Il Karate e quella forza interiore che fa vincere

Trionfo per i ragazzi dello Shotokan Ryu Karate di Laives nella competizione “Trofeo città di Arsiero”, in provincia di Vicenza, svoltasi nei giorni scorsi. Marica La Placa, Patrick Veronese e Luca Beriotto hanno guadagnato il podio nella competizione, che ha raccolto quasi 300 iscritti: “Sono numeri al di sopra di ogni previsione e testimoniano il fatto che nei giovani agonisti di questa disciplina la voglia di fare sport è altissima, dopo uno stop di quasi due anni a causa della situazione pandemica. E’ stata una gara di ottimo livello, in cui abbiamo confermato i nostri buoni risultati” – ci ha raccontato Michele La Placa, appassionato allenatore dell’associazione di Laives, di cui è anche fondatore. Una passione trasmessa appieno ai suoi ragazzi e ragazze, che nel “Trofeo di Arsiero” hanno quindi portato a casa i seguenti risultati: Marica La Placa è medaglia d’oro nel kata femminile Senior, mentre nella sezione Juniores del kata maschile Juniores Patrick Veronese è medaglia d’oro e Luca Beriotto medaglia d’argento.

Vittorie che riempiono i giovani di soddisfazione, ma mai di presunzione, perché il karate è soprattutto una disciplina di pensiero e non di ostentazione di muscoli: non a caso il suo ideale è “vincere senza combattere”. Un insegnamento racchiuso anche nel significato della parola karate, composta da vuoto e mano: un vuoto inteso come mettersi al lavoro per fare vuoto dentro si sé, fare i conti con sé stessi e trovare quella fiducia che, accompagnata dalla calma, spiazza l’avversario. Alle olimpiadi di Tokyo 2020 il karate è stato inserito “come sport in prova”, ma purtroppo non è stato confermato per le olimpiadi di Parigi 2024. 

Nato come disciplina riservato agli uomini, ormai il karate è ampiamente praticato anche da molte ragazze. Ne abbiamo parlato con Marica La Placa, che ha respirato l’aria di karate fin nella culla: papà Michele infatti è il fondatore e presidente dello Shotokan Ryu Karate Laives ed è Maestro 5° Dan. Nata a Bolzano nel 1999, Marica può vantare una bella collezione di vittorie come karateka: nel 2012 si era già aggiudicata la coppa Italia; nel 2013 è stata vice campionessa italiana, campionessa del mondo e seconda al Grand Prix d’Italia. Ci racconta che, dopo un periodo di stop per motivi lavorativi, ora ha potuto riprendere a pieno ritmo con il karate a livello agonistico.

Vista la storia familiare, dedicarsi al karate era quasi in obbligo… come è nata in te la passione per questa disciplina? 
In realtà non mi hanno influenzata: prima di sceglierlo ho provato tanti altri sport, dalla pallavolo al pattinaggio, dalla danza classica all’arrampicata… solo che se ce l’hai nel sangue lo senti e non puoi che prendere questa strada. Mi ha spinto il gruppo – siamo molto uniti e per me è come una seconda famiglia: quando indosso il kimono mi sento a casa. E, certo mio padre ha saputo trasmettermi il suo amore per questa disciplina, gli si illuminano gli occhi ogni volta che parla di karate.

Quando hai iniziato?
A nove anni a Laives; abbiamo avuto vari cambi di palestra, ora ci alleniamo a Pineta, ma il gruppo è rimasto lo stesso, quello Shotokan Ryu Karate, nato oltre vent’anni fa, prima che io nascessi. Ho voluto provare con il mio gruppo di amiche di allora – loro col tempo se ne sono andate tutte, ma io sono rimasta.

Cosa ti dà il karate?
Sicurezza: per me è questo il karate, rispetto e sicurezza. E’ un percorso per migliorare il tuo io, che ti aiuta ad affrontare qualsiasi cosa. Praticandolo, ho imparato il rispetto per gli altri e per sé stessi.

Hai avuto difficoltà come ragazza?
No, nessuna difficoltà per il fatto di essere donna perché il karate è rispetto in tutto, quindi anche della parità tra i sessi. A proposito, c’è una cosa che mi riempie di orgoglio.

Di pure…
Tempo fa con lo Shotokan Ryu Karate mio padre ha offerto corsi gratuiti di autodifesa per le donne ed è stato belle vederle arrivare piene di entusiasmo e migliorare, imparare a sapersi difendere, un tema molto attuale oggi.

Come è stato in questi anni di pandemia allenarsi?
Abbiamo ripreso ad ottobre scorso dopo un lungo stop e non è stato facile perché l’agonismo richiede molta costanza e sforzo fisico: potenza muscolare, fiato, velocità e soprattutto devi essere concentrata, devi “esserci con la testa”, come si dice. Per fortuna la voglia di ripartire era tantissima ed in pochi mesi abbiamo recuperato alla velocità della luce.

Prossime sfide in programma?
Sicuramente il campionato italiano che si terrà a Rimini nel maggio prossimo e il Grand Prix d’Italia  che si svolge a dicembre in provincia di Monza.

Cosa ami fare quando non fai karate?
Nel tempo che rimane tra il lavoro e gli allenamenti mi piace stare in famiglia, con il mio ragazzo e la nostra gattina, leggere e naturalmente viaggiare!

Autrice: Caterina Longo

Birti: una riqualificazione che divide

Il sindaco di Vadena Oberhofer difende il suo operato dopo l’accusa di aver modificato il piano di recupero elaborato dalla precedente amministrazione: “Lavoriamo nell’interesse dei cittadini”. L’opposizione: “Forte delusione”.

“Il nuovo progetto di riqualificazione di Birti? Non ha stravolto quello della vecchia amministrazione. Sarà solo sviluppato in maniera differente”. Il primo cittadino di Vadena, Elmar Oberhofer, rispedisce al mittente le accuse mosse dall’opposizione in merito alla mancata approvazione del Pdr deliberato nel settembre 2020 dalla Giunta dell’ex sindaco Beati. “Sono stati disattesi gli accordi presi”, tuona Sanka Jarcarova, capogruppo della Nuova Lista Civica di Vadena.
Parole alla quali si sono aggiunte anche quelle dell’associazione per la tutela dei beni artistici Italia Nostra: “Il piano precedente rispondeva ad un preciso indirizzo di riqualificazione urbanistica nel pieno rispetto della storia della frazione e con uno sguardo rivolto al futuro. Il nuovo studio invece non tiene in conto dell’esistenza delle antiche mura e del cimitero sotterraneo che vi insistono”, spiega Stefano Novello, presidente dell’associazione.
Un fuoco incrociato che sembra però non scalfire Oberhofer, che rimarca la bontà del suo operato: “Leggo molte accuse infondate nei confronti della mia Giunta. Non ci siamo inventati niente di nuovo e non siamo sicuramente degli sprovveduti. L’idea del parcheggio sotterraneo era presente anche nel precedente piano. Noi cerchiamo di portare avanti un progetto in cui crediamo e lo facciamo a favore di tutti i cittadini. La maggioranza crede fortemente in questa riqualificazione e i primi passi sono stati fatti”, spiega il sindaco.

Una nuova piazza a Birti
Il nuovo progetto di riqualificazione dell’area Birti, argomento sulla bocca della politica locale da ormai quindici anni, è stato elaborato dall’architetto Uwe Bacher e prevede la costruzione di una nuova piazza con annesso un viale comprendente un marciapiede alberato (con accessi ai condomini), illuminazione e 17 parcheggi pubblici. Tutto ciò sorgerà su una superficie di poco più di 2.000 metri quadrati. La Giunta, nel suo progetto, si è impegnata per cercare di creare armonia tra l’esigenza di modernità e la tradizione rappresentata dall’imponente campanile risalente al 1200. L’obiettivo è quello di far diventare la piazza un punto di ritrovo per i residenti, ma anche un polo d’attrazione culturale.
Ma quali saranno quindi i prossimi passi? Alla domanda risponde direttamente Oberhofer: “A breve contiamo di approvare il piano definitivo e successivamente acquisteremo i terreni mancanti. In molti dimenticano la fatica fatta per acquistare l’areale, visto che più volte abbiamo dovuto contrattare per il prezzo e riformulare tutti i contratti. Ovviamente svolgeremo al più presto anche gli studi attorno al campanile per individuare eventuali reperti archeologici e capire quale soluzione adottare per la creazione del parcheggio interrato”. Proprio quest’ultimo, da 30 posti auto, verrà gestito da una cooperativa. Stessa cosa dovrebbe accadere con il diroccato e pericolante edificio Teza: “Recentemente è stata costituita la cooperativa Nuova Birti che intende acquistare l’immobile per costruire nuove abitazioni. Come amministrazione spero che si possa trovare un accordo con l’attuale proprietario per completare il rilancio totale della frazione, unendo così i bisogni dei residenti con quelli di chi svolge attività rurali”, spiega il sindaco. I costi totali per il Comune saranno di circa 600mila euro, a cui bisogna aggiungere i costi già sostenuti per l’acquisto del terreno di circa 148mila euro.

Il sindaco di Vadena Oberkofler

L’opposizione: “Il mondo non finisce a Vadena”
Ma la delusione per la capogruppo Jarcarova è forte: “Se il piano di recupero della nuova amministrazione dovesse andare in porto, le differenze a livello qualitativo con quello della vecchia giunta sarebbero enormi. Sembra che la Giunta pensi che il mondo finisca a Vadena, ma non è così. Servono orizzonti più ampi e le scelte urbanistiche ricadono pesantemente sui cittadini e sulla collettività”. A dare fuoco alle polveri è stato anche il nuovo muretto di 18 metri di lunghezza costruito al confine dell’area con la futura piazza oggetto di recupero. “Ci chiediamo quanto sia compatibile un muro in cemento armato con una torre romanica. Non ci vediamo nessun amore e rispetto dell’amministrazione verso il proprio patrimonio artistico”, commenta Jarcarova, che contava in un intervento tempestivo delle forze politiche per bloccare la costruzione. Cosa non accaduta in quanto, come precisato dal sindaco Oberhofer, il muretto è stato costruito da un privato.

Autore: Alexander Ginestous

Giornalista bilingue per vocazione

QuiIntervista ad Anna Zangerle. Nata a Bolzano in una famiglia bilingue, Anna è laureata in giurisprudenza ma la sua passione è sempre stata la comunicazione e così nel 2019 è riuscita a coronare il suo sogno di diventare una giornalista professionista. Ha mosso i miei primi passi come giornalista con l’emittente televisiva RTTR, poi si è spostata presso SDF e VIDEO 33. Dal 2019 collabora invece con Rai Südtirol. Dal 2018 inoltre ha condotto come moderatrice diversi eventi, sia in italiano che in tedesco.

La cosa che più mi piace più di me.
La capacità di trasformare le mie fragilità in forza.

Il mio principale difetto.
L’impulsività.

La volta che sono stata più felice.
Il primo giorno di lavoro in Rai.

La volta che sono stata più infelice.
Dopo la perdita di una cara amica, una persona davvero incredibile che mi ha cambiato la vita.

Da bambina volevo diventare…
Una giornalista, ovviamente! Mio fratello ha ancora dei video di me che fingo di leggere il telegiornale. Video ahimè terribili!

La persona che ammiro di più.
Mia mamma! Una donna fortissima che è stata per me e mio fratello una mamma e un papà allo stesso tempo, ma anche un’ amica, una mentore e molto altro.

Un libro da portare sull’isola deserta.
L’amica geniale (e successivi) di Elena Ferrante, da leggere e rileggere all’infinito!

Il colore che preferisco.
Il verde.

Il fiore che amo.
La rosa rossa.  

Il mio piatto preferito.
La pasta al pomodoro… banale? Per me però una buona pasta al pomodoro non si batte!

Il mio musicista preferito.
Non ne ho uno in particolare, ma amo tantissimo la musica. Non potrei vivere senza!

Il mio pittore preferito.
Mi piace moltissimo Magritte. Quando posso mi concedo una scappata a Venezia per rivedere il mio quadro preferito “L’Empire des lumières”.

La qualità che preferisco in un uomo.
L’educazione.

La qualità che preferisco in una donna.
L’ironia.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Ho passato l’esame da giornalista a Roma. Il mio non è stato un percorso convenzionale.Ho studiato giurisprudenza. È stato un traguardo molto importante per me.

Dove mi vedo tra dieci anni.
Al tavolo di una redazione, sicuramente!

Autrice: Elisa Lanzinger

Una nuova veste. Per voi e per noi.

Nello scorso numero dei nostri giornali abbiamo riflettuto sul significato degli auguri in occasione delle festività e del nuovo anno che si approssimava. In questo primo numero del 2022 torniamo nelle vostre case, come sempre in punta di piedi, ma con una sorpresa, piccola ma comunque significativa. Abbiamo leggermente modificato il layout, ovvero la grafica dei giornali, rendendola più leggera e moderna. Si tratta di un restyling estetico ma che, nel corso dell’anno, andrà di pari passo anche con altri cambiamenti. Man mano faranno la loro comparsa nuove rubriche e si affaccerà qualche collaboratore in più per la scrittura dei nostri contenuti, arricchendo con sguardi inediti e diverse prospettive il racconto delle nostre comunità, vero e unico scopo della nostra esistenza nel panorama dell’editoria locale.
In questo giornale per motivi di spazio non trovate la pagine degli annunci. è la prima volta che succede e ce ne scusiamo con i molti di voi che utilizzano questa sezione, gratuita, per trovare interlocutori alle loro offerte. Invece non manca la chiacchierata che ogni anno realizziamo con un collega giornalista, per rileggere le notizie più importanti dei dodici mesi appena trascorsi. In questa occasione abbiamo pensato di privilegiare l’ottica dell’innovazione, che ci pare la giusta chiave di lettura dei tempi difficili che stiamo vivendo. Una prospettiva che sposta naturalmente l’attenzione sui giovani, l’ambiente e il futuro. E le risorse che la nostra realtà locale dovrà per forza di cose adottare per rilanciare il suo sviluppo, in una necessaria duplice ottica di sostenibilità e di collaborazione tra le generazioni. A proposito: il giornale che ricevete viene scritto da altoatesini la cui età spazia dai 19 agli 85 anni, senza trascurare nessuna decade di mezzo. Comunità per noi significa anche questo. Ogni età ha il suo perché ed è in grado di raccontare, spaziando con lo sguardo avanti e indietro, senza indicare una generazione come “il problema”. C’è spazio per tutti. Anzi: rinnoviamo il nostro invito anche a voi. Raccontateci le vostre storie, le vostre esperienze e i vostri quartieri. Sono infatti anche le “nostre” storie.

Autore: Luca Sticcotti

Ecco la nostra nuova vita “onlife”

Sono passati ormai più di 5 anni da quando il filosofo Luciano Floridi ha coniato il termine “onlife”, a significare che la nostra vita si svolge ormai in un continuo coesistere tra la dimensione fisica (offline) e quella digitale (online). Nelle nostre città siamo in effetti sempre più “onlife”. Un interessante esempio di questa commistione è l’utilizzo del web, dei dispositivi cellulari, e di tecnologie che permettono di fornire informazioni e servizi agli utenti in base al luogo esatto in cui si trovano, e agli oggetti che li circondano. La più semplice tecnologia di questi “servizi localizzati” è quella, di cui abbiamo già parlato, del QR Code: un codice a barre a due dimensioni, ormai noto a tutti per la dibattuta questione del greenpass. Basta posizionare un apposito QR Code in un punto preciso della città, assicurandosi che, una volta letto, rimandi a una pagina web appositamente sviluppata (o sia interpretabile in modo corretto da una app presente sul cellulare), e il gioco è fatto. Un esempio di questo approccio è “Di Verso Inverso”, il “percorso di realtà aumentata” dedicato a Dante nell’occasione dei 700 anni dalla sua morte. Nove installazioni, distribuite nelle città di Bolzano, Merano, e Bressanone, possono essere fruite nella loro dimensione fisica e, allo stesso tempo, rimandano a contenuti digitali accessibili inquadrando QR code posti su esse. Per poter fruire dei contenuti digitali, basta scaricare la app gratuita imaginAR e seguire le istruzioni. La presenza di QR Code richiede un approccio attivo da parte delle persone: sono loro a decidere se inquadrare o meno il codice, e fruire dei corrispondenti contenuti digitali.
Diverso è il caso dei beacon, veri e propri “fari digitali” bluetooth che, posizionati nelle città in precisi punti, interagiscono autonomamente con i dispositivi cellulari, scatenando (previo consenso) azioni specifiche che vengono eseguite dai cellulari stessi, tipicamente sfruttando il web per ottenere ulteriori informazioni. Le applicazioni sono davvero tantissime: si va dall’inviare automaticamente a un turista informazioni sui punti di interesse della città che incontra camminando, a inviare pubblicità su sconti e offerte quando si passa davanti ad un negozio. Beacon Südtirol-Alto Adige, un progetto finanziato dal fondo sociale europeo e svolto tra il 2018 e il 2020, ha creato un’infrastruttura di beacon molto capillare su tutto il territorio altoatesino. Tra le applicazioni che sono state realizzate su questa infrastruttura c’è quella che traccia la posizione esatta dei bus nelle città di Bolzano e Merano, grazie appunto alla presenza di beacon posti alle fermate e sui bus stessi. Maggiori informazioni sono disponibili al sito beacon.bz.it

Autore: Marco Montali

“Sporcatevi le mani, mordete la vita, impegnatevi”

Tra i primi atti politici importanti del nuovo anno ci sarà l’elezione del Presidente della Repubblica. Intanto Sergio Mattarella, nel congedarsi dal 2021 e dal suo settennato, ha dato importanti spunti di riflessione. Lo ha fatto nel tradizionale discorso del 31 dicembre: un viatico per un 2022 ancora pieno di incognite.

“Ho percepito accanto a me l’aspirazione diffusa degli italiani a essere una vera comunità, con un senso di solidarietà che precede, e affianca, le molteplici differenze di idee e di interessi”. Il presidente della Repubblica Mattarella sottolinea la capacità che molti hanno avuto di guardare ai bisogni e alla situazione degli altri, un atteggiamento necessario se si vuole superare l’emergenza. Grazie dunque “per la maturità e per il senso di responsabilità” a chi, “fidandosi della scienza e delle istituzioni, ha adottato le precauzioni raccomandate e ha scelto di vaccinarsi”.
Centrale, nel discorso del Presidente, il ruolo dei giovani, presente e futuro. Essi “sono portatori della loro originalità, della loro libertà. Sono diversi da chi li ha preceduti. E chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani”.
Alle nuove generazioni Mattarella sente di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società. Lo fa con le espressioni tratte da una lettera del professor Pietro Carmina, vittima del drammatico crollo di Ravanusa, che nel salutare i suoi studenti al momento della pensione, aveva scritto: “Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…”.

Autore: Paolo Bill Valente

Il Welschwirt di Laives

Nel XVI secolo, Laives, piccolo borgo rurale alle porte di Bolzano, era un noto centro commerciale. Le strade brulicavano di vita (anche troppa, secondo gli abitanti dell’epoca, esasperati dal “gazèr” dei forestieri) ed era un viavai ininterrotto di carri e carrozze che sollevavano un gran polverone. Vi transitavano quotidianamente – e in particolare nei periodi di fiere e mercati – decine di commercianti, zatterieri, carrettieri e tutto quel popolo nullafacente in cerca di fortuna che accompagna sempre le attività più floride.
I Sacco di Rovereto, che gestivano in regime di monopolio il trasporto sull’Adige, avevano la loro base operativa a Bronzolo e tenevano a libro paga una quantità infinita di maestranze. Costoro erano temuti per la loro condotta a dir poco esuberante, tanto che i pacifici agricoltori del posto li definivano “dei veri e propri banditi”.
Ruberie e zuffe erano all’ordine del giorno e non di rado sfociavano nel sangue.
Il luogo più frequentato da questa stravagante umanità erano ovviamente le osterie. Le più importanti si affacciavano sulla vecchia via postale e commerciale. Alle porte del paese si trovava il “Kalten Keller” (Caneve), poco oltre, dove la strada imboccava l’odierna via D. Chiesa, il “Krueg” o “Großhaus”.
Nel vecchio paese dominava la scena lo storico “Koelbl” (Posta Vecchia). Lungo l’odierna via Marconi si trovava il “Burger” (carceri) e alla biforcazione per Bronzolo e la “Länd” (porto e dogana), quella più frequentata dai zatterieri e commercianti di legname: il “Welschwirt” (oste degli italiani).
Non era questo il suo vero nome ma probabilmente veniva chiamata così grazie ai suoi avventori. In realtà si chiamava “Raimann” e, più tardi, anche “Goldene Rose”. Solo in epoca più recente prese poi il nome “Gutleben”, derivato da tale Johann Baptist Guettleben, che la gestiva a metà del XVIII secolo. Il nome “Casa Rossa”, prevalente nel XX secolo, derivò invece dalla colorazione dell’edificio.
Il “Welschwirt”, come detto, era il luogo di ritrovo preferito di tutti coloro che gravitavano attorno alle “Reif” (depositi di legname) e al porto sull’Adige. Sull’odierna via Vadena, si trovava infatti anche la “Reif” del Comune di Nova Ponente, che faceva concorrenza a quella vescovile e a quella dei Conti del Tirolo presso l’Aichner, che pure gestiva da decenni il trasporto dei tronchi fino all’imbarcadero.
Il “Welschwirt”, di proprietà dei Lichtenstein (e quindi dei vescovi di Trento), è documentato dalla fine del XV secolo; allora lo gestiva tale Lienhart Raimann, da cui prese il nome.
Nel 1540 gli subentrò Joerg Kippermann e nel 1582, dopo la sua morte, acquistò il maso il proprietario del “Großhaus” Matheis Preth. Nel 1726 appare la denominazione “Welschwirt”, e nel 1828 il sacerdote Johann Gentili acquistò il maso dal Barone von Eyrl per rivenderlo nel 1892 alla famiglia Gerber, che lo conservò fino ad oggi.
Ora, a breve, questo “monumento” cittadino farà posto ad un condominio: e speriamo che delle preziose mura rimanga non solo un pallido ricordo.

Autore: Reinhard Christanell

Un’altoatesina a Seul

Da Bolzano a Seul passando per Los Angeles. Passioni, lingue, amori e sorprese di Ayssata “Aisha” Ba, nata in Alto Adige da padre senegalese e madre sudtirolese. Sposata con un sudcoreano, è al terzo mese di gravidanza.

Si potrebbe iniziare dicendo che Aisha Ba ha i piedi in due continenti, non fosse che la sua storia ne copre tre e i piedi non sono sufficienti. Nata a Bolzano da padre senegalese e madre del Tirolo del Sud, ha sposato un coreano, sempre del sud, e ora vive a Seul. 

Tutto questo, ovviamente, non interessa agli uffici dell’anagrafe altoatesina, per loro è solo un’appartenente alla comunità linguistica tedesca della provincia di Bolzano, ma il resto del mondo la potrebbe selezionare come testimonial di questo inizio del terzo millennio, non solo per la sua famiglia globalizzata. è modella, ballerina, ovviamente “influencer”e si è sposata in streaming. A essere più precisi, la cerimonia si è svolta in Corea alla presenza del marito, ma, a causa dell’emergenza Covid, i genitori hanno potuto seguire la cerimonia solo via webcam dalla loro casa di Bolzano. Ufficio anagrafe escluso, quindi, non dovrebbe stupire nessuno che Aisha parli cinque lingue: oltre all’italiano, il tedesco della madre, il pulaar del padre senegalese,  il coreano del marito e l’inglese, “lingua di lavoro”. 

Restando sulla questione “stupore”, non dovrebbe meravigliare nemmeno che Aisha abbia pensato di trasferirsi in Corea del Sud. Da un paio di decenni, infatti, non è più solo le metà meridionale di un paese diviso da una guerra. Da lì viene “Squid Game”, la serie più vista nella storia di Netflix, lì è stato girato “Parasite” film vincitore di quattro premi Oscar tra cui quello di miglior film nel 2020, da lì viene, probabilmente, anche il televisore piazzato nel vostro salotto.

Chi ha un figlio adolescente non dovrebbe aver bisogno di ulteriori dettagli, gli altri possono consultare Google alla voce “K drama”, serie televisive “made in South Korea”, o  cercare dettagli sul “K pop”, il pop coreano che vede tra i suoi maggiori esponenti i “Bts”, boy band che può vantare tre dischi di platino, due singoli multi-platino, tre singoli di platino, tre singoli d’oro e un disco d’oro, limitandosi solo al mercato discografico statunitense. Il video di uno dei loro ultimi successi, “Dynamite”, uscito un anno fa, è stato visualizzato oltre un miliardo di volte, per l’esattezza 1.350.372.123 (al 31 dicembre 2021).

Bene, tutto questo, però, non ha nulla a che fare con la scelta di Aisha che in Corea ci è andata per ballare:  “Io non sapevo nulla del K-Pop e tanto meno dei K-drama che hanno attratto l’attenzione della generazione della mia sorella più piccola. Ci sono andata perché volevo imparare a ballare il Locking, una danza hip hop di cui erano diventati maestri i coreani”.

Questo avveniva nel febbraio di quattro anni fa, quando Aisha si trovava a Los Angeles, ovvero proprio dove il Locking era nato. 

A questo punto i continenti diventano quattro e quindi è meglio ripartire dall’inizio.

Aisha ha concluso l’intero percorso scolastico in lingua tedesca a Bolzano. Poi si è iscritta all’Università di Innsbruck dove si è laureata in economia. In seguito, mentre alternava gli studi del dottorato con un lavoro part time alla Camera di commercio di Bolzano, si è accorta di essere troppo giovane per avere un futuro tanto prevedibile: “Mi sembrava di sapere esattamente come sarebbe continuata la mia vita, per cui ho deciso di partire per Los Angeles per un viaggio che unisse la vacanza all’approfondimento della mia passione per il Locking. Sono rimasta lì per tre mesi, ma non mi sono trovata bene, credo che lo stile di vita statunitense non faccia per me. Poi mi sono resa conto che in California il Locking era passato di moda, mentre continuava ad essere molto apprezzato in Asia. Così ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto che la soluzione migliore era la Corea del Sud. Sono atterrata a Seul con l’idea di restarci solo un anno, poi le cose sono cambiate”.

Come detto, era il febbraio 2018, ottenuto il visto per un anno per “vacanze di lavoro”, ha iniziato a lavorare in un ristorante (di giorno) e a seguire i corsi di ballo (di sera). “Già a Bolzano lavoravo saltuariamente come modella e in Corea ricevevo molte richieste che ho finito per accettare. Dopo dieci mesi di permanenza, ho ottenuto il visto di lavoro”. Nel frattempo, ha conosciuto Kim Jun Gu, il ragazzo che è diventato suo marito, anche questo in maniera molto “moderna”: “So che non è molto romantico, ma tutto è iniziato da un suo messaggio su Instagram”. 

Anche lui lavora come modello e col passare del tempo la relazione si è fatta seria e Aisha gli ha fatto conoscere i genitori: “Si sono incontrati in Thailandia nel Natale 2019, l’ultimo prima della pandemia. Subito dopo avrei voluto far conoscere Bolzano a Kim Jungu, ma il Covid non l’ha reso possibile. Siamo riusciti a venire solo ad agosto del 2021”. 

La visita e l’incontro sono descritti in un video sul frequentatissimo canale “You Tube” di Aisha,  e molto altro si trova anche su Instagram e su Tik Tok. Immagini che mostrano quanto Aisha si trovi bene a Seul. “La Corea mi piace, mi sento a mio agio e tutto si muove velocemente senza i rallentamenti burocratici a cui siamo abituati in Europa. Di Bolzano mi manca soprattutto l’atmosfera delle feste, in particolare quella del Natale”.

Prossimamente le mancherà ancora di più, perché come ha rivelato lei stessa sui suoi canali social, ora aspetta un bambino. In un video del 2 gennaio scorso, mostra suo rotondissimo pancino e racconta i suoi primi tre mesi di gravidanza con un’estrema dovizia di particolari. Neanche una parola sulla scelta riguardo al censimento etnico.

IL PERSONAGGIO
Aisha potrebbe essere selezionata come testimonial di questo inizio del terzo millennio, non solo per la sua famiglia globalizzata. è modella, ballerina, ovviamente “influencer”e si è sposata in streaming. La cerimonia si è svolta in Corea alla presenza del marito, ma, a causa dell’emergenza Covid, i genitori hanno potuto seguire la cerimonia solo via webcam dalla loro casa di Bolzano. Una classica cittadina del mondo che è arrivata a Seul dopo una sosta a Los Angeles, parla cinque lingue: oltre all’italiano, il tedesco della madre, il pulaar del padre senegalese, il coreano del marito e l’inglese, “lingua di lavoro”.

Autore: Massimiliano Boschi

Avulss, mani tese che aiutano

Ogni giorno i volontari e le volontarie dell’Avulss di Laives sono vicine a chi ha bisogno: con il trasporto solidale, accompagnando a fare visite e analisi, ma anche dando conforto a chi si ritrova da solo nelle diverse situazioni della vita. Dal dicembre scorso l’associazione ha una nuova sede, mentre dall’autunno è entrato in carica il nuovo presidente Bruno Ceschini: una buona occasione per farci raccontare come è nata la passione per il volontariato e le attività dell’associazione.

“Fare bene il bene” è uno dei motti dell’Avulss, l’Associazione di volontariato di Laives che si occupa di trasporto solidale e non solo e che nel dicembre scorso ha tagliato il nastro della sua nuova sede in Via Galizia. Il suo presidente Bruno Ceschini incarna perfettamente lo spirito dell’associazione, e si commuove quando parla dei suoi volontari “di cui è fiero e orgoglioso” – ci racconta. Il secondo principio dell’Avulss è: “insieme si può servire meglio”. Ceschini ci tiene a sottolinearlo: è solo grazie alle tante persone, donne e uomini, che ogni giorno offrono il loro tempo e il loro impegno, che l’Avulss riesce a stare vicino a chi ha bisogno. L’associazione è infatti a disposizione, con mezzi e autisti, di chi per diverse ragioni non ha la possibilità di usare un mezzo o non ha nessuno che lo accompagni a fare una visita medica o un esame. Un aiuto concreto insomma, e ormai negli anni sono migliaia i viaggi di accompagnamento fatti da Avulss. Ma l’associazione si occupa anche di molto altro, come il servizio spesa, la compagnia agli anziani nelle case di riposo, alle persone sole e a quelle che stanno in ospedale.
Come accennato, lo scorso 11 dicembre si è svolta una cerimonia di inaugurazione della nuova sede di Avulss, messa a disposizione dal comune di Laives insieme al parcheggio coperto per i mezzi. Alla cerimonia erano presenti il decano e parroco don Walter Visintainer e diverse autorità locali: il sindaco Christian Bianchi con il vice Giovanni Seppi e l’assessora Claudia Furlani nonché la sindaca di Bronzolo Giorgia Mongillo, che si sono alternati nei saluti e ringraziamenti per l’attività svolta, sottolineando ancora una volta l’importanza della disponibilità al prossimo, anche in funzione delle necessità del territorio.
“Da assessora e cittadina posso dire che per me l’Avulss svolge un servizio essenziale: è un aiuto concreto che si dà alle famiglie. Dobbiamo anche considerare che la popolazione invecchia; i figli si fanno dopo i 30 anni e spesso ci si trova con dei bambini piccoli ed un genitore anziano da accudire. C’è chi è fortunato e può organizzarsi con le proprie forze, ma sappiamo che nella maggior parte dei casi non è così” – ci ha ra detto l’assessora Furlani. Tanto più prezioso è quindi il servizio di associazioni come Avulss.
La nuova sede è stata intitolata ad Armando Chiereghin, storico presidente dell’associazione, venuto a mancare di recente. E proprio da una promessa fatta a Chiereghin che nasce la decisione di Bruno Ceschini di diventare volontario.
“Poi conoscendo la realtà ho avuto la spinta definitiva, perché sono circondato da grandi volontari che capiscono e lo fanno con il cuore” ribadisce Ceschini.

Domanda inevitabile: com’è cambiato il vostro lavoro con la pandemia?
Le difficoltà sono aumentate, perché prima con un unico pulmino trasportavamo anche cinque, sette persone; ora per motivi di sicurezza ne possiamo portare al massimo due, ciò significa molti viaggi – e le richieste sono in aumento. Ci teniamo molto alla sicurezza di chi è trasportato e dei nostri volontari, rispettando tutte le regole e disposizioni anti Covid-19 in vigore. Tramite il Cup (Centro unico di prenotazione provinciale) le visite sono sparse un po’ in tutta la provincia; chi va solo a Bolzano magari riesce a fare più viaggi, ma se l’autista deve accompagnare qualcuno più lontano, allora è impegnato tutto il giorno.

Avete riscontrato difficoltà anche negli altri servizi?
Certo, anche gli altri servizi che offriamo hanno subito cambiamenti: ad esempio, le visite in casa delle persone sono state sostituite con le telefonate, per far sentire comunque una voce amica a chi è solo. Il servizio spesa e piccole commissioni che era stato sospeso ma ora con le dovute precauzioni è stato ripreso, mentre i servizi nelle case di riposo vengono eseguiti  solo previa autorizzazione delle rispettive direzioni.

Tornando al trasporto, qual è il vostro “raggio d’azione”?
Abbiamo quattro vetture e prestiamo servizio per le persone dei comuni di Laives, Bronzolo e Vadena.

Quanti viaggi fate in media?
Abbiamo quattro vetture che in media sono impegnate tutte ogni giorno, dal lunedì  al venerdì.

Per che tipo di trasporti venite chiamati?
Di tutti i tipi: accompagniamo a fare visite specialistiche, analisi e per diverse esigenze…. noi non chiediamo e non entriamo nel merito: il nostro compito è andare a prendere chi ha bisogno sotto casa, accompagnarlo dove deve recarsi e riaccompagnarlo a casa. Ormai le nostre signore volontarie, che accolgono le richieste, sanno calcolare i tempi e organizzare al meglio i trasporti. Preciso però che non siamo una cooperativa di taxi; cerchiamo di guardare a chi ha bisogno, perché altrimenti va a perderci chi ha la vera necessità.

Come è il rapporto con le persone che aiutate?
Una cosa che colpisce è quando le persone ci ringraziano mille volte e ci dicono che siamo degli angeli, che senza di noi non saprebbero come fare. è bello sentire che ci vogliono bene e scorgere il sorriso e la gratitudine dagli occhi, nonostante la mascherina.

E rispetto alla croce rossa e alla croce bianca, che differenze ci sono?
Loro fanno altri tipi di trasporti più specializzati: noi non abbiamo competenze sanitarie. Tutti i nostri volontari provengono dalle più svariate professioni e prima di prendere servizio presso Avulss partecipano ad un corso di preparazione, che viene svolto in varie sessioni.

A proposito: chi sono i volontari e le volontarie?
Sono tutti pensionati – altrimenti non sarebbe possibile fare questo servizio. Devo dire con piacevole sorpresa che negli ultimi tempi sono sempre di più le persone che stanno per andare in pensione e offrono il loro aiuto  alla nostra associazione… Solo nelle ultime settimane si sono uniti due nuovi autisti e anche delle nuove signore come volontarie in ufficio. Ci tengo a dire che il nostro servizio ha una grandissima flessibilità.

In che senso?
Che c’è molta disponibilità reciproca: se qualche volontario ha un impedimento e non può venire per il proprio turno, c’è sempre qualcuno che subentra. Tutto funziona bene perché c’è un clima positivo e sereno. E ci tengo a sottolinearlo: ogni contributo è essenziale e prezioso, anche il più piccolo!

Ad ascoltare Ceschini, tendere le mani per aiutare gli altri sembra una cosa tanto naturale, spontanea e gioiosa, che è difficile non seguire l’esempio di questi volontari. Una bella immagine per iniziare bene il nuovo anno.

Autrice: Caterina Longo

Via Vanga, viaggio all’origine del nome

Via dei Vanga, è una delle vie che delimitano il centro storico di Bolzano. A chi e cosa si riferisce tale denominazione? I Vanga erano una nobile famiglia bolzanina; originaria di Burgusio (Val Venosta), nel XII secolo si era stanziata a Wangen (Vanga), frazione del Comune di Renon. Ma i Vanga fissarono la loro residenza anche a Bolzano costruendo una torre intorno alla quale sarebbe sorto, all’imbocco della Val Sarentina, un maniero. A dare lustro alla famiglia dei Vanga fu Federico, il figlio di Adelperone I, il quale aveva spostato nei pressi di Bolzano i suoi interessi economici. Intrapresa la carriera ecclesiastica, Federico divenne canonico di Augusta, nonché decano del Capitolo di Bressanone. Il 9 agosto 1207 fu eletto vescovo di Trento, con insediamento nella residenza episcopale il 18 novembre, festa della dedicazione della cattedrale. Federico di Vanga, il quale fu il primo vescovo a segnarsi con il titolo di principe, si distinse per intelligenza, energia, senso e tatto politico. Si pose subito all’opera, infatti già nel 1208 celebrò un Sinodo diocesano. Oltre a concedere ai due fratelli la costruzione del castello che sorge all’estremità di una roccia porfirica, strapiombante su tre lati sul torrente Talvera, a lui si deve la fondazione di Castel Rafenstein (Sarentino), ma sopratutto l’ideazione e la programmazione dell’attuale cattedrale trentina. Promosse la fondazione di vari ospizi per pellegrini, come quello di Longomoso sul Renon. Il vescovo Federico di Vanga mostrò abilità ed esperienza anche nell’amministrazione del principato; godette della fiducia dei sovrani, come Ottone IV di Brunswick (1182-1218) e Federico II di Svevia (1194-1250). Partecipò anche al Concilio Lateranense IV (Roma, novembre 1215). Partito per la quinta Crociata, morì il 6 novembre 1218 ad Accon, sulle coste della Siria, presso Tolemaide. Fu sepolto nella chiesa di S. Maria degli Alemanni, dell’Ordine Teutonico.

Autore: Leone Sticcotti