Gli animali selvatici a Bolzano

Dopo gli uccelli, ecco la seconda tappa del nostro percorso alla scoperta degli animali selvatici a Bolzano. Con l’aiuto del presidente di WWF Bolzano Roberto Maistri, descriviamo dunque gioie e dolori della fauna con la quale conviviamo nel capoluogo altoatesino.

Il dialogo con il presidente del WWF Roberto Maistri parte da un concetto di fondo, tanto interessante quanto per nulla scontato, ovvero la differenza che esiste tra essere protezionisti e animalisti. Ebbene: ai protezionisti – ovvero ai volontari del WWF – interessa la biodiversità e la tutela degli habitat. Per loro quindi non è importante la salvaguardia del singolo animale, bensì della specie ed è proprio in questo che sta la grande differenza rispetto agli animalisti. Un esempio classico della contrapposizione tra protezionisti e animalisti sta nel rapporto che il WWF ha con le “gattare”, le signore che – anche a Bolzano – si prendono cura a loro modo dei gatti “randagi”. Per i protezionisti la sterilizzazione promossa da queste signore ad esempio è un vero e proprio controsenso, che priva gli animali della loro caratteristica peculiare, avvicinandoli all’uomo, l’unico essere vivente che sceglie, spesso, di non procreare. Maistri ricorda infatti che nel mondo animale la specie sacrifica tranquillamente gli individui meno adatti, pur di perpetuarsi.

LA CITTA’: UN AMBIENTE DEGRATATO
In città a Bolzano si trovano solo gli animali selvatici che hanno la maggiore capacità di adattamento.
E anche nei piccoli parchi del capoluogo sono pochi gli animali che possiamo incontrare. Uno dei motivi di questa scarsa presenza sta nel fatto che anche ai bordi della città il verde agricolo è costituito quasi esclusivamente da meleti dove viene fatto un ampio uso di anticrittogamici e pesticidi. L’ambiente naturale è quindi relegato a piccole zone che si trovano lungo gli assi fluviali.
Per la presenza di animali selvatici un altro problema a Bolzano è rappresentato dal fatto che le aree agricole sono quasi tutte recintate, impedendo il passaggio non solo agli umani ma anche a piccoli animali, come lepri e ad esempio i rospi, anfibi terricoli che vivono la gran parte dell’anno nutrendosi di vermi e lumache. Negli ultimi decenni dal contesto urbano sono scomparse anche molte specie, soprattutto di uccelli, che invece avevano a lungo vissuto in città grazie alla presenza di numerosi edifici dotati di orti e giardini, come ad esempio avveniva alle vecchie Semirurali.

Una volpe in città durante una nevicata, sotto a un lampione

L’INTERVISTA
Partiamo dagli animali che siamo abituati a considerare più “vicini” a noi. Com’è la situazione dei cani randagi e dei gatti a Bolzano e in Alto Adige?
I cani randagi sono molto pochi, niente di paragonabile a quanto avviene in altre zone d’Italia, dove il randagismo è una vera piaga. I gatti ci sono, eccome. Dobbiamo ricordare che il gatto è un animale per il quale l’uomo ha operato un addomesticamento molto blando. Si è trattato di una scelta: l’uomo si è avvicinato a questi animali in quanto grandi predatori dei topi. 

I topi ci sono anche a Bolzano? Non ne vediamo molti, in giro…
Sì, ci sono specie sia vecchie che nuove. Ci sono il topolino domestico, quello dei campi e le arvicole. Ma in città e nei pressi di essa troviamo soprattutto la classica pantegana, che in realtà si chiama rattus norvegicus. È un “invasore” proveniente dal nord, fino all’800 non c’era da noi. Si tratta di un ottimo nuotatore, vive nelle fogne e lungo i fiumi. L’altro topo presente è il ratto nero delle case, che è presente da secoli. Per dire: è quello che ha portato la peste e che troviamo nel racconto del Manzoni. Pur presente, il ratto nero è stato quasi soppiantato dalla pantegana, molto più aggressiva e più grossa. Mentre la pantegana si muove a terra, in acqua e sotto terra, il ratto nero vive in soffitta ed è anche in grado di camminare sui fili della luce. La pantegana a Bolzano la si può intravvedere ad esempio nell’Isarco, quando si passa sopra ai ponti. 

Uno scoiattolo

Poi ci sono i pippistrelli, che volano ma non sono uccelli. 
Sì, i chirotteri. Sono mammiferi insettivori che hanno sviluppato il volo. Sono degli animali incredibili, sono dotati di un sistema di geolocalizzazione, una sorta di radar, che consente loro di muoversi e cacciare nel buio più assoluto. Hanno un sistema acrobatico di volo che permette cambi direzionali impossibili anche per gli uccelli.

Le persone tendono ad avere un po’ paura di questi animali. Sono in qualche modo pericolosi?
No, in nessun modo. Conducono una vita molto particolare e amano la città a causa di uno dei motivi principali che conducono le specie animali al loro inurbamento. Oltre alla presenza del cibo – e alla tolleranza da parte dell’uomo – per i pippistrelli fondamentale è la presenza di luoghi dove riprodursi. Cercano vecchi manufatti ma non solo, anche sottotetti. Devono essere, soprattutto, luoghi in qualche modo riscaldati. è infatti più facile svernare dentro il tetto di un condominio che tra le rocce dei porfidi in Val d’Adige. Ricercano una condizione climatica sopra lo zero, in pratica. Certo vivere accanto all’uomo in un ambiente inquinato e fortemente degradato non è facile. E infatti ne pagano le conseguenze, attraverso una maggiore mortalità e una minore aspettativa di vita. Com’è anche per noi umani, d’altronde.

Un riccio

Passiamo alle faine, ai ghiri e ai ricci.
La faina ha una adattabilità incredibile, per questo è entrata in città. è un mustelide nato come predatore classico di piccoli uccelli e roditori. In città si trova benissimo dato che l’uomo butta via una quantità incredibile di prodotti commestibili per lui, figurarsi per una faina. Le faine si divino il territorio in città. Ognuna marca una zona e la difende dalle altre faine. Le faine fanno festa anche quando trovano il cibo che le gattare mettono a disposizione dei gatti randagi. Si è addirittura scoperto che, oggi, il successo riproduttivo della faina è superiore in città rispetto a fuori. Il ghiro è un altro roditore super adattabile. L’unica sua pecca è che ha bisogno di una cavità. A lui piacciono molto i sottotetti e se si infilano lì poi disturbano facendo un sacco di rumore, soprattutto di notte. Anche loro sono molto eclettici nell’alimentazione, ma tendono a stare ai margini della città. I ricci poi sono una vera e propria opera d’arte. Vivono tranquillamente in città e anche loro apprezzano il latte e i croccantini nelle ciotole dei gatti. Trovano le loro nicchie per nidificare e vivono benissimo. E quando attraversano le strade spesso non si appallottolano neanche più: corrono!

Un rospo in mezzo al muschio

Cinghiali. A Roma entrano anche in città. E a Bolzano? 
Da noi no. Ancora ai tempi di Durnwalder si decise che il cinghiale non fa parte della fauna locale e allora il ritorno di questo animale viene impedito alla radice. Appena li vedono li… ammazzano. Ma non penso che basterà, se consideriamo quello che sta avvenendo in altre regioni. Hanno un tasso riproduttivo e una mobilità talmente alti, che bloccarli è quasi impossibile, quando prolificano. 

Volpi, scoiattoli e serpenti. 
Le volpi in città sono state osservate più volte, specie nella zona di san Maurizio. è un altro animale molto adattabile e, naturalmente, opportunista, come ben sappiamo. Gli scoiattoli a Bolzano non ci sono, mentre a Merano si possono tranquillamente incontrare anche in città. Hanno bisogno infatti di alberi ad alto fusto e una alberatura stradale molto più folta, per saltare da un albero all’altro. I serpenti invece sono molto rari. In giro si possono intravvedere solo qualche biscia e qualche biacco. 

Autore: Luca Sticcotti

La targa dedicata alla figlia di Dostoevskij

Fresca di… ! È da pochi giorni, dal 10 novembre, che nel maestoso complesso del Grieserhof, nell’atrio di Villa Aufschnaiter- Caffè Bistro, si trova la targa trilingue (italiano-tedesco-russo) che ricorda la morte, 95 anni fa, il 10 novembre 1926, di Liubov’ Dostoevskaja, scrittrice russa, figlia del più noto scrittore russo Fëdor Michailovič Dostoevskij (1821-1881). All’evento, promosso dall’associazione culturale Rus’, a 30 anni dalla sua fondazione, presenziarono il sindaco Caramaschi, il vicesindaco Walcher e Christoph Klotzner, presidente della Fondazione S. Elisabetta, che gestisce il Grieserhof. L’associazione culturale Rus’, con sede a Bolzano, intende far conoscere in Alto Adige la cultura russa e slava e portare nel contempo in Russia testimonianze della cultura locale nelle sue espressioni plurilingui. La targa inizia con “Vorrei vivere là dove c’è più sole”, riportante una frase di Liubov’ Dostoevskaja in un questionario giovanile; prosegue con “Liubov’ Fédorovna Dostoevskaja (1869-1926), scrittrice russa” e con “figlia di F.M. Dostoevskij si spense al Grieserhof il 10 novembre 1926”. Liubov’ Dostoevskaja per motivi di salute (soffriva di tisi) visse per lo più all’estero; in Italia trascorse gli ultimi anni della sua vita. L’amata Liubov’, così la definiva il padre, di cui la figlia fu anche biografa, nei suoi viaggi utilizzò il nome di Aimée , che divenne il suo nome alternativo. Nel 1924 si trasferì da Nizza a Merano, dove passò l’inverno 1925-1926; a marzo fu a Gries, per tornare in aprile a Merano (Villa Borodine). Tra maggio e giugno 1926 fu ad Arco, dove tornò dopo esser stata a Milano in agosto. Da Arco si trasferì a Gries, dove fu ricoverata al Grieserhof e dove morì il 10 novembre. Sepolta nel cimitero di Gries, dal 1957 riposa nel cimitero di Oltrisarco. Nel 2019 l’Associazione culturale Rus’ ha pubblicato la prima traduzione in italiano del suo romanzo “L’emigrante” (1912).

Autore: Luca Sticcotti

Storie senza ma: “Donne in Jazz” contro la violenza alle donne

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne: un gruppo di musicisti della nostra regione pubblica oggi e lo presenta con un concerto al Teatro Cristallo alle ore 21 un brano composto per l’occasione e disponibile su tutte le piattaforme per l’ascolto e il download della musica online. Il progetto si riallaccia ad un’iniziativa ideata qualche anno fa da Fabio Zamboni e che sotto il nome di “Signore del Jazz” presentava alcune bravissime cantanti scese in campo contro la violenza sulle donne, accompagnate dal Fiorenzo Zeni Quartet nel ruolo di backing band.

“Questa cosa e la buona causa a cui era collegata ci sono piaciute molto – racconta Fiorenzo, che ha firmato insieme a Greta Marcolongo il brano ‘Storie senza ma’, attorno a cui ruota il progetto odierno – tanto che l’avevamo ripreso poco dopo per una serata nell’ambito del festival jazz di Lana organizzato da Helga Plankensteiner e Michl Lösch, ed ora ci stiamo lavorando da parecchio, nonostante la pandemia ci abbia costretti a dilatare le scadenze, siamo finalmente pronti. Oltre al brano che sarà disponibile in rete, l’idea che ci sarebbe piaciuto concretizzare era di mettere su CD anche le altre canzoni in programma nel concerto, dieci brani in tutto, alcune cover e un paio di canzoni composte rispettivamente da Evi Mair e Judith Pixner. Purtroppo, avendo come scadenza la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, non è stato possibile farlo. Non escludiamo però che dal concerto possa derivare un disco dal vivo, anche se per parlarne bisogna ascoltare la qualità della registrazione”.
Il quartetto di Zeni sarà quello classico con il piano di Michele Giro, la batteria di Michele Vurchio e il basso di Flavio Zanon che da qualche tempo ha sostituito un ormai impegnatissimo Marco Stagni; in più per alcune canzoni ci saranno come ospiti Roberto Gorgazzini e Matteo Rossetto. Per quanto riguarda le voci, oltre a Greta Marcolongo, coautrice con Zeni di Storie senza ma, sono coinvolte Evi Mair, Camilla Guerrini, Petra Gruber e Judith Pixner.
“Rispetto alle precedenti edizioni, intitolate Signore in Jazz – ci spiega Zeni – ora il progetto si chiama Donne in Jazz, le protagoniste sono solo cinque, rispetto alla prima edizione in cui erano una decina. Il programma è comunque molto ricco e offre l’occasione di ascoltare delle voci diverse, soprattutto voci con colori e sfumature differenti. Camilla Guerrini forse è la meno jazz come impronta, ma è interessante il suo approccio molto nero al genere; sia lei che Evi Mair hanno un’impostazione rock, però non hanno la stessa attitudine nel trasferirla al jazz. È proprio questo il bello del progetto, ognuna ha un timbro suo, un suo modo di esprimersi”.
Tutto questo si evince perfettamente dall’ascolto della composizione di cui Zeni ha firmato la musica e Greta Marcolongo il testo, un testo assolutamente in tema con il progetto a cui è legato, così come lo sono anche le altre canzoni, cover o meno, inserite nella scaletta: ciascuna cantante coinvolta ci ha messo del proprio cantando una strofa della canzone e caratterizzandola con la propria vocalità, rendendo un eccellente servizio ad un brano che è costruito molto bene e che si lascia ascoltare più e più volte catturando l’ascoltatore, sfuggendo a qualunque definizione di genere, c’è il jazz chiaramente, ma questo Storie senza ma è decisamente anche molto altro. Altro di buono.
“Per presentare il tutto – conclude il musicista bolzanino – oltre al concerto che è sostenuto da varie associazioni particolarmente sensibili al tema della violenza sulle donne, tra cui il Comitato pari opportunità del comune, tutte presenti nel foyer del Cristallo la sera dell’evento, abbiamo realizzato una cartolina con stilizzate le due protagoniste della canzone, due amiche che si incontrano in un caffè, e, sul retro, un qr code che inquadrato con qualunque dispositivo porterà all’ascolto della canzone.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

C’è sempre un sorriso da strappare

QuiIntervista a Davide Morlacchi, bolzanino, ha origine perugine, austriache e venete. Ha studiato all’istituto d’arte di Trento. Con il nome di “von Morlacchi” è un personaggio noto e seguito sui social. Con sguardo acuto, e senza nascondere le sue fragilità, Morlacchi osserva le piccole grandi cose che ogni giorno gli accadono nella vita bolzanina, e le racconta su Facebook in post esilaranti, talvolta spietati, sempre velati di una amara ironia. Protagonista delle sue storie anche l’immancabile nonna materna Bertilla, veneta.

La cosa che mi piace di più di me.
Riuscire a ironizzare anche in momenti difficili.

La volta che sono stato più felice.
La prima volta che la Marta mi ha baciato in piazza Walther.

La volta che sono stato più infelice.
Quando sono stato seduto accanto a mio nonno fino all’ultimo istante.

La persona che ammiro di più.
Mio padre.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Oggi, per futili motivi, a volte prevale il nervosismo sulla razionalità. 

L’ultima volta che ho pianto.
Un giorno sì e uno no, sono fatto così.

Il luogo dove vorrei vivere.
La Sicilia, per poter vedere il mare e le onde ogni giorno.

Il colore che preferisco.
Il verde.

Il fiore che amo.
I tulipani, da sempre. 

Il mio piatto preferito.
Gli gnocchi col ragù di mia madre vincono su tutto. 

Il mio musicista preferito.
Gli Smashing Pumpkins.

Non sopporto…
Le persone saccenti.

La mia paura maggiore.
La morte dei miei cani; non si è mai pronti, non saprei come affrontarla a mente lucida. 

Il giocattolo che ho amato di più.
I Transformers, ne possedevo ben due. 

La disgrazia più grande.
Per alcuni versi la sindrome di Tourette, ma è una fedele compagna al contempo.

L’oggetto a cui sono più legato.
La scatola con la collezione di cartoline ricevute in quarant’anni da ogni dove.

Il mio primo ricordo.
L’Opa Sergio.

Il mio più grande rimorso.
Aver lasciato andare via l’unica donna che abbia mai amato. 

Per un giorno vorrei essere…
Una persona qualunque, possibilmente in un momento felice, senza pensieri e paure infondate.

Se fossi un animale, sarei…
Un cinghiale.

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Mi sento orgoglioso quando scrivo qualcosa di carino e strappo un sorriso alle persone, ridere fa bene.

Autrice: Caterina Longo

Greifenstein, regno di aria e luce

Siamo a Settequerce, piccola frazione del comune di Terlano. Poche anime attorno ad una chiesa, una bella scuola elementare, un grappolo di case lungo la vecchia statale per Merano e, immersa nei pregiati vigneti di Sauvignon e Pinot, qualche antica residenza nobiliare. La più prestigiosa è sicuramente il “Schlössl” o tenuta Kornell, di cui fanno parte anche le rovine di Castel del Grifo / Greifenstein, un nido di pietra pressoché imprendibile su uno sperone di roccia infilato nel nulla ovvero, come scrisse Beda Weber che lo visitò nel maggio 1827, “hoch oben im Reiche des Lichts und der Luft” (lassù nel regno della luce e dell’aria).
La fortezza, una presenza massiccia ma quasi invisibile dal fondovalle, fu eretta tra XI e XII secolo da un rampollo dei conti di Appiano (successivamente, come conti di Bolzano chiamati von Morit-Greifenstein), probabilmente sui resti di un castelliere o luogo di culto preistorico. Nel gergo popolare, viene tuttora denominata “Sauschloss”, Castel del Porco, poiché nel corso di un assedio nel 1423 gli assediati lanciarono un suino sugli increduli nemici. Oswald von Wolkenstein descrisse la battaglia in un Lied: “Era tutto un turbinio di tizzoni e scintille, / giù lungo le pareti rocciose, completamente illuminate. / Le armature e le balestre erano troppo pesanti. / Ma tutti noi si pensava al bottino, e con vigore si colpiva il nemico.”
Un paesaggio arcano, questo, sospeso tra Alpi e Mediterraneo – e per certi versi reticente. Il visitatore è accolto con discreta ritrosia. Per “conquistarlo”, serve la perseveranza dei curiosi e, soprattutto, la disponibilità ad affrontare, salendo da valle a monte anziché scendendo comodamente dal “Noafer” di Cologna, l’impegnativa salita lungo le pareti quasi verticali.
Tutt’attorno al Monzoccolo o Tschögglberg, dove la nuda roccia arretra, la cintura vegetale cresciuta sui detriti, ruscelli, cascate: una sorta di mezzaluna fertile sottratta alla pietra che rappresenta il cuore antico di un mondo irrimediabilmente scomparso. Non a caso parliamo di Angolo Sacro, un universo complesso, in perenne equilibrio tra divino e profano, tra tempo e spazio, che nei secoli ha accolto i primi agricoltori neolitici e i misteriosi reti, i dominatori romani e i signori medievali. Solo oggi, su questa sponda dell’Adige sembrano regnare la pace e il silenzio: ed anche il santuario dei santi Cosma e Damiano, la cui vetusta chiesetta spunta discreta dal fitto della boscaglia, sembra sprofondato nelle pieghe dell’oblio eterno.
I reperti rinvenuti nei “ripostigli” o sotto le vigne sono talmente numerosi e significativi da rendere quest’area tra S. Maurizio (la vecchia Russan) e la Chiusa di Terlano un centro archeologico di assoluto rilievo. È evidente che gli antichi insediamenti con le case in pietra e legno, le prime miniere e officine, i luoghi di culto, i primitivi terrazzamenti che dovevano rendere meno difficoltosa la coltivazione della terra, le fortificazioni erette a difese di una cultura arcigna che i conquistatori romani estinsero nel fuoco, i percorsi funambolici lungo le coste montagnose, i roghi votivi con i resti carbonizzati delle vittime sacrificali (soprattutto ovini) e le caratteristiche sepolture comprovano una presenza umana protrattasi per millenni. Ceramiche di varie fogge “narrano” dei contatti culturali e commerciali con il mondo italico, in particolare etruschi e veneti, spade, pugnali e elmi in bronzo e ferro, gioielli, monili e monete con l’effige degli imperatori di Roma, zappe e altri attrezzi agricoli, macine in pietra, utensili domestici arricchiscono, insieme alla necropoli sotto la scuola, la storia di questa incredibile terra.
È una giornata di pioggia, le nuvole che salgono dai terreni paludosi della valle dell’Adige avvolgono il Monzoccolo e i suoi imperituri tesori. Il tempo giusto per esaminare un’iscrizione su un cerchio metallico proveniente da un boccale di fattura etrusca: “pevasniXesiupikutiutisaXvilipiperisnati”. Potrebbe significare – ma siamo nel campo delle ipotesi – “questa dolce bevanda ha offerto per sua moglie Tiutisaquil Pipe il Risnate”. Il romanticismo imperituro che non t’aspetti.

Autore: Reinhard Christanell

Marino e il suo sogno americano

“La fortuna aiuta gli audaci, il pigro si ostacola da solo”, recita un antico detto latino, che calza a pennello per la vita di Umberto Marino. La sua storia si muove su un copione noto a molti bolzanini : Marino nasce a Bolzano nel 1990 da genitori campani, arrivati qui per lavoro, frequenta le scuole del capoluogo e trova un ottimo impiego presso una ditta locale. Fin qui nulla di strano, ma poi questo percorso “segnato” fa un potente sterzata, perché il ragazzo vuole di più e decide di tirare fuori il sogno dal cassetto: andare a vivere e lavorare in America. Ci prova e ci riesce – dal 2017 si è trasferito infatti negli States ed ha già alle spalle diverse esperienze lavorative nel settore dello sviluppo commerciale delle aziende nel settore alimentare negli Stati Uniti e in Canada.

Lo raggiungiamo al telefono – qui siamo in piena mattinata, sono le ore 11.30, lui invece sta tornando in macchina da New Orleans e sono le 4.30 di notte. Ciò nonostante, la sua voce è pronta e squillante, siamo quasi travolti dal fiume di parole, spinte da un’energia decisamente fuori dal comune.

Come è iniziata l’avventura americana?
Un misto di volontà e fortuna. Avevo un ottimo lavoro presso una ditta locale, nel settore alimentare. Mi trovavo bene, ma volevo ‘spaccare il mondo’. Presi una settimana di vacanza per andare a New York pervedere che aria tirava. A Malpensa, poco prima di imbarcarmi, sentii un mio collega al telefono. La ragazza che era dietro di me, che aveva ascoltato, mi chiese per quale ditta stessi volando in America  – in realtà nessuna, ma avrei tanto voluto, le risposi – e così ci scambiammo i biglietti da visita. Dopo 7 mesi mi contattò per fare un colloquio per la sua azienda, nel settore “food”, era il 2017.

E sei andato per restare…
Si, a parte un breve rientro per il visto. Il passo decisivo è stato senza dubbio il matrimonio. Ricordo chiaramente il momento in cui, al telefono, lo dissi a mia madre. Ero a Detroit per lavoro e stavo per rientrare in Italia per le vacanze di Natale, le comunicai che avevo intenzione di sposarmi con Kathleen, americana del Bronx. Temevo un po’ la reazione, anche perché mia mamma è cardiopatica, ma dopo un momento di silenzio, mi disse che dovevo fare la mia vita ed era felice per me.

Viene a trovarti?
Certo, con regolarità, pandemia a parte. La prima volta che è venuta le ho fatto visitare il mio ufficio ed ho letto nei suoi occhi la gioia per la mia realizzazione, che è anche la sua.

Qual è il “sogno americano” che ti ha spinto a partire?
Io sono cresciuto con una foto di mio nonno in cui c’era stampato ‘Nato a Brooklyn e morto a Caserta’… sarà stato magari solo a livello visivo, ma questo ha alimentato la mia curiosità e ho iniziato ad appassionarmi all’America. Il mio sogno è stare in questo paese perché ti da la possibilità di poterti esprimere – che sia con un successo o con insuccesso. Qui non ci si ferma mai, si corre sempre – in un certo senso mi ci rivedo, ho la testa che ‘va’, anche troppo forse. E poi mi ritengo una persona ambiziosa, che guarda sempre avanti, al prossimo obiettivo. Questo non vuol dire non fallire mai, ma provarci comunque: quando sono partito ho pensato, beh anche se dopo un mese dovessi tornare a casa, sarebbe stato comunque bello e importante provarci.

Guardare al prossimo obiettivo: lo intendi in senso economico? 
Vengo da una famiglia umile, con situazioni e problemi che molte famiglie si trovano a dover affrontare. Non ho avuto molte opportunità e non ho potuto laurearmi perché dovevo dare una mano a casa. Ma non mi sono pianto addosso. Come dicono qui ‘never give up!’. Per l’ambizione è cicondaemi di chi penso sia migliore di me, per crescere, sempre.

Però questo continuo correre ha anche aspetti negativi…
Si certo, esige molto, è una società competitiva e può essere molto stancante – bisogna pensare che qui si hanno solo 20 giorni all’anno di ferie in media. E non esistono i contratti a tempo indeterminato: la definizione è ‘at will’, ti tengo finché ritengo e mi servi. Sei sempre sulla corda”.

Lavoro che facilmente si perde quindi…
Ma che si ritrova: ce n’è fin troppo! Nella mia esperienza, quella del retail (commercio al dettaglio) si fa fatica a trovare personale. E il tasso di disoccupazione è basso: solo 2%.

Capitolo pandemia: come l’hai vissuta?
Dal punto di vista personale, è stata una buona occasione per riposarmi. Prima ero in volo ogni settimana! Però mi ha staccato dalla mia famiglia di origine e mi ha fatto ripensare alla mia scelta, soprattutto in relazione alla cardiopatia di mia mamma. Ma dopo un momento di crisi ho cercato di viverla serenamente, standole vicino con chiamate quotidiane, facendole sentire comunque la mia presenza.

A New York la situazione è stata dura, con celle frigorifere trasformate in obitori e la nave della marina per accogliere i malati davanti Manhattan…
Sì, ma per fortuna siamo tornati alla normalità – per entrare nei ristoranti devi avere una tessera vaccinale. Qui fare il vaccino è un gesto patriottico, c’è grande capacità di fare unione su questo – avremmo solo da imparare. 

Quindi hai fatto il vaccino.
Certo, ho già fatto la terza dose di Moderna al supermercato. Ho visto che segnalavano la possibilità, ho lasciato un momento il carrello e dopo la puntura sono andato a pagare la spesa.

Cosa ti manca di più dell’Italia? 
Tre cose: la famiglia (ho un rapporto strettissimo con la mamma), poi gli amici d’infanzia – perché quelli che ti fai al campetto sono insostituibili e… i canederli! Ormai è tradizione, la prima cosa che faccio quando arrivo è andare ad Appiano in un noto Gasthof, dove fanno i miei preferiti.

Allora sei rimasto un po’ altoatesino? 
I miei sono delle zone di Caserta e del napoletano, mi ritengo di estrazione meridionale, ma mi sento anche altoatesino. Vorrei lasciare un messaggio a proposito…

Di’ pure!
Vorrei dire ai giovani che, se anche pensate che l’Alto Adige sia noioso e con poche opportunità in realtà avete tante risorse, non dovete sprecare la possibilità di imparare la seconda lingua. Io facevo l’arbitro di calcio per pagarmi le lezioni private di tedesco. Ho poi imparato bene l’inglese stando in America… Non c’è ricchezza più grande che aprirsi alle lingue.

Cosa ami fare fuori dal lavoro?
Correre – vorrei fare la maratona – e, banalmente, ritrovarmi con amici italiani e americani per serate interculturali con ravioli e hamburger!

Autrice: Caterina Longo