Il sole si è abbassato, tanto che da mezzogiorno fino al primo pomeriggio la luce entra di traverso dalle finestre e regala un tepore piacevole, quasi più che in estate, ora che i muri esterni si raffreddano velocemente. Occhi di bosco sta raccogliendo gli ultimi pomodorini e friggitelli dalle piante in vaso nel BalconORTO, quando riceve la chiamata di Mirella, che gli chiede se ha funghi da regalarle, perché quest’anno non li ha ancora assaggiati. Occhi di bosco le risponde di esserci andato in settimana nel bosco, ma che era tutto secco; le ha promesso che entro la fine della stagione le avrebbe sicuramente raccolto un sacchettino. Terminata la telefonata occhi di bosco sente una voce “scusi, signore!” provenire dalla facciata delle casa e si sporge per capire la situazione: è il vicino del piano di sotto che gli chiede se c’entri qualcosa con la caduta di una polvere gialla che gli sta sporcando tutto il balcone. Occhi di bosco è abbastanza ordinato con le colture sul balcone, non innaffia eccessivamente per rischiare percolazioni ai piani sottostanti e rimuove anche le foglie secche; occhi di bosco spiega al sig. Rezzonico che si tratta del polline del cedro, una conifera molto diffusa in ambiente antropico, la cui fioritura avviene proprio in questo periodo (a differenza del cugino abete rosso, la cui pollinazione si verifica in primavera); trovarsi davanzali, biancheria stesa, piante, vasi e fughe delle piastrelle ricoperte di una pruina gialla è normalissimo in questi giorni, specie se nelle vicinanze vive un cedro del Libano: niente che una passata con secchio, stracci e acqua non riesca a rimuovere! Occhi di bosco ama la fotografia e segue con molta attenzione il foliage, sia in città che in montagna, perché i colori ed i riflessi delle foglie illuminate dal sole gli regalano una piacevole sensazione di bellezza e di benessere e trasformano in positivo anche gli angoli più anonimi o dove il cemento ha il sopravvento; tuttavia, non c’è da perdere tempo, perché la luce cala in fretta, come anche la resistenza delle foglie aggrappate alle piante, il vento è sempre in agguato e trovare giornate limpide con una luce adatta non è sempre così semplice. Per chi ama faticare con un cambio di vestiario, un sacco di stoffa, panini e acqua nello zaino; per chi parte senza itinerario e non sa dove arrivare o semplicemente si ferma ad ammirare i giochi di ombra e di luce sopra un letto di foglie a crepitare; per chi cerca l’armonia e sa che basta poco, ma che quel poco, oggi più che mai, venga preservato; per i solitari ed i timidi introversi, che nel grembo di muschi e licheni, di aghi e di foglie trovano sempre una strada, una fronda cui sostenersi, la montagna da ottobre si colora con le felci di giallo-arancione nel sottobosco, prosegue con le latifoglie fino alla doratura dei larici. Occhi di bosco, nel frattempo, è riuscito a raccogliere Cantharellus e Craterellus da donare a Mirella per una cenetta a base di funghi, nell’ultima uscita si è aggregato anche l’amico Nicholas per immortalare i colori autunnali.
La Rete può essere un posto pericoloso; internet è una jungla in cui è facile perdersi, e trovare la via d’uscita è a volte difficile, soprattutto se non si hanno gli strumenti giusti per riuscire a gestire questo strumento. È per tutelare bambini e ai giovani adolescenti da rischi, pericoli e insidie dello “schermo blu”, che il professor Pino Maiolo – fra le altre cose psicanalista e psicoterapeuta dell’età evolutiva – ha ideato e lanciato il progetto “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!”, rivolto ai ragazzi ed agli insegnanti delle ultime classi della scuola primaria.
Realizzata in collaborazione con il centro “Il Germoglio” e “La strada / der Weg”, l’idea del professor Pino Maiolo riprende un’iniziativa da lui lanciata qualche anno fa. Già nel lontano 2007, infatti, Il Germoglio aveva inaugurato un percorso di educazione digitale per le scuole, con l’obiettivo di formare i docenti ed educare i ragazzi sui pericoli della rete e sul corretto uso degli strumenti digitali. La richiesta di creare un progetto più ampio, con il coinvolgimento di tutta la comunità educante, nasce dal fatto che i bambini oggi entrano prematuramente in contatto con la rete attraverso i social e sono ancora più esposti ai pericoli e alle insidie della rete.
Professor Maiolo, che differenza c’è rispetto al progetto nato nel 2007 e che cosa è cambiato nel frattempo? L’edizione attuale di “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!” intende anticipare il progetto alle scuole primarie, perché ci si è resi conto di quanto i bambini già in età prescolare e scolare entrino in possesso dei dispositivi informatici dei propri genitori e abbiano accesso alla rete in maniera facile e immediata. Da qui l’idea di intervenire nelle scuole sin da subito, dunque sin dalla tenera età, e di accompagnare i bambini per tre anni in modo tale da monitorare il loro comportamento nei confronti dei social media. L’invito “Adottiamoci!” ha lo scopo di chiedere alle scuole primarie di mantenere un contatto per tre anni, per sviluppare tematiche di prevenzione in merito ai pericoli per bambini e adulti.
Chi sono dunque gli attori coinvolti? È tutta la comunità educante, scuola e famiglia, interessata ad adottare le conoscenze necessarie di autoprotezione per tutelare i minori e per accompagnarli in una crescita responsabile e consapevole con la rete e gli strumenti digitali. Non è dunque un intervento spot di richiamo dell’attenzione su un fenomeno urgente, ma si tratta di avviare un nuovo modo di educare che tenga conto delle nuove tecnologie e strumenti multimediali. Genitori e insegnanti uniti in un’alleanza, lavorano insieme per il benessere dei minori, si sentono coinvolti nel costruire competenze e nuovi saperi in un arco temporale di crescita.
Perché è urgente intervenire con progetti di questo tipo? Lo strumento digitale modifica la percezione della realtà e i nostri figli si ritrovano ad essere parallelamente fruitori e disturbatori, critici e odiatori, vittime e accusatori in uno spazio virtuale che avvertono e vivono come reale. Come sappiamo le tecnologie e gli strumenti digitali rappresentano per tutti una grandissima opportunità per l’acquisizione di informazioni e di conoscenze, ma al giorno d’oggi è doveroso tutelarsi anche da rischi, pericoli e insidie.
Qual è la specificità del progetto? Sta nella sua articolazione durante il triennio, dalla terza alla quinta classe di scuola primaria. In questo arco temporale vengono presentati progetti laboratoriali per i bambini e con i bambini su temi specifici come i comportamenti in rete, il bullismo e il cyberbullismo. Alla fine del percorso i bambini, giunti ormai alla quinta classe, ricevono una sorta di patentino di educazione digitale e sono pronti per diventare loro stessi i formatori per i compagni più piccoli. Il progetto comprende momenti informativi e laboratoriali anche per insegnanti e genitori, che in questa occasione possono ricevere utili consigli sull’educazione digitale, sul riconoscimento di comportamenti disturbati in rete e sui segnali per intercettare fenomeni di bullismo e cyberbullismo.
Quindi è un progetto che coinvolge proprio tutti in maniera attiva… Sì. “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!” è un progetto che coinvolge tutta la comunità educante. Un proverbio africano narra che per far crescere un bambino ci vuole un villaggio, mentre Paulo Freire diceva che nessuno educa nessuno, e che nessuno si educa da solo se non con la mediazione del mondo. Insegnanti, genitori, fratelli e sorelle, vicini di casa, le famiglie: tutti sono chiamati a una responsabilità collettiva nei confronti di noi stessi e dei minori. Dobbiamo conoscere la rete con le sue opportunità e pericoli, ed essere di esempio per i giovani meno esperti.
Come fanno le scuole a prenotarsi e a partecipare al progetto? Le scuole possono rivolgersi al centro “Il Germoglio”, che avvierà i contatti per spiegare il progetto nel dettaglio al personale docente. Il progetto che si sviluppa nel triennio è gratuito per le scuole e prevede laboratori per ragazzi, conferenze per adulti e genitori, mostre, materiali informativi, ore di formazione. È un progetto di prevenzione del disagio, delle situazioni di violenza con l’obiettivo di limitare, contenere e contrastare il bullismo inteso come azione di violenza tra pari.
Grazie alle ricerche più sofisticate, di “Ötzi” sappiamo ormai moltissimo. Ma il nostro territorio ha tante altre storie da raccontare, anche se meno note. In questa breve passeggiata nella storia, partiamo dalla conca di Bolzano e i suoi abitanti per giungere fino a Vadena, una delle località archeologiche più importanti della Provincia, la “Pompei” dell’Alto Adige.
// Di Till Antonio Mola
e Caterina Longo
La conca di Bolzano è sempre stata legata alla confluenza dell’Isarco nell’Adige. Ma per farci un’idea della conca ai tempi di Ötzi non dobbiamo pensare al corso odierno dei fiumi, in quanto all’epoca essi avevano una conformazione ad ampi meandri. Il corso dell’Adige, ad esempio, si presentava con queste caratteristiche dalla zona dell’odierna Merano fino circa a Verona. Mentre a quei tempi l’Isarco finiva nell’Adige, un poco più a nord rispetto all’attuale confluenza all’altezza della roccia di Castel Firmiano. Insomma: i letti dei fiumi erano molto più ampi e molto più liberi rispetto ad oggi. Anche per questo motivo era difficile trovare insediamenti nel fondovalle, in quanto spesso le zone, specie quelle determinate da qualche ansa di fiume, erano paludose, come ad esempio la zona più a sud dell’odierna Bolzano, fino a Laives. In realtà non possiamo escludere in assoluto la presenza dell’uomo in questa zona, in quanto la conformazione del terreno e le alluvioni del tempo ne hanno cancellato le eventuali testimonianze. Ma si ritiene che i fondivalle fossero abbastanza selvatici, lasciati al fiume, mentre l’uomo si locava in posti protetti e all’asciutto, su piccoli conoidi, caratterizzati da accumuli di materiali detritici depositati dai corsi d’acqua. Oggi siamo a conoscenza di insediamenti anche nelle zone di Soprabolzano, San Genesio, sul Virgolo, nella zona sopra San Giacomo, a Castel Firmiano e in tutto l’Oltradige. Si tratta, come vediamo, di zone più in quota e quindi al riparo dal pericolo delle alluvioni. Su questi siti, ad esempio a Castel Firmiano, ci sono resti anche antichi, addirittura risalenti all’età neolitica e del rame, che sono le età precedenti o contemporanee a Ötzi. Siamo a conoscenza anche di insediamenti preistorici tra il Burgraviato e Bolzano presenti su entrambi i lati della valle, soprattutto nella zona di Terlano, più soleggiata. Tra i siti archeologici più importanti in questa panoramica, spicca sicuramente quello di Vadena. Qui nell’ottocento sono iniziati i primi scavi, che hanno portato a far emergere un insediamento legato ad una forte vocazione al commercio. Vadena infatti era un emporio, naturale via di traffico tra Nord e Sud. Anche se l’epoca di nascita dell’insediamento si fa risalire all’età del bronzo (quindi successiva a Ötzi) a Vadena ci sono stati ritrovati anche da età precedenti. Ne abbiamo parlato con il dott. Alberto Alberti, laureato in Archeologia, classe 1967, direttore del Gruppo Archeologico di Bolzano.
Alcune immagini degli scavi a Vadena alla fine degli anni ’80
L’INTERVISTA
Come era la Vadena dell’antichità? Vadena è una delle località archeologiche più importanti della nostra provincia – la possiamo considerare la “Pompei” dell’Alto Adige. Era un importante snodo per il commercio: il sito è nato lungo il corso dell’Adige, che a quel tempo – parliamo dell’età del bronzo, ovvero di 1300 anni avanti Cristo – era una via di traffico essenziale, un po’ come l’autostrada dell’antichità. Come noto, l’Adige era navigabile fino a Bronzolo ed aveva un corso più tortuoso, con meandri che favorivano la navigazione e gli insediamenti – a quel tempo si navigava dal conoide di Vadena fino all’odierna Laives.
A proposito di traffico e commercio: quali erano i collegamenti di Vadena? Vadena era uno snodo importante tra il Sud e il Nord Europa. Aveva collegamenti con Frattesina (a sud-est dell’attuale centro di Fratta Polesine) in provincia di Rovigo, emporio in cui arrivavano merci dalla Grecia, che venivano poi scambiate con quelle del Nord Europa. Una delle merci di scambio era l’ambra: veniva raccolta sulle spiagge nei Paesi Baltici per essere portata fino in pianura Padana e venduta, come detto, a commercianti greci. A questa resina fossile di attribuivano poteri magici e taumaturgici.
Come avvenivano i collegamenti con la Grecia? Le imbarcazioni arrivavano nell’Alto Adriatico, fino ai territori dell’odierna Trieste o Venezia, oppure risalivano la penisola dalla Puglia.
Una storia che si perde tra secoli e civiltà… quando è emersa quella di Vadena? Oltre duecento anni fa: dalla metà dell’800 dei contadini avevano cominciato a utilizzare della terra scura, detta “terra nera”, perché la consideravano buona per i campi e avevano ritrovato dei reperti. In realtà la terra scura indicava la presenza di una necropoli – il terreno era parte della combustione dei cadaveri durante i riti funebri – i corpi venivano bruciati su grandi pire. Fu un religioso, don Pescosta, precettore del conte Thun, che aveva le sue proprietà nei paraggi, a raccogliere gli oggetti e annotare i ritrovamenti, siamo nel 1854-55.
Alberto Alberti
E poi, cosa successe? Ci sono stati interventi di scavo fino al 1928-1930, quando la soprintendenza con Ghislanzoni ha intrapreso delle campagne di scavo sulle tombe con metodi scientifici. Sono stati rinvenuti reperti come vasi in terracotta utilizzati per contenere le ossa combuste, bruciate nei roghi votivi. Insieme a questi sono stati ritrovati oggetti di uso personale, come spilloni per chiudere le vesti e le fibule, che possiamo considerare gli antenati dei nostri bottoni. Nel frattempo, i materiali raccolti nell’800 si sono dispersi in mille rivoli. A quel tempo era uso donarli agli istituti scolastici e religiosi, come i francescani a Bolzano, i benedettini di Muri Gries o il Vinzentinum di Bressanone. Ma diversi reperti sono arrivati anche nei musei, come il museo civico di Bolzano, il museo di Trento e il Ferdinandeum di Innsbruck. Poi, per qualche decennio non se ne parlò più, fino alla ripresa delle ricerche negli anni ottanta e novanta da parte dall’ufficio beni archeologici di Bolzano.
Cosa fu trovato? Venne rintracciato un abitato vicino alla necropoli, con capanne retiche. Io stesso, alla fine degli anni ottanta ho scoperto resti di tombe ancora intatte di epoca più recente, fra cui tumuli di quattro metri di diametro. Nelle tombe abbiamo ritrovato spesso vasetti potori (per il bere, ndr) e interi corredi che accompagnavano il banchetto funebre e venivano seppelliti insieme al morto. Questi resti sono di epoca più tarda rispetto a quelli sopra menzionati, perché risalgono circa al V secolo avanti Cristo.
Cosa provocò il declino di Vadena? L’epoca d’oro di Vadena durò dal periodo del bronzo più recente, quindi il 1300 avanti Cristo, fino all’epoca romana – dal 7 secolo dopo Cristo non abbiamo trovato più nulla. I romani avevano cominciato a spostare il traffico e i commerci su strada e quindi Vadena, snodo della navigazione su acqua, aveva perso la sua importanza strategica. Dalla conca di Bolzano nascevano le vie romane, che si dipanavano toccando l’odierna Laives e Ora.
Napoleone non doveva tenere in gran simpatia i Laivesotti. Infatti, quando nel 1810 Bolzano e la Bassa Atesina furono incluse nel Département du Haut-Adige (Departement Oberetsch), Laives, tirolese dal 1259, venne staccata dal capoluogo e aggregata al comune di Bronzolo. L’unione tra i due paesi durò soltanto fino al 1816 ma lasciò diverse tracce nei documenti ufficiali e sulla stampa. Così il 22 febbraio 1815 “Der Bote von Tirol” annuncia che “l’11 di marzo avrà luogo presso l’albergo “Grosshaus” l’asta del cosiddetto Fuchserhof, ubicato nel comune di Bronzolo”. Il maso apparteneva allora alla diciannovenne Anna von Menz, figlia ed erede universale del magnate e commerciante bolzanino Anton Melchior von Menz, proprietario anche del Buchner sul Montelargo, deceduto nel 1801 a soli 43 anni. “Si compone – si legge ancora – di una egregia casa di abitazione, corte, torchio, fienile e stalle”. Ne fanno parte anche “un vigneto di 75 Klaster (1 Klaster = 0,5 ettari), un campo di 5 Tagmahd (1 Tagmahd corrispondeva alla superficie che si poteva mietere in un giorno), un bosco di 360 Klaster, una campagna di 239 Klaster, una palude di 8 Klaster” eccetera. “Il prezzo è fissato in 10.000 fiorini da versare in dieci rate annue ogni Lichtmess (2 febbraio) in monete d’oro e d’argento.” Il “Fuchser”, di proprietà dei Lichtenstein, era un maso storico di Laives. Viene citato per la prima volta nel 1528, quando muore l’affittuario dell’epoca Paul Hoerwarter. Il maso pasa alla vedova e, poi, ai vari figli, tra cui il controverso “Caspar Herwardt detto Fuchser”. Costui, sposato più volte, per un certo periodo rivestì anche la carica di delegato giudiziario di Laives. Si indebitò fino al punto da essere dichiarato insolvente e le sue proprietà vennero rilevate dal curatore dei Lichtenstein, tale Christof Feichtner. Tra il 1598 e il 1777, quando il maso venne acquistato da von Menz, compaiono nell’elenco degli affittuari e proprietari anche Melchior Zieglauer, il figlio Caspar (che possedeva anche il Teissl e il Burger e ricopriva la carica di responsabile dell’ente che curava gli argini dell’Adige e del Vallarsa nonché i fossi di drenaggio), il figlio di costui Adam, poi l’oste bolzanino Johann Schlechtleitner, morto nel 1695. Dopo alterne vicende, il maso venne ceduto a von Menz e, finalmente, all’asta del 1815, acquistato da tale Johann Plattner. Nel 1828 compare come proprietario Anton Orsi ma anche costui accumula debiti e il maso viene venduto all’asta per 3550 fiorini il giorno 25 marzo 1840. Gli ultimi proprietari, ma con il maso già diviso in più parti, rispondono a nomi ancora noti a Laives: Alois Lunger, Josef Gerber del Tschuegg e Alois Tomasi. Costui l’aveva acquistato nel 1895 e rivenduto nel 1905 a Clemens Demattio, che a sua volta nel 1910 la cedette a Alois Martinelli. Infine compaiono nell’elenco Johann Koch, Eduard Gianeselli e la famiglia Rizzoli.
A giudicare dal folto (ma distanziato) pubblico ritrovatosi un paio di settimane fa al Ca’ de’ Bezzi per il concerto di presentazione del nuovo disco, c’era davvero molta attesa per questo Stop, nuovo lavoro del chitarrista brunicense Hubert Dorigatti; il quinto disco da quando l’artista è passato dal jazz strumentale degli esordi ad un rock blues molto radicato nella cultura e nel sound degli Stati Uniti, nonché il primo per la casa discografica milanese Appaloosa, piccola ma determinata label, molto impegnata nella promozione e produzione di artisti italiani d’ambito rock e di artisti americani e britannici di nicchia ma importanti.
“È stato Fabrizio Poggi –racconta Hubert – a suggerirmi di contattare questa etichetta. Lui aveva già collaborato come armonicista al mio disco precedente e come solista ha diverse pubblicazioni su Appaloosa. Così ho provato a mandare a Milano un po’ di tracce di prova del disco che avrei voluto fare e loro mi hanno incoraggiato. Il risultato è Stop che adesso è finalmente distribuito e che sto promuovendo anche dal vivo”. Il giudizio sul disco è decisamente positivo, ogni singola nota sembra confermare prepotentemente la felice vena compositiva dell’autore e la sua propensione a realizzare dischi che sembrano prodotti in America, suonando talvolta anche più americani dei dischi di certi artisti che dagli Stati Uniti provengono. Si tratta di un disco decisamente vario, mai ripetitivo, con una dozzina di nuove composizioni registrate tra il Mcwave Studio di Brescia e il Newport di San Lorenzo di Sebato, rispettivamente da Paolo Costola e Armin Rainer, con uguale perizia, mescolando nazionale e locale, come avviene anche per la scelta dei musicisti. “Avevo finalmente l’occasione di fare un disco che potesse contare su una certa distribuzione anche in Italia – ci spiega Dorigatti – e mi sono detto che volevo i musicisti migliori. Così al basso ho chiamato Paolo Legramandi, che ha un curriculum eccellente, c’è naturalmente Poggi all’armonica, Michele Bonivento suona piano elettrico e un eccezionale Hammond, perché, ci tengo a dirlo allo studio Macwave abbiamo suonato con strumenti veri, praticamente dal vivo, tutti insieme. Mi piace lavorare col vecchio metodo, avere un vero Hammond e non un plug-in che ne riproduce il suono. E poi ci sono il banjoista inglese Dan Walsh, il vibrafono di Mirko Pedrotti, la batteria di Matteo Giordani, Max Castlunger e Adrian Kirchler alle percussioni”. Il risultato è un disco molto equilibrato, arricchito poi dai cori di Laura Willeit, Evi Mair e Martin Perkmann, un disco che spazia dal rock blues, a volte puro rock (la turgida Mr. Nolan, uscita come singolo apripista qualche mese fa), a incursioni country (come in Good Old Days in cui primeggia il banjo di Walsh), fingerpicking (ascoltate Mama Will Do It Right in cui la chitarra acustica dialoga col vibrafono di Pedrotti) o addirittura d’atmosfera dixie come Walking con un eccelso lavoro vocale di Laura Willeit. “Credo sia una delle mie peculiarità – prosegue il musicista – il jazz è stato molto importante per me, l’ho studiato molto a fondo e mi piace infilarlo senza esagerare in ciò che suono adesso. È il mio pallino, inserire nelle composizioni cose che vadano fuori dalla pentatonica, restando però sempre saldo nella musica che faccio, non per fare il figo o esibire un virtuosismo fine a sé stesso, piuttosto per non rimanere impastoiato in definizioni che mi stanno strette. Vedo che poi c’è la risposta da parte del pubblico, che apprezza. E non parlo solo del pubblico nostrano o europeo con cui ho a che fare di solito: avendo suonato in più occasioni anche negli Stati Uniti ho avuto dei feedback positivi, cosa che non è del tutto automatica. Mi dicono che la pronuncia inglese è buona, ma ci sto ancora lavorando, non credo sarò mai perfetto, l’importante è esserne consapevole”. Per quanto riguarda la promozione di questo nuovo disco, Dorigatti punterà sulla formazione a trio vista in azione al Ca’ de’ Bezzi, con la voce di Laura Willeit e il bassista (e background vocalist) Giacomo Da Ros. Nello specifico possiamo comunicarvi che sarà possibile vederli di nuovo in azione in città il prossimo 26 novembre al Laurin, dove sarà presente come ospite anche Fabrizio Poggi.
“Frammenti. Mosche, lattine, guerra e vette immaginarie”: sono elementi piuttosto disparati quelli che compongono il titolo della personale di Giancarlo Lamonaca al Kunstforum di Egna (visibile fino al 6 novembre). Nato a Cortina nel 1973, Lamonaca ha studiato arte e pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna e all’HDK di Berlino e attualmente vive a Varna, presso cui ha il suo studio. Lamonaca si potrebbe definire un illusionista della visione: nelle sue opere, immagini purissime volteggiano, si sovrappongono, si specchiano una nell’altra, a volte sembrano sbriciolarsi in frammenti per ricomporsi in nuovi significati. Quando crediamo di aver colto, “letto” una forma e un significato, pochi centimetri dopo la nostra certezza è contraddetta. Una danza tra illusione e disillusione che può irritare o da cui farsi trascinare, stando al “gioco dello sguardo”. Nella mostra a Egna l’artista presenta nove opere fotografiche inedite, spesso di grande formato, nate da immagini frammentate, tagliate in pezzi e ricomposte. Gli abbiamo chiesto di raccontercela.
Partiamo dal titolo della mostra: cosa hanno in comune le mosche, le lattine, la guerra e le vette immaginarie? Sono frammenti tratti dalla vita quotidiana, che, in maniera diversa, rispecchiano i contenuti del mio lavoro; i rifiuti, la guerra, le mosche (intese non come gli insetti a cui state pensando) e una parte di un ciclo che ho iniziato nel 2010 intitolato “Der Analog” (ital. “Il Monte Analogo”). Quest’ultimo è ispirato all’omonimo romanzo, non concluso, dello scrittore francese René Daumal, in cui un gruppo di esploratori decide di trovare e scalare il Monte Analogo, montagna la cui vetta è più alta di tutte quelle conosciute, per ritrovarsi in un mondo utopico. In questo senso, il mio è un lavoro sul tema della montagna come allegoria dell’ascesa, in cui il viaggio è la vera meta.
Nel comunicato della mostra è scritto “c’è sempre un po’ di follia nel voler superare i limiti del fotografabile”. I limiti di ciò che possiamo fotografare sono anche i limiti di ciò che possiamo vedere? Intendo un andare oltre; la realtà è il punto di partenza per spingere al massimo, quindi al limite, le possibilità del mezzo fotografico e dell’elaborazione. La sovrapposizione di tante immagini insieme crea una densità di materiale altissima e sposta chi guarda dalla realtà in una dimensione effimera.
È una ricerca che riguarda solo la sfera del visibile e della percezione? Non solo: mi piace dissimulare, nascondere i fatti, ma poi dare appigli nel titolo Ad esempio, dietro l’opera intitolata “Oppela” si cela l”immagine della città di Aleppo distrutta dalla guerra. Le mosche di cui parlo non sono vere mosche, ma quelle usate per la pesca. Come dicevo, mi piace “addensare” il contenuto delle immagini fino a renderlo quasi un’altra cosa. E’ un po’ come succede nella vita quotidiana: siamo talmente esposti alle immagini e alle informazioni, che nella densità si distorcono. I miei lavori ricalcano questo, sono così sovraccarichi da astrarre la tematica – qualsiasi essa sia, dalla montagna alla guerra, e renderla lontana e invisibile, estetica.
Parliamo della tecnica: quindi lavori molto con l’elaborazione digitale? In realtà non modifico la foto in sé, non la filtro. E’ il lavoro di sovrapposizione che porta al risultato finale. Quando ho un’idea in mente ci lavoro, lascio che maturi, finché non scatta l'”Aha-Erlebnis”, l’illuminazione, la sensazione di essere arrivato al punto giusto. Ma non tutti i lavori portano a una conclusione: in una fotografia cerchiamo una certezza visiva, che poi però non sempre “funziona” come pensiamo e a volte svanisce.
Giancarlo Lamonaca, Fragmente. Mosche, lattine, guerra e vette immaginarie. Egna, Kunstforum Unterland. Da martedì a sabato, 10-12 e 16-18. Fino al 6 novembre 2021. Ingresso libero.
Da oltre sessant’anni l’associazione di volontari “Intercultura” aiuta ragazzi e ragazze a fare l’esperienza di vivere e studiare all’estero per qualche mese o addirittura un anno. Un’occasione d’oro per i giovani, ma anche per le famiglie che li ospitano, che possono così stabilire un contatto vero e quotidiano con persone e culture diverse dalla propria. Lo sa bene Petra Medici Spolaore, insegnante e volontaria di Intercultura di Egna – proprio dalla cittadina della Bassa atesina è partita una delle prime ragazze a partecipare al progetto, facendo un’esperienza Argentina. Per Petra la decisione di diventare volontaria e di offrirsi come famiglia ospitante è stata un atto naturale, dopo che i suoi figli avevano partecipato al progetto. “Nel 2014 mio figlio è partito per la Cina – frequentava una scuola cinese pubblica, con ben 12 ore di lezione al giorno. L’anno dopo anche mia figlia ha voluto fare la stessa esperienza: nel 2015 ha vinto una borsa di studio ed è partita per il Messico! Era ospite dal governatore dello Jucatan, Patrizio Patron Lavada.” Esperienze arricchenti, che hanno spinto Petra a restituire il gesto. “Ho pensato di fare qualcosa anche io. Ho cominciato provando ad ospitare solo per un fine settimana”. Ogni primavera si svolge infatti un campo primaverile interregionale, in cui è possibile ospitare solo per qualche giorno i ragazzi alloggiati nel nord Italia. “Alla fine dei quattro giorni ci è dispiaciuto tanto salutare Huan, il ragazzo argentino che era stato da noi. Così, abbiamo accolto Hong, un ragazzo dalla Malesia. E’ stata un’esperienza bellissima”. In pochi mesi Hong, che frequentava l’Istituto Galilei a Bolzano, ha imparato l’italiano e il tedesco e si è adattato perfettamente alla cucina altoatesina, che ha amato da subito. Unica difficoltà iniziale: l’apertura delle porte con le chiavi, perché Huan proveniva da una realtà ipertecnologica, in cui era tutto automatizzato (!). L’attività di Intercultura non si ferma mai nella Bassa: attualmente ad Egna è arrivato Notis, un ragazzo greco, ospitato dalla signora Edit Pramstahler. Notis frequenta il liceo Carducci di Bolzano. Una collaborazione, quella con le scuole italiane, che funziona molto bene “Ci tengo a sottolinearlo, abbiamo la massima assistenza e disponibilità da parte delle scuole per accompagnare i ragazzi, perché non è scontato”- dice Petra. Si ricorda che la disponibilità ad ospitare i ragazzi e le ragazze avviene a titolo gratuito e che l’attività si basa tutta sul lavoro dei volontari e delle volontarie di Intercultura. Si ricorda che gli studenti che vogliono fare l’anno all’estero possono scegliere tra 60 Paesi in tutto il mondo; negli anni, sono ben 45mila gli studenti italiani inviati all’estero, mentre le famiglie coinvolte nell’accoglienza di studenti stranieri sono 28mila. Negli ultimi 30 anni ha assegnato 20mila borse di studio. Tra le ultime iniziative proposte c’è anche un programma pensato per gli studenti altoatesini di lingua tedesca, che possono frequentare un anno scolastico nel Sud Italia, vivendo presso una famiglia del luogo. Insomma, che sia la Cina o Palermo, l’importante è avere voglia di scoprire luoghi e persone guardando oltre il proprio orticello. Per info basta scrivere a interculturabz@gmail.com