Benché si trovi alle porte di Bolzano e nei pressi di centri abitati come Appiano e Caldaro, il bosco di Monticolo, nel cuore del troncone settentrionale del Monte di Mezzo, mantiene una sua ancestrale “selvatichezza”. Bisogna andarci, per assaporarla, camminare in silenzio lungo sentieri e strade forestali che, da Colterenzio e da S. Michele, dalla valle della Primavera e da Vadena l’attraversano in ogni direzione. Un labirinto tra cielo e terra, tra noto e ignoto, dove orientarsi non è mai facile. Accompagnati dal cinguettio e, a tratti, dallo stridio infernale degli uccelli, passo dopo passo si perdono le proprie certezze “urbane” per oltrepassare il velo che ci separa dal fantasmatico mondo del passato. Strani vapori mattutini affiorano sulla superficie verde scuro del lago grande, un solitario pescatore sembra cercare la pace dell’anima nella sua immobile attesa. Noi andiamo per la nostra strada e, dopo il lago piccolo, svoltiamo verso una collina che qualche millennio fa (tra il bronzo e il ferro, a quanto pare – ovvero tra le culture di Lugo e Fritzens-Sanzeno) era piuttosto frequentata. Cosa ci facessero, lassù, i nostri “selvaggi” predecessori, non è dato sapere. Riti religiosi? Rievocazione degli antenati? Difesa di antiche consuetudini? Come nella lontana Machu Picchu, si è più vicini agli dei che agli uomini, su quella vetta appartata e, soprattutto, ad un modello di economia basato su caccia, pesca e raccolta piuttosto che sull’agricoltura stanziale introdotta dalla rivoluzione neolitica che ha trasformato anche il fertile Oltradige in un giardino. Wilder-Mann-Bühel, Col dell’Uomo (selvaggio) è chiamato, non a caso, il luogo: forse proprio in memoria degli ultimi “selvaggi” insediati per millenni in queste arcane aree tra Castel Firmiano (sito di ritrovamento di un’antichissima sepoltura) e Gmund, tra i laghi di Monticolo e quello di Caldaro. D’altronde, ancora oggi il territorio esibisce evidenti le tracce dell’eterna lotta tra boschi e campi coltivati, tra natura e “cultura”, con quest’ultima che anno dopo anno continua a erodere spazi vitali alla prima. Le leggende del posto narrano di un tale Peter Wöth, “der Amerikaner”, uomo anch’egli selvaggio nato nel 1824 e poi emigrato verso le Americhe in cerca di fortuna. Dopo aver vissuto come cercatore d’oro con gli indiani, tornò in patria e si ritirò proprio quassù, in una capanna di pietre. Su una di queste sono ancora incise le sue iniziali e la sua data di nascita. Poco è rimasto dell’antico castelliere con vista sul Penegal e il gruppo del Tessa, scoperto cento anni fa dal maestro Josef Saxl: migliaia di pietre di porfido sparse sui 280 metri quadri dell’area, qua e là qualche frammento di muro, le basi di una torre quadrangolare, alcune fosse scavate nel terreno. Sotto la cupola, un terrazzamento che poteva ospitare qualche rudimentale capanna anche nella stagione fredda: giacché, malgrado le apparenze, ci troviamo ad un’altezza di soli 650 metri ed il clima è mite tutto l’anno. Il Col dell”Uomo è, con il Joben- e l’Hohenbühel, una delle colline maggiori che si elevano nei 100 ettari di bosco di larici, latifoglie, pini e abeti che offrono al visitatore, accanto alle testimonianze di un passato ancora tutto da scoprire, l’occasione di una immersione completa in un ambiente antico e affascinante. Scriveva nel 1886 l’esploratore Heinrich Noë: “Dal paesino di Monticolo, si gode la vista di una grandiosa “Waldeinsamkeit” (idillio silvestre), inimmaginabile dai lussureggianti vigneti di Appiano o dal profondo della valle dell’Adige”. E ancora: “Dopo venti minuti di cammino si raggiunge il lago piccolo incastonato nel fitto del bosco. A nord, est e ovest non si vede null’altro che la vetta del Corno del Renon – una scena di singolare abbandono”. Parole che condividiamo appieno.
L’Alto Adige è in fondo alle classifiche per numero di crimini e anche le ultime statistiche lo confermano: i reati sono in calo. Ma com’è percepita la sicurezza nella nostra provincia? Ne abbiamo parlato con Raffaele Rivola, Comandante Provinciale dei Carabinieri. “Se confrontata con il resto d’Italia, quella altoatesina è una situazione estremamente sana e invidiabile. In questo contesto, qualsiasi cosa accade viene percepita come una turbativa e provoca allarme sociale”, ci ha detto. Tra i temi affrontati nell’intervista ci sono anche i giovani, l’alcol e guida e le truffe online.
Nello scorso numero abbiamo parlato dell’intenzione, da parte del comune di Egna, di dotare la polizia municipale di armi nel servizio notturno, nell’ottica della creazione di una polizia intercomunale. Dopo aver dato la parola alla sindaca di Egna, Karin Jost e ai comandanti dei vigili di Laives e Bolzano, allarghiamo lo sguardo sulla situazione della criminalità in Bassa atesina e in Alto Adige. Ne abbiamo parlato con Raffaele Rivola, Comandante Provinciale Carabinieri di Bolzano. Con ottanta stazioni a livello provinciale, i carabinieri hanno una presenza capillare e ramificata su tutto il territorio altoatesino, che permette loro di avere “il polso della situazione”. Anche la Bassa non fa eccezione: il comando compagnia di Egna ha dieci stazioni alle dipendenze. “Procediamo per la stragrande maggioranza dei reati in Bassa atesina” – ci dice Rivola, che, romagnolo, ha assunto il comando provinciale dallo scorso settembre. Il Colonnello può vantare una vasta esperienza: nel suo percorso professionale ha svolto numerosi incarichi di stato maggiore, investigativi e internazionali – ad esempio in Calabria si è occupato di lotta alla ‘ndrangheta, a Tropea e Taurianova. A Bolzano è arrivato direttamente dall’Ambasciata d’Italia negli Emirati Arabi Uniti ad Abu Dhabi, dove ha svolto dal gennaio 2018 l’incarico di Addetto Aggiunto per la Difesa.
Comandante, com’è la situazione riguardo alla criminalità a Bolzano e in provincia? In particolare, sa darci indicazioni sulla criminalità nella Bassa atesina? Dall’andamento generale registriamo un calo sensibile dei reati: nel periodo da gennaio ad ottobre 2021 erano il 14% in meno rispetto agli stessi mesi del 2019 – il 2020 è un’eccezione e non lo consideriamo a causa dei lockdown imposti dalla pandemia. Guardando ai dati relativi ai reati per cui procedono i Carabinieri nella Bassa Atesina, ed esaminando in particolare quelli che destano maggiore allarme sociale, come i furti, abbiamo un 76% in meno di furti nelle abitazioni, un 56% in meno di furti di automobili e un -38% dei furti con destrezza. Tra i casi particolari, le segnalo quello di un giovane rapinatore, che si è “fatto notare” per numerosi reati tra Appiano e Caldaro, commessi a danno di minorenni, anche a bordo degli autobus. A proposito di giovani, c’è un aspetto che ci preme.
Sono emersi aspetti particolari riguardo ai giovani? Si, registriamo episodi di delinquenza giovanile, in particolare nel capoluogo, ma anche a Laives, con cui c’è contiguità territoriale e nei centri urbani, come Merano, Bressanone e, in misura minore, Brunico. Si tratta di reati a scapito dei coetanei – parliamo di minori e giovani dai 18 ai 24 anni.
Di che reati si tratta? Furti e rapine, anche con caratteristiche violente, con angherie e sopraffazione. Lo potremmo definire un bullismo portato all’estremo.
Che estrazione sociale hanno questi ragazzi? La provenienza sociale è trasversale. Non si tratta solo di giovani provenienti da situazioni di disagio, indigenza o con un retroterra migratorio, ma anche di ragazzi di famiglie che definiremmo “normali”. Insomma, non parliamo di una situazione da banlieue francese e non abbiamo difficoltà a identificarli. È importante notare che, anche se questi episodi sono in calo nel 2021 rispetto al 2019, teniamo alta l’attenzione perché si tratta di un disagio sociale su cui intervenire, non con misure repressive, ma attraverso un lavoro di rete a stretto contatto con gli enti locali.
Rispetto al resto del paese, come valuta la situazione sulla criminalità in Alto Adige? Rispetto al resto d’Italia, parliamo di dati confortanti, e di una situazione estremamente sana ed invidiabile. Siamo in un contesto abituato a standard altissimi per efficienza e qualità e quindi qualsiasi cosa accade è percepita come una turbativa e provoca allarme sociale. è un po’ come una parete bianca, su cui anche una macchiolina balza subito all’occhio. Il nostro compito è comunque darci sempre da fare perché la situazione migliori ulteriormente.
Il contesto quindi gioca un ruolo fondamentale anche nella percezione dei reati… Certamente. A seconda del tipo di persona e della fascia d’età un furto con intrusione può provocare un trauma significativo. Vale anche per i turisti: l’Alto Adige ha una reputazione altissima a livello di sicurezza – se il turista subisce il furto di una bicicletta elettrica o della macchina qui, durante le ferie, l’impatto è molto più traumatico rispetto allo stesso furto avvenuto a casa. In questo senso, la percezione del danno subito trascende il valore economico, perché tocca la fiducia del trovarsi in un luogo sicuro. Noi cerchiamo sempre di metterci nei panni della vittima e, soprattutto, abbiamo una grande responsabilità nel mantenere alta la reputazione dell’Alto Adige come luogo sicuro.
Avete registrato dei cambiamenti nel tipo di reato/ denunce/percezione della sicurezza con la situazione dovuta alla pandemia? Registriamo un aumento di truffe online, legate al fatto che con il lockdown molte persone si sono avvicinate agli acquisti sul web. Un altro ambito su cui focalizzare l’attenzione è quello della violenza di genere e domestica – terreno delicato, su cui ci muoviamo in stretta collaborazione con gli operatori sociali e gli enti locali.
Capitolo alcol, com’è la situazione? Purtroppo abbiamo continue segnalazioni di persone colte alla guida in stato di ebbrezza, che, ricordo, può avere anche pesanti conseguenze penali, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e degli stessi automobilisti. Da quello che vedono gli operatori sulla strada, le persone fermate non ne percepiscono assolutamente la gravità. Una mancanza di consapevolezza che riscontriamo in maniera diffusa, tra cittadini di tutte le estrazioni sociali, e che desta preoccupazione.
L’obbligo del green pass per i lavoratori, scattato da metà ottobre scorso, ha riguardato non solo il settore delle aziende e uffici pubblici e privati, ma anche quello dell’agricoltura. Una disposizione arrivata con la raccolta delle mele ancora in corso, che ha provocato qualche amara sorpresa ai contadini della Bassa. Molti lavoratori addetti alla raccolta provenienti dai paesi dell’est Europa, hanno abbandonato da un giorno all’altro la Bassa per tornare a casa, lasciando scoperta la raccolta. Ora la situazione è tornata sotto controllo. Ne abbiamo con Reinhard Dissertori, presidente del distretto Bassa atesina del Bauernbund e membro del consiglio di amministrazione della cooperativa frutticola Kurmark Unifrut di Magrè.
Presidente, cosa è successo a metà ottobre con l’obbligo di green pass? Diversi lavoratori stagionali assunti per la raccolta delle mele sono tornati a casa perché non si volevano vaccinare e la situazione con i test era problematica.
In che senso? Il centro vaccinale di Ora non offriva i tamponi per i cittadini stranieri e farli nelle farmacie era complicato per via degli orari. L’emergenza è poi rientrata per fortuna: le farmacie si sono organizzate per ampliare gli orari e il centro di Ora ha allargato i servizi anche ai non residenti nei comuni – basta avere un codice fiscale italiano, documento di cui i raccoglitori sono in possesso. Inoltre, abbiamo ricevuto aiuto dai colleghi della Val Venosta – lì la raccolta è terminata e così ci stanno dando una mano.
Da che paesi provengono i raccoglitori tornati a casa? Polonia, Romania e Bulgaria.
Erano vaccinati Sputnik? No, ce n’erano solo pochi vaccinati con lo Sputnik, che, sappiamo, non è riconosciuto in Europa.
E ora come procede la raccolta? Bene per fortuna, anche grazie al bel tempo – contiamo di terminare intorno al 15-20 novembre.
Ci sono stati problemi anche per la raccolta dell’uva? No per fortuna – la raccolta dell’uva è molto più veloce e anche qui abbiamo beneficiato del bel tempo e dell’aiuto reciproco tra contadini, fondamentale. La situazione sembra quindi rientrata, e speriamo di andare incontro a settimane più serene prima della meritata pausa invernale.
Ci sono la Cina e le Alpi, il sacro e il profano, le tradizioni contadine e le cattedrali gotiche e molto ancora nel “Mostro della pioggia” – The Monster Rain, l’esposizione di Lukas Zanotti ospitata presso la sala mostre di Vadena (fino al 18 novembre prossimo vedi info in fondo). La mostra ispirerà anche un “reading musicale” a cui daranno voce, suono e forma le attrici Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa – ossia la Sakul Orkestra- in una suggestiva performance in programma per venerdì 12 novembre alle ore 19. Sempre venerdì, alle ore 10, l’artista bolzanino sarà presente a Vadena per un incontro sulla mostra e sul Kuka Museum di cui è fondatore ed attuale direttore (ingresso libero, prenotazione obbligatoria scrivendo a info@gemeinde.pfatten.bz.it). Ci siamo fatti raccontare da Zanotti della mostra e del suo misterioso protagonista: “A Vadena propongo una serie di opere inedite sul mostro della pioggia. Fin dall’antichità, il drago è un animale favoloso: simile a un enorme rettile alato, vomita fuoco, è capace di paralizzare con il suo sguardo, ma è anche il signore della tempesta, del tuono e della pioggia. Soprattutto nella realtà contadina e rurale la pioggia ha sempre avuto un ruolo fondamentale – se è troppa o troppo poca crea comunque disastri. Questo ha fatto scaturire, anche a diverse latitudini, pratiche simili: in Cina quando manca la pioggia si fabbrica un gran dragone di carta o di legno che viene portato in processione; se la pioggia non arriva, il dragone viene maledetto e fatto a pezzi. Queste pratiche meteorologiche dell’Estremo Oriente somigliano a metodi simili in uso nell’Europa cristiana e tante sono le leggende alpine legate a queste creature come causa della pioggia. Tanti anche i toponimi legati alla definizione di ‘buchi dei draghi’, ‘gole del drago’, ecc.; esiste anche il ‘lago del drago’, chiamato anche ‘lago del parroco’ a Marienberg in Val Venosta. Spesso a capo delle grondaie dei tetti troviamo una testa di drago che apre le fauci facendo uscire l’acqua di scolo. Insomma, la pioggia è un drago nascosto tra le nuvole e non per nulla i contadini, ancora oggi, sparano alle nuvole per scongiurare la grandine!”.
Che forma prenderà “Il mostro della pioggia” a Vadena? “Le mie immagini riflettono le influenze delle diverse tradizioni, elementi della tradizione cristiana, ma anche aspetti pagani e della cultura orientale. In mostra ci saranno tanti lavori di piccolo e medio formato (circa A4 e A3) che, come tasselli di un mosaico, andranno a formare una grande figura antropomorfa.” I lavori di Zanotti sono realizzati con la tecnica della xilografia, ovvero incisione sul legno e della linoleografia, tecnica di stampa da una matrice di lineoleum. Le figure che ne risultano hanno un carattere primitivo ed arcaico, espressionista, che li ricollega, ci racconta l’artista, anche alle antiche xilografie della tradizione tedesca. Oltre alla mostra, è previsto un appuntamento “speciale”… “Sì, venerdì 12 novembre alle ore 19 ci sarà il momento ‘clou’. Il mostro della pioggia si esprime infatti non solo attraverso le immagini, ma anche in un mio poemetto, invocazione alla pioggia, a cui daranno voce Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa. Non posso svelare troppo, ma posso anticipare che ci sarà l’acqua come elemento sonoro, in una performance che gioca con l’eco tra voci dal vivo e registrate.” Un momento denso di suggestioni insomma, sotto il segno dell’incontro tra tradizioni e culture diverse, di quelle capaci di incantare come le storie di una volta.
Info: Lukas Zanotti, The Monster Rain, Sala mostre di Vadena Fino al 18 novembre, da lun a sab ore 15-17.30 / dom 10-12 venerdì 12 novembre, ore 10 presentazione del progetto, ore 19 “reading musicale” a cui daranno voce, suono e forma le attrici Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa – ossia la Sakul Orkestra. Ingresso libero, su prenotazione info@gemeinde.pfatten.bz.it. Green pass obbligatorio.
Giusto qualche giorno fa il muralista altoatesino Egeon (Matteo Picelli) ha completato in Viale Druso a Bolzano una grande opera davvero molto bella e interessante da punto di vista simbolico. L’opera si trova più o meno di fronte all’ingresso delle caserme e rappresenta una “mischia chiusa”, la situazione che si verifica nel rugby quando il gioco è stato interrotto per una qualche irregolarità. La mischia ha lo scopo di favorire la ripresa del gioco e in essa i due “pacchetti di mischia” si contendono la palla ovale sotto l’occhio vigile dell’arbitro, potendo contare solo sulla forza, la compattezza di squadra e il gioco di gambe. La raffigurazione della mischia di Egeon presenta una particolarità fortemente simbolica. I due pacchetti sono evidentemente presentati come immagini speculari l’una dell’altra. L’opera del muralista in questo modo diventa per me una perfetta metafora del bipolarismo diffuso che caratterizza il nostro presente. Bianco e nero, destra e sinistra, maggioranza e opposizione, ricchi e poveri, ottimisti e pessimisti. Ma anche – per venire al nostro territorio e alla stretta attualità – italiani e tedeschi, pro vax e no vax, e… così via. La metafora rugbystica suggerita da egeon è in grado di ricordarci alcuni principi base, dei quali ultimamente tendiamo a dimenticarci. Innanzitutto che il gioco (la vita) è bello quando tutti i partecipanti (le squadre) ne condividono i principi e le regole. E da questo punto di vista il rugby è un esempio per tutti essendo uno degli sport più nobili. Insomma: il rispetto dell’avversario (se proprio lo vogliamo chiamare così) è un prerequisito fondamentale, dobbiamo mettercelo in testa. In secondo luogo il plus aggiunto da Egeon suggerendo che ogni squadra di fatto è l’immagine speculare dell’altra, ci consente anche di capire che è utile immedesimarci nell’altro, anche e soprattutto per capire meglio noi stessi. Un leale gioco di squadra, in questa fase così delicata per la nostra società, non può che essere il prerequisito fondamentale nella nostra ricerca affannosa di una nuova normalità. Una normalità che senz’altro non può che essere costruita insieme. Nessuno escluso.
Quali sono le principali specie di volatili residenti e di passaggio nella conca di Bolzano? Ne abbiamo parlato con l’appassionato birdwatcher Maurizio Azzolini, che ci racconta luoghi, abitudini e anche nuovi arrivi tra gli uccelli selvatici del capoluogo.
La cosa è nota a tutti. A popolare la città non sono solo gli umani, talvolta in compagnia dei loro animali “domestici”. Il capoluogo altoatesino può contare infatti su una folta presenza di “animali selvatici”, ovvero una fauna che si muove libera, anche se comunque a vario titolo “in simbiosi” con l’uomo. Sul nostro giornale, in un paio di puntate, cercheremo di fare una sorta di fotografia per quanto possibile attuale su questa presenza, silenziosa ma neanche tanto. Il nostro percorso lo cominciamo con i volatili e per descrivere le specie presenti nella conca di Bolzano – sia quelle storiche che le più recenti “acquisizioni” – abbiamo contattato Maurizio Azzolini, birdwatcher, fotografo e appassionato cultore di queste specie animali, membro dell’associazione EBN Italia/Dolomiti Birdwatching.
Maurizio Azzolini: iniziamo parlando di gabbiani e cornacchie, alcuni tra i più grandi uccelli selvatici che popolano la città. I gabbiani sono presenti da anni nel capoluogo con due specie: il gabbiano comune e il gabbiano reale. Di quest’ultimo abbiamo anche identificato i nidi e osservato i corteggiamenti che preludono agli accoppiamenti sui tetti della zona industriale. Per quanto riguarda le cornacchie sono sempre state presenti in città, ma ora lo sono in maggior numero. Si possono osservare anche in gruppo su alcuni grandi alberi del capoluogo. Si spostano in stormo nelle immediate vicinanze dell’area urbana a Bolzano Sud e in particolare l’area Ischia Frizzi, per poi rientrare nei “dormitori” della città la sera. Un certo numero di cornacchie rimane comunque sempre in città: è possibile vederle lungo le passeggiate del Talvera o in qualche giardino, anche condominiale.
Tordi
Poi naturalmente abbiamo gli aironi, non molto amati dai pescatori… La specie più diffusa è quella dell’airone cinerino, che ha beneficiato delle misure di protezione introdotte già da diversi anni. Si tratta di una specie in incremento, molto odiata dai pescatori, un po’ come i cormorani. Gli aironi in realtà fanno il loro mestiere, ovvero pescano per vivere, al contrario dei pescatori che lo fanno per diletto.
I cormorani sono però meno diffusi, degli aironi… L’airone nidifica in alcuni luoghi anche in Alto Adige, ad esempio subito fuori città, a Bolzano. I cormorani invece si fermano lungo gli assi fluviali e sui laghi durante il periodo migratorio. D’estate si spostano nelle loro colonie riproduttive che si trovano soprattutto nel centro Europa, in Olanda, Danimarca e anche i paesi Baltici.
Airone cinerino
Nella conca di Bolzano o nei pressi ci sono anche passaggi migratori, ci diceva. Voi appassionati riuscite ad intercettarli? Quali sono le specie più significative? Sono diversi anni che monitoriamo la situazione, in particolare nell’area dell’aeroporto di Bolzano. Quello si è rivelato un luogo davvero eccezionale: in un contesto di fondovalle caratterizzato dalla monocoltura del melo i prati a sfalcio e le aree rurali marginali sono molto ridotti, come sappiamo. Per questo l’aeroporto è particolarmente importante per diverse specie di uccelli. In 15 anni di ricerche abbiamo censito lì quasi 180 specie, tra nidificanti, svernanti e soprattutto migratori. Si tratta di un numero molto elevato per un ambito che si trova alle porte della città. Abbiamo rilevato anche alcune specie che storicamente non erano mai state segnalate. Si fermano all’aeroporto molte specie di passeriformi, ma anche rapaci e delle specie di gabbiani. Parlando di specie rare per esempio l’ultima che abbiamo rilevato lo scorso maggio è stata una pernice di mare orientale. è arrivata in un giorno di maltempo, pioveva a dirotto, si è fermata tre ore e poi è ripartita.
Quali sono i luoghi più adatti per l’osservazione degli uccelli selvatici? Come dicevo l’aeroporto di Bolzano si è rivelato è un hotspot migratorio davvero importante. è come se fosse un’isola in mezzo al mare, per gli uccelli. Per il resto i volatili hanno un grande bisogno delle zone incolte, che noi spesso consideriamo appezzamenti improduttivi. Ma in realtà è proprio in questi ambienti che si sviluppano spontaneamente le piante e i semi di cui hanno bisogno gli uccelli, per non parlare degli insetti. In realtà nell’aeroporto non possiamo entrare. Siamo stati solo chiamati alcune volte per liberare uccelli che erano finiti in una rete, vicino al laghetto. Normalmente per il birdwatching ci piazziamo nella zona libera lungo la recinzione a sud, che però con i lavori di allungamento pista purtroppo ora è diventata un cantiere.
Cormorano
Il lago di Caldaro è meno interessante rispetto all’aeroporto? Come altre zone umide il lago di Caldaro è senz’altro molto attrattivo per diverse specie di uccelli. Ma la vera scoperta per noi negli ultimi anni è stato appunto l’aeroporto, che prima da questo punto di vista era assolutamente sconosciuto.
Gli uccelli hanno la loro importanza anche in città. Possiamo dire perché? Il principio è semplice ed è che dovrebbe esserci spazio per tutti. E con questo anche la tolleranza: non è che noi umani siamo i padroni assoluti di tutto. Purtroppo invece ci sono diversi cittadini che si infastidiscono anche solo per gli escrementi delle rondini, andando a rompere i nidi dei balestrucci. Poi c’è l’amato e odiato piccione. Ci sono anziani che li alimentano e altri invece che non li sopportano per via delle deiezioni. Per il resto negli ambiti urbani i campanili sostituiscono da tempo le vecchie falesie, divenendo sedi molto importanti per i nidi. Ma forse possiamo ribadire che se nasce la curiosità, basta guardare nel proprio giardino condominiale per vedere molte specie di uccelli che abitano regolarmente la città, riproducendosi. Questo ad esempio è il periodo in cui si sente il ticchettio dei pettirossi. Nidificano anche da noi, ma in realtà il grosso giunge in autunno. Svernano da noi provenendo dall’Europa centrale. Resta il fatto che gli uccelli sono anche un’importante risorsa dal punto di vista estetico. La bellezza del loro canto è una panacea, per non sentirci solo sopraffatti dal cemento e dal rumore del traffico. Ci portano una nota di colore e anche di poesia, come molti di noi hanno avuto modo di appurare, ad esempio, durante la fase di stretto lockdown dello scorso anno.
Gabbiano reale
Una presenza importante è anche quella delle tortore, oggi come oggi. Si tratta di una specie in espansione che una volta non c’era, a Bolzano. Anche la tortora dal collare si avvantaggia della presenza dell’uomo, recuperando qualche pezzetto di cibo, pane, semi. A volte covano anche fuori stagione, come in autunno e in inverno, sfruttando il microclima favorevole della città.
Gli uccelli selvatici in città rappresentano un qualche pericolo sanitario per l’uomo? No. Problemi come quelli rappresentati dall’influenza aviaria sono creati più che altro dall’uomo, attraverso gli allevamenti intensivi. Lì si possono creare situazioni di sovraffollamento e stress, legate agli spazi innaturali. Per non parlare dell’uso degli antibiotici sui polli d’allevamento. A mio avviso sono anche eccessive le preoccupazioni relative ai piccioni in città.
Maurizio Azzolini
Quanto sono importanti le cassette nido che sono stati apposte su tutti gli alberi “pubblici” del capoluogo? Offrono senz’altro un aiuto per gli uccelli nell’individuazione dei siti per la nidificazione. Quelli naturali sono reperibili in misura minore rispetto a un tempo. Una volta c’erano molti più alberi secolari, anche meli, dove gli uccelli potevano individuare o scavare delle cavità. Oggi gli alberi sono molto più giovani e quindi tutto è molto più complicato. Nel nostro ambiente però si discute un po’ sul parrocchetto dal collare, specie aliena che sottrae le cavità naturali alle specie autoctone.
Fino a qualche anno fa a Bolzano c’era un centro avifauna. Com’è oggi la situazione da questo punto di vista? Se qualche cittadino trova un uccello ferito a chi si può rivolgere? Per anni a Bolzano abbiamo avuto un Centro recupero avifauna di Bolzano, gestito da ornitologi, ma la struttura purtroppo è chiusa da anni. Quella struttura aveva proprio lo scopo di curare gli uccelli selvatici per riportarli alla vita in natura. Noi ornitologi se c’è bisogno interveniamo anche oggi, ma in modo informale perché purtroppo a livello locale manca una sensibilità in questo senso da parte dell’ente pubblico, che tende a privilegiare altre prospettive, come quella dei cacciatori. In Alto Adige non c’è una grande sensibilità nei confronti della fauna selvatica in generale. Altrove non è così. A Trento ad esempio esiste un centro di recupero della Lipu, Lega italiana protezione uccelli, gestito in convenzione con la Provincia autonoma.
Il patto di famiglia è un contratto con il quale un soggetto titolare di un’impresa trasferisce (in tutto o in parte) l’azienda o le quote societarie a uno o più dei propri figli o nipoti. In pratica, il patto di famiglia “anticipa” la successione dell’imprenditore, permettendo il “passaggio generazionale” all’interno dell’impresa stessa e garantendone così la continuità. Oltre che per il trasferimento dell’azienda, può essere usato anche per il trasferimento ai figli della proprietà di quote sociali. Esso costituisce un’importante deroga al divieto di patti successori presente nel nostro ordinamento (ossia la regola secondo la quale sono nulli gli accordi che hanno per oggetto la disposizione dei diritti ereditari provenienti da una successione non ancora aperta, ossia se la persona della cui eredità si tratta è ancora in vita). Inoltre permette un rilevante vantaggio fiscale. Il patto di famiglia è un contratto per atto pubblico (da farsi quindi innanzi al Notaio). All’atto notarile partecipano, oltre all’imprenditore e ai figli beneficiari (detti anche “assegnatari”), necessariamente anche: a) il coniuge dell’imprenditore stesso; b) tutti quei soggetti che avrebbero la qualifica di legittimari se, in quel momento, si aprisse la successione testamentaria dell’imprenditore. Il coniuge e i legittimari hanno, infatti, diritto a percepire, dai figli assegnatari, una somma a titolo di liquidazione del valore delle quote di legittima (in alternativa, la liquidazione può avvenire in natura, ossia ricevendo alcuni beni al posto del denaro). Quanto al contenuto del contratto, è importante che il patto di famiglia specifichi se c’è o meno il diritto di recesso: se manca la clausola sul diritto di recesso, per sciogliersi dal vincolo l’interessato dovrà necessariamente ottenere lo scioglimento del patto facendo stipulare un secondo, nuovo, patto di famiglia con le stesse persone. Il patto di famiglia può essere, infatti, sciolto o modificato, in due modi: 1) con un nuovo patto di famiglia; 2) se il patto stesso lo prevede, con una dichiarazione di recesso da parte di un partecipante a cui segue una dichiarazione delle altre persone certificata dal Notaio. è necessario che allo scioglimento o alla modifica partecipino tutte le persone che avevano preso parte al primo patto di famiglia.
È tradizione che il primo giorno di novembre ci si rechi al cimitero a porre un fiore o ad accendere un lume sulla tomba dei propri cari defunti. In questo modo vengono rinsaldate le relazioni con coloro che non ci sono più o, per chi crede, sono vive in un altro modo, più vero. In una “eternità” che è già qui.
È particolarmente significativo che la tradizione fissi la visita al camposanto non nel giorno dedicato ai defunti (2 novembre), ma nella festività di tutti i santi (1 novembre). Il motivo è proprio quello per cui non si intende celebrare la morte, ma piuttosto le vita e una vita piena. Non è un caso che la liturgia di Ognissanti metta al centro una parola: beato. Il brano evangelico proclamato nelle chiese, tratto dal capitolo quinto del Vangelo di Matteo, è quello delle cosiddette “beatitudini”. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. Beato significa felice e la felicità è il bene più prezioso a cui tutti tendiamo. È lo scopo della vita. Disse una volta Roberto Benigni in uno dei suoi memorabili monologhi: la felicità “ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo, in dote ed era un regalo così bello che l’abbiamo nascosto…” “Dobbiamo pensarci sempre alla felicità e anche se a volte lei si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei. Fino all’ultimo giorno della nostra vita. Saltate dentro all’esistenza ora, perché se non trovate niente ora, non troverete nulla mai più. È qui l’eternità, non ce n’è un’altra”. Noi e i nostri morti apparteniamo a una stessa dimensione che vuole essere esplorata e accolta.
C’era una volta… piazza Gries. Tale affermazione sembrerà un po’ azzardata o pretestuosa. In realtà non è così lontana dalla realtà. Oggi la piazza ci appare solo come arteria di transito. Questo anche se i tratti iniziali dell’antico insediamento municipale agricolo, autonomo da Bolzano (fino al 1925), sono di fatto ancora tutti presenti. Il complesso abbaziale, gli edifici storici sorti difronte ad esso, il municipio, la casa della Zecca ecc. Manca invece la caratteristica qualificante del luogo: la piazza. il problema sta nella conformazione attuale della stessa, che oggi ci appare estesa ed articolata. La zona su cui si trova la casa della Zecca, con il piccolo giardino e la Galleria Telser, fa ancora parte di Corso Libertà. La vera e propria piazza Gries inizia dal negozio “Lichtstudio” e si conclude con l’ex ristorante da “Abramo”, oggi da “Piero”. La “piazza” risulta ridotta e delimitata ulteriormente, al centro, da fioriere spartitraffico per incanalare gli automezzi nei vari sensi di marcia. L’origine della situazione attuale è per lo più di natura storica. Nel 1935, quando Marcello Piacentini presentò in Comune il progetto del piano regolatore di Bolzano, tracciando il Corso IX Maggio (Corso Libertà) da ponte Talvera fino al centro di Gries, ne stravolse per sempre la sua conformazione originaria. A Gries da Bolzano si arrivava da via Venosta (oggi via A. Diaz) e la strada proseguiva per Merano dall’attuale via Vittorio Veneto in direzione San Maurizio e verso via Fago. Lì sorgevano i maggiori alberghi e residenze dell’alta borghesia e della nobiltà dell’impero Austro-ungarico. Quando arrivò il tram che collegava Gries a Bolzano (29.09.1908), esso ricalcava esattamente il vecchio tracciato storico. Lo spazio difronte alla chiesa fino agli anni ‘30 del Novecento era usato per mercati e fiere agricole, questo almeno fino alla costruzione del foro Boario di via Vittorio Veneto, oggi demolito. Negli anni ‘60 si propose di far confluire via Duca d’Aosta direttamente in piazza Gries. L’ingegnere Armando Ronca si oppose e propose invece la costruzione della galleria Telser con il relativo teatro comunale, evitando così un ulteriore stravolgimento del nucleo originario. Oggi si tratterebbe di risanare le vecchie ferite e di proporre un concorso internazionale di idee per poter nuovamente valorizzare e recuperare la piazza nel suo peculiare valore ambientale, storico, artistico ed urbanistico.
Fra i Portici della città una struttura architettonica si differenzia dalle altre e non può essere non notata. Si tratta di un blocco monumentale lapideo rivestito in marmo grigio: in questo palazzo ha sede la municipalità meranese. Si denota per l’utilizzo dei materiali, le forme e gli stili ornamentali usati, volutamente diversi rispetto alle architetture adiacenti. L’ artefice di tale opera è l’architetto Ettore Sottsass Senior. Nativo di Nave San Rocco (Trento – 1892), frequentò la Scuola di Architettura e l’Accademia di belle Arti a Vienna sotto la guida dell’ architetto Friedrich Ohmann. Dopo la prima guerra mondiale tornò in Italia, dove iniziò a partecipare a diversi concorsi per la realizzazione di edifici pubblici. Il suo primo incarico di rilievo fu proprio la progettazione del nuovo Municipio di Merano. Siamo nel 1928, in piena epoca fascista, e si decide di dare una discontinuità simbolica, rispetto al centro storico meranese. La presenza di tale architettura doveva denotare tutta la forza del nuovo corso della storia, con una rottura netta col passato. Il tentativo tuttavia , effettuato da Sottsass è quello di dialogare invece con esso. Forte della sua formazione viennese, Sottsass cercò di mettere in contatto visivo la sua struttura con quella vicina del palazzo Principesco e degli altri edifici storici. Il risultato fu un edificio fortemente eclettico, con richiami al classicismo, allo storicismo ed alla modernità. Non un edificio monumentale, come nell’architettura piacentiniana del regime volute per Bolzano, ma un edificio in dialogo col passato. Non mancò però un tono retorico con la “torre civica”, che caratterizzava all’epoca tutti i municipi, le G.i.l. e le Case del Fascio. Sotto di essa vi è tuttora scolpita la scritta “Anno VII dell’era fascista”… Ma, se gli esterni della architettura municipale sono basati su una architettura puramente formale, diverso è il discorso per quanto riguarda gli interni. Qui , Sottsass sfruttò al massimo le sue potenzialità creative, dando luogo a soluzioni architettoniche moderne ed ormai prossime al razionalismo, visibili in particolar modo per quanto riguarda gli spazi dei vani scala. In quegli stessi anni l’architetto trentino realizzò insieme a Willy Weyhenmeyer lo stabilimento balneare del Lido di Bolzano, uno dei capolavori riconosciuti dell’architettura razionalista a livello europeo. Trasferitosi a Torino nel 1929, Sottsass collaborò attivamente con gli architetti razionalisti e nel 1931 fu fra i firmatari del Movimento Italiano per l’architettura razionale. Anche nel caso di Sottsass, come per altri progettisti ed artisti, Merano fu la città che diede il via ad una nuova maturazione creativa e concettuale.