Laives 1850: arrivano le “Part” e i vaccini…

Se per un istante si concretizzasse il sogno di girare indietro la ruota del tempo e potessimo osservare il paesino di Laives di metà ‘800, faremmo fatica a credere che si tratti dello stesso luogo che vediamo oggigiorno. Ma se questa opportunità ci è giocoforza negata nella realtà, un singolare testo dal curioso titolo “Physisch-medizinisch-statistische Topographie der Stadt Bozen mit den drei Landgemeinden zwölf Malgreien, Gries und Leifers, oder des ehemaligen Magistratbezirkes Bozen”, edito (“a proprie spese!”, ci informa l’autore in copertina) nel 1854 dal medico comunale di Bolzano Andrä J. Bergmeister, ci apre una ricca finestra sulla vita (di Bolzano, Dodiciville, Gries e Laives) di quell’epoca. In seguito alla riforma comunale del 1849, i tre comuni rurali si erano di fatto staccati dalla città-circoscrizione di Bolzano e dotati di autonomia amministrativa. In particolare, scopriamo che Laives era governata da un sindaco e due consiglieri comunali. Da non più di un decennio, dopo secoli bui di miseria e insalubrità del suo territorio flagellato dalla malaria (der Leiferer Tod), Laives era diventato uno dei comuni più prosperi della zona.
Il benessere, secondo Bergmeister, era dovuto principalmente alla bonifica della “Leiferer Au”, l’estesa palude adibita a pascolo ai piedi del conoide del Vallarsa, e la sua trasformazione in terreni agricoli. Infatti nel 1843 le famose “Part / Toaler” furono assegnate ai piccoli coltivatori del luogo e a famiglie immigrate dal Trentino. Dove prima si trovavano sterpaglie e rovi, ora facevano bella mostra di sé floridi campi di granturco. Anche la popolazione subì profonde trasformazioni e nel giro di poco tempo arrivarono in paese molte famiglie dal vicino Welschtirol, un terzo degli abitanti totali. Laives divenne un comune “italiano”. Accanto al mais iniziò la massiccia produzione di bachi da sete e Laives ne forniva oltre 150 quintali annui. Anton Giorgi fece costruire la filanda.
Nel circondario di Bolzano abitavano 13.127 persone, suddivise in 2829 famiglie. A Laives risiedevano 1202 abitanti (contro i 1078 del 1841) e 218 famiglie. Le case erano 113, di cui 70 a Laives-paese e le altre suddivise nei quartieri di Unterau, Breitenberg e Seit. Curiosamente, Laives era l’unico paese in cui c’erano più uomini che donne: 635 contro 567. A molti maschi laivesotti non rimase che cercar moglie altrove o rimanere scapoli.
Altra curiosità: dopo la scoperta del vaccino contro il vaiolo a cura di Edward Jenner nel 1796 (iniettò del materiale purulento nel braccio di un ragazzino che divenne immune), anche nel circondario di Bolzano ogni anno furono promosse campagne di vaccinazione contro questa malattia. Inizialmente vi aderì quasi l’80% della popolazione, dopo il 1830 iniziarono le resistenze e si creò un movimento che oggi definiremmo di “no vax”.
Le vaccinazioni ripresero con maggior successo dopo una grave epidemia scoppiata a Gries ed anche a Laives si registrarono 2 casi “importati da Nova Levante”: il mondo, si sa, era più piccolo, allora, e la Cina ancora lontana…

Autore: Reinhard Christanell

La Scuola di Arti e Mestieri nel convento dei Domenicani

Nel 1785 fu soppresso il convento di San Domenico per ordine dell’ imperatore Giuseppe II e nel 1794 una parte di esso viene destinato ad ospedale. Dal 1803/20 il complesso architettonico viene trasformato in caserma. Fra il 1876/77 subisce altre trasformazioni, e rimane in attesa di altre destinazioni d’uso. Nel 1883 si inizia a pensare a una scuola per “Arti e mestieri” da realizzare in città, alla maniera analoga a ciò che era avvenuto a Vienna con la “Secessione” a partire dal 1867 con l’opera di Gustav Klimt, Josef Hoffman, Josef Maria Olbrich ed altri. Nel 1884, la scuola trova inizialmente i propri spazi in vicolo Vintola, un paio di aule, magazzini e laboratori divenuti ben presto insufficienti. Vi avranno sede da subito laboratori per il legno e l’intaglio. Altre aule e altri spazi troveranno collocazione provvisoria, in via Francescani. La Camera di commercio di Bolzano, vedendo in tale scuola delle enormi potenzialità economiche e culturali per la città, inizia a stanziare fondi per la costruzione di una nuova sede ed ad aiutare le famiglie degli studenti in difficoltà economica. Nel 1902 è pronto il progetto per trasferire in toto la scuola, con spazi adeguati nell’ex convento dei Domenicani. Nel 1903 la nuova scuola è pronta. Il corpo docente è notevolmente qualificato, insegnanti provenienti da Vienna e da altre città dell’Impero, insieme ad insegnanti locali, si succedono nell’insegnamento.
Dalla scuola d’ arte e mestieri escono elementi di arredo, sculture, oggetti della vita comune, col nuovo gusto dell’epoca, con elementi di altissimo rilievo. I suoi studenti e la scuola vengono premiati nelle più importanti esposizioni internazionali. Vengono tenuti contatti frequenti con i diversi artisti locali e vicini alle tendenze artistiche del Jugendstil. Giovanni Segantini, August Rodin ed altri verranno inviati spesse volte a Bolzano. Il banco di prova della scuola di Arti e mestieri sarà l’odierna scuola Dante di via Cassa di Risparmio, dove gli studenti ed i loro insegnanti progetteranno e realizzeranno dalle sculture alle maniglie e tutti gli elementi di arredo. Seguiranno gli interessanti arredi realizzati per il ristorante “Il torchio”, il “Voegele” ed altri. Da tale grande laboratorio creativo che era la Fachschule, usciranno, fra l’altro, artisti che svolgeranno un ruolo incisivo nella storia artistica della città, quali Ignazio Gabloner. Una mostra tutt’ora in corso al palazzo Mercantile di Bolzano ci mostra in sintesi le opere prodotte dal 1884/21.
Abolita la scuola, una parte di essa venne assorbita dall’Istituto Tecnico Industriale, ma con tutt’altre caratteristiche.

Autore: Flavio Schimenti

Il busto dedicato a Giacomo Matteotti

Sono in fiduciosa attesa gli abitanti del rione per quanto si sta facendo per la riqualificazione di Piazza Matteotti. Ma altrettando lo sono stati fino a pochi giorni fa, per quanto concerne la ricollocazione del busto ritratto di Giacomo Matteotti, opera in bronzo dello studio Scaramella, scoperta il 22 aprile 2009. A lungo posto ai margini della piazza, con un piedistallo che a qualcuno pareva un tubo di grondaia piegato, il busto si è senz’altro meritato l’attuale ricollocazione, centrale come chi fu apostolo della giustizia sociale e paladino della verità.
Giacomo Lauro Matteotti, nato a Fratta Polesine il 12 maggio 1885, laureatosi in Giurisprudenza nel 1907, da giovane socialista fu tra i protagonisti della vita politica e amministrativa di Rovigo. Deputato al Parlamento nel 1919, fu rieletto nel 1921 e nel 1924; lottò con la parola e con la penna: disegni di legge e relazioni, 106 interventi in Aula, discorsi su temi tecnici, amministrativi e finanziari. Fu lui a far conoscere, con le inchieste del 1921 e del 1923, gli atti di violenza fascista contro gli oppositori. Fu cofondatore e segretario del Partito Socialista Unitario. Il 30 maggio 1924 intervenne alla Camera per contestare i risultati delle elezioni svoltesi il 6 aprile. Finì l’intervento con le parole rivolte ai compagni di partito: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”. Il 10 giugno si stava recando in Parlamento quando sul Lungotevere Arnaldo da Brescia fu aggredito, caricato a forza su una Lancia Lambda, percosso e infine accoltellato. Il corpo fu ritrovato il 16 agosto in un boschetto di Riano Flaminio, noto come la Macchia della Quartarella. Ci fu un processo nel 1926 e la sua revisione nel 1947. Tra gli storici emerse una diversa ipotesi sulla causa del delitto Matteotti: più che il discorso denuncia del 30 maggio 1924, sarebbe stato il possesso di documenti attestanti le tangenti versate dalla Sinclair Oil Company a membri del governo; infatti dalla macchina usata per l’aggressione fu estratta anche una borsa di documenti.

Autore: Leone Sticcotti

Shanti Powa: un nuovo disco per il sognatore che è in noi

Il concetto che ciascun essere vivente debba avere un sogno fa parte di molte culture, e non poteva che essere raccolto da una band come gli Shanti Powa, che di sogni ne ha avuti e continua ad averne molti, anche se uno grande come una casa lo ha realizzato proprio col suo quarto disco, che ha visto la luce (per ora in formato digitale, ma il vinile è atteso caldamente) a fine primavera e porta giustamente il titolo di Dreamer.

“Il titolo dell’album – ci racconta Jonas Tutzer, sassofonista, una delle new entry del folto gruppo – viene da una delle canzoni scritte da Berti (a.k.a. Berise, il fondatore e cantante degli Shanti Powa, n.d.r), una canzone intitolata Never Let Go, in cui l’ascoltatore è invitato calorosamente a sognare, a farsi sognatore e non mollare, anche in relazione al periodo da cui l’umanità intera sta cercando di uscire”.
Un periodo che per gli Shanti Powa non è stato facile: alla fine del 2018 si erano infatti autoimposti uno stop per riorganizzare la formazione che aveva visto allontanarsi alcuni componenti, il 2019 era stato dunque l’anno del ritorno in pista e il 2020 avrebbe dovuto veder concretizzato il nuovo disco, slittato invece fino ad oggi per i problemi legati alla pandemia e all’impossibilità di trovarsi a suonare (soprattutto quando si è in tanti come loro) e a promuovere questo Dreamers. Diciamo che almeno ne è valsa l’attesa, visto che per questo disco gli Shanti Powa, che finora si erano sempre egregiamente autoprodotti, hanno avuto l’onore di avere in cabina di regia Gaudi, uno dei produttori più richiesti ed affermati del globo terracqueo per quanto riguarda la musica dub, molto vicina al reggae e al ragamuffin dei ragazzi. La storia dell’incontro ha il sapore delle più belle leggende rock.
“Avevo contattato Gaudi via email tempo prima – è Berise, il cantante a raccontare ora – e poi ci siamo trovati in cartellone insieme al Boomtown Festival, lui su uno dei palchi principali, noi su uno più piccolo. Thomas ed io lo abbiamo incontrato dopo il suo spettacolo psychotrance e abbiamo parlato un po’ invitandolo alla nostra esibizione. In realtà non ci aspettavamo che venisse, invece era lì in prima fila e dopo il concerto ci ha raggiunti nel backstage con una bottiglia di tequila annunciando di volerci produrre perché gli piaceva la nostra attitudine punky, non comune nel mondo del reggae.”
L’intesa tra il produttore e la band è stata subito notevole e il risultato che ora possiamo finalmente ascoltare ha del prodigioso, Gaudi è riuscito a colorare la ulteriormente la già variopinta miscela musicale della formazione bolzanina aggiungendo il suo enorme bagaglio di esperienza e le sei canzoni originali (presenti anche in versione dub) ne escono davvero a testa alta, da quella del singolo iniziale, Rainy Day, uscita anche su 45 giri, alla già citata Never Let Go alla cover della Uncertain Smile dei The The, la prima cover in assoluto per la band.
“Per la prima volta – parla ora il trombettista e backing vocalist Thomas Maniacco – abbiamo avuto l’occasione di lavorare con un produttore, per di più di talento sconfinato, ed è stata un po’ una sfida anche per noi lasciargli campo. Siccome poi è uno dei migliori dub-master in circolazione, fin dall’inizio si è deciso che di ogni brano ci sarebbe stata una dub-version. Quando uscirà il vinile una facciata sarà con le versioni originali ed una con quelle dub; a me piace pensare che è un po’ come ascoltare la stessa storia da due voci diverse e concepita con orecchie diverse. Come gli altri dischi anche questo lo abbiamo registrato nel nostro studio ad Aica di Fiè, un luogo. Siamo anche molto contenti di come la nuova formazione si è amalgamata: oltre a noi tre, c’è sempre il batterista Florian Gamper, che però ha deciso per un po’ di suonare a distanza, Lukas Pichler suona il basso e Fabian Pichler la chitarra, il nuovo DJ è Alessandro Tarabelli, mentre la sezione fiati si completa con Andreas Galante e Gabriele Marchettini, mentre al didgeridoo c’è sempre Sir Gulliver J. Klauser e dopo la registrazione del disco è tornato anche il chitarrista degli esordi (e dei primi tre dischi) Peter Burchia. Siccome poi nel nostro nuovo corso Berti è rimasto l’unica voce degli Shanti, nel disco ci sono ospiti diversi amici come Amelia Wattson, Tom Spirals, Raggabound, CW Jones e Danny Lawda.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

“I farmacisti non possono vaccinare: siamo fra gli unici in tutta Italia”

“La farmacia è un luogo familiare per la cittadinanza, fra noi ed i pazienti si crea un rapporto di fiducia. Eppure l’Alto Adige è una delle due uniche province in Italia in cui non ci si può vaccinare in farmacia. E non riusciamo a capire il motivo”: è amaro lo sfogo del presidente dell’Ordine dei Farmacisti altoatesino, Maximin Liebl, che da oltre tre mesi ormai sta cercando di ottenere l’autorizzazione ad effettuare i vaccini anti – Covid nelle farmacie e riuscire dunque a dare una svolta al trend negativo di cittadini non vaccinati in provincia.

Maximin Liebl

Dottor Liebl, l’Alto Adige è maglia nera nella percentuale di vaccinati. Cosa si potrebbe fare?
Un’opera di sensibilizzazione al primo posto, una diffusione di dati concreti che possano affossare certi pensieri basati sul nulla che vedono i vaccini come strumenti letali.
Perché l’unico mezzo per combattere la pandemia è la vaccinazione: o facciamo morire la gente o usiamo questo strumento.
Ci possono essere dei dubbi, certo, ma la valutazione rischio – benefici è enorme: si calcola che il vaccino possa dare degli effetti collaterali importanti a 1 caso su 2 milioni. Di questi casi gravi 1 su 10 milioni muore. Osservando i grandi numeri risulta che i casi mortali sono uno su 20 milioni; questo significa che in Italia avremmo 3 morti per il vaccino. Finora per il Covid sono morte circa 120 mila persone: vogliamo davvero mettere
a confronto 3 casi contro 120 mila? In Alto Adige, poi, manca uno strumento importante: il vaccino in farmacia.

Perché, nel resto d’Italia non bisogna recarsi per forza in un centro specifico come avviene in provincia di Bolzano?
Solo in due provincie non ci si può vaccinare in farmacia, nel resto dello Stato sì. E noi facciamo parte di questa minoranza.
II farmacista è stato autorizzato dal Ministero della salute a somministrare i vaccini; noi siamo pronti da giugno: in tantissimi hanno fatto il corso, si sono certificati, hanno studiato per potersi abilitare, ma ancora oggi stiamo aspettando l’autorizzazione da parte dell’Azienda sanitaria, che chissà perché non arriva.

E ritiene che in questo modo molte più persone si dimostrerebbero disponibili a farsi vaccinare?
Direi proprio di sì, e non lo dico solo io: lo dimostrano studi decennali in altri stati, dalla Germania agli Stati Uniti: se il vaccino viene somministrato in farmacia la percentuale di vaccinati sale pesantemente. A Roma ci sono 500 farmacie che effettuano 30 vaccinazioni al giorno: basta fare due conti per comprendere la portata di questa innovazione. A noi manca solo l’autorizzazione finale. Non capisco cosa stiano aspettando.

Però potete fare i tamponi…
Sicuramente i tamponi sono una mezzo importantissimo per poter combattere la pandemia, e il fatto che possiamo effettuarli noi è stato di grande aiuto per tutta la popolazione: raggiungere una farmacia è facile per tutti, in ogni paese, anche il più piccolo, e fra i nostri clienti – pazienti e noi si instaura un rapporto di fiducia. Oggi in Alto Adige – con esclusione del Vax Bus – bisogna prenotarsi, telefonicamente o online, trovare il giorno giusto e recarsi al centro vaccinale. È decisamente più macchinoso e complicato che recarsi semplicemente in farmacia e chiedere la propria dose.

In questo periodo avrete ancora più lavoro, visto che chi non ha il Green pass deve farsi tamponare ogni 48 ore. È una spesa per queste persone: quanto costa?
Il tampone costa – per decreto del Commissario straordinario – al massimo 15 euro, e per i bambini 8 euro. Molti si lamentano che sono costretti a questa spesa ogni due giorni, e a loro io rispondo: la vaccinazione è gratis. Il fatto che debbano sborsare dei soldi di tasca loro per farsi controllare non è una punizione: dovrebbero solo capire che bisogna vaccinarsi, non c’è altra soluzione.

Autore: Luca Masiello

Anche i cani feroci ridono (quando nevica)

“Anche i cani feroci ridono (quando nevica)” di Maxi Obexer e tradotto e curato da Cristina Vezzaro, è l’ultimo romanzo uscito per Edizioni Alphabeta Verlag di Merano nella collana Travenbooks. Un volume che esprime nel profondo lo spirito dell’editore e ne coglie la vocazione più autentica, di “territorio di frontiera”: un ponte (a volte molto complesso) e un incrocio tra lingue e culture differenti. Ispirato alle storie vere delle donne raccontate dal progetto tedesco “Women in Exile”, l’autrice descrive, in forma letteraria, le vicende di una donna nigeriana che fugge dal suo paese, alla ricerca di un futuro diverso.
Obexer prova a restituire una sorta di memoria collettiva delle tantissime ragazze che condividono la stessa sorte, e dà a tutte loro il volto di Helen, protagonista del racconto. Una narrazione teatrale per raccontare un fenomeno che sta segnando drammaticamente la nostra storia, quello delle migrazioni attraverso il Mediterraneo. L’autore lancia un appello alla coscienza individuale, che “deve andare oltre le ragioni di Stato, oltre la narrazione mediatica”, e fa luce sul reale fatto che spesso tendiamo a dimenticare: che ciascuno tra le tante migliaia di migranti morti (14.768 ufficialmente, tra il 2016 e il 2018) è un essere umano e porta con sé la sua storia.
La trama
“Anche i cani feroci ridono (quando nevica)” narra di Helen, una giovane nigeriana che decide di migrare in Europa non in fuga da conflitti o persecuzioni, ma per una legittima aspirazione a una vita migliore. Il lungo viaggio attraverso il continente africano si rivela ben presto un incubo: ostaggio di spietati trafficanti di esseri umani, si trova a sottostare a un’inenarrabile serie di violenze fisiche e psicologiche, a continue estorsioni di denaro, a terrore e umiliazioni. In questa lenta e inesorabile discesa agli inferi, in cui la stessa sopravvivenza è perennemente appesa a un filo, anche la fiducia nei compagni di destino finisce per vacillare, persino quando hanno le parvenze di angeli custodi. Sempre più prostrata e rassegnata, Helen resiste grazie a un mondo parallelo che ricrea nei contatti epistolari con la famiglia, immaginando uno sguardo esterno che le permette di prendere le distanze da ciò che è costretta a subire. Tra attese spossanti e amare disillusioni, la ragazza riesce infine ad approdare in Europa, fiduciosa di trovare accoglienza e pieno riconoscimento di una propria identità e dignità. Ma nuove e impensabili traversie la aspettano.
Così Cristina Vezzaro, traduttrice e curatrice del romanzo, riflette sul messaggio di Obexer nella sua Postfazione al volume. Obexer pone in evidenza, attraverso il suo personaggio, una società condizionata dai media alla continua ricerca di pericolosi sensazionalismi che instillano paura e restituiscono visioni spesso fuorvianti del fenomeno migratorio. La minaccia dell’“invasione”, sia in chiave economica sia culturale e religiosa, è il frutto di una scorretta comunicazione e di un dilagante bisogno di difesa che si trasforma spesso in indifferenza, quando non in cinismo. E a pagare le spese più pesanti sono, anche in questo caso, le donne. L’autrice contrappone, grazie allo spirito visionario di Helen, l’importanza della comprensione reciproca e del sentirsi profondamente esseri umani e comunità, uniti da un destino comune.
La traduzione
Nella postfazione al libro “Anche i cani feroci ridono (quando nevica)”, Cristina Vezzaro riflette sulla traduzione del romanzo, e ribadisce l’importanza dell’interpretazione del messaggio. Nell’opera di Maxi Obexer, la lingua si fa mezzo per esprimere un impegno, guidato da ideali umanitari e contrario ai particolarismi nazionalistici. La stessa Vezzaro afferma: “In questa chiave, quindi, va interpretato il lavoro di traduzione delle sue opere: nel caso dell’italiano, una trasposizione che è anche e necessariamente “ritorno”, proprio per le origini italiane da cui Obexer ha preso le mosse per inserirsi nel contesto europeo che più anima le sue corde di artista”. L’interazione tra lingua originale e traduzione richiede quindi di “andare oltre”, quasi una sola lingua non potesse bastare a contenere tutto ciò che l’autrice desidera esprimere.

L’AUTRICE E LA TRADUTTRICE

Maxi Obexer (1970) è nata a Bressanone e vive a Berlino. Drammaturga e saggista, è stata visiting professor presso la Georgetown University di Washington e il Dartmouth College (NH), quindi docente all’Università delle Arti di Berlino e al Deutsches Literaturinstitut di Lipsia. Vincitrice del Premio Robert Geisendörfer (2016) per i suoi saggi politici e del Potsdamer Theaterpreis per la piéce Gehen und Bleiben (2017), nel 2014 ha fondato il NIDS (Neues Institut für dramatisches Schreiben). Il suo precedente romanzo pubblicato in italiano, “La prima estate dell’Europa” (alpha- beta, 2020), è stato finalista al Premio Bachmann (2017).
Cristina Vezzaro (Bolzano, 1972) ha studiato Traduzione all’Università di Ginevra. Ha iniziato a occuparsi di traduzione editoriale nel 1997, collaborando con la rivista “Internazionale”. Dal 2005 si dedica alla traduzione di narrativa, poesia e saggistica.
Attualmente è dottoranda in Translation Studies all’Università di Gent in Belgio e si occupa in particolare di traduzione dell’ironia e trasposizione della multiculturalità.

Anna argento vivo

QuiIntervista a Anna Cerrato, una giovane fotografa professionista di Bolzano. Laureata in fotografia alla LABA di Firenze, Cerrato si dedica anche all’attività artistica: fa parte dell’associazione lasecondaluna di Laives e appena riesce partecipa a mostre e iniziative culturali con le sue fotografie. Con il suo ragazzo Davide collabora nell’attività dello studio Wild a Bolzano. Dopo la fotografia, la sua passione più grande è la cucina.

La cosa che mi piace di più di me.
So fare tante cose in molti ambiti diversi.

Il mio principale difetto.
Rimugino moltissimo sulle cose negative che mi accadono o sugli errori che faccio.

La volta che sono stata più felice.
Tra le immagini più belle conservo quella di quando all’isola d’Elba ho accarezzato un cormorano dagli occhi smeraldo e poi mi sono tuffata per vederlo andare a caccia, avvolto da una bolla d’aria d’argento.

Da bambino sognavo di diventare… 
La minatora, con tanto di declinazione al femminile!

Un libro da portare sull’isola deserta.
Una raccolta introvabile di ricette medioevali trascritte, comprata a un mercatino di Bologna  

L’ultima volta che ho perso la calma.
Sicuramente l’ultima volta che avevo molta fame. 

La mia occupazione preferita.
Cucinare! Quando non faccio foto occupo praticamente tutto il mio tempo cucinando. Amo organizzare cene e quando lo faccio aspetto quel giorno come fosse Natale. 

Il colore che preferisco.
Il blu. A sedici anni in gita scolastica a Londra scelsi il blu per farmi una bella ciocca e ho continuato ad usarla per quattro anni.

Non sopporto…
La mancanza di rispetto, in particolar modo quando è rivolta a una donna in quanto donna, oppure nei confronti di chi sta lavorando.

Dico bugie solo…
Quando servono a non ferire gli altri

La disgrazia più grande.
Fare un servizio fotografico importante e perdere i dati.

La massima stravaganza della mia vita.
Ho la partita IVA ma non il commercialista e faccio tutto da sola. 

Il mio più grande rimpianto.
Non aver partecipato al programma Erasmus quando ero al liceo. 

Per un giorno vorrei essere…
Un’astronauta in una base spaziale, con una bella vista sulla Terra.

Nel mio frigorifero non manca mai…
La maionese, possibilmente fatta in casa.

Se fossi un animale, sarei…
Un gatto. 

In famiglia mi chiamano…
Mia mamma mi chiama “Annina” quando ho combinato qualcosa. Le mie amiche invece “Gel”, per via di quel professore che fece l’appello leggendo “Anna Gelato”.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Di recente ho vinto il bando Catalogo Aperto 2021, con una fotografia a cui tengo molto.

Il mio motto.
C’è sempre qualcosa da poter fare, trovare inventare. Insomma, non bisogna mai arrendersi!

Autrice: Caterina Longo


Dalla Bassa alle vette

Alexia Tabarelli di Salorno e Dante Vidri di Bolzano sono stati premiati ad Ora dalla FISI Alto Adige. Le due giovani promesse dello sci alpino ci hanno raccontato come è stato allenarsi e vincere, nonostante tutto, dopo una stagione “bella tosta”.


Se è vero che il limite è uno stimolo, allora di stimoli ne hanno avuti davvero tanti i ragazzi e le ragazze impegnate nello sci agonistico lo scorso inverno. Perché per molti la sfida era riuscire ad allenarsi nonostante le restrizioni dovute al Covid e spesso già arrivare sulla pista era una piccola vittoria. Soprattutto per chi doveva raggiungere le vette partendo dalla “Bassa” e da Bolzano. Lo sanno bene Alexia Tabarelli di Salorno e Dante Vidri di Bolzano, che lo scorso quattro settembre sono stati premiati ad Ora dalla FISI Alto Adige, insieme ad altri quaranta ragazzi e ragazze provenienti da tutta la provincia. Tabarelli, nata a Salorno nel 2003, quest’anno è campionessa provinciale di slalom nella categoria under 18, con il miglior tempo nella categoria under 21. Ad Ora è stata premiata anche per il secondo posto nella categoria sci alpino under 18 per la Marlene Cup – preceduta da Nicole Ploner e seguita da Magdalena Pircher. A Dante Vidri, classe 2007 di Bolzano, campione provinciale under 14, è stato assegnato il primo posto per il Raffeisen Grand Prix nello sci alpino. Entrambi si sono allenati lo scorso inverno con il centro di formazione “Traininggzentrum Überetsch-Unterland”, che offre la possibilità ai ragazzi di diversi sci club del “sud” dell’Alto Adige di poter fare pratica insieme. E gli allenamenti hanno dato i loro frutti, considerata la difficile stagione trascorsa, come ha ricordato il Presidente della FISI Alto Adige Markus Ortler in occasione della premiazione ad Ora: “L’inverno passato non è stato facile. Ciò nonostante, siamo riusciti a organizzare molti allenamenti e anche molte competizioni. Anche se la stagione è iniziata in condizioni difficili, si è rivelata in realtà molto buona per gli sport invernali. Ora è importante guardare avanti.”
Al di là di coppe e medaglie, ci siamo fatti raccontare dai due giovani la loro esperienza, iniziando con Alexia, fresca di allenamenti estivi, grazie anche alla partecipazione nel comitato provinciale.

A sinistra Alexia Tabarelli, a destra Dante Vidri

Come è stato allenarsi in queste stagioni segnate dalla pandemia di Covid 19?
Per fortuna ho potuto continuare ad allenarmi, ma per i miei genitori è stato un grande sacrificio perché, a causa delle restrizioni, dovevamo raggiungere le piste autonomamente ed erano loro a dovermi accompagnare ad Obereggen o Nova Ponente, ogni volta un’ora di macchina.

Come è nata la passione per lo sci?
Da piccola. Avevo tre anni quando ho visto mio fratello sciare e ho costretto mia mamma ad affittare l’attrezzatura. Ricordo che il casco mi ballava in testa perché era troppo grande, ma non m’importava, non volevo smettere: l’importante era avere gli sci ai piedi! Poi a otto anni ho iniziato a praticare a livello agonistico, con lo Skiclub di Ora.

Cosa ti piace dello sci?
Mi diverto molto e mi piace sentire la soddisfazione di farcela, raggiungere il risultato. Certo devo fare delle rinunce, a volte devo dire di no a una serata con gli amici, ma gli sforzi sono ripagati. E, per fortuna, ho il pieno appoggio e comprensione anche da parte delle docenti e dei docenti della mia scuola, l’Istituto tecnico economico di Ora.

Vuoi farne una professione?
Si, mi piacerebbe molto.

Hai un “mito”?
L’americana Mikaela Shiffrin, stella mondiale dello sci alpino.

Il mito di Dante Vidri è invece Dave Ryding, fino allo scorso anno unico sciatore britannico in coppa del mondo. Ryding ha iniziato a sciare sull’erba sintetica, con mille difficoltà dato che il paese di provenienza – l’Inghilterra – non è proprio famoso per le cime innevate. Si tratta di un modello non casuale per il giovane campione bolzanino che, grazie alla doppia cittadinanza inglese / italiana e al talento è stato chiamato anche a far parte della nazionale britannica. E a proposito di posti poco adatti allo sci: quando lo abbiamo intervistato, Vidri era appena tornato da una settimana di allenamento in una pista al chiuso a Landgraaf, in Olanda.

A proposito di sciare in situazioni di difficoltà: come è stato allenarsi nell’ultimo inverno di pandemia?
è stata molto dura, perché a Bolzano le piste non sono proprio dietro l’angolo ed in alcuni momenti non potevamo proprio muoverci dalla città … mentre sui social vedevo le immagini dei miei compagni delle valli che uscivano per allenarsi anche senza impianti, sui prati innevati vicino casa. E comunque, anche quando poi potevamo spostarci, a causa delle restrizioni non potevamo utilizzare il pulmino del club, quindi per tre volte alla settimana i miei genitori dovevano fare la spola tra Bolzano e Obereggen in macchina. Ho lavorato molto, allenandomi anche “a secco”, come si dice in gergo, a casa.

Come è nata la passione per lo sci?
Scio da quando avevo due anni, da molto tempo, ma ho iniziato relativamente tardi con l’agonismo. Mi è sempre piaciuto provare la sensazione di libertà che si respira sulle piste, sentire la velocità senza limiti: mi divertivo ad aprire la giacca mentre scendevo. Era come volare.

Disciplina preferita?
Preferisco il super-G, lo trovo più emozionante. Suona strano, ma in realtà avere più controllo permette anche di essere più veloci, fluidi. Lo slalom invece è sempre una scommessa.

Vuoi farne una professione?
Mi piacerebbe, ma quello che verrà verrà. Intanto quest’anno frequenterò lo “Ski & Ice College” a Pozza di Fassa, una struttura che mi permetterà di praticare l’attività agonistica e continuare a studiare.

Un nuovo inizio quindi, lontano da casa, ma Vidri ha grinta e talento da vendere per superare questa e altre sfide. Alle giovani promesse dello sci non resta che augurare in bocca al lupo per la stagione in arrivo!

Autrice: Caterina Longo

Un ciclodromo per Laives (che non convince tutti…)

Il movimento ciclistico altoatesino sta vivendo un periodo d’oro. Sono tanti i piccoli campioni che dopo anni di allenamenti e gare stanno raccogliendo i frutti del duro lavoro. Un esempio è Elena Pirrone, bolzanina e medaglia di bronzo nella gara a cronometro agli Europei che si stanno svolgendo a Trento. Una delle palestre che sforna un gran numero di talenti è però Laives, dove i giovani della Polisportiva Libertas, casco in testa, si stanno facendo largo con successo nelle categorie di esordienti e allievi a suon di pedalate. Impegno, passione, sacrificio, pazienza, e tanta motivazione: ecco la ricetta di questo sport. L’ultima stella locale è Mattia Predomo, che qualche giorno fa in Egitto ha conquistato la medaglia di bronzo ai mondiali su pista juniores, nello sprint. “Laives negli ultimi anni sta regalando alla nostra nazionale di ciclismo atleti fantastici, che nei prossimi anni vedremo sicuramente nel panorama sportivo mondiale. Il ciclismo altoatesino va alla grande e non posso che essere molto orgoglioso di tutti i ragazzi, e di tutte le associazioni sportive che permettono loro di fare attività sportiva, culturale, ricreativa”, ha commentato di recente il sindaco di Laives Christian Bianchi.

Salvatore Falcomatà

UN NUOVO CICLODROMO
Ed è cavalcando l’onda dell’entusiasmo che nel 2023, tra Pineta e la zona sportiva Galizia, verrà realizzato il primo ciclodromo dell’Alto Adige, un anello protetto per gli atleti del ciclismo su strada di interesse sovracomunale, ossia accessibile per tutti. L’amministrazione laivesotta in simbiosi con la Provincia ha in mente di dar vita anche ad una scuola provinciale per il ciclismo, che includa anche un “campo scuola” per poter svolgere attività didattiche riferite all’educazione e alla sicurezza stradale.
La Giunta provinciale, su proposta dell’assessore all’edilizia, Massimo Bessone, ha già autorizzato l’intervento per definire le modifiche tecniche necessarie alla realizzazione della struttura che verrà a costare 2,3 milioni di euro, di cui 600mila a carico del Comune di Laives e i rimanenti alla Provincia Autonoma.
“In Alto Adige abbiamo tanti atleti che praticano questo bello sport con grande successo. Abbiamo tante associazioni sportive che si dedicano ogni giorno alle attività su strada e già da tempo si era deciso di creare questo anello che sarà a disposizione di tutti gli atleti provinciali”, puntualizza il presidente altoatesino Arno Kompatscher.
Provincia e Comune di Laives negli anni scorsi, con due convenzioni, avevano previsto la realizzazione del collegamento pedo-ciclabile attraverso un ponte tra Pineta e la zona sportiva Galizia. In seguito, il Comune di Laives, in collaborazione con la Federazione Ciclistica Italiana, aveva chiesto alcune modifiche alla convenzione al fine di realizzare un vero e proprio ciclodromo, lavorando per trovare anche la migliore forma per la gestione.

E UN VERO VELODROMO QUANDO?
Non tutti gli attori del panorama ciclistico locale però si trovano d’accordo con questo progetto, anzi. Salvatore Falcomatà, presidente del Centro pista Bolzano e storico allenatore di ciclismo giovanile, storce il naso davanti alla decisione di creare un ciclodromo che, nelle sue idee, non andrebbe a soddisfare le vere esigenze degli atleti e delle associazioni, ma che sarebbe più un’opera a sfondo politico più che sportivo.
“Credo che la soluzione giusta per gli atleti di tutta la Provincia sia quella della realizzazione di un grande velodromo al coperto con una pista da 360 metri che possa ospitare al suo interno attrezzature, palestre, servizi vari e spogliatoi. Un impianto più completo rispetto al progetto di Laives e che potrebbe sorgere all’interno del l’areale ferroviario di Bolzano”, spiega Falcomatà, che ha deciso di iniziare una campagna per convincere la Provincia a realizzare la struttura. Un sogno, quello del velodromo, nato già nel lontano 1996, quando la bolzanina Antonella Belluti vinse l’oro ai Giochi olimpici di Atlanta per poi riconfermarsi nel 2000 in quelli di Sydney. Grandi risultati che non bastarono a far decollare un movimento che è cresciuto poi negli anni a seguire.
Il velodromo andrebbe a risolvere in primis il problema della sicurezza, togliendo gli atleti più piccoli dalla strada e da tutti i rischi collegati, facendoli allenare in una pista al chiuso e sotto una migliore osservazione degli allenatori. Il velodromo poi garantirebbe spazi adatti – in un’unica, estesa, struttura attrezzata – in cui riunire gli oltre 4mila appassionati che praticano le diverse discipline di questo sport.
Falcomatà ha accompagnato da aprile di quest’anno una trentina di giovani atleti, una volta a settimana, fino Pescantina (la pista più vicina) con il furgone per allenarsi. Trecento chilometri per far pedalare i campioni del futuro. Ma le trasferte pesano e il grande rammarico è quello di non essere mai stati interpellati dalle istituzioni per un parere sul progetto: “Queste sono opere che vanno concordate e programmate con cura tutti insieme. Serve gente che voglia bene al ciclismo e che riconosca gli sforzi fatti da genitori e atleti in questi anni”.

Autore: Alexander Ginestous

Un’estate, un Grest

Grande successo per il Grest 2021 a Laives, “C’era tanta voglia di partecipare e stare insieme. Molti ragazzi hanno espresso la volontà di continuare ad incontrarsi durante l’anno” racconta Paola Massimio, volontaria del Centro Don Bosco e responsabile del Grest.
“Un ringraziamento particolare va ai magnifici gialloni!”.
Foto del Centro Don Bosco.