Dopo la versione web di maggio, Art May Sound è tornato a Bolzano come promesso ad inizio settembre con in una versione “live” ospitata dal Parco dei Cappuccini. Quelli che vedete sono i volti di partecipanti, artisti, musicisti e organizzatori, ritratti da Samira Mosca di COOLtour.
Autrice: Samira Mosca
Thomas Traversa – cantautore
Roberta Santelli e Elena Beccati – Admo
Maurizio Pagliasotti e Thomas Traversa Velocity Radio
Martina con Francesca e Linda
Martina Allieva MusicaBlu
Maddalena Ansaloni presentatrice
Lorenzo Ghetti con Andrea Martini Redazione Progetto Apri
Gianpaolo Guacci Illustratore
Gianlorenzo Ingrami fumettista
Folcast – cantautore
Flo – cantautrice
Eleonora Bovo e Armin Barducci fumettisti
Elena Molisani e Sara Dinotola – Biblioteca Civica
QuiIntervista a Alfonso Risco, che è conosciuto in città per essere da dieci anni il custode-manutentore della SalaCivica. Motociclista da alcuni anni, appassionato di elettronica da sempre, non disdegna il modellismo, i manga e tantissime altre cose. Fa parte del Piccolo Teatro di Merano “Mario Tartarotti” dal 1996, prima come tecnico di palcoscenico e poi come attore. Al momento sta allestendo un piccolo lasershow e costruisce sistemi audio con materiali di recupero.
La cosa che mi piace di me. Cercare di riuscire a ragionare, senza pormi limiti.
Il mio principale difetto. Sono molto dispersivo e distratto.
La volta che sono stato più felice. Quando ho incontrato la mia compagna.
La persona che ammiro. Mio padre. Era carismatico.
Un libro da portare sull’isola deserta. “Campi, forze e particelle” (l’unico libro che io abbia mai letto per intero in tutta la mia vita…).
La mia occupazione preferita. Provare ad aggiustare l’irrecuperabile.
Il paese dove vorrei vivere. In Giappone (anche se un periodo di prova sarebbe necessario).
Il piatto preferito. Pasta al pomodoro (senza aglio e senza cipolla).
Non sopporto… I prepotenti.
Per un giorno vorrei essere… Una bella donna.
La mia paura maggiore. Quella di non aver paura.
Nel mio frigo non manca… Il latte.
Sefossi un animale sarei… Un bradipo.
Mi sento sempre orgoglioso quando… Rendo felici le persone.
Il mio motto. Tutto è relativo.
Il capriccio che non mi sono mai tolto. Pilotare un aeroplano.
Il giocattolo che ho amato di più. Goldrake in metallo, con gli arti semi-snodati.
I miei artisti preferiti. Nella mia infanzia ascoltavo Sandra e leggevo il Topolino. Ora non ho artisti particolari.
Il dono di natura che vorrei avere. Il dono per eccellenza è la salute. Il resto è volontà.
La qualità che preferisco in una donna… La simpatia.
…e in un uomo? La capacità di ispirare tranquillità e sicurezza.
Dico bugie solo… In casi veramente eccezionali per non ferire le persone.
Dove mi vedo fra dieci anni. Non riesco a pensare ad un futuro così lontano.
L’ultima volta che ho perso la calma. Anni fa a Bolzano. Ero così arrabbiato da non essere più me stesso, in quel momento.
Da bambino sognavo… Di costruire un robot gigante e di pilotarlo.
Un sogno nel cassetto ancora da realizzare. Gareggiare in pista, in moto (ma va bene anche in macchina, se regge…).
Bistrattata, poco ascoltata, non capita e spesso vittima degli stereotipi. È questa la fotografia che in molti scattano della Generazione Z, la generazione di ragazzi nati tra il 1995 e il 2010. I cosiddetti “nativi digitali” con il cellulare sempre in mano e che fanno della tecnologia il loro credo. Questo fino a poco tempo fa. Perché le cronache d’oggi ci parlano di un gran numero di ragazzi impegnati nel sociale e in tematiche delicate che condizioneranno il loro futuro. Come i membri del movimento Fridays For Future South Tyrol, che lottano duramente nelle piazze per far aprire gli occhi e le menti sul tema del cambiamento climatico. Un cambio di passo dettato da una maggiore consapevolezza del periodo storico che stiamo vivendo e che mira a dare un futuro migliore alle nuove generazioni. Con loro ci ha chiacchierato alla Casa della cultura di Merano, Federico Taddia, autore televisivo, saggista, conduttore radiofonico e televisivo, giornalista e divulgatore scientifico. Invitato nell’ambito della rassegna “Generazioni”, a dialogare con i ragazzi, tratta spesso temi come la difficoltà di comunicazione, le diffidenze degli adulti nei loro confronti e viceversa, messaggi e linguaggi. La persona giusta nel posto giusto, si potrebbe dire. Taddia ha scritto un libro insieme a un quattordicenne che si intitola “Vi teniamo d’occhio” e anche uno per bambini “Perché la terra ha la febbre”, sul riscaldamento climatico. Ecco perché i giovani li capisce e li ascolta molto volentieri.
Taddia, partiamo senza indugi: i giovani d’oggi come sono? Le nuove generazioni hanno molto da poterci dare e insegnare. Sono lucidi e consapevoli del tempo che stanno vivendo, hanno le idee chiare e si informano. Mi piace la loro voglia di mettersi sempre in gioco, impegnandosi perché credono in quello che fanno. Spendono energie e risorse per i loro ideali e questo è un insegnamento prezioso anche per noi adulti.
Cosa crede che li spinga a interessarsi a tematiche spesso più grandi di loro come il clima? Sono tematiche grandi ma allo stesso tempo molto piccole, perché quando toccano la tua quotidianità e le prospettive per il futuro diventano automaticamente vicine e tangibili. Tutti da giovani crediamo di essere “immortali” ma poi quando ci scontriamo con i problemi reali si crea una specie di cortocircuito che ci fa aprire gli occhi sul mondo, e i ragazzi lo hanno fatto. La maggior parte di loro è davvero preoccupata per un pianeta che sembra essere diventato ormai insostenibile.
Un grande cambio di paradigma rispetto a molti anni fa… Si, ma non tanto di protesta quanto di proposta. Per loro manifestare per il clima non è solo un alzare la voce fine a se stesso ma viene fatto in maniera consapevole e facendo proposte concrete per salvaguardare il proprio futuro. Credo sia questa la vera differenza con i movimenti del passato.
Nel mezzo c’è anche un senso di rivalsa nei confronti degli adulti? Sicuramente. I ragazzi accusano gli adulti di non essere ascoltati e presi in considerazione. Quello del clima è un campo dove i giovani possono fare la loro parte e contrastare la – ormai -rassegnazione degli adulti, diventandone però complici. Perché gli adulti possono ancora portare qualcosa di positivo in questo mondo…
La grande sfida non è quella di abbattere il muro di incomunicabilità tra le due generazioni? Il divario comunicativo tra le generazioni c’è sempre stato e sempre ci sarà, perché cambiano i linguaggi e i valori di riferimento. Spesso mi chiedo però se anche i giovani non abbiano delle colpe nel non farsi capire dagli adulti. È la grande sfida dei prossimi tempi, e un linguaggio alla fine lo impari. È importante però capire se ci sono delle lacune nella propria comunicazione che vadano oltre alla doppia velocità in cui vivono adulti e ragazzi.
La pandemia ha accentuato queste situazioni? I ragazzi sono usciti devastanti dal lockdown e devono riprendere in mano la loro vita. La pandemia ci ha fatto scoprire nuove modalità di vita, con forti crisi che ci hanno portato a rimettere in discussione i rapporti. È fondamentale non far finta che non sia successo nulla. Chi ha colto le opportunità della pandemia riuscirà a risollevarsi.
Il mondo politico cosa dovrebbe fare per avvicinarsi ai ragazzi? I giovani credono nella politica ma non credono nei politici. La domanda forse potrebbe essere cosa può fare il giovane per farsi capire dalla politica. Servono spazi e tempi nuovi, che negli anni si sono persi, per generare forza propositiva e non solo di protesta incondizionata.
Uno sguardo al futuro: siamo ancora in tempo per salvare il pianeta terra? Gli ultimi rapporti sono allarmanti. La scienza ci ha indicato le direzioni che dobbiamo prendere per riprenderci in mano la terra. Alcune situazioni sono ormai irreversibili, ma tante altre sono recuperabili. Dobbiamo approcciarci a nuovi modi di vivere per non arrivare a un punto di non ritorno.
“L’importante è partecipare”: con questo motto si è svolto nei giorni scorsi il settimo Campionato degli anziani dell’Alto Adige presso il Campo sportivo a S. Michele, Appiano. Nel rispetto di tutte le norme di sicurezza, circa 100anziani di 26 residenze si sono confrontati nelle due discipline “percorso ad ostacoli e birilli”. La manifestazione è stata organizzata dall’Associazione delle Residenze per Anziani dell’Alto Adige (ARpA) in collaborazione con Velpa (Associazione degli Ergoterapisti, Logoterapisti e Fisioterapisti nell’ambito geriatrico), il Pensionato e Centro di degenza “S. Paolo” di Appiano, la Fondazione Casa di Riposo “Heinrich von Rottenburg” di Caldaro e la Fondazione “S.ta Elisabetta Jesuheim” di Cornaiano. L’anno scorso l’evento era stato annullato, quindi quest’anno la gioia degli anziani di prendervi parte è stata ancora maggiore. Per la presidente dell’ARpA, Martina Ladurner, il Campionato degli anziani assume quest’anno un significato particolare: “Siamo lieti che sia stato possibile realizzare questo campionato,rispettando tutte le misure di sicurezza necessarie e fornendo così un segno positivo verso la normalità”. Gli anziani hanno dimostrato le loro abilità indossando magliette colorate, che sono state decorate dai partecipanti stessi prima dello svolgimento delle gare. Una giuria ha poi selezionato, valutando le magliette decorate dagli stessi residenti, la residenza con le magliette più belle. Alla fine, ha poi deciso il pubblico: grandi applausi per la residenza fondazione “Hans Messerschmied” di San Candido. Il team dei terapisti Velpa è stato molto contento di essere coinvolto anche quest’anno nell’organizzazione dell’evento: “Durante il lungo e difficile periodo della pandemia Covid, i terapisti hanno sempre cercato di tenere attivi i residenti, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista mentale e cognitivo. Così anche oggi in questo giorno speciale, dove i residenti delle strutture hanno partecipato con gioia e si sono confrontati nelle diverse discipline o in maniera indipendente, o con ausili per camminare o in sedia a rotelle”, dice Martina Mondini della Velpa. Grandi festeggiamenti soprattutto per la residenza centro per anziani Fiè allo Sciliar che è risultata“vincitrice assoluta” nelle discipline individuali. Ma anche quest’anno nessuno ha perso: tutti i partecipanti hanno ricevuto una medaglia e grazie ai numerosi sponsor, sono stati consegnati, con una lotteria e diversi regali agli anziani.
I VINCITORI
Ecco i nomi dei vincitori delle singole discipline individuali: Birilli: Categoria “in piedi”: 1. Hildegard M.; 2. Luciano B.; 3. Anna S. Categoria “seduti”: 1. Franz P.; 2. Domeniko T.; 3. Peter P. Percorso ad ostacoli: Categoria “sedia a rotelle con accompagnamento”: 1. Franz M.; 2. Erika M.; 3. Helmuth T. Categoria “sedia a rotelle”: 1. Marianna J.; 2. Luis M.; 3. Anneliese W. Categoria “con ausili”: 1. Luise P.; 2. Johann K.; 3. Veronika E. Categoria “senza ausili”: 1. Anna G.; 2. Siegrun L.; 3. Anetta Nella S.
“La farmacia è un luogo familiare per la cittadinanza, fra noi ed i pazienti si crea un rapporto di fiducia. Eppure l’Alto Adige è una delle due uniche province in Italia in cui non ci si può vaccinare in farmacia. E non riusciamo a capire il motivo”: è amaro lo sfogo del presidente dell’Ordine dei Farmacisti altoatesino, Maximin Liebl, che da oltre tre mesi ormai sta cercando di ottenere l’autorizzazione ad effettuare i vaccini anti – Covid nelle farmacie e riuscire dunque a dare una svolta al trend negativo di cittadini non vaccinati in provincia.
Maximin Liebl
Dottor Liebl, l’Alto Adige è maglia nera nella percentuale di vaccinati. Cosa si potrebbe fare? Un’opera di sensibilizzazione al primo posto, una diffusione di dati concreti che possano affossare certi pensieri basati sul nulla che vedono i vaccini come strumenti letali. Perché l’unico mezzo per combattere la pandemia è la vaccinazione: o facciamo morire la gente o usiamo questo strumento. Ci possono essere dei dubbi, certo, ma la valutazione rischio – benefici è enorme: si calcola che il vaccino possa dare degli effetti collaterali importanti a 1 caso su 2 milioni. Di questi casi gravi 1 su 10 milioni muore. Osservando i grandi numeri risulta che i casi mortali sono uno su 20 milioni; questo significa che in Italia avremmo 3 morti per il vaccino. Finora per il Covid sono morte circa 120 mila persone: vogliamo davvero mettere a confronto 3 casi contro 120 mila? In Alto Adige, poi, manca uno strumento importante: il vaccino in farmacia.
Perché, nel resto d’Italia non bisogna recarsi per forza in un centro specifico come avviene in provincia di Bolzano? Solo in due provincie non ci si può vaccinare in farmacia, nel resto dello Stato sì. E noi facciamo parte di questa minoranza. II farmacista è stato autorizzato dal Ministero della salute a somministrare i vaccini; noi siamo pronti da giugno: in tantissimi hanno fatto il corso, si sono certificati, hanno studiato per potersi abilitare, ma ancora oggi stiamo aspettando l’autorizzazione da parte dell’Azienda sanitaria, che chissà perché non arriva.
E ritiene che in questo modo molte più persone si dimostrerebbero disponibili a farsi vaccinare? Direi proprio di sì, e non lo dico solo io: lo dimostrano studi decennali in altri stati, dalla Germania agli Stati Uniti: se il vaccino viene somministrato in farmacia la percentuale di vaccinati sale pesantemente. A Roma ci sono 500 farmacie che effettuano 30 vaccinazioni al giorno: basta fare due conti per comprendere la portata di questa innovazione. A noi manca solo l’autorizzazione finale. Non capisco cosa stiano aspettando.
Però potete fare i tamponi… Sicuramente i tamponi sono una mezzo importantissimo per poter combattere la pandemia, e il fatto che possiamo effettuarli noi è stato di grande aiuto per tutta la popolazione: raggiungere una farmacia è facile per tutti, in ogni paese, anche il più piccolo, e fra i nostri clienti – pazienti e noi si instaura un rapporto di fiducia. Oggi in Alto Adige – con esclusione del Vax Bus – bisogna prenotarsi, telefonicamente o online, trovare il giorno giusto e recarsi al centro vaccinale. È decisamente più macchinoso e complicato che recarsi semplicemente in farmacia e chiedere la propria dose.
In questo periodo avrete ancora più lavoro, visto che chi non ha il Green pass deve farsi tamponare ogni 48 ore. È una spesa per queste persone: quanto costa? Il tampone costa – per decreto del Commissario straordinario – al massimo 15 euro, e per i bambini 8 euro. Molti si lamentano che sono costretti a questa spesa ogni due giorni, e a loro io rispondo: la vaccinazione è gratis. Il fatto che debbano sborsare dei soldi di tasca loro per farsi controllare non è una punizione: dovrebbero solo capire che bisogna vaccinarsi, non c’è altra soluzione.
“Anche i cani feroci ridono (quando nevica)” di Maxi Obexer e tradotto e curato da Cristina Vezzaro, è l’ultimo romanzo uscito per Edizioni Alphabeta Verlag di Merano nella collana Travenbooks. Un volume che esprime nel profondo lo spirito dell’editore e ne coglie la vocazione più autentica, di “territorio di frontiera”: un ponte (a volte molto complesso) e un incrocio tra lingue e culture differenti. Ispirato alle storie vere delle donne raccontate dal progetto tedesco “Women in Exile”, l’autrice descrive, in forma letteraria, le vicende di una donna nigeriana che fugge dal suo paese, alla ricerca di un futuro diverso. Obexer prova a restituire una sorta di memoria collettiva delle tantissime ragazze che condividono la stessa sorte, e dà a tutte loro il volto di Helen, protagonista del racconto. Una narrazione teatrale per raccontare un fenomeno che sta segnando drammaticamente la nostra storia, quello delle migrazioni attraverso il Mediterraneo. L’autore lancia un appello alla coscienza individuale, che “deve andare oltre le ragioni di Stato, oltre la narrazione mediatica”, e fa luce sul reale fatto che spesso tendiamo a dimenticare: che ciascuno tra le tante migliaia di migranti morti (14.768 ufficialmente, tra il 2016 e il 2018) è un essere umano e porta con sé la sua storia. La trama “Anche i cani feroci ridono (quando nevica)” narra di Helen, una giovane nigeriana che decide di migrare in Europa non in fuga da conflitti o persecuzioni, ma per una legittima aspirazione a una vita migliore. Il lungo viaggio attraverso il continente africano si rivela ben presto un incubo: ostaggio di spietati trafficanti di esseri umani, si trova a sottostare a un’inenarrabile serie di violenze fisiche e psicologiche, a continue estorsioni di denaro, a terrore e umiliazioni. In questa lenta e inesorabile discesa agli inferi, in cui la stessa sopravvivenza è perennemente appesa a un filo, anche la fiducia nei compagni di destino finisce per vacillare, persino quando hanno le parvenze di angeli custodi. Sempre più prostrata e rassegnata, Helen resiste grazie a un mondo parallelo che ricrea nei contatti epistolari con la famiglia, immaginando uno sguardo esterno che le permette di prendere le distanze da ciò che è costretta a subire. Tra attese spossanti e amare disillusioni, la ragazza riesce infine ad approdare in Europa, fiduciosa di trovare accoglienza e pieno riconoscimento di una propria identità e dignità. Ma nuove e impensabili traversie la aspettano. Così Cristina Vezzaro, traduttrice e curatrice del romanzo, riflette sul messaggio di Obexer nella sua Postfazione al volume. Obexer pone in evidenza, attraverso il suo personaggio, una società condizionata dai media alla continua ricerca di pericolosi sensazionalismi che instillano paura e restituiscono visioni spesso fuorvianti del fenomeno migratorio. La minaccia dell’“invasione”, sia in chiave economica sia culturale e religiosa, è il frutto di una scorretta comunicazione e di un dilagante bisogno di difesa che si trasforma spesso in indifferenza, quando non in cinismo. E a pagare le spese più pesanti sono, anche in questo caso, le donne. L’autrice contrappone, grazie allo spirito visionario di Helen, l’importanza della comprensione reciproca e del sentirsi profondamente esseri umani e comunità, uniti da un destino comune. La traduzione Nella postfazione al libro “Anche i cani feroci ridono (quando nevica)”, Cristina Vezzaro riflette sulla traduzione del romanzo, e ribadisce l’importanza dell’interpretazione del messaggio. Nell’opera di Maxi Obexer, la lingua si fa mezzo per esprimere un impegno, guidato da ideali umanitari e contrario ai particolarismi nazionalistici. La stessa Vezzaro afferma: “In questa chiave, quindi, va interpretato il lavoro di traduzione delle sue opere: nel caso dell’italiano, una trasposizione che è anche e necessariamente “ritorno”, proprio per le origini italiane da cui Obexer ha preso le mosse per inserirsi nel contesto europeo che più anima le sue corde di artista”. L’interazione tra lingua originale e traduzione richiede quindi di “andare oltre”, quasi una sola lingua non potesse bastare a contenere tutto ciò che l’autrice desidera esprimere.
L’AUTRICE E LA TRADUTTRICE
Maxi Obexer (1970) è nata a Bressanone e vive a Berlino. Drammaturga e saggista, è stata visiting professor presso la Georgetown University di Washington e il Dartmouth College (NH), quindi docente all’Università delle Arti di Berlino e al Deutsches Literaturinstitut di Lipsia. Vincitrice del Premio Robert Geisendörfer (2016) per i suoi saggi politici e del Potsdamer Theaterpreis per la piéce Gehen und Bleiben (2017), nel 2014 ha fondato il NIDS (Neues Institut für dramatisches Schreiben). Il suo precedente romanzo pubblicato in italiano, “La prima estate dell’Europa” (alpha- beta, 2020), è stato finalista al Premio Bachmann (2017). Cristina Vezzaro (Bolzano, 1972) ha studiato Traduzione all’Università di Ginevra. Ha iniziato a occuparsi di traduzione editoriale nel 1997, collaborando con la rivista “Internazionale”. Dal 2005 si dedica alla traduzione di narrativa, poesia e saggistica. Attualmente è dottoranda in Translation Studies all’Università di Gent in Belgio e si occupa in particolare di traduzione dell’ironia e trasposizione della multiculturalità.
QuiIntervista a Anna Cerrato, una giovane fotografa professionista di Bolzano. Laureata in fotografia alla LABA di Firenze, Cerrato si dedica anche all’attività artistica: fa parte dell’associazione lasecondaluna di Laives e appena riesce partecipa a mostre e iniziative culturali con le sue fotografie. Con il suo ragazzo Davide collabora nell’attività dello studio Wild a Bolzano. Dopo la fotografia, la sua passione più grande è la cucina.
La cosa che mi piace di più di me. So fare tante cose in molti ambiti diversi.
Il mio principale difetto. Rimugino moltissimo sulle cose negative che mi accadono o sugli errori che faccio.
La volta che sono stata più felice. Tra le immagini più belle conservo quella di quando all’isola d’Elba ho accarezzato un cormorano dagli occhi smeraldo e poi mi sono tuffata per vederlo andare a caccia, avvolto da una bolla d’aria d’argento.
Da bambino sognavo di diventare… La minatora, con tanto di declinazione al femminile!
Un libro da portare sull’isola deserta. Una raccolta introvabile di ricette medioevali trascritte, comprata a un mercatino di Bologna
L’ultima volta che ho perso la calma. Sicuramente l’ultima volta che avevo molta fame.
La mia occupazione preferita. Cucinare! Quando non faccio foto occupo praticamente tutto il mio tempo cucinando. Amo organizzare cene e quando lo faccio aspetto quel giorno come fosse Natale.
Il colore che preferisco. Il blu. A sedici anni in gita scolastica a Londra scelsi il blu per farmi una bella ciocca e ho continuato ad usarla per quattro anni.
Non sopporto… La mancanza di rispetto, in particolar modo quando è rivolta a una donna in quanto donna, oppure nei confronti di chi sta lavorando.
Dico bugie solo… Quando servono a non ferire gli altri
La disgrazia più grande. Fare un servizio fotografico importante e perdere i dati.
La massima stravaganza della mia vita. Ho la partita IVA ma non il commercialista e faccio tutto da sola.
Il mio più grande rimpianto. Non aver partecipato al programma Erasmus quando ero al liceo.
Per un giorno vorrei essere… Un’astronauta in una base spaziale, con una bella vista sulla Terra.
Nel mio frigorifero non manca mai… La maionese, possibilmente fatta in casa.
Se fossi un animale, sarei… Un gatto.
In famiglia mi chiamano… Mia mamma mi chiama “Annina” quando ho combinato qualcosa. Le mie amiche invece “Gel”, per via di quel professore che fece l’appello leggendo “Anna Gelato”.
Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando… Di recente ho vinto il bando Catalogo Aperto 2021, con una fotografia a cui tengo molto.
Il mio motto. C’è sempre qualcosa da poter fare, trovare inventare. Insomma, non bisogna mai arrendersi!
Alexia Tabarelli di Salorno e Dante Vidri di Bolzano sono stati premiati ad Ora dalla FISI Alto Adige. Le due giovani promesse dello sci alpino ci hanno raccontato come è stato allenarsi e vincere, nonostante tutto, dopo una stagione “bella tosta”.
Se è vero che il limite è uno stimolo, allora di stimoli ne hanno avuti davvero tanti i ragazzi e le ragazze impegnate nello sci agonistico lo scorso inverno. Perché per molti la sfida era riuscire ad allenarsi nonostante le restrizioni dovute al Covid e spesso già arrivare sulla pista era una piccola vittoria. Soprattutto per chi doveva raggiungere le vette partendo dalla “Bassa” e da Bolzano. Lo sanno bene Alexia Tabarelli di Salorno e Dante Vidri di Bolzano, che lo scorso quattro settembre sono stati premiati ad Ora dalla FISI Alto Adige, insieme ad altri quaranta ragazzi e ragazze provenienti da tutta la provincia. Tabarelli, nata a Salorno nel 2003, quest’anno è campionessa provinciale di slalom nella categoria under 18, con il miglior tempo nella categoria under 21. Ad Ora è stata premiata anche per il secondo posto nella categoria sci alpino under 18 per la Marlene Cup – preceduta da Nicole Ploner e seguita da Magdalena Pircher. A Dante Vidri, classe 2007 di Bolzano, campione provinciale under 14, è stato assegnato il primo posto per il Raffeisen Grand Prix nello sci alpino. Entrambi si sono allenati lo scorso inverno con il centro di formazione “Traininggzentrum Überetsch-Unterland”, che offre la possibilità ai ragazzi di diversi sci club del “sud” dell’Alto Adige di poter fare pratica insieme. E gli allenamenti hanno dato i loro frutti, considerata la difficile stagione trascorsa, come ha ricordato il Presidente della FISI Alto Adige Markus Ortler in occasione della premiazione ad Ora: “L’inverno passato non è stato facile. Ciò nonostante, siamo riusciti a organizzare molti allenamenti e anche molte competizioni. Anche se la stagione è iniziata in condizioni difficili, si è rivelata in realtà molto buona per gli sport invernali. Ora è importante guardare avanti.” Al di là di coppe e medaglie, ci siamo fatti raccontare dai due giovani la loro esperienza, iniziando con Alexia, fresca di allenamenti estivi, grazie anche alla partecipazione nel comitato provinciale.
A sinistra Alexia Tabarelli, a destra Dante Vidri
Come è stato allenarsi in queste stagioni segnate dalla pandemia di Covid 19? Per fortuna ho potuto continuare ad allenarmi, ma per i miei genitori è stato un grande sacrificio perché, a causa delle restrizioni, dovevamo raggiungere le piste autonomamente ed erano loro a dovermi accompagnare ad Obereggen o Nova Ponente, ogni volta un’ora di macchina.
Come è nata la passione per lo sci? Da piccola. Avevo tre anni quando ho visto mio fratello sciare e ho costretto mia mamma ad affittare l’attrezzatura. Ricordo che il casco mi ballava in testa perché era troppo grande, ma non m’importava, non volevo smettere: l’importante era avere gli sci ai piedi! Poi a otto anni ho iniziato a praticare a livello agonistico, con lo Skiclub di Ora.
Cosa ti piace dello sci? Mi diverto molto e mi piace sentire la soddisfazione di farcela, raggiungere il risultato. Certo devo fare delle rinunce, a volte devo dire di no a una serata con gli amici, ma gli sforzi sono ripagati. E, per fortuna, ho il pieno appoggio e comprensione anche da parte delle docenti e dei docenti della mia scuola, l’Istituto tecnico economico di Ora.
Vuoi farne una professione? Si, mi piacerebbe molto.
Hai un “mito”? L’americana Mikaela Shiffrin, stella mondiale dello sci alpino.
Il mito di Dante Vidri è invece Dave Ryding, fino allo scorso anno unico sciatore britannico in coppa del mondo. Ryding ha iniziato a sciare sull’erba sintetica, con mille difficoltà dato che il paese di provenienza – l’Inghilterra – non è proprio famoso per le cime innevate. Si tratta di un modello non casuale per il giovane campione bolzanino che, grazie alla doppia cittadinanza inglese / italiana e al talento è stato chiamato anche a far parte della nazionale britannica. E a proposito di posti poco adatti allo sci: quando lo abbiamo intervistato, Vidri era appena tornato da una settimana di allenamento in una pista al chiuso a Landgraaf, in Olanda.
A proposito di sciare in situazioni di difficoltà: come è stato allenarsi nell’ultimo inverno di pandemia? è stata molto dura, perché a Bolzano le piste non sono proprio dietro l’angolo ed in alcuni momenti non potevamo proprio muoverci dalla città … mentre sui social vedevo le immagini dei miei compagni delle valli che uscivano per allenarsi anche senza impianti, sui prati innevati vicino casa. E comunque, anche quando poi potevamo spostarci, a causa delle restrizioni non potevamo utilizzare il pulmino del club, quindi per tre volte alla settimana i miei genitori dovevano fare la spola tra Bolzano e Obereggen in macchina. Ho lavorato molto, allenandomi anche “a secco”, come si dice in gergo, a casa.
Come è nata la passione per lo sci? Scio da quando avevo due anni, da molto tempo, ma ho iniziato relativamente tardi con l’agonismo. Mi è sempre piaciuto provare la sensazione di libertà che si respira sulle piste, sentire la velocità senza limiti: mi divertivo ad aprire la giacca mentre scendevo. Era come volare.
Disciplina preferita? Preferisco il super-G, lo trovo più emozionante. Suona strano, ma in realtà avere più controllo permette anche di essere più veloci, fluidi. Lo slalom invece è sempre una scommessa.
Vuoi farne una professione? Mi piacerebbe, ma quello che verrà verrà. Intanto quest’anno frequenterò lo “Ski & Ice College” a Pozza di Fassa, una struttura che mi permetterà di praticare l’attività agonistica e continuare a studiare.
Un nuovo inizio quindi, lontano da casa, ma Vidri ha grinta e talento da vendere per superare questa e altre sfide. Alle giovani promesse dello sci non resta che augurare in bocca al lupo per la stagione in arrivo!
Il movimento ciclistico altoatesino sta vivendo un periodo d’oro. Sono tanti i piccoli campioni che dopo anni di allenamenti e gare stanno raccogliendo i frutti del duro lavoro. Un esempio è Elena Pirrone, bolzanina e medaglia di bronzo nella gara a cronometro agli Europei che si stanno svolgendo a Trento. Una delle palestre che sforna un gran numero di talenti è però Laives, dove i giovani della Polisportiva Libertas, casco in testa, si stanno facendo largo con successo nelle categorie di esordienti e allievi a suon di pedalate. Impegno, passione, sacrificio, pazienza, e tanta motivazione: ecco la ricetta di questo sport. L’ultima stella locale è Mattia Predomo, che qualche giorno fa in Egitto ha conquistato la medaglia di bronzo ai mondiali su pista juniores, nello sprint. “Laives negli ultimi anni sta regalando alla nostra nazionale di ciclismo atleti fantastici, che nei prossimi anni vedremo sicuramente nel panorama sportivo mondiale. Il ciclismo altoatesino va alla grande e non posso che essere molto orgoglioso di tutti i ragazzi, e di tutte le associazioni sportive che permettono loro di fare attività sportiva, culturale, ricreativa”, ha commentato di recente il sindaco di Laives Christian Bianchi.
Salvatore Falcomatà
UN NUOVO CICLODROMO Ed è cavalcando l’onda dell’entusiasmo che nel 2023, tra Pineta e la zona sportiva Galizia, verrà realizzato il primo ciclodromo dell’Alto Adige, un anello protetto per gli atleti del ciclismo su strada di interesse sovracomunale, ossia accessibile per tutti. L’amministrazione laivesotta in simbiosi con la Provincia ha in mente di dar vita anche ad una scuola provinciale per il ciclismo, che includa anche un “campo scuola” per poter svolgere attività didattiche riferite all’educazione e alla sicurezza stradale. La Giunta provinciale, su proposta dell’assessore all’edilizia, Massimo Bessone, ha già autorizzato l’intervento per definire le modifiche tecniche necessarie alla realizzazione della struttura che verrà a costare 2,3 milioni di euro, di cui 600mila a carico del Comune di Laives e i rimanenti alla Provincia Autonoma. “In Alto Adige abbiamo tanti atleti che praticano questo bello sport con grande successo. Abbiamo tante associazioni sportive che si dedicano ogni giorno alle attività su strada e già da tempo si era deciso di creare questo anello che sarà a disposizione di tutti gli atleti provinciali”, puntualizza il presidente altoatesino Arno Kompatscher. Provincia e Comune di Laives negli anni scorsi, con due convenzioni, avevano previsto la realizzazione del collegamento pedo-ciclabile attraverso un ponte tra Pineta e la zona sportiva Galizia. In seguito, il Comune di Laives, in collaborazione con la Federazione Ciclistica Italiana, aveva chiesto alcune modifiche alla convenzione al fine di realizzare un vero e proprio ciclodromo, lavorando per trovare anche la migliore forma per la gestione.
E UN VERO VELODROMO QUANDO? Non tutti gli attori del panorama ciclistico locale però si trovano d’accordo con questo progetto, anzi. Salvatore Falcomatà, presidente del Centro pista Bolzano e storico allenatore di ciclismo giovanile, storce il naso davanti alla decisione di creare un ciclodromo che, nelle sue idee, non andrebbe a soddisfare le vere esigenze degli atleti e delle associazioni, ma che sarebbe più un’opera a sfondo politico più che sportivo. “Credo che la soluzione giusta per gli atleti di tutta la Provincia sia quella della realizzazione di un grande velodromo al coperto con una pista da 360 metri che possa ospitare al suo interno attrezzature, palestre, servizi vari e spogliatoi. Un impianto più completo rispetto al progetto di Laives e che potrebbe sorgere all’interno del l’areale ferroviario di Bolzano”, spiega Falcomatà, che ha deciso di iniziare una campagna per convincere la Provincia a realizzare la struttura. Un sogno, quello del velodromo, nato già nel lontano 1996, quando la bolzanina Antonella Belluti vinse l’oro ai Giochi olimpici di Atlanta per poi riconfermarsi nel 2000 in quelli di Sydney. Grandi risultati che non bastarono a far decollare un movimento che è cresciuto poi negli anni a seguire. Il velodromo andrebbe a risolvere in primis il problema della sicurezza, togliendo gli atleti più piccoli dalla strada e da tutti i rischi collegati, facendoli allenare in una pista al chiuso e sotto una migliore osservazione degli allenatori. Il velodromo poi garantirebbe spazi adatti – in un’unica, estesa, struttura attrezzata – in cui riunire gli oltre 4mila appassionati che praticano le diverse discipline di questo sport. Falcomatà ha accompagnato da aprile di quest’anno una trentina di giovani atleti, una volta a settimana, fino Pescantina (la pista più vicina) con il furgone per allenarsi. Trecento chilometri per far pedalare i campioni del futuro. Ma le trasferte pesano e il grande rammarico è quello di non essere mai stati interpellati dalle istituzioni per un parere sul progetto: “Queste sono opere che vanno concordate e programmate con cura tutti insieme. Serve gente che voglia bene al ciclismo e che riconosca gli sforzi fatti da genitori e atleti in questi anni”.
Grande successo per il Grest 2021 a Laives, “C’era tanta voglia di partecipare e stare insieme. Molti ragazzi hanno espresso la volontà di continuare ad incontrarsi durante l’anno” racconta Paola Massimio, volontaria del Centro Don Bosco e responsabile del Grest. “Un ringraziamento particolare va ai magnifici gialloni!”. Foto del Centro Don Bosco.