Greifenstein, regno di aria e luce

Siamo a Settequerce, piccola frazione del comune di Terlano. Poche anime attorno ad una chiesa, una bella scuola elementare, un grappolo di case lungo la vecchia statale per Merano e, immersa nei pregiati vigneti di Sauvignon e Pinot, qualche antica residenza nobiliare. La più prestigiosa è sicuramente il “Schlössl” o tenuta Kornell, di cui fanno parte anche le rovine di Castel del Grifo / Greifenstein, un nido di pietra pressoché imprendibile su uno sperone di roccia infilato nel nulla ovvero, come scrisse Beda Weber che lo visitò nel maggio 1827, “hoch oben im Reiche des Lichts und der Luft” (lassù nel regno della luce e dell’aria).
La fortezza, una presenza massiccia ma quasi invisibile dal fondovalle, fu eretta tra XI e XII secolo da un rampollo dei conti di Appiano (successivamente, come conti di Bolzano chiamati von Morit-Greifenstein), probabilmente sui resti di un castelliere o luogo di culto preistorico. Nel gergo popolare, viene tuttora denominata “Sauschloss”, Castel del Porco, poiché nel corso di un assedio nel 1423 gli assediati lanciarono un suino sugli increduli nemici. Oswald von Wolkenstein descrisse la battaglia in un Lied: “Era tutto un turbinio di tizzoni e scintille, / giù lungo le pareti rocciose, completamente illuminate. / Le armature e le balestre erano troppo pesanti. / Ma tutti noi si pensava al bottino, e con vigore si colpiva il nemico.”
Un paesaggio arcano, questo, sospeso tra Alpi e Mediterraneo – e per certi versi reticente. Il visitatore è accolto con discreta ritrosia. Per “conquistarlo”, serve la perseveranza dei curiosi e, soprattutto, la disponibilità ad affrontare, salendo da valle a monte anziché scendendo comodamente dal “Noafer” di Cologna, l’impegnativa salita lungo le pareti quasi verticali.
Tutt’attorno al Monzoccolo o Tschögglberg, dove la nuda roccia arretra, la cintura vegetale cresciuta sui detriti, ruscelli, cascate: una sorta di mezzaluna fertile sottratta alla pietra che rappresenta il cuore antico di un mondo irrimediabilmente scomparso. Non a caso parliamo di Angolo Sacro, un universo complesso, in perenne equilibrio tra divino e profano, tra tempo e spazio, che nei secoli ha accolto i primi agricoltori neolitici e i misteriosi reti, i dominatori romani e i signori medievali. Solo oggi, su questa sponda dell’Adige sembrano regnare la pace e il silenzio: ed anche il santuario dei santi Cosma e Damiano, la cui vetusta chiesetta spunta discreta dal fitto della boscaglia, sembra sprofondato nelle pieghe dell’oblio eterno.
I reperti rinvenuti nei “ripostigli” o sotto le vigne sono talmente numerosi e significativi da rendere quest’area tra S. Maurizio (la vecchia Russan) e la Chiusa di Terlano un centro archeologico di assoluto rilievo. È evidente che gli antichi insediamenti con le case in pietra e legno, le prime miniere e officine, i luoghi di culto, i primitivi terrazzamenti che dovevano rendere meno difficoltosa la coltivazione della terra, le fortificazioni erette a difese di una cultura arcigna che i conquistatori romani estinsero nel fuoco, i percorsi funambolici lungo le coste montagnose, i roghi votivi con i resti carbonizzati delle vittime sacrificali (soprattutto ovini) e le caratteristiche sepolture comprovano una presenza umana protrattasi per millenni. Ceramiche di varie fogge “narrano” dei contatti culturali e commerciali con il mondo italico, in particolare etruschi e veneti, spade, pugnali e elmi in bronzo e ferro, gioielli, monili e monete con l’effige degli imperatori di Roma, zappe e altri attrezzi agricoli, macine in pietra, utensili domestici arricchiscono, insieme alla necropoli sotto la scuola, la storia di questa incredibile terra.
È una giornata di pioggia, le nuvole che salgono dai terreni paludosi della valle dell’Adige avvolgono il Monzoccolo e i suoi imperituri tesori. Il tempo giusto per esaminare un’iscrizione su un cerchio metallico proveniente da un boccale di fattura etrusca: “pevasniXesiupikutiutisaXvilipiperisnati”. Potrebbe significare – ma siamo nel campo delle ipotesi – “questa dolce bevanda ha offerto per sua moglie Tiutisaquil Pipe il Risnate”. Il romanticismo imperituro che non t’aspetti.

Autore: Reinhard Christanell

Marino e il suo sogno americano

“La fortuna aiuta gli audaci, il pigro si ostacola da solo”, recita un antico detto latino, che calza a pennello per la vita di Umberto Marino. La sua storia si muove su un copione noto a molti bolzanini : Marino nasce a Bolzano nel 1990 da genitori campani, arrivati qui per lavoro, frequenta le scuole del capoluogo e trova un ottimo impiego presso una ditta locale. Fin qui nulla di strano, ma poi questo percorso “segnato” fa un potente sterzata, perché il ragazzo vuole di più e decide di tirare fuori il sogno dal cassetto: andare a vivere e lavorare in America. Ci prova e ci riesce – dal 2017 si è trasferito infatti negli States ed ha già alle spalle diverse esperienze lavorative nel settore dello sviluppo commerciale delle aziende nel settore alimentare negli Stati Uniti e in Canada.

Lo raggiungiamo al telefono – qui siamo in piena mattinata, sono le ore 11.30, lui invece sta tornando in macchina da New Orleans e sono le 4.30 di notte. Ciò nonostante, la sua voce è pronta e squillante, siamo quasi travolti dal fiume di parole, spinte da un’energia decisamente fuori dal comune.

Come è iniziata l’avventura americana?
Un misto di volontà e fortuna. Avevo un ottimo lavoro presso una ditta locale, nel settore alimentare. Mi trovavo bene, ma volevo ‘spaccare il mondo’. Presi una settimana di vacanza per andare a New York pervedere che aria tirava. A Malpensa, poco prima di imbarcarmi, sentii un mio collega al telefono. La ragazza che era dietro di me, che aveva ascoltato, mi chiese per quale ditta stessi volando in America  – in realtà nessuna, ma avrei tanto voluto, le risposi – e così ci scambiammo i biglietti da visita. Dopo 7 mesi mi contattò per fare un colloquio per la sua azienda, nel settore “food”, era il 2017.

E sei andato per restare…
Si, a parte un breve rientro per il visto. Il passo decisivo è stato senza dubbio il matrimonio. Ricordo chiaramente il momento in cui, al telefono, lo dissi a mia madre. Ero a Detroit per lavoro e stavo per rientrare in Italia per le vacanze di Natale, le comunicai che avevo intenzione di sposarmi con Kathleen, americana del Bronx. Temevo un po’ la reazione, anche perché mia mamma è cardiopatica, ma dopo un momento di silenzio, mi disse che dovevo fare la mia vita ed era felice per me.

Viene a trovarti?
Certo, con regolarità, pandemia a parte. La prima volta che è venuta le ho fatto visitare il mio ufficio ed ho letto nei suoi occhi la gioia per la mia realizzazione, che è anche la sua.

Qual è il “sogno americano” che ti ha spinto a partire?
Io sono cresciuto con una foto di mio nonno in cui c’era stampato ‘Nato a Brooklyn e morto a Caserta’… sarà stato magari solo a livello visivo, ma questo ha alimentato la mia curiosità e ho iniziato ad appassionarmi all’America. Il mio sogno è stare in questo paese perché ti da la possibilità di poterti esprimere – che sia con un successo o con insuccesso. Qui non ci si ferma mai, si corre sempre – in un certo senso mi ci rivedo, ho la testa che ‘va’, anche troppo forse. E poi mi ritengo una persona ambiziosa, che guarda sempre avanti, al prossimo obiettivo. Questo non vuol dire non fallire mai, ma provarci comunque: quando sono partito ho pensato, beh anche se dopo un mese dovessi tornare a casa, sarebbe stato comunque bello e importante provarci.

Guardare al prossimo obiettivo: lo intendi in senso economico? 
Vengo da una famiglia umile, con situazioni e problemi che molte famiglie si trovano a dover affrontare. Non ho avuto molte opportunità e non ho potuto laurearmi perché dovevo dare una mano a casa. Ma non mi sono pianto addosso. Come dicono qui ‘never give up!’. Per l’ambizione è cicondaemi di chi penso sia migliore di me, per crescere, sempre.

Però questo continuo correre ha anche aspetti negativi…
Si certo, esige molto, è una società competitiva e può essere molto stancante – bisogna pensare che qui si hanno solo 20 giorni all’anno di ferie in media. E non esistono i contratti a tempo indeterminato: la definizione è ‘at will’, ti tengo finché ritengo e mi servi. Sei sempre sulla corda”.

Lavoro che facilmente si perde quindi…
Ma che si ritrova: ce n’è fin troppo! Nella mia esperienza, quella del retail (commercio al dettaglio) si fa fatica a trovare personale. E il tasso di disoccupazione è basso: solo 2%.

Capitolo pandemia: come l’hai vissuta?
Dal punto di vista personale, è stata una buona occasione per riposarmi. Prima ero in volo ogni settimana! Però mi ha staccato dalla mia famiglia di origine e mi ha fatto ripensare alla mia scelta, soprattutto in relazione alla cardiopatia di mia mamma. Ma dopo un momento di crisi ho cercato di viverla serenamente, standole vicino con chiamate quotidiane, facendole sentire comunque la mia presenza.

A New York la situazione è stata dura, con celle frigorifere trasformate in obitori e la nave della marina per accogliere i malati davanti Manhattan…
Sì, ma per fortuna siamo tornati alla normalità – per entrare nei ristoranti devi avere una tessera vaccinale. Qui fare il vaccino è un gesto patriottico, c’è grande capacità di fare unione su questo – avremmo solo da imparare. 

Quindi hai fatto il vaccino.
Certo, ho già fatto la terza dose di Moderna al supermercato. Ho visto che segnalavano la possibilità, ho lasciato un momento il carrello e dopo la puntura sono andato a pagare la spesa.

Cosa ti manca di più dell’Italia? 
Tre cose: la famiglia (ho un rapporto strettissimo con la mamma), poi gli amici d’infanzia – perché quelli che ti fai al campetto sono insostituibili e… i canederli! Ormai è tradizione, la prima cosa che faccio quando arrivo è andare ad Appiano in un noto Gasthof, dove fanno i miei preferiti.

Allora sei rimasto un po’ altoatesino? 
I miei sono delle zone di Caserta e del napoletano, mi ritengo di estrazione meridionale, ma mi sento anche altoatesino. Vorrei lasciare un messaggio a proposito…

Di’ pure!
Vorrei dire ai giovani che, se anche pensate che l’Alto Adige sia noioso e con poche opportunità in realtà avete tante risorse, non dovete sprecare la possibilità di imparare la seconda lingua. Io facevo l’arbitro di calcio per pagarmi le lezioni private di tedesco. Ho poi imparato bene l’inglese stando in America… Non c’è ricchezza più grande che aprirsi alle lingue.

Cosa ami fare fuori dal lavoro?
Correre – vorrei fare la maratona – e, banalmente, ritrovarmi con amici italiani e americani per serate interculturali con ravioli e hamburger!

Autrice: Caterina Longo

Gastone porta il mondo in mensa

“Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” recita un antico detto. Ed è proprio facendo, o meglio facendo assaggiare ai bambini cibi e vivande da tutto il mondo che l’iniziativa “In viaggio con Gastone” mira favorire l’integrazione e la conoscenza. Il progetto, che ha preso il via lo scorso mercoledì, proporrà ogni mese agli alunni di elementari e medie che frequentano la mensa scolastica un piatto tipico di un paese del mondo. Ad aprire questo giro del mondo gastronomico sarà la Romania con la ciorba, tipica zuppa di verdure, accompagnata da cevapcic, cappucci brasati e verdura. Seguiranno poi il Pakistan con il riso basmati e il chicken tikka e la chana chat, legumi preparati in un certo modo. E poi via in Cina con alcuni classici : involtini primavera e riso alla cantonese. “Il progetto nasce da un’idea interna al Comune: abbiamo preso un mappamondo e tracciato una rotta virtuale con delle soste, da est a ovest, in diversi paesi. In accordo con i cuochi della mesa abbiamo poi valutato la fattibilità nella realizzazione delle pietanze, perché serviamo centinaia di bambini. Abbiamo poi deciso di estendere il progetto coinvolgendo anche le scuole, che, prendendo spunto dalle particolarità di ogni piatto, potranno raccontare la storia e la vita dei diversi paesi” racconta Paolo Brunini, dirigente dell’ufficio sociale e cultura che ha messo a punto il progetto, con il sostegno di Claudia Furlani, assessora alla scuola e al sociale, che, senza nascondere il suo entusiasmo per l’iniziativa spiega. “Portando sulle tavole dei nostri ragazzi i piatti da tutto il mondo li avviciniamo ad altre culture in maniera giocosa e favoriamo l’integrazione – sarebbe bello se in futuro, viaggiando, i giovani ritrovassero e riconoscessero quei sapori che hanno già assaggiato da noi: ecco questo è uno degli obiettivi che ci sta molto a cuore. Inoltre, a seconda del paese toccato, si coinvolgono gli alunni che provengono da altri paesi, ad esempio il Pakistan”.
Il progetto ha una sua mascotte e simbolo, Gastone, lo chef della refezione. Il simpatico cuoco compare di volta in volta sui menu scolastici con la bandierina del paese di riferimento e “oltre ad essere un marchio ci piacerebbe utilizzarlo come riferimento per consigli e reclami”, spiega Brunini. Il progetto sta piacendo alle scuole – otto classi delle Gandhi hanno aderito e si legheranno ai piatti dal mondo per delle lezioni sui diversi paesi. Intanto c’è molta attesa per i menu dagli Stati Uniti e dal Messico. Siamo in aria di hamburger e patatine, ma niente allarmismi: “Gli hamburger saranno fatti in casa ed il menu è stato discusso con la dietista”, precisa Furlani. “Sarà un’occasione per spiegare il concetto di fast food e sensibilizzare sul tema, perché sappiamo che con i piccoli non ha senso proibire e basta, ma occorre ragionare”.

Autrice: Caterina Longo

Un tram-treno per l’Oltradige

I sindaci di Appiano e Caldaro, con il supporto di diverse forze politiche, tornano a far sentire le proprie voci a favore del collegamento che risolverebbe il problema del traffico e ridurrebbe l’inquinamento. Ora occhi puntati sul Pums di gennaio.

I sindaci di Appiano e Caldaro, con il supporto di diverse forze politiche, tornano a far sentire le proprie voci a favore del collegamento che risolverebbe il problema del traffico e ridurrebbe l’inquinamento. Ora occhi puntati sul Pums di gennaio.
L’Oltradige torna a chiedere a gran voce un tram che colleghi i Comuni di Appiano e Caldaro con Bolzano attraverso la linea ferroviaria già esistente a Ponte Adige, che arriverebbe fino alla Stazione di Bolzano e non attraverserebbe quindi la città. 
Ogni giorno sono quasi 20.000 le vetture che dall’Oltradige si riversano nel capoluogo altoatesino per raggiungere soprattutto la zona industriale e il centro città. Di queste, oltre la metà provengono dai due comuni sopracitati, causando code e ingorghi nelle ore di punta. Il problema, rimasto irrisolto per tanti anni, è stato leggermente attenuato dall’entrata in scena del Metrobus che ha fornito sicuramente riscontri importanti. 
Ma ora i Sindaci dei due paesi coinvolti chiedono un impegno maggiore verso una mobilità sempre più green e puntano a realizzare quel tram che è sfuggito dalle loro mani nel 2019, quando il referendum consultivo bocciò la proposta a Bolzano. Anche se, a dire il vero, questo nuovo mezzo di trasporto non sarebbe un tram classico, bensì un tram-treno con alimentazione elettrica, una vera e propria metropolitana di superficie capace di immettersi e viaggiare anche sulle rotaie già presenti, per trasportare turisti e pendolari. “Credo che un mezzo su rotaia sia la soluzione ideale dal punto di vista della sostenibilità ma non solo. Sarebbe un aiuto concreto per risolvere il problema del sovraccarico di passeggeri sui mezzi di trasporto pubblici. Garantirebbe anche una maggiore puntualità perché non c’è il rischio di rimanere bloccato in coda. Spero vivamente che la Provincia capisca questa nostra necessità e prenda in carico la nostra richiesta” precisa Wilfried Trettl, sindaco di Appiano.

Il progetto “Hüsler”
A tal proposito, nel maggio di quest’anno, una grande coalizione formata dall’opposizione in Consiglio Provinciale aveva unito le proprie forze presentando una mozione – sottoscritta da Team K, Verdi, Freiheitlichen, Südtiroler Freinheit, Pd e M5S -, e bocciata qualche settimana fa dall’assessore alla mobilità Daniel Alfreider, che chiedeva di inserire nella lista delle opere infrastrutturali prioritarie l’idea del tram e di convocare un tavolo tecnico con STA e RFI. 
La mozione faceva seguito al progetto “Hüsler”, autorevole ipotesi progettuale il cui studio di fattibilità è stato commissionato dai Comuni di Appiano e Caldaro al famoso ingegnere svizzero Willy Hüsler, e che è stato già discusso nei rispettivi consigli e inserito nei piani urbanistici. 
In sintesi, il progetto prevedrebbe lo stesso tracciato su cui è presente oggi la ciclabile e che, da Caldaro passi per Appiano per poi, dopo il ristorante Pillhof, ricongiungersi ai binari della linea Merano-Bolzano a Ponte Adige, sempre con lo stesso mezzo. Da qui il tram proseguirebbe fino alla stazione di Bolzano, attirando, secondo i primi studi, almeno un 30% in più di passeggeri rispetto al metrobus, grazie anche ad un ipotizzato cadenzamento sotto i 15 minuti tra le stazioni di Bolzano centrale, piazza Bersaglio, Bolzano sud, Casanova e Ponte Adige.
“Un progetto con un doppio punto di forza, visto che collegherebbe in maniera funzionale e veloce la zona produttiva di Bolzano e non costringerebbe a posizionare dei binari all’interno della città, rispettando l’esito del referendum di due anni fa – spiega Matthias Cologna, coordinatore del Comitato Pro Tram e consigliere comunale a Bolzano. Il tram-treno risolverebbe il problema traffico intenso che si crea quotidianamente, creando una viabilità maggiormente sostenibile e sicura, rendendo più vivibile Bolzano e i paesi limitrofi, oltre che a ridurre la produzione delle quasi 100 tonnellate di CO2 emesse dalle vetture”.

Discussione nel Pums
Il vero grande nodo da risolvere è però quello legato alla normativa nazionale che per questo tipo di mezzo di trasporto ancora non c’è. Il progetto, per concretizzarsi, dovrebbe necessariamente passare attraverso il via libera del Ministero della Infrastrutture, motivo per cui in Italia, al momento, di tram-treno ne esiste soltanto uno, a Cagliari. “Per questo cercheremo di inserirlo all’interno dei punti del PUMS che verrà discusso in aula a gennaio prossimo. Sarà necessario prevedere questa opera a lungo termine per riuscire ad avviare tutte le procedure necessarie, dalla discussione con Roma all’adeguamento delle infrastrutture”, continua Cologna, che sottolinea anche l’importanza di cogliere opportunità dal punto di vista finanziario. “Solo pochi giorni fa il Ministero ha finanziato 240 milioni di euro alla città di Padova per una doppia tratta. I fondi statali ci sono, per ottenerli bisogna però elaborare piani di progettazione validi. In un’ottica futura, inoltre, questo collegamento ferroviario potrebbe anche essere un primo passo verso un ulteriore sviluppo del tracciato, collegandolo alla ferrovia statale nell’Unterland”. Una soluzione flessibile che potrà adattarsi a tutti gli altri progetti già completati delle amministrazioni, come il polo intermodale di Ponte Adige.

Autore: Alexander Ginestous

Un caldo bosco verticale a Vadena

A volte la natura sembra voler dare “schiaffi morali” anche alle opere di architettura più storiche e preziose.
È il caso dell’edera che ha rigogliosamente ricoperto di un caldo tappeto autunnale l’edificio al numero 105 di Vadena Centro. “
Si tratta di un edificio storico conosciuto come “Casa Mosna” dal nome della famiglia che governò a Vadena per ben 4 generazioni (Giuseppe Mosna 1945-1952, Alberto Mosna 1952-1974, Alfredo Mosna 1974-1990 e Carlo Mosna 1990-2005).
La casa segnava il vecchio ingresso al paese – il cui fulcro era il Maso Castello, sede anche il municipio del paese” ci ha riferito Martine Parise, vicesindaca di Vadena e autrice degli scatti. Immagini che lei definisce “Bosco verticale a Vadena”, citando i celebri palazzi progettati a Milano da Boeri Studio, due torri alte 80 e 112 m, che ospitano nel complesso 800 alberi distribuite sui prospetti, appunto “verticalmente”.
Insomma, una vegetazione equivalente a quella di 30.000 mq di bosco e sottobosco, concentrata su 3.000 mq di superficie urbana. Al contrario delle facciate “minerali” in vetro o pietra, lo schermo vegetale del Bosco filtra i raggi solari generando un accogliente microclima senza effetti dannosi sull’ambiente. ivo concetto del Bosco Verticale di Milano è l’essere “una casa per alberi che ospita anche umani e volatili”.
Anche se il Bosco verticale di Vadena non arriva a tanto, offre comunque una suggestiva visione di un abbraccio spontaneo, quello tra natura e architettura.

Autrice: Caterina Longo