire infiniti motivi di gratitudine. Quando mentalmente hai terminato il tuo elenco, porta la mano con la pietra nel tuo cuore accompagnando il gesto con un sorriso.
Giorno dopo giorno, la gratitudine, come un pennello colorato, tingerà le tue giornate di nuovi colori e donerà vivacità alle tue esperienze permettendoti, alla fine del prossimo anno, di guardare al tempo trascorso pronunciando quel “grazie” capace di trasformare ogni evento in una opportunità di crescita.

Autrice: Roberta Lenzi Sente-Mente Felicitatrice

Auguri. Sulle ali degli uccelli.

Da sempre quando si avvicinano le festività di fine anno il mio pensiero va all’origine etimologica della parola auguri. Nell’antica Roma e fra gli Etruschi esisteva un tipo di sacerdote il cui compito era interpretare la volontà degli dèi dal volo degli uccelli. E proprio questi erano gli àuguri.
Leggere il volo degli uccelli… si tratta di un’immagine davvero piena di poesia.
E oggi, quando da millenni ormai nessuno più contempla il volo degli uccelli per trarne auspici, l’augurio rimane comunque un desiderio, una buona speranza che si esprime in occasioni speciali. Quasi come se già si conoscesse il volere delle divinità, corrispondente a ciò che si augura.
Il mio pensiero torna però lì: osservare il volo degli uccelli non ci farebbe male anche oggi. Ci servirebbe per liberare la mente da stress, ansie e – magari – pensieri negativi. Si tratterebbe di una sorta di meditazione che – facendoci volgere lo sguardo verso l’alto – potrebbe aiutarci a dimenticare, per qualche secondo, le miserie del nostro… “basso”.
In ogni caso fa impressione pensare che qui, proprio dove siamo adesso, persone come noi ma con credenze diverse ci abbiano lasciato in eredità idee e modi di dire così duraturi.
Questa cosa ci fa percepire – nell’augurare buon anno, o buon Natale – una radice profondissima. Facendoci rendere conto che le nostre parole non sono che l’antica sedimentazione di altre parole pronunciate da chi, tanti anni fa, condivideva la nostra stessa terra e… il nostro stesso cielo.
A ciò va aggiunto che l’etimologia della parola auguri nella nostra provincia si può inoltre combinare con quella dell’analogo verbo in lingua tedesca. Nello specifico “wünschen” sposta l’attenzione sul desiderio che ci anima quando facciamo gli auguri, compiendo una vera e propria “scelta” di fondo, legata – mi dicono – ad un termine Proto-IndoEuropeo che significa anche amare.
Il cerchio si chiude, insomma.
Buone feste!

Quando si prescrive un credito?

La regola generale è che la prescrizione ordinaria di un credito è di 10 anni. Questo significa che trascorso tale periodo, nell’inerzia del creditore, il diritto di credito si prescrive, ossia “scade”. Tuttavia, esistono delle eccezioni.
Ad esempio, i crediti derivanti per il risarcimento di un danno, per canoni di locazione, per spese condominiali, per indennità conseguenti alla cessazione di rapporti di lavoro si prescrivono in 5 anni; quelli relativi ai compensi dei professionisti in 3 anni; quelli relativi al pagamento di bollette (luce e gas) in 2 anni; quelli relativi a rette scolastiche o premi assicurativi per polizze RC furto e incendio in 1 anno; quelli derivanti da attività che si occupano di offrire vitto e alloggio ai propri clienti come pensioni, hotel, b&b in 6 mesi.
Il tempo necessario alla prescrizione si calcola dal giorno in cui il credito è diventato esigibile (cioè dal giorno in cui poteva essere richiesto al debitore, ad es. allo scadere del termine previsto in fattura).
Il termine di prescrizione può però essere interrotto: il creditore deve trasmettere al debitore una intimazione di pagamento prima della scadenza. Per intimazione si intende qualsiasi atto a cui la legge riconduce la volontà del creditore di esercitare il proprio diritto di credito. In questi casi la prescrizione viene interrotta e la decorrenza viene azzerata: inizia, cioè, a decorrere un nuovo periodo prescrizionale.
Attenzione: non bastano semplici solleciti telefonici, ma occorre una vera e propria messa in mora (sollecito), ad esempio trasmessa tramite raccomanda A/R o PEC.
Oltre a questa ipotesi, la prescrizione è interrotta da ogni azione giudiziaria per il recupero del credito (atto di citazione, ricorso per decreto ingiuntivo) oppure quando il debitore abbia dichiarato espressamente di riconoscere il proprio debito.

Autore: Massimo Mira

“Lana: un paese senza confini”

Un paese attivo, dove vive una comunità unita e senza confini: è così che il sindaco di Lana Harald Stauder definisce la sua città. E con lui, primo cittadino ormai dal 2010, iniziamo un ciclo di interviste alla scoperta dei comuni del Burgraviato.

Sindaco Harald Stauder, come sono i rapporti con il Comune di Merano? Ci sono cose che funzionano, cose che non funzionano, attriti o nodi da sciogliere?
Siamo i due comuni più grandi nella zona del Burgraviato ed abbiamo da sempre rapporti molto stretti e buoni. Ci sono diversi progetti che portiamo avanti insieme, come per esempio l’acquedotto delle sorgenti “Frigele” e naturalmente anche la gestione del traffico pubblico.

Parliamo degli spostamenti dei residenti: come funziona la mobilità da e per Merano e il resto della Provincia?
Tra Lana a Merano gli autobus hanno una frequenza diurna di 15 minuti. Guardando al futuro un punto per noi molto importante è la costruzione di una fermata ferroviaria a Sinigo/zona industriale di Lana: sarebbe un grande vantaggio per entrambi i centri. Sicuramente entreremo in contatto con la nuova giunta meranese per richiedere la loro disponibilità a portare avanti questo progetto: questa nuova stazione potrebbe essere un grande vantaggio sia per i pendolari come per tutti quelli che cercano un’alternativa alla mobilità individuale con la macchina.
La recente asse ciclabile che comincia a Maia Bassa e attraversa Marlengo, Cermes e arriva fino a Lana, poi, è un altro passo verso una mobilità sostenibile tra i due più grandi comuni del Burgraviato. 

Harald Stauder

Lei ha dimostrato di avere un occhio attento alla questione dell’ambiente: quali sono i prossimi suoi passi, in questo senso?
Abbiamo una grande ambizione: acquisire nei prossimi anni la certificazione Casa Clima Oro. Un altro progetto molto importante è il Bikesharing, oltre a diverse iniziative insieme alle scuole sui temi dell’ambiente e la sostenibilità. Abbiamo imparato che i bambini, già in giovane età, sono sensibili alle tematiche ambientali e quindi li abbiamo coinvolti con i temi che riguardano il futuro. I risultati, nell’ottica della sostenibilità a medio e lungo termine, sono molto positivi. In particolare, pensando al traffico e alla sua riduzione nei pressi delle scuole, abbiamo ricevuto tanti buoni consigli da parte degli alunni, tramite progetti congiunti tra Comune e scuola. Un esempio: 600 bambini delle scuole elementari ci hanno disegnato i pericoli che incontrano durante il loro tragitto da casa a scuola. In collaborazione alle scuole poi abbiamo cercato i punti critici e siamo intervenuti per mitigare il pericolo. È impressionante come certe esigenze dei bambini siano così diverse da quelle degli adulti.

A Lana quali sono i rapporti tra le due comunità di madrelingua italiana e tedesca?
Dal primo giorno del mio insediamento a sindaco la questione della madrelingua non  è stato un tema di discussione, non abbiamo mai avuto dei conflitti etnici. Le associazioni di tutti e due i gruppi linguistici collaborano molto bene e operano con iniziative per tutti. Un esempio molto significativo è il buon rapporto tra gli Schützen eil gruppo dell’Associazione Alpini, che si manifesta sempre durante la tradizionale “festa dell’incontro”.

Lana

A proposito di associazioni e di volontariato, quali sono le realtà più significative in paese?
Abbiamo più di 120 associazioni che lavorano in una serie di ambiti diversi. Le più grandi sono le associazioni sportive, le bande musicali ed i vigili del fuoco. Negli ultimi anni siamo riusciti a rinnovare quasi tutte le strutture sportive e questi investimenti producono i frutti sperati. Il Comune di Lana si è fatto un nome come organizzatore di eventi sportivi internazionali, soprattutto nell’ambito dell’atletica leggera. Abbiamo visto che la stretta collaborazione con le associazioni e l’appoggio – non solo in forma di contributi finanziari ma anche dal punto di vista organizzativo – è la miglior politica sociale che un Comune possa seguire. La partecipazione attiva nelle associazioni aiuta i giovani a crescere; ricevono il supporto forte della comunità e ciò dà un impatto molto positivo negli anni dell’adolescenza.

Il paese come ha vissuto il periodo del lockdown? Le attività ora sono riprese a pieno regime o si fa ancora un po’ di fatica a tornare alla normalità?
Tutte le organizzazioni ed associazioni stanno tentando di tornare alle attività pre-lockdown. Specialmente le associazioni che si occupano della generazione over 65 hanno ancora diversi problemi perché vedono che i loro iscritti e simpatizzanti hanno ancora paura di uscire da casa e di partecipare agli eventi. Purtroppo tutti gli altri programmano di settimana in settimana, visto che la situazione si evolve molto velocemente.

Ci descrive una tipica giornata del sindaco di Lana?
Direi che una tipica giornata in ufficio da me non esiste, l’andamento di ogni giornata dipende da diversi fattori. Un punto cruciale è il contatto molto stretto con la cittadinanza che siamo riusciti a mantenere anche durante il lockdown facendo delle udienze tramite i social media e le assemblee dei cittadini tramite Facebook o Zoom. Penso proprio che in questo ambito l’amministrazione di Lana sia stata un modello di come si possa mantenere attivo lo scambio con i cittadini, dando le informazioni sull’andamento della situazione.
Sul piano “privato”, da alcuni anni ho smesso a guardare la tv, uso il tempo così guadagnato per praticare sport: l’attività fisica mi aiuta tantissimo a tenermi in forma e mi serve per “bilanciare” il lavoro.

Autore: Luca Masiello

Aprire la porta per accogliere

Da tempo, a causa della pandemia, sentiamo parlare di “chiusure” e non possiamo far finta che questo non abbia influenzato anche il nostro atteggiamento: siamo diventati più diffidenti verso l'”altro”. Eppure esistono ancora storie di chi, proprio in questi mesi, ha deciso invece di aprire le porte ed accogliere. Una di queste è quella di Edith Pramstrahler di Egna, che da ottobre scorso ospita Notis, un giovane ragazzo greco. Ci siamo fatti raccontare da lei la sua esperienza.

Da quasi due anni parole come “chiusura, stop, controlli” ci accompagnano quotidianamente. Parole a cui corrispondono situazioni e atteggiamenti che ci hanno condizionato, e ancora ci condizionano, nella vita sociale. Il nostro sguardo su l'”altro”è inevitabilmente cambiato e, soprattutto verso le persone che non conosciamo, sentiamo una istintiva diffidenza. In questo contesto, è più facile chiudere le porte che aprirle, anche se alla lunga questa forse non è la cosa più utile per noi. Stupisce quindi sentire la storia di chi, proprio in questi mesi, le porte ha deciso di aprirle. E non solo quelle materiali della propria casa, ma anche quelle più interiori.
La signora Edith Pramstrahler di Egna ha accolto infatti, dallo scorso ottobre, Notis, un ragazzo diciassettenne proveniente dalla Grecia, da Patrasso. Abbiamo chiesto alla signora di raccontarci la sua storia, e cosa l’ha spinta a fare un passo tanto generoso. “La mia amica Simonetta Albertini di Intercultura cercava una sistemazione per un ragazzo greco per qualche mese e io mi sono offerta spontaneamente, per darle una mano. Ma soprattutto mi piaceva l’idea di offrire a uno studente con genitori non benestanti la possibilità di fare un’esperienza all’estero e imparare un’altra lingua” ci ha detto la Edith Pramstrahler che, lo ricordiamo, offre l’ospitalità a titolo di volontariato.
Con commozione, ma anche coraggio, ci racconta della perdita improvvisa dell’amato compagno Fabrizio, nel marzo scorso.
In questo senso, il fatto che il ragazzo da ospitare fosse greco è stata una specie di segnale per Edith. “Ho sempre amato la Grecia, da quando ho vent’anni. Una passione che ho condiviso con Fabrizio: siamo stati praticamente ogni anno in Grecia. E conosco bene la mentalità greca: la calma e la lentezza, e l’amore per i bambini, che sono molto coccolati, se non viziati. Ma ugualmente, non potevo immaginare ciò a cui sarei andata incontro”.

Come è stato il primo impatto?
Sono andata a prendere Notis all’aeroporto di Verona e abbiamo subito fatto un giro ad Affi, volevo che si scegliesse una T-Shirt come pensiero di benvenuto in Italia. La prima sfida è stata la lingua: parliamo in inglese e non è sempre facile. Per me è un’occasione per migliorarlo, per Notis è una possibilità per imparare l’italiano.

E l’arrivo a Egna?
Ho una casa ampia, quindi ognuno ha i suoi spazi di autonomia. Ma le questioni all’inizio erano altre.

Tipo?
Gli spostamenti. Io abito a Villa, una frazione di Egna e i primi tempi non è stato facile raccapezzarsi con gli orari degli autobus per la stazione. Notis va a scuola a Bolzano, frequenta la quarta del liceo classico Carducci e ogni giorno lo andavo a prendere al ritorno da scuola. Un giorno ha insistito per tornare a piedi e si è perso, con il buio e la pioggia… un momento di crisi, ma per fortuna tutto si è risolto. Certo inizialmente i meccanismi della convivenza quotidiana vanno oliati e il passaggio da Patrasso alla Bassa e a Bolzano non è proprio immediato.

Come va la vita in comune?
Procede bene: Notis è molto dolce e tranquillo, non mi disturba mai.
La voce di Edith si fa morbida quando parla del ragazzo, che definisce un po’ “il suo angelo”. D’altro canto, non mancano gli “inciampi” a cui va inevitabilmente incontro chi si trova a vivere a stretto contatto con un adolescente. Un classico.

Aspetti negativi?
Ha sempre le cuffie, quello un po’ troppo. A volte è un po’ sulle nuvole e non so se studia abbastanza.

E la lingua?
Abbiamo fatto il giro della casa e abbiamo aperto i cassetti per imparare i nomi dei vari oggetti in italiano, ma Notis due volte a settimana già frequenta, nel pomeriggio, un corso di lingua a Bolzano, dopo la scuola. Torna a casa alle sette molto stanco.

Un programma bello pieno insomma, ma il giovane ha il pieno supporto di Edith, che lo delizia con la sua cucina: “Gli chiedo sempre cosa vuole da mangiare, so di viziarlo, ma non posso fare diversamente. Vivere in una terra straniera vuol dire anche conoscere le nostre usanze e la nostra cucina”, continua Edith, che comunque non bada solo al ragazzo, ma ha una vita molto attiva: “Ho ripreso a lavorare e continuo a correre. Ogni domenica mi alleno dalla mattina presto diverse ore e partecipo alle maratone”. Il sabato non manca mai un caffè in centro a Egna, insieme a Notis. I due trascorreranno il Natale insieme perché Notis non tornerà a casa per le feste: una momento di vera accoglienza, che ha portato e porterà i suoi frutti, perché, concludendo con una frase dello scrittore Saint Exupéry, “La meraviglia di una casa non sta nel fatto che vi ripara e vi riscalda, né nel fatto che ne possediate i muri. Ma bensì nel fatto che essa ha lentamente deposto dentro di noi provviste di dolcezza”.

Autrice: Caterina Longo

Politica e informazione per il bene comune

Il rimedio a un diffuso “scetticismo nei confronti della democrazia” non sta nella “nella ricerca ossessiva di popolarità” o “nella sete di visibilità”, ma sta nella buona politica. “Perché la politica è cosa buona e tale deve essere nella pratica, in quanto responsabilità somma del cittadino, in quanto arte del bene comune”.

Lo ha detto papa Francesco sabato scorso incontrando ad Atene le autorità e la società civile. Perché l’espressione “bene comune” non risulti eccessivamente astratta (mentre è molto concreta), Francesco ha chiarito che non c’è bene comune senza una particolare attenzione ai più deboli.
“Affinché il bene sia davvero partecipato, un’attenzione particolare, direi prioritaria, va rivolta alle fasce più deboli. Questa è la direzione da seguire, che un padre fondatore dell’Europa indicò come antidoto alle polarizzazioni che animano la democrazia ma rischiano di esasperarla”. Il riferimento è ad Alcide Degasperi che disse: “Si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti vuol dire andare verso la giustizia sociale” (Discorso tenuto a Milano, 23 aprile 1949). Insiste Francesco: “Un cambio di passo in tal senso è necessario, mentre, amplificate dalla comunicazione virtuale, si diffondono ogni giorno paure e si elaborano teorie per contrapporsi agli altri. Aiutiamoci invece a passare dal parteggiare al partecipare; dall’impegnarsi solo a sostenere la propria parte al coinvolgersi attivamente per la promozione di tutti”.
La politica del bene comune e i cittadini attenti al bene comune non hanno paura di una casa di accoglienza, di un centro d’ascolto, di una mensa per persone in difficoltà. L’attenzione ai poveri dà la misura del livello di coscienza democratica. Naturalmente chi opera per la giustizia sociale dà fastidio al sistema di potere propugnato dalla società dei consumi, che promuove il populismo e l’individualismo per guadagnare consensi, lettori e denaro e attacca chi non si allinea senza esclusione di colpi.

Autore: Paolo Bill Valente