Uno spazio dipinto di Blu pieno di musica

Nelle ultime settimane, sul canale Spotify di Musica Blu, hanno cominciato a fare capolino diversi post musicali dedicati alle attività presenti e passate dell’Associazione. Tutto è cominciato con la realizzazione di un EP con quattro brani intitolato Mettetevi scomodi, che è un po’ il sunto di un’iniziativa nata durante i mesi del lockdown e che si è poi conclusa con un incontro in presenza tenutosi la scorsa estate sui gradoni dell’arena del Pippo.Stage a Parco Petrarca.

Abbiamo colto l’occasione per incontrare Diego Baruffaldi e Thomas Traversa (artefici dell’iniziativa insieme a Maddalena Ansaloni) e fare il punto della situazione su questa ed altre recenti iniziative nate nell’ambito di Blu Space (la branca aggregativa di Musica Blu).
“Il nostro obiettivo – spiega Baruffaldi – è sempre stato quello di far diventare il nostro centro giovani un punto d’incontro anche per musicisti, farli conoscere, creare una situazione di supporto, vicinanza, crescita, condivisione di musica. In tempi normali lo facevamo con l’organizzazione di laboratori e concerti, coinvolgendo quando possibile anche dei big. Col secondo, lungo lockdown ci si è posto il problema di come fare non potendo contare sugli eventi in presenza, così sono nate alcune situazioni con concerti online senza pubblico, o, nel caso di Mettetevi scomodi, un’intervista accompagnata da ascolti di mp3 o video che abbiamo ricevuto dai partecipanti. La dimensione online, se da un lato è penalizzata dall’assenza del pubblico, dall’altra ha la capillarità della diffusione e ci ha permesso di raggiungere giovani interessati al progetto in tutta la penisola.”
Alla base dell’idea delle interviste con ascolti c’è l’esperienza maturata da Thomas Traversa, che nel primo lockdown aveva condotto dei programmi d’impostazione simile su Radio Quarantenna. Quando verso l’estate è stato possibile tornare ad organizzare eventi col pubblico, per i ragazzi di Blu Space è stato naturale, a chiosa del loro progetto, portare alcuni dei musicisti incontrati online nell’anfiteatro del Pippo per una sorta di gran finale.
“Maddalena ed io – è Thomas Traversa a parlare – abbiamo molti contatti in giro, in altre città, così abbiamo allargato il circuito anche al di fuori dei confini locali. Nel 2021 abbiamo realizzato quindici puntate, il format era abbastanza semplice, basato su una chiacchierata di una quarantina di minuti.
Col nuovo anno sarà Maddalena da sola a condurre la cosa, ma finché sarà possibile invece di essere online, gli incontri si svolgeranno in diretta.”
Tra i progetti messi in cantiere da Blu Space, a coronamento di Mettetevi scomodi e del Songwriting Circle, c’erano le realizzazioni di due CD durante l’estate, contando sul fatto che Musica Blu ha un eccellente studio di registrazione. Dopo aver riflettuto su come concretizzare la cosa, i responsabili sono però giunti alla considerazione che trattandosi di prodotti dedicati ai giovani il formato CD poteva essere obsoleto oltre che costoso da produrre.
“Thomas ha avuto l’idea di creare un canale Spotify di Musica Blu – prosegue Baruffaldi – e da lì, dall’avere il canale al comprendere che c’era la possibilità di mettere online un sacco di altre cose legate alle nostre iniziative, il passo è stato breve. Così un po’ alla volta oltre all’EP Mettetevi scomodi abbiamo postato anche i brani registrati nel nostro studio durante le varie edizioni di Mixer, produzioni musicali per bambini realizzate da Franco Bertoldi e alte cose.”
L’ultima iniziativa di Blu Space è partita a fine novembre ed è la nuova edizione di una versione autoctona di Ka Boom, la serie che viene postata su youtube: nella fattispecie vengono create delle coppie tra i musicisti che prendono parte all’iniziativa, viene poi affibbiato loro un titolo a sorpresa e partendo dal titolo devono cimentarsi col comporre una canzone.
“Visto che la cosa è nata durante il lockdown – racconta Baruffaldi – di solito per il titolo veniva preso un libro lo si apriva a pagina 19 e se possibile si trovava qualcosa di adatto alla diciannovesima riga. Per il primo ciclo di Ka Boom ci siamo affidati alle frequenze di Radio Quarantenna, i ragazzi avevano a disposizione una settimana, poi facevamo ascoltare il risultato dell’esperimento lasciando raccontare ai ragazzi il processo creativo. Al momento, un po’ nello studio di Musica Blu, e un po’ in quello casalingo di Thomas, si stanno producendo le canzoni nate da questa esperienza e quando saranno pronte saranno anch’esse disponibili sul nostro canale Spotify. Per quanto riguarda la nuova stagione di Ka Boom, come per Mettetevi scomodi, tutto avverrà in presenza nella nostra sede e i ragazzi invece che in una settimana dovranno comporre la canzone in un’ora e mezza. Ovviamente non vogliamo dimostrare che scrivere una canzone è cosa facile o da poco, l’obiettivo primario resta quello di fare incontrare i ragazzi, facendo fare loro una cosa carina, che li entusiasma e che li fa uscire da qui felici.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Ora misure concrete per i giovani

Come nel resto d’Italia, anche in Alto Adige gli studenti e le studentesse di ogni ordine e grado hanno concluso il 2021 con la scuola in presenza. Tra gioie e dolori, abbiamo analizzato quest’ultimo periodo con Daniela Höller, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Provincia di Bolzano.

Dottoressa Höller, l’anno scolastico è iniziato con quattro mesi di scuola in presenza, un dato positivo… ma com’è stato percepito questo periodo da studenti e famiglie?
Bisogna innanzi tutto ricordarsi del ruolo centrale che la scuola ha sul percorso formativo e di crescita di ogni singolo studente: il valore del ‘gruppo’ è importante per tutti, specie per i bambini, e gli sviluppi che si porta con sé non sono attuabili con le scuole chiuse.
La scuola in presenza ha garantito un costante confronto con gli studenti, ma è sempre stata accompagnata da sentimenti di incertezza e insicurezza dettati dalla possibilità di un ritorno in DaD completo o parziale, dovuto da casi di positività in classe. In questo nuovo anno bisogna ricordarsi che la scuola in presenza è una risorsa per tutti, permette anche di prevenire e monitorare situazioni famigliare complesse conseguenti alla situazione pandemica

Si parla spesso, ma non abbastanza, di abbandono scolastico e salute mentale, cosa si può fare nel piccolo per migliorare questi fenomeni?
Temo che siano sempre di più gli adolescenti che si ritirano socialmente. Sono numerosi anche gli studenti affetti da stress e ansia da prestazione, anche nel nostro ufficio giungono lamentele riguardanti la pressione dovuta da verifiche e interrogazioni a scuola.
All’inizio della pandemia, nel 2020, abbiamo fatto un progetto con i bambini chiedendo loro come stavano; i risultati mostrano quanta voglia di ritornare ad aggregarsi e voglia di fare avevano. Questo per dire che manca spesso un dialogo aperto con i bambini e gli adolescenti, bisogna parlare con loro e chiedere a loro quali siano i problemi che più sentono vicini. Per il resto è compito di tutti noi garantire una formazione e un’istruzione completa e in presenza, e per far ciò serve responsabilità da parte degli adulti. Serve anche rispettare le misure di prevenzione da Covid-19 dando così anche l’esempio ai più piccoli. E – naturalmente – serve mantenere aperta la scuola.

Propositi per questo nuovo anno in tema infanzia e adolescenza?
L’Unione Europea ha voluto dedicare il 2022 alla gioventù, questo è sicuramente un dato positivo, ma bisogna stare attenti: queste iniziative vanno bene, ma non devono rimanere cose astratte e, anzi, devono trovare in fretta un’applicazione concreta. La chiave dev’essere la parola ‘partecipazione’, i progetti che si portano avanti devono essere coinvolgenti e interessanti per i giovani e, perché no, magari devono partire proprio da loro. Esistono delle leggi provinciali che sanciscono tutto questo e sono applicabili anche nel piccolo, ad esempio a livello comunale. La partecipazione dei giovani non è una scelta, è una risorsa che dev’essere applicata.

Autore: Andrea Dalla Serra

Barbieri di quartiere, da tre generazioni

C’è un’attività che, in Viale Druso 88b, si trasmette ormai da tre generazioni. Tutto ebbe inizio quando, nel 1957, Marco Prearo aprì il suo salone di barbieri che oggi, a distanza di 65 anni, porta avanti il figlio Paolo. Anche lui, a sua volta, ha insegnato il mestiere ai propri figli Luca, 16 anni, e Marco, 21 anni; non manca però anche l’aiuto di un terzo apprendista, Filippo. Abbiamo parlato insieme a Paolo Prearo che ci ha fatto luce sul mestiere del parrucchiere, sulla formazione professionale dei giovani che si avviano a questa attività e sul rapporto del salone con il quartiere e i suoi abitanti.

Paolo Prearo, quando ha iniziato a lavorare e dove ha potuto apprendere il suo mestiere? 
Ho iniziato all’età di 15 anni sotto la guida di mio padre; avere un salone di riferimento è essenziale tutt’oggi per avviarsi alla formazione.

E perché? 
Prima ancora di iniziare il percorso professionale bisogna trovare un salone in cerca di apprendisti, solo così si può abbinare la formazione alla pratica.

Oggigiorno il numero di iscritti nelle scuole professionali per barbieri è sempre più basso, com’è la situazione nelle classi dei suoi tre ‘apprendisti’? 
Mio figlio Marco ha finito l’anno scorso mentre Luca è al primo anno, in classe sua gli studenti sono solamente 8; Filippo invece sta frequentando l’ultimo anno insieme ad altre 5 persone. Se a questo dato si aggiunge che la formazione è ‘unisex’, per garantire in futuro più possibilità di trovare lavoro e venire incontro a tutte le esigenze dei clienti, si nota la scarsa affluenza di iscritti ai corsi. È vero che non è facile trovare dei saloni in cerca di giovani apprendisti, ma anche a livello locale c’è sempre qualche posto di lavoro che si muove…

Quali sono, per voi, le maggiori difficoltà di questo periodo? 
Ora non ci sono grandi difficoltà, all’interno del salone tutto avviene su appuntamento, questo favorisce l’organizzazione e impedisce l’affollamento. Anche la clientela è sempre attenta a rispettare le norme di sicurezza. Subito dopo il lockdown abbiamo introdotto l’utilizzo di diverse attrezzature usa e getta – dalla mantellina al misuratore di temperatura per la febbre – e questo ha, di conseguenza, fatto aumentare di 1 euro la tariffa, ma nessuno si è lamentato e non ci sono state polemiche.

Intorno alla sua attività ha notato chiusure di negozi ed esercizi commerciali? 
Ha chiuso solo qualche piccolo negozio, ma fortunatamente non ci sono state grandi chiusure conseguenti al lockdown.

Essendo legato al quartiere, quali sono i problemi che più si percepiscono?
Noi siamo proprio in Viale Druso, una strada trafficata e spesso bloccata, specie la mattina e la sera quando gli abitanti percorrono il tratto casa-lavoro; questo è senz’altro uno dei problemi principali.

All’interno del salone passano periodicamente gli abitanti della zona, quali sono gli argomenti più diffusi con la clientela? 
Purtroppo in questo periodo di pandemia si parla principalmente di Covid-19, solitamente si spaziava dallo sport alla politica.

Autore: Andrea Dalla Serra

Don’t look up

Dall’osservatorio astronomico Max Valier di San Valentino, una coppia di astronomi si accorge dell’esistenza di un meteorite che colpirà in pieno Bolzano in circa sei mesi e che distruggerà completamente l’intero territorio euroregionale. La notizia però non sembra interessare la politica e tantomeno la popolazione, concentrata al momento su problemi più importanti, come la toponomastica e il concerto di Vasco Rossi per 120mila persone che si terrà a maggio nella Trentino Music Arena. Nel dubbio però si sta organizzando un mega-raduno degli Schützen, pronti a colpire il corpo celeste con i loro fucili caricati a salve!

Autore: Roberto Tubaro

Gabriele Antinarella: artigiano e artista

Gabriele Antinarella, in arte Lele, classe 1938, è un barbiere, un artigiano, ma soprattutto un artista. Si è diplomato al liceo artistico di Carrara e con le sue opere ha allestito diverse mostre. Parallelamente alla sua passione per l’arte ha portato avanti la sua abilità da artigiano aprendo un salone in via Milano nel ’58. Ora che è in pensione ci racconta la sua vita e cosa lo ha ispirato nella realizzazione delle sue opere.

Da dove nasce la passione per l’arte?
Quando ero piccolo andavo a scuola solo a fine anno per farmi dare la pagella. D’inverno non riuscivo a frequentare le lezioni a causa di un problema alla gamba che mi faceva zoppicare, quindi, se nessuno mi accompagnava, era difficile per me arrivare a scuola da solo a piedi. A fine anno, quando riuscivo ad andare, non ci capivo molto delle lezioni e per questo i professori non mi interrogavano. Per passare il tempo mi mettevo a ritrarre sui banchi i profili dei miei compagni di banco, oppure guardavo fuori dalla finestra della scuola e disegnavo la campagna e gli alberi. Mi facevo ispirare da ciò che vedevo.

Cos’è che ti ha portato a riprendere le Semirurali nelle tue opere d’arte?
Quando ho aperto il mio salone stavano iniziando a buttare giù le casette delle Semirurali, il quartiere in cui ero cresciuto, partendo da via Sassari e andando verso via Milano. Io, vedendo questo smantellamento, mi resi conto che i luoghi della mia infanzia stavano sparendo per sempre. Per questo nel mio salone, quando non c’erano clienti, spostavo la tendina e mi mettevo a disegnare. Malgrado le casette fossero tutte simili, il bello era scoprire che ognuno era diversa per la sua posizione e emanavano svariate personalità. Le ho viste crollare tutte, una dopo l’altra fino all’ultima. Fortunatamente questa sono riuscito a filmarla. Quel giorno in cui l’hanno demolita eravamo circa una decina, ma c’era un silenzio di tomba, sembrava un funerale: l’unico suono che si sentiva era il rumore delle gru. Sapevamo tutti che dovevano buttarle giù per forza, occupavano troppo spazio e a quei tempi c’era una grande fame di case.

Quando comincia invece la passione per la cinematografia?
La passione per il cinema inizia sempre dalle casette Semirurali. Il fotografo Gatti mi disse che nel suo negozio gli erano arrivate delle cineprese molto belle e nel 1988, grazie al ricavato del salone, riuscii a comprare la mia prima cinepresa. Mia mamma ha sofferto tanto quando è dovuta andare via dalla sua casetta in via Parma e quindi, armato della mia prima videocamera, chiesi il permesso al geometra del cantiere di entrare a fare delle riprese. Fu la prima cosa che filmai e da lì non ho più smesso.

Avresti mai pensato che tutti i tuoi lavori sarebbero diventati dei documenti così importanti?
In realtà mentre li realizzavo no, l’ho capito solo dopo. Ho compreso anche un’altra cosa: quando le persone vedranno le mie opere e i miei documentari, anche tra venti, trenta o quarant’anni, penseranno a me. Io vivrò finché vivranno i miei lavori, è questo il fascino dell’arte.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Un’esperienza di teatro sensoriale, racchiusa in una scatola

Andrea Bernard, regista e teatrante, e Salvatore Cutrì, attore formatosi a Napoli, ci raccontano il progetto “Insieme/Zusammen”, ideato in collaborazione con Elena Beccaro e sostenuto nella sua seconda edizione dal teatro Cristallo di Via Dalmazia.

In cosa consiste il progetto?
Il progetto nasce dall’idea di stimolare il pubblico in modo diverso. Volevamo andare oltre al teatro tradizionale e quindi siamo partiti da una domanda: “quando abbiamo smesso di vivere insieme?”. Ci siamo chiesti se il motivo del nostro allontanamento dagli altri fosse solo causa del lockdown o se ci fossero altri motivi più intimi. Questa domanda l’abbiamo racchiusa in una scatola interattiva e l’abbiamo proposta al pubblico. La voce narrante di Sebastian guida lo spettatore, che diventa in qualche modo attore, a compiere un’esperienza unica. 

Com’è nata l’idea?
L’esperienza che abbiamo voluto ricreare è quella di un teatro sensoriale in cui, attraverso l’olfatto e il tatto, viene risvegliata la memoria. Le vicende personali vengono destate attraverso il racconto di una storia che invita lo spettatore ad utilizzare gli oggetti contenuti nella scatola e a rispondere alla domanda posta all’inizio. La scatola nasce quindi da una necessità di arrivare nell’intimità delle persone. Nella sfortuna del lockdown, la fortuna è stata che a Bolzano si sono aperti molti bandi riguardanti il teatro e, grazie alla vincita del bando di Weigh Station, siamo riusciti a realizzare il nostro progetto. 

A quale pubblico vi siete rivolti? 
Il progetto si rivolge a tutti, l’unica parte di pubblico che abbiamo escluso sono i bambini, poiché non sono ancora entrati nella fase di crisi che riguarda l’età adulta e di conseguenza non potrebbero comprendere la performance. In qualche modo quest’esperienza serve per fare tornare bambini gli adulti e per scaturire degli stimoli profondamente ingenui e infantili.

Qual è l’obiettivo del progetto? 
L’obiettivo è lo stesso che ci poniamo ad ogni spettacolo, e cioè smuovere lo spettatore e cercare di provocarlo. La vera arte è quella che muove qualcosa in chi la guarda e che risveglia anche gli animi più assopiti, altrimenti non è arte.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Un territorio a più velocità

Anche quest’anno vi offriamo il nostro sguardo retrospettivo sugli ultimi 12 mesi, vissuti attraverso le notizie più importanti rilanciate dai media e che hanno calamitato in un modo o nell’altro la nostra attenzione. In questo caso il nostro interlocutore è Luca Barbieri, un giornalista di origini venete esperto di innovazione, che da 10 anni ha scelto di risiedere nella nostra terra e ci aiuta a leggere il nostro mondo anche un po’… “da fuori”.

Il 2021 in realtà aveva preso il via con la tragica vicenda che vide protagonista la famiglia Neumair Perselli.
Già. Negli ultimi giorni però mi hanno colpito le dichiarazioni da parte della famiglia che dice di essere stata “curata” dall’affetto della città. Devo dire che rispetto ad altri contesti, a livello altoatesino c’è stato un miglior rispetto della privacy e il senso di comunità è emerso. 

Nel 2021 la realtà altoatesina come ha reagito al secondo anno di pandemia?
Si è evidenziata una frattura all’interno della società che prima era rimasta sotto traccia. Ai vertici della Provincia ci sono figure dell’ambito scientifico e politico che sono ancora sotto shock; si erano illuse che l’Alto Adige fosse molto più “moderno” di quanto invece è stato appurato. Anche a chi viene da fuori risulta evidente che quello altoatesino è un territorio a due velocità: c’è infatti una parte della popolazione che ha solide tradizioni e ottimi principi, ma vive in una sorta di “pensiero magico”. Faticano molto, queste persone, a credere nell’oggettività della scienza e al valore del metodo scientifico in particolare. Hanno creato scorciatoie che le portano a decisioni che in realtà non hanno nessun fondamento, ma sono ancorate ad un immaginario identitario. Occorrerà valutare attentamente gli effetti che questo meccanismo produrrà in futuro sulla società altoatesina. La ritrosia rispetto alla vaccinazione penso lascerà il segno nelle famiglie, nei contesti sociali e anche nei luoghi turistici che hanno maggiormente sofferto. Negli ultimi mesi l’immagine tradizionale di un Alto Adige perfetto e super organizzato ha dovuto fare i conti con una certa dose di indisciplina rispetto alle norme stabilite man mano. La comunicazione verso l’esterno deve quindi ora fare i conti con questa novità e il contraccolpo sta portando comunque anche gli altoatesini a rielaborare l’immagine che hanno di loro stessi. La cosa andrà metabolizzata anche a livello politico e non solo in una prospettiva a breve termine.

Per la società e la politica altoatesina in realtà è risultato drammatico soprattutto il muro che si è alzato rispetto ad Austria e Germania. Il Tirolo del Nord e l’Austria hanno spesso agito in direzione ostinata e contraria, mentre da parte della Germania c’è stato quasi un blocco completo del turismo. Sono cambiamenti epocali, che hanno ripercussioni importantissime specie su alcune zone del nostro territorio come la Venosta, il Burgraviato e la Passiria. 
E’ vero, ma devo dire che l’Alto Adige ha passato praticamente indenne la crisi del 2008 e anche durante la prima parte della pandemia tutto sommato ha retto. Se il Covid 19 non durerà ancora tantissimo secondo me la provincia di Bolzano dal punto di vista economico ce la farà a superare l’emergenza. Un’altra questione, come dicevo, è quella culturale e d’immagine. Lì sarà più difficile venirne fuori. In ogni caso la Provincia nel 2021 ha cambiato di molto il suo atteggiamento nei confronti del governo italiano, anche perché con Draghi ci sono stati molti meno margini di manovra per differenziazioni territoriali.

Un altro tema importante del 2021 è stato quello dello sviluppo turistico in montagna e della sua sostenibilità ambientale…
La pandemia ha senz’altro riportato in primo piano il tema della sostenibilità e del ritorno alla natura. Fermando le attività umane la natura ha cercato subito di riprendere il suo spazio, lo abbiamo visto tutti, anche nelle città. Così abbiamo potuto appurare qual è la misura del nostro impatto. Per quanto riguarda la montagna è importante che la gente ci viva e che quindi se ne prenda cura. In Alto Adige il fatto che una parte della produzione industriale sia nelle valli, senz’altro aiuta. Quello che succede nelle province vicine ne è la controprova. Personalmente sono un escursionista amante della natura selvaggia e non amo la montagna luna park e iperservita. Però è anche vero che ci sono dei comprensori vocati ad una specifica attività turistica che devono essere dotati di impianti moderni in grado di garantire una serie di servizi, pur in equilibrio con la natura. Molto più pericoloso è ampliare troppo e spargere tanti microimpianti in giro per il territorio. In ogni caso oggi gli sportivi della montagna sono sempre più propensi a fare esperienze al di fuori degli impianti: lo sci alpinismo dovrà avere più spazi, in futuro. 

Ci vorrebbe un assessorato provinciale alla transizione ecologica…
Sì. Di fatto c’è ed è l’assessore ai trasporti dove sono stati fatti molti investimenti. Il trasporto pubblico in provincia è di serie A+++ rispetto ad altri territori limitrofi. 

Sì, ma la cosa vale solo in parte per la città di Bolzano… A proposito: la sfida della mobilità nel capoluogo sembra essere sempre più una “mission impossible”.
Da questo punto di vista la provincia ha tre distinte dimensioni: Bolzano, il resto del territorio e la A22. L’autostrada, soprattutto a nord di Bolzano, è davvero un terno al lotto. Le aziende sanno che al 90% non possono rispettare un impegno, se questo è legato ad uno spostamento in autostrada a nord del capoluogo. Poi è incredibile la disattenzione quasi “scientifica” che è stata riservata finora nei confronti della mobilità a Bolzano. Le circonvallazioni in provincia sono pazzesche, mentre a Bolzano è esattamente il contrario. Siamo già da tempo ad un livello di non sopportazione, tutti ora vogliono risolvere il problema ma l’ingorgo infrastrutturale che si è creato è talmente grave che sarà davvero difficile trovare una via per risolverlo.

A Bolzano il cantiere per il Waltherpark riuscirà a ripartire?
La tempesta è perfetta, al contrario dei precedenti rendering. Queste sono le cose che succedono quando la politica urbanistica la fanno i privati e non le amministrazioni comunali. Il Waltherpark poi è una doppia scommessa, perché è stato pensato prima della pandemia. è tutto da vedere se la società post Covid avrà ancora quel tipo di esigenze. L’incubo è che rimanga la voragine o che si costruisca, ma poi gli immobili restino in gran parte inutilizzati.

A proposito di altri temi… fondamentali. Per anni abbiamo discusso di toponomastica. Oggi invece si discute della possibile nuova collocazione di Ötzi.
Tra la terrazza di Benko in stile Star Trek sulla città e le altre ipotesi, quella che mi convince meno è quella dell’ex Enel, che dal punto di vista viabilistico mi sembra molto problematica. Mi domando se non abbia più senso lasciarlo lì dove sta.

Aeroporto di Bolzano. Qual è il suo futuro?
Altra scommessa, questa, da considerare alla luce della pandemia. L’impatto sui residenti è tutto da valutare, ma c’è. Una cosa è certa: sulla base dei voli previsti mi sembra che l’aeroporto avrà pochissimo impatto sul tema della mobilità in Alto Adige. Stiamo infatti parlando di microflussi turistici: l’aeroporto non è collegato con hub internazionali in grado di dare un approccio competitivo. In più da Bressanone in su è sempre più vicino Innsbruck. L’aeroporto di Bolzano resterà poco interessante per il sistema produttivo, insomma. 

Le recenti elezioni comunali a Merano: Che tipo di cambiamento si è verificato?
La SVP è riuscita a vincere perdendo. Da non meranese mi dispiace che si sia interrotto quell’esperimento, perché anche in ottica provinciale teneva aperta una strada anche per il futuro. 

Era di fatto una Große Koalition con uno spazio importante riservato all’ottica ambientalista… Ora a Merano resta molto interessante il fatto che in consiglio comunale di fatto le principali forze politiche nazionali in pratica oggi non esistano, o quasi. 
Infatti. Le dinamiche sono comunque altre, anche rispetto al Comune di Bolzano e la Provincia. 

Nella gestione della pandemia l’Euregio ha manifestato la sua inconsistenza. Bolzano, Innsbruck e Trento si sono mossi sempre in ordine sparso. 
Non ci potevamo attendere di più da un progetto che di fatto non è molto di più di un cartello messo lungo l’autostrada. Si tratta solo di un branding amministrativo per il Tirolo antico, ma non ha nessun’altra aspirazione, al di là delle tariffe della mobilità e di qualche altra iniziativa di comunicazione. 

Dei giovani invece di solito si parla solo se disturbano la quiete pubblica, a parte qualche riconoscimento pubblico per i meriti sociali o scolastici…
Parlare di movida a Bolzano fa abbastanza ridere. I problemi vanno relativizzati e comunque manca ancora un’università forte. Insomma: un problema giovani non c’è. Il problema è piuttosto quello di riuscire a valorizzarli come risorse, dando loro la possibilità di esprimersi a livello creativo, attraverso spazi di libertà vera e non “ammaestrata” ovvero finanziata. Giusto è che si facciano un’esperienza del mondo più vasta, riuscendo poi magari a riportarli qui dopo le importanti esperienze compiute all’estero. 

SIAMO INNOVATIVI?
Per Luca Barbieri in provincia di Bolzano sono presenti diverse aziende estremamente innovative e che hanno ulteriori potenzialità di crescita, ma non sono ancora sufficientemente conosciute. Non si tratta solo di ditte nel campo dell’artigianato ma più in generale di realtà industriali che sono riuscite a mettere “a terra” conoscenze tecniche legate alla montagna, ma non solo. In Alto Adige è anche presente un bel sistema di start up, anche se forse un po’ troppo sovvenzionato, dove sono attivi giovani davvero molto in gamba con forti legami internazionali e in alcuni casi anche provenienti “da fuori”. Secondo Barbieri nel prossimo futuro occorrerà riuscire a contaminare un po’ di più queste realtà con il nostro sistema sociale, scolastico e politico. Per il giornalista occorrerà spingere sul concetto dell’imprenditorialità, evitando che i giovani si adagino in un’ottica di assistenza, meccanismo che Barbieri definisce “il male assoluto”. I giovani altoatesini sono spesso in gamba, svegli e internazionali, parlano più di tre lingue e devono poter seguire la loro strada con coraggio, senza condizionamenti, insomma.

Luca Barbieri

CHI E’ LUCA BARBIERI
Consulente per la comunicazione di centri di ricerca, pmi innovative e startup, Luca Barbieri è imprenditore e giornalista. Dopo 13 anni in RCS, dove ha collaborato alla nascita e al lancio di Corriere Innovazione, ha co-fondato Blum, società di consulenza che aiuta imprese innovative e centri di ricerca a crescere attraverso comunicazione, media relation ed eventi. In Alto Adige, dove risiede dal 2012, ha fondato Alto Adige Innovazione e conduce, per RAI Alto Adige, la trasmissione Master Up. Investitore e mentor di numerose startup, insegna Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova e Comunicazione dell’Innovazione al MOIM, Master in Open Innovation Management dello stesso ateneo. Il suo nuovo libro, in uscita a febbraio, si intitola “Comunicare Innovazione e Impresa” (Ayros editore).

Autore: Luca Sticcotti

“Asib invecchiare bene” chiude i battenti

Dopo dieci anni di attività, centinaia di iniziative e conferenze pensate e organizzate per aiutare le persone ad invecchiare con consapevolezza e meglio, Asib chiude i battenti. La notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno fra gli over della città in riva al Passirio, ma secondo la sua presidente e fondatrice, Maria Luisa Bucella, “c’era troppo stress, troppa burocrazia e nessun successore. Così ho formalmente sciolto l’associazione”.

Presidente Maria Luisa Bucella, cosa è successo? Davvero l’Asib non esiste più?
È così, e me ne dispiaccio. In qualità di presidente ho portato a termine tutte le formalità burocratiche. È un peccato, lo so: in molti negli anni hanno sostenuto l’Associazione, ma ultimamente – soprattutto a causa della pandemia e dei giusti timori che ne derivano – coinvolgere persone in attività sociali è sempre più complesso. Meno pubblico e meno attività comportano meno sovvenzioni, e il gioco si fa sempre più duro. Ma questo non è l’unico problema. Ho lavorato alacremente per Asib – aiutata da preziosi collaboratori, in particolare modo dall’amica Paola Colognesi – e gli anni avanzano per tutti, ma io dall’Associazione ho imparato proprio ad invecchiare bene. Dunque dico basta al troppo lavoro, al troppo stress e alle troppe cose da fare. Tenersi impegnati nella terza età è fondamentale. Ma essere costretti a correre a destra e a sinistra e soprattutto scontrarsi con la burocrazia che ogni anno diventa sempre più digitale e – per quanto mi riguarda contorta – va meno bene, Ne posso tranquillamente fare a meno.

Lei è la fondatrice dell’associazione, giusto? 
Sì, Asib è figlia mia! Avevo un’anziana zia che ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita in una casa di riposo; andavo ogni giorno a trovarla, con lei ho vissuto la quotidianità degli anziani, accompagnandola spesso in ospedale. Un giorno, parlando con il primario dottor Christian Wenter, l’ho sentito dire “Ci piacerebbe avere del tempo per insegnare alla gente come invecchiare bene”. Una frase che mi ha colpito e che mi è rimasta in testa. Ho pensato: bisogna darci una mossa prima di arrivare alla fine. Così, due mesi dopo la scomparsa della zia, ho depositato l’atto di costituzione di Asib – Associazione di promozione sociale “Invecchiare bene”. Non sapevo bene cosa e come l’avrei fatto, ma sapevo che volevo organizzare conferenze di tipo medico / preventivo e attività motorie per anziani. Ho coinvolto moltissime persone: esperti, medici e luminari. La missione di Asib aveva colpito tutti e il cento per cento dei relatori che negli anni hanno tenuto conferenze e mediato tavole rotonde ha sempre dato la propria disponibilità in forma gratuita. 

E il successo non si è fatto attendere…
Abbiamo avuto un gran successo fra i soci, è vero. L’ultima conferenza che abbiamo organizzato, ad esempio, riguardava i disturbi dell’ansia. In sala civica c’erano oltre settanta persone: numeri davvero importanti, soprattutto in periodo di Covid.

E adesso che cosa farà? 
Non mi piace stare con le mani in mano, lo sanno tutti. Adesso mai dedico un po’ a me stessa e poi ci penserò. 
Certo, nell’ultimo anno ho sperato che qualcuno si facesse avanti per subentrarmi in questo progetto che tanto ho amato, ma non è successo. Asib non esiste più, ma mi auguro che i suoi valori le sopravvivano.
E se un domani una nuova associazione volesse attingere all’eredità di “Invecchiare bene”, ai suoi valori, alla sua storia e all’esperienza della sua presidente, sapete dove trovarmi!

Autore: Luca Masiello

Canzoni e storie vissute sulla propria pelle

QuiIntervista a Edo Avi, cantautore di Laives, che ha quattro album all’attivo e ha lavorato con personaggi come Max Marcolini, arrangiatore e produttore di Zucchero. Tre suoi singoli si sono piazzati nella classifica radiofonica della Indie Music Like. Quando non scrive musica Avi ama dipingere quadri dalle tinte forti che ritraggono figure malinconiche.

La cosa che più mi piace più di me.
Riesco sempre a rialzarmi.

Il mio principale difetto.
Mi fido troppo di tutti. In alcuni casi ci vorrebbe un po’ di cautela.

La cosa che più mi piace più di me.
Riesco sempre a rialzarmi.

Il mio principale difetto.
Mi fido troppo di tutti. In alcuni casi ci vorrebbe un po’ di cautela.

La volta che sono stato più felice.
Tutte le volte che sono stato innamorato.

Da bambino sognavo di diventare…
Un campione di Motocross.

L’errore che non rifarei.
Credere che i meriti vengano sempre riconosciuti.

La persona che ammiro di più
Quella che sa andare per la propria strada, senza preoccuparsi di dove vanno gli altri.

Un libro da portare sull’isola deserta.
‘Il mondo secondo Garp’ di John Irving, uno dei miei autori preferiti.

La mia occupazione preferita
Scrivere canzoni.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Un paese in cui tutte le persone che incroci ti sorridono e ti salutano.

Il colore che preferisco.
Il rosso.

Il mio piatto preferito.
Baccalà alla trentina, cucinato da mia madre.

Il mio musicista preferito.
Neil Young. Ha reso speciale la mia adolescenza e segnato la mia strada.

Il mio pittore preferito.
Modigliani. Potrei stare delle ore davanti ad un suo dipinto.

Non sopporto…
I prepotenti, gli arroganti, i violenti, gli ipocriti, i maleducati, i millantatori… quanto spazio ho? 🙂

Dico bugie solo…
A fin di bene.

La disgrazia più grande.
Non riuscire più a sognare.

Il mio primo ricordo.
Uno sconosciuto che mi ha insegnato ad andare in bicicletta.

Per un giorno vorrei essere.
Un uccello.

Nel mio frigorifero non manca mai…
Lo spazio. è sempre vuoto.

Se fossi un animale sarei…
L’Araba Fenice.

In famiglia mi chiamano.
Edoardo.

Il mio motto.
Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Autrice: Caterina Longo

La montagna incantata

D’inverno la vita è dura, su questa montagna. I rigori della stagione morta e l’abbandono dei luoghi incutono timore. L’esistenza, dove ne rimane traccia, pare appesa al filo di una speranza sepolta sotto la coltre di neve sonnacchiosa.
Raggiungere questo sito sperduto in cima al Montelargo, la montagna “incantata” dalla caratteristica cupola che sovrasta l’abitato di Laives, non è facile. Quando finalmente ci si arriva – salendo dal fondovalle o scendendo dagli ultimi due masi di Nova Ponente – per prima cosa ci si chiede come abbiano fatto gli “uomini del passato” (dell’età del ferro, si suppone, o forse, ancora prima, antichi cacciatori nomadi che nella bella stagione inseguivano le loro prede tra Corno Bianco e Latemar) a scovarlo e adattarlo alle loro esigenze abitative, religiose o funebri. Una risposta plausibile per ora non c’è, dato che a tutt’oggi non se ne conosce neppure l’esatta destinazione. Insediamento montano protetto (ma da quali pericoli?), come lascerebbe suppore la doppia e massiccia cinta muraria? Appartato luogo di culto affacciato sulla stupenda vallata dell’Adige? Riparo temporaneo di qualche stirpe eletta? Tutte le ipotesi sembrano attendibili e allo stesso tempo insufficienti a chiarire l’enigma. Le domande aperte rimangono molte, anche perché, nonostante sia conosciuto dagli anni trenta del secolo scorso, il sito non è mai stato esplorato a fondo.
Attraversando con passo attento la stretta e accidentata lingua di terra affacciata sulla vertiginosa Vallarsa per raggiungere le mura di cinta e poi il cuore di circa sessanta metri quadri dell’antica cittadella di pietra (dove spicca un singolare “altare” di porfido), si rimane colpiti dall’atmosfera magica del luogo. Ogni pianta, ogni zolla di terra, ogni pietra sembra avere un segreto da preservare. La meraviglia è grande, la solitudine del bosco di pini, querce e sorbi selvatici invulnerabile. Gli enormi accumuli di pietre e i grossi massi che formavano i muri in parte crollati del castelliere non fanno che conferirle un alone di solenne eternità al sito.
Ci si muove in punta di piedi, si parla sottovoce, ogni cosa sembra appartenere agli spiriti che ora aleggiano tra muschi e radici, foglie secche e licheni. Non si andrebbe più via da questo luogo, il cui mistero sembra insondabile. Ti cattura per sempre questa sacralità semplice e profonda, le divinità pagane di tutta la valle sembrano essersi ritirate su questo monte che osservato dal fondovalle nulla tradisce della sua peculiarità.
Ai nostri piedi, lontana e allo stesso tempo vicinissima, la cittadina di Laives. Forse sono scesi da questo monte i suoi primi abitanti, qualche migliaio di anni fa. Al ritorno, andiamo a cercare le poche righe con cui sulla rivista “Der Schlern” Peter Eisenstecken, esploratore bolzanino, descrisse nel 1932 la scoperta di Trens Birg sulla “cupola sacra” sopra Laives. “Il 26 e 27 agosto mi recai con Otto Waldthaler a Nova Ponente (in italiano nel testo, siamo in epoca fascista), presso i masi Prentner e Schadner, per poi raggiungere il sito di Trens-Birg; già nel pomeriggio incominciammo con le ricerche presso il muro orientale.
Lo stesso ha una larghezza di un metro ed è formato da belle pietre squadrate di porfido. Scavammo in profondità, fino alle fondamenta, trovando frammenti di ceramiche e di ossa. Più tardi scavammo presso il muro a meridione, trovammo pochi frammenti di ceramiche. Non c’erano tracce di terra carbonizzata”. Tre anni dopo, anche un altro ricercatore, Georg Innerebner, visitò la Wallburg e ne rimase colpito. Ne disegnò una pianta e la descrisse dettagliatamente. Poi calò il silenzio sul luogo, fino a quando negli anni settanta del secolo scorso fu “riscoperto” dagli archeologi Lunz e Dal Rì. Al di là dell’utilizzo abitativo, confermato anche dalla presenza di varie fosse, sembra ormai certa la presenza di roghi votivi: insomma un luogo di culto dove affidare i propri defunti alle premure del cielo che qui, veramente, si tocca con un dito.

Autore: Reinhard Christanell