Don Bosco, un autunno di proposte

Al Centro Don Bosco sono ancora “freschi” e vividi i ricordi del Grest e del campo tenda, nonostante l’estate ormai sfumata. La soddisfazione per la stagione appena trascorsa è tanta e certamente alimenterà con nuove energie la macchina organizzativa del Don Bosco, che sta lavorando a pieno ritmo alle attività autunnali.
Ne abbiamo parlato con Florian Thaler, responsabile per le attività giovanili, partendo dalla sua impressione sulle attività estive: “È un conoscersi e ri-conoscersi” – spiega Thaler con la calma di che ne vede molte, ma non perde l’entusiasmo. “Con l’interruzione delle attività a causa della pandemia, molti ragazzi si sono persi per strada, e, soprattutto, in questi mesi siamo cambiati noi e sono cambiati loro; occorreva riprendere le misure”. La voglia di tornare a stare insieme, comunque, quest’estate non è mancata: il campo tenda ha riscosso un successo inaspettato, con 140 iscritti in tre turni ed anche le settimane del Grest hanno registrato il tutto esaurito. “Certo, il post covid si è sentito: meno tenuta fisica, più timori ed una grande attenzione alla sanificazione”, continua Thaler. Durante gli incontri estivi in molti hanno manifestato la volontà di continuare ad incontrarsi anche durante l’anno, ci aveva raccontato Paola Massimio, volontaria del Grest, nello scorso numero.
Destinazione radio
Un filo diretto che il Centro Don Bosco vuole continuare a mantenere anche con le attività autunnali. Che verranno “presi per l’orecchio”. Destinazione radio è infatti il nome del progetto che prenderà avvio da metà ottobre e che guiderà ragazzi e ragazze passo passo alla realizzazione di una trasmissione radiofonica in diretta. Ognuno potrà portare la propria musica o proporre dei pezzi di altri, per costruire, insieme a un fonico specializzato, una trasmissione musicale. Si tenta così di captare l’interesse di molti giovani a Laives, che scrivono e compongono – a quanto pare molta musica del genere trap, ma non solo.
Per i più piccoli continua invece il servizio del doposcuola nel pomeriggio, con l’aiuto per i compiti ma anche giochi, educazione musicale e al movimento e diversi laboratori, come ad esempio quello di cucina. Il doposcuola riprende infatti per questo nuovo anno scolastico, dopo una stagione in cui non si era mai interrotto, anche se con molte regole e limitazioni.
Anziani: ritrovare la fiducia
Sul fronte degli anziani ha preso nuovamente avvio, da metà settembre, il pomeriggio anziani, che si svolge ogni lunedì e mercoledì dalle 14.30 alle 18 un’occasione per trascorrere del tempo insieme. Per tutta l’estate e fino all’inizio di ottobre si sono svolti invece i soggiorni degli anziani a Cesenatico al mare, a Predazzo e alle terme di Abano, per gli ultimi turni. Nonostante le adesioni, per gli anziani il bilancio ha un sapore dolce-amaro: “Con il settore degli anziani siamo stati sostanzialmente fermi da ottobre 2020 a quest’estate e, anche se ci siamo impegnati per tenere i contatti, non possiamo non avvertire le paure e i timori nel riprendere una vita sociale. Molti temono il contagio e preferiscono non rischiare, perché si sentono fragili: la paura è per se stessi o per il compagno o la compagna affetti da qualche patologia. Ad esempio, negli anni precedenti avevamo numerosi volontari che ci davano una mano per i campi tenda dei ragazzi. Quest’anno in molti non se la sono sentita”. Intanto, lascia ben sperare un primo sondaggio fatto per tastare l’interesse sulla ginnastica e i balli di gruppo per la terza età: a quanto pare l’interesse non manca. Non resta che augurarci che un po’ di fiducia venga ritrovata al ritmo di un valzer.

Autrice: Caterina Longo

Oltre la pittura, lezioni di sguardo

È un dialogo sul filo della luce e del colore e molto di più “PitturaxPittura”, la mostra inaugurata sabato 25 settembre scorso all’associazione lasecondaluna di Laives. L’esposizione mette in relazione l’opera degli artisti Federico Casati (Milano, 1968) e Rolando Tessadri (Mezzolombardo, 1968), che da sempre si confrontano con la pittura. Ma definirla una mostra di pittura sarebbe riduttivo. Perché la pittura è solo un punto di partenza, che, se stiamo al gioco e aguzziamo la vista, può prendere altre strade -moltiplicarsi, come suggerito dal segno “x” nel titolo- e arrivare a far vacillare ciò che crediamo di vedere, e quindi di conoscere.

Le opere di Casati e Tessadri nascono da un processo che inizia con una accurata preparazione e una grande padronanza di mezzi tecnici e pittorici e termina, o meglio ricomincia, nell’occhio di chi guarda. Sono opere sottili, che esaltano la riduzione e la sottrazione senza essere mai finite, né chiuse, perché mutano col tempo, con il meteo e con il cambiare della luce. Ma soprattutto con il nostro punto di vista.

Federico Casati presenta diversi lavori realizzati negli ultimi due anni  fino a oggi. L’artista crea tavole su cui applica degli elementi in ottone, cerchi di diverse dimensioni che fuoriescono dalla superficie del dipinto e allo stesso tempo ne fanno parte, perché colorati in tonalità simili allo sfondo. Questo rende difficile riconoscere, leggere chiaramente il quadro. Ne abbiamo parlato con l’artista.

Qual è il meccanismo dietro alle sue opere, come “funzionano”?
Le mie opere cercano di disorientare l’occhio di chi guarda: sul dipinto si vedono delle ombre, ma in un primo momento è difficile capire da cosa siano generate, si può pensare che siano dipinte. Ma poi, cambiando il punto di vista, e la luce, cambiano anche le ombre… insomma l’opera non ha mai una forma definitiva ed è difficile cogliere come sia nella realtà. 

Una questione di visione?
Si, ma non solo. Questa mutevolezza per me esprime il labile confine tra realtà e apparenza, metafora del mondo intorno noi, in cui siamo immersi. E non mi riferisco solo al piano estetico e della percezione, ma anche al piano delle relazioni con gli altri, alla difficoltà di conoscere il vero volto, la realtà di un fenomeno o di un rapporto. Conoscere cosa si cela dietro ciò che appare ai nostri occhi è aspirazione impossibile, quanto ammaliante: il tema è ampio, da brevi cenni sull’universo, noi qui ci permettiamo di volare meno alto parafrasando una frase scritta da Stephen King nel celebre romanzo ‘It’: “vedere la forma autentica della cose vuol dire conoscerne il segreto”.

Federico Casati e Rolando Tessadri

Rolando Tessadri crea invece dei monocromi (cioè tele di un solo colore o tonalità) – spesso di grandi dimensioni, come quelli esposti alla secondaluna: due dipinti inediti del 2020/21, che superano i tre metri. L’artista lavora con la tecnica del frottage, intervenendo con una spatola sul colore appena steso. Una modalità che si pone a metà strada tra pittura e grafica – in uno stretto intreccio tra tela e pigmento. 

Una ricerca intensa, prolungata e silenziosa, che porta alla creazione di lievissimi passaggi cromatici, una “sfida” che non tollera sguardi superficiali, ma esige uno sforzo in più. “Il rapporto con lo sguardo non può che essere complesso” – ha detto l’artista. Le sue opere hanno subito un’evoluzione “rispetto al periodo precedente, in cui mi sono concentrato sui bianchi e grigi, sui ‘non colori’, che esigevano una visione frontale e di superficie, legata a una certa temperie minimalista, negli ultimi due anni è emerso il bisogno di una pittura più comunicativa, sono passato ai colori più chiari. E ho sentito l’esigenza di dare dei titoli”, racconta Tessadri. Uno sviluppo e una apertura avvenuti, per assurdo, durante i mesi di chiusura e di lockdown, in cui Tessadri ha trascorso molto tempo nel suo studio a Salorno. Quanto ai titoli delle opere, essi sembrano attribuire caratteri ai colori, e agli stessi dipinti. Leggiamo ‘Pensiero interrotto’, ma anche ‘Ipocrita’ e ‘Ospite sospetto’: ognuno è libero di cercarlo fuori o dentro di sé.

PitturaxPittura 
a cura di Stefania Rossi
lasecondaluna, sala Espositiva, via Pietralba 9, Laives. 
Ingresso gratuito, Green Pass obbligatorio. Fino al 16 ottobre, giorno in cui si svolge un artist talk alle ore 18.30 (incontro gratuito ma prenotazione obbligatoria scrivendo a info@lasecondaluna.eu).

Autrice: Caterina Longo

Castelvecchio, luogo di solenne sacralità

Nel corso dei nostri viaggi attraverso l’Unterland abbiamo vistato i diciotto comuni che fanno parte della comunità comprensoriale Oltradige-Bassa Atesina. Quasi sempre ci siamo fermati solo nei centri principali, tralasciando, per mancanza di tempo e spazio, i piccoli borghi e i luoghi preistorici spesso remoti. Infatti, se oggi i paesi sorgono soprattutto nel fondovalle, in passato si privilegiavamo i siti in altura o, più tardi, a mezza costa, su colline o terrazze soleggiate che offrissero, accanto ad una vita meno complicata, anche la necessaria protezione. La discesa a valle dei nostri progenitori è stata, per così dire, lenta e meditata – associata sempre a un determinante mutamento delle condizioni ambientali e/o storiche.
Alcuni di questi siti erano di assoluto rilievo: pensiamo al triangolo sacro tra S. Maurizio e Settequerce, a Castel Firmiano, a Monticolo, al Pigloner Kopf di Vadena, a Enzbirch sul Montelargo, a Castelfeder o, per arrivare alla nostra meta odierna, a Castelvecchio tra Caldaro e Termeno.
“Siamo in presenza di un territorio occupato fin dalla preistoria” (seit grauer Vorzeit), scrive lo storico Karl Atz. Ma fino a qualche decennio fa, Castelvecchio / Altenburg (nei documenti spesso solo “Castello”, benché dell’antica “Ringburg” non sia rimasto nulla), situato a 600 m di altezza a pochi chilometri da Caldaro, era pressoché irraggiungibile in mezzo ai boschi di pini e faggi che dalla Mendola raggiungono il Lago di Caldaro. Una polverosa mulattiera consentiva il transito di carri trainati da buoi che ancora in pieno novecento trasportavano l’uva alle cantine vinicole. Da quel sentiero transitò anche Federico Barbarossa con la sua corte in uno dei suoi viaggi in Italia. Dopo la metà del XIX secolo, venne realizzata la strada carrabile e, più tardi, anche un sentiero per escursionisti.
Dietro la bella chiesa del XV secolo dedicata a S. Vigilio (vescovo di Trento che cristianizzò la pagana Bassa Atesina), attraverso un ripido sentiero si raggiunge l’area sacra di epoca preromana e, poi, paleocristiana.
Colpiscono, accanto alle rovine dell’antico castello medievale sotto un vertiginoso ponte, le arcaiche mura della basilica di S. Pietro, simile a quelle contemporanee di Milano e Aquileia. Si tratta forse della prima chiesa di tutto il Tirolo, risalente all’epoca di S. Vigilio (IV secolo) che secondo la leggenda l’avrebbe fatta erigere in questo luogo appartato e sicuro. A pochi passi, torniamo indietro di altri 1500 anni e troviamo una sorta di vasca scolpita nella roccia lunga circa 2 m. Scoperta nel 1934, venne chiamata “tumba” e sembra si tratti del luogo in cui, 1000 anni prima di Cristo, venivano collocate le vittime sacrificali sia animali che umane, il cui sangue raccolto attraverso canalette in una sorta di tazza di porfido veniva offerto agli dei.
Tutt’attorno, diverse pietre rivolte a meridione sono costellate di ampie coppette, i cosiddetti Schalensteine: ancora oggi non se ne conosce l’esatto utilizzo nelle funzioni rituali. Di fronte alla basilica, a suo tempo è stata trovata anche la sepoltura di un uomo risalente al XII secolo a.C., chiamato “il tessitore” per il corredo adagiato accanto al suo corpo.
Un luogo senza tempo, dunque, immerso in un’area naturale di solenne sacralità e con una vista stupefacente sull’Unterland e i monti che lo delimitano. Nel corso dei secoli, non ha perso nulla del suo fascino originale di centro di culto preistorico e culla del Cristianesimo ma anzi continua ad attirare magicamente le anime in cerca di un rapporto autentico con l’esistenza e i suoi misteri.

Autore: Reinhard Christanell

Pedalando su per la Mendola

“Giornata senz’auto – in bici sulla Mendola” è il titolo dell’iniziativa svoltasi lo scorso sabato 18 settembre nell’ambito della settimana della mobilità. Un titolo che è già un programma: per un’intera giornata, dalle nove del mattino alle 16.30 del pomeriggio, la strada della Mendola è stata chiusa al traffico e aperta a biciclette e pedoni, caldamente invitati a percorrere i 15 tornanti, 13 km e 7% di salita della storica strada. Il tutto con le proprie forze o al massimo con l’aiuto di una e-bike.
Complice anche una splendida giornata di sole, in molti hanno risposto: gli organizzatori hanno registrato ben 2979 partecipanti.
Tra questi c’era anche Massimiliano Mariz, designer di Bolzano. Gli abbiamo chiesto come è andata: “Premetto che non sono un fanatico della bicicletta come certi ‘super sportivoni’. Pratico ciclismo solo da tre-quattro anni e senza fanatismi, ho iniziato ad affrontare le salite solo da qualche tempo. La mattina di sabato ho deciso d’impulso, mi sentivo motivato e… ce l’ho fatta! Devo dire che, arrivato in cima, insieme al fiatone, ho provato tanta soddisfazione, ma anche una certa emozione”.

Massimiliano Mariz

E come è stato salire senza il rombo dei motori alle spalle? Che atmosfera c’era?
“È stato fantastico, molti affrontano la Mendola anche col traffico, ma questa è tutta un’altra esperienza. C’era una bellissima atmosfera per niente competitiva – con la gente più varia e diversa. La strada era ben frequentata, ma mai affollata. Famiglie con bambini, i ‘super sportivoni’ appunto, che salivano sparati a tutta e tante bici elettriche. Ecco, quelli provvisti di e-bike salivano allegramente chiacchierando e scherzando, chi invece saliva con la bici da corsa come mem beh… qualche improperio lo lanci nei momenti più duri! In fin dei conti sono 13 km di salita costante”.
Per la cronaca, la gioia per aver raggiunto la vetta era tale che, nonostante la stanchezza, Mariz ha deciso di affrontare anche il Passo Palade lo stesso giorno.
Una giornata pienamente riuscita insomma, nonostante qualche restrizione a causa del Covid, per cui, ad esempio, non potevano essere presenti dei punti di ristoro.
Per gli organizzatori – la Federazione Ambientalisti Sudtirolesi, il Comune di Appiano e il Comune di Caldaro, in collaborazione con l’Azienda per il Turismo della Val di Non – l’azione è stata soprattutto una buona occasione per ricordare alla cittadinanza che in molti casi si può fare a meno della macchina. Inoltre, la limitazione generale del traffico e la rinuncia a viaggi inutili in macchina sono dei passi concreti per la protezione del clima. E già si pensa alla prossima “Giornata in bici sulla Mendola”, in programma per sabato 17 settembre 2022, sempre nell’ambito della Settimana europea della Mobilità.

Autrice: Caterina Longo

Nostalgia del telefono. Quello vero.

Lo so che sembra impossibile ma è un dato di fatto: noi sapiens sapiens per 40mila anni abbiamo vissuto senza smartphone. Di fatto questo oggetto di uso quotidiano è diventato parte di noi, penetrando nella nostra vita ad un livello tale che senza ci sentiamo perduti. Lo smartphone è infatti molto più di un oggetto essendo di fatto la sintesi di molti oggetti (e luoghi) che anche precedentemente caratterizzavano il nostro vissuto. Facilitato dal fatto che la mia età mi ha regalato una diversa consuetudine e anche per pura curiosità personale, ho provato a stilare una lista (parziale) degli oggetti che oggi si trovano in ogni momento nel nostro palmo della mano. Un computer, un elenco telefonico, un’enciclopedia, uno sportello bancario, una macchina fotografica, una videocamera, una calcolatrice, uno scanner, un telecomando, un’ufficio postale, la biglietteria della stazione dei treni e dell’aeroporto, una biblioteca e una raccolta di dischi, un cinema, una televisione, una biblioteca con tanto di emeroteca, una sala giochi, un contapassi, una sala riunioni, una torcia elettrica, un blocco per gli appunti. Potrei ancora proseguire, naturalmente, aggiungendo la lista il più enorme supermercato che si possa immaginare. Naturalmente è molto comodo avere tutte queste cose a portata di mano, ma in realtà a fare la fortuna dello smartphone e a renderlo l’oggetto per antonomasia della nostra vita negli ultimi 10 anni come sappiamo sono stati i social network. Che per noi sono diventati più che un mezzo di comunicazione un vero e proprio “luogo” di incontro, che in molti casi va addirittura a sostituire la piazza, soppiantandola.
A questo punto a me sorge spontaneo un quesito: siamo proprio sicuri di essere davvero solo contenti di questa rivoluzione sociale e antropologica di cui siamo protagonisti?
Si tratta di una domanda che interpella ognuno di noi e che molti di noi con ogni probabilità si sono già posti. Personalmente, in questa estate che ormai è agli sgoccioli, a più riprese ho provato ad “allontanare da me” per periodi più o meno lunghi l’oggetto in questione. La sensazione che ho provato in montagna, al mare, anche a casa, è stata molto interessante e “liberante”. Avete voglia di provare anche voi
e poi raccontarmi com’è andata?

Autore: Luca Sticcotti

La vita torna in scena

Dal canto per Europa di Rumiz alla grande prosa di In scena, dai cantautori Michele Bravi, Morgan, i Rovere, al teatro per bambini, a quello amatoriale, ai corsi del Centro giovani fino agli interpreti di questo tempo sospeso: la suora di clausura Teresa Forcades, il cardinale Matteo Zuppi, Marco Balzano, Elvira Mujčić…

Anna Foglietta e Paola Minaccioni ne “L’attesa”

“È proprio lì, in mezzo al mare nero, che cominciai a sentire il canto d’Europa”.
Forse non ci rimane che il mito per tentare di capire quello che siamo in questo nostro tempo sospeso. Dentro il mare nero, oscuro, della nostra modernità presa in ostaggio da un virus informe che disintegra le antiche certezze, ecco che un narratore raffinato come Paolo Rumiz si fa sorprendere dal Canto per Europa, un viaggio fatto di barche di legno e remi di fortuna verso la libertà e la pace. La traversata di Rumiz andrà in scena sul palco del Teatro Cristallo il 7 ottobre alle ore 21. Il suo “Canto per Europa” (regia di Franco Però con Lara Komar, Giorgio Monte e musiche di Sasha Kalic e Vangelis Merkouris) sarà una potente metafora della speranza che sopravvive anche all’attraversamento del mare tenebroso, come avviene in questo mare limaccioso del tempo pandemico. Un tempo dove perfino i teatri e i cinema hanno dovuto spegnere luci e proiettori e sospendere i sogni in attesa di un ritorno possibile del canto, del delirio…
“La vita torna in scena” e tenta di riprendere il viaggio onirico verso un altrove possibile. Su questo ritorno in scena della vita il Teatro Cristallo ha costruito la nuova stagione 2021-2022, divisa in due atti, il primo fino a dicembre con gli spettacoli già programmati su libretto e la seconda a partire da gennaio con spettacoli ed eventi che verranno presentati successivamente, con l’avvio del nuovo anno.

Morgan

RACCONTI DI MUSICA
Dopo il concerto introduttivo di Michele Bravi la rassegna dell’associazione “L’obiettivo” curata da Lucio Paone, prosegue il 23 ottobre alle 21 con Morgan & Megahertz. I due artisti proporranno, sul palco del Cristallo, un viaggio epico-musicale sul solco di artisti famosi: David Bowie, Depeche Mode, Duran Duran, Kraftwerk. Sabato 25 alle ore 21 sarà la volta dei Rovere, una band giovanissima, nata e cresciuta a Bologna, che ha debuttato con l’album omonimo “Rovere”. Il 25 Novembre è la Giornata contro la violenza sulle donne con un palco tutto al femminile: Petra Gruber, Greta Marcolongo, Judith Pixner, Evi Mair e Camilla Guerrini. La serata “Donne in jazz. Stop the violence” vedrà anche l’esibizione di musicisti come Fiorenzo Zeni, Michele Giro, Flavio Zanon, Michele Vurchio. Sarà anche l’occasione per ricordare la cantante Michela Marinello.

Band Rovere

IN SCENA
La grande stagione in prosa del percorso “In Scena”, proposto in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano, inizia il 12 novembre alle ore 21 con “L’attesa” di Remo Binosi per la regia di Michela Cescon con Anna Foglietta e Paola Minaccioni. Cornelia, nobile veneta promessa i sposa al duca di Francia, è segregata in campagna dalla famiglia perché resa gravida da un altro uomo durante una festa di Carnevale. Il 24 novembre (ore 21), con Il Grigio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini – interpretato da Elio (arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri). Il 3 dicembre (ore 21) – va in scena uno spettacolo potente, di denuncia di quel male radicale che si insinua nelle pareti di casa e che penetra poi nella psiche delle vittime. “Dentro. Una storia vera, se volete” per la drammaturgia di Giuliana Musso, che è anche interprete del testo insieme a Maria Ariis, racconta la violenza sessuale come un segreto che permane tutta una vita dentro alle case, dentro agli studi dei medici, degli psicoterapeuti o degli avvocati.

CORPI ERETICI
Il 24 settembre alle 21 torna Alessandro Bergonzoni, per la rassegna Corpi eretici, con il suo “Trascendi e sali”, lo spettacolo firmato insieme a Riccardo Ridolfi. Bergonzoni provoca la coscienza morale perché superi e scacci via i demoni della violenza e della guerra e innalzi, oltre i confini sociali e gli impedimenti culturali, l’aspirazione alla pace. La forbice di Bergonzoni taglia, con le parole, il tessuto ingiallito dei luoghi comuni e delle ristrettezze dell’ordine e si fa anelito di un cambiamento possibile.

IL TEATRO È DEI BAMBINI
Il 9 ottobre alle 16.30 debutta la rassegna “Teatro per bambini” della compagnia teatroBlu con “Il piccolo clown” per la regia di Klaus Saccardo, che prosegue sabato 30, sempre alle 16.30 con con “Forse che sì, forse che no…” per la regia di Nicola Benussi. In questo viaggio fra passato e futuro alla ricerca di un nuovo senso della storia, non poteva mancare Pippi Calzelunghe, l’eroina che vuole difendere lo spazio magico dei bambini. La compagnia ariaTeatro mette in scena la sua storia per la regia di Nicola Benussi. La rassegna si chiude il l’11 dicembre con “Fratellino Sorellina”, un testo che racconta il desiderio di conoscenza e di innocenza che muove i bambini a superare ogni impedimento e crescere.

Pippi Calzelunghe

BUONA DOMENICA A TEATRO
Come ogni anno la Uilt (Unione italiana libero teatro) porta il pubblico a teatro con spettacoli comici e grotteschi per una domenica all’insegna delle risate. Sei le proposte fino a dicembre: Il 10 ottobre (sempre con orario 16.30) Jena Ridens, uno spettacolo carico di risate del Teatro Amathen di Verona. Il 24 ottobre un rifacimento del testo shakesperiano Questo Otello è tutta un’altra storia del Teatro Ronzinante. Il 14 novembre le Luci della Ribalta propongono Il colpo della strega. Il 28 novembre, Una casa di pazzi, spettacolo che ruota intorno al tema della salute mentale e alla “rivoluzione” della legge Basaglia. Il 19 dicembre, La verità di Freud de La Kombriccola di Merano.

I PERCORSI CULTURALI
Accanto agli spettacoli, Il Cristallo prosegue con le sue proposte culturali nei vari percorsi (Madre Terra, Educare alla giustizia, Le vie del sacro).
Mercoledì 29 settembre (ore 20.30) il palco del Teatro ospiterà una delle donne più interessanti e affascinanti della nostra Europa. Teresa Forcades è una suora benedettina di clausura spagnola che era destinata, prima della conversione ai temi della teologia femminista e teologia queer, a una folgorante carriera come medico immunologo. Il richiamo di Dio l’ha messa sui sentieri della ricerca di nuovi aspetti della teologia.
“Quando tornerò” è il titolo del nuovo romanzo di Marco Balzano, giovane scrittore affermato, noto al pubblico per il successo di “Resto qui”. Nel nuovo libro, che verrà presentato il 14 ottobre alle ore 18 per il percorso Madre Terra, l’autore sarà in dialogo con Liliana Di Fede.
Per “Le vie del Sacro” il 16 novembre, alle ore 18, ci sarà un altro ospite d’eccezione, ossia il cardinale di Bologna Matteo Zuppi che rileggerà l’enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti”.

Il teatro Cristallo ringrazia i sostenitori della nostra stagione, l’Assessorato alla Cultura Italiana della Provincia Autonoma di Bolzano, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Bolzano, la Regione Trentino Alto Adige, la Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano, Alperia SpA e la Cassa di Risparmio di Bolzano.

Foto principale: Elio in “Il grigio”. Fotografo: Giuseppe Maritati

(Inserzione pubblicitaria)

Responsabilità verso terzi nell’appalto

I danni derivanti a terzi dall’esecuzione di un contratto di appalto possono essere imputabili o all’attività svolta dall’appaltatore, ovvero direttamente alla cosa oggetto di appalto.
Sotto il primo profilo, la responsabilità è imputabile all’impresa esecutrice a seguito della dimostrazione, da parte del danneggiato, della verificazione di un fatto che abbia cagionato un danno ingiusto in capo ad esso e che tale danno sia causalmente riconducibile al predetto fatto secondo gli ordinari criteri in materia di responsabilità civile, improntati al criterio della causalità adeguata.
Sotto il secondo profilo, è applicabile l’art. 2051 del codice civile. In tale ipotesi al danneggiato sarà sufficiente provare il fatto dannoso, l’evento e il nesso di causalità (materiale) tra questo e l’evento. La rigorosa prova dell’esonero da responsabilità graverà invece in capo all’appaltatore, il quale sarà tenuto a dimostrare il cosiddetto caso fortuito, ossia la prova dell’intervento di un fattore esterno (quindi indipendente dalla sua eventuale colpa) tale da recidere il nesso di causalità.
è poi necessario verificare se vi possa essere spazio per una concorrente responsabilità del committente. Tale responsabilità, il più delle volte, non è configurabile, in virtù dell’autonomia gestionale riconosciuta all’appaltatore. La giurisprudenza è concorde nel ritenere che: a) di regola risponde dei danni cagionati ai terzi dall’esecuzione di un appalto solamente l’appaltatore; b) tuttavia, qualora il committente si sia ingerito nell’attività con specifiche direttive che hanno limitato l’autonomia dell’appaltatore risponde in concorso anch’esso; c) se poi le direttive del committente sono particolarmente “invasive”, con prova a carico del danneggiato, solamente il primo risponde dei danni; d) in ogni caso il committente risponde laddove si sia avvalso di una impresa palesemente inadeguata.
Chiaramente, il committente potrà contestare la sua responsabilità, allegando e dimostrando che l’esecuzione dell’opera da parte dell’appaltatore non è stata conforme al contratto e/o alle norme, anche tecniche, di esecuzione, al punto che tale condotta difforme dalle regole di diligenza, sia stata essa stessa causa esclusiva nella verificazione dell’evento dannoso.

Autore: Massimo Mira

SPID (prima parte)

Nel 2013, il deputato Stefano Quintarelli ebbe un’idea pionieristica: quella di rendere più semplice l’accesso ai servizi pubblici utilizzando le tecnologie informatiche. L’idea era quella di superare l’intricata burocrazia del cartaceo e dei classici “mille uffici” da consultare per ottenere un servizio, permettendo ai cittadini di accedere a quello stesso servizio tramite internet. Tra i problemi più difficili da risolvere, ce n’era in particolare uno. Quando si va in un ufficio, la prima cosa da fare è mostrare la propria identità. Come rendere possibile questo nel mondo digitale, garantendo sicurezza e privacy? Dalla soluzione di questo problema è nato l’ormai famoso SPID – letteralmente “Sistema Pubblico di Identità Digitale”, attualmente riconosciuto come sistema di riconoscimento della propria identità valido in tutti i paesi membri della Comunità Europea. Per poter richiedere lo SPID, è necessario rivolgersi a enti accreditati capaci di fornire l’identità digitale, e quindi creare “l’alter ego” digitale del cittadino. Questi enti, chiamati “identity provider”, sono riconosciuti e vigilati da AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale, agenzia pubblica che opera sotto la vigilanza diretta del presidente del Consiglio dei ministri. Come si può evincere facilmente visitando il sito ufficiale di SPID (www.spid.gov.it), nove sono gli “identity providers” attualmente accreditati. Tali enti definiscono specifiche procedure per creare l’identità digitale di un cittadino. Queste procedure si basano principalmente sul riconoscimento del cittadino effettuato da una persona preposta, tramite tesserino del codice fiscale, carta di identità, e riconoscimento facciale – esattamente come accade di solito. Ciò può avvenire in presenza o, per vari enti, utilizzando la videocamera del proprio computer o cellulare. Una volta effettuato questo primo passaggio, è possibile accedere a tutti i servizi associati a SPID utilizzando la propria identità digitale. In base alla tipologia di servizio e alla corrispondente esigenza di sicurezza, ci sono tre diverse modalità per poter provare la propria identità, corrispondenti a tre livelli di sicurezza. Per i servizi di primo livello, al cittadino viene richiesta la classica coppia “nome utente” e “password”… con il vantaggio che questa stessa coppia può essere definita una volta per tutte, e poi utilizzata per accedere a tutti i servizi collegati a SPID. Per i servizi di secondo livello, oltre al nome utente e alla password viene anche richiesta una ulteriore password “usa e getta” (in inglese OTP – one-time password), che viene generata da una app specifica da installare sul proprio cellulare. Per i servizi di terzo livello, viene anche richiesto l’uso di una smartcard – modalità di autenticazione supportata solo da alcuni degli “identity provider” attualmente accreditati.
In pratica, SPID ci permette di ricorrere ad un’unica modalità di autenticazione per provare la nostra identità nel mondo digitale. Ma a quali servizi possiamo accedere a quel punto? Ne parleremo nel prossimo numero della “città digitale”.

continua…

Autore: Marco Montali

Holzmeister, quell’architetto che cambiò l’immagine delle chiese

Clemens Holzmeister, Luis Trenker e Merano. Cosa hanno in comune un grande architetto, il primo, un altro architetto e noto alpinista, scrittore, regista il secondo, e la città sul Passirio?
Clemens Holzmeister nasce a Fulpmes in Austria il 27 marzo del 1886 da genitori tirolesi emigrati in Brasile e tornati in patria. Si diploma ad Innsbruck e prosegue i propri studi a Vienna, dove si laurea con una tesi sulla architettura dell’ Abbazia Cistercense di Stams. Nel 1924 apre uno studio di architettura con l’amico, di vecchia data, Luis Trenker.
Sarà proprio Trenker ad incentivarlo ed a stimolarlo nei grandi progetti architettonici. Agli inizi degli anni Trenta conta già la realizzazione di tre grandi opere architettoniche : l’Hotel Adler ad Ortisei, l’Hotel Tre Cime a Sesto e Villa Pretz a Bolzano.
Holzmeister nel 1935 è a Merano dove gli viene affidato l’impegnativo incarico di ricostruzione e ristrutturazione della chiesa parrocchiale di San Vigilio di Maia Bassa. Negli schizzi preparatori dal tratto fortemente espressionista, egli dà luogo ad una basilica dalla facciata neoromanica, con due campanili gemelli, alla maniera Normanna. Negli interni esegue un intervento rivoluzionario per quell’epoca: mantiene una parte consistente della primitiva impostazione della chiesa medievale facendo sì che il Coro ed il presbiterio precedente diventino cappella laterale posta sul lato sinistro.
L’edificio nella planimetria diventa una chiesa con formazione di pianta a “croce greca”. Anche qui è qualcosa di innovativo ed interessante. Nei coevi esempi dell’epoca veniva privilegiata l’impostazione della basilica tradizionale a “croce latina”, mentre quella scelta permette di avvicinare i fedeli alle funzioni religiose, cosa che avverrà solo con la riforma ecclesiale a partire dal 1965 (Concilio Vaticano Il, normative sugli edifici ecclesiastici).
Grande cura viene destinata al recupero degli elementi precedenti, affreschi e altorilievi, arricchendo la chiesa con nuove opere, quali l’affresco del nuovo altare opera di Rudolf Stolz (1936 / 38) e le nuove vetrate opera di Hans Pruester.
Sicuramente la sua formazione culturale e poetica, a partire dalla tesi di laurea, ha fatto sì che Holzmeister diventasse a partire da Merano uno dei più ascoltati e realizzatore di edifici ecclesiastici (una decina costruiti fra Austria e Germania ).
Allontanato dai regimi fascista e nazista, dal 1938 si rifugia in Turchia dove vi resterà fino al 1954 e dove continuerà la sua opera di architetto realizzando strutture di notevole pregio architettonico.
A Merano ed in tutto l’Alto Adige lascerà il segno. E sarà da guida per tutte le future generazioni di architetti e progettisti europei.

Autore: Flavio Schimenti

Padri, madri, figli dell’autonomia altoatesinasudtirolese

È difficile dire se personaggi come Silvius Magnago e Alcide Berloffa siano da considerarsi “padri” dell’autonomia o non piuttosto semplicemente “figli” della storia altoatesina. Figli di una terra particolare, che può mostrare la sua specialità da ben prima del 1972 (o del 1969). Terra di confine, terra di contraddizioni.

Il percorso “Autonomiae”, installato all’inizio del mese in mezzo ai palazzi provinciali, ruota attorno a questi due nomi: Magnago e, più defilato (come sempre fu), Berloffa.
Di Silvius Magnago leggiamo che, “considerato unanimemente il padre dell’autonomia sudtirolese, durante il suo lungo mandato ha avuto il grande merito di aver perseguito la pacifica convivenza tra i gruppi linguistici e avviato l’Alto Adige sulla strada del benessere e dello sviluppo”. Di Alcide Berloffa: “È considerato uno dei protagonisti della storia dell’autonomia altoatesina. Nel corso del suo lungo percorso politico ha seguito con grande sensibilità e capacità di mediazione le trattative tra Roma, Vienna e Bolzano”.
Diciamo pure che senza i Berloffa, i Moro, i Gargitter, l’autonomia che oggi conosciamo non avrebbe mai visto la luce. Se Magnago fu il padre, loro furono – se mi è permesso – la madre. Loro che, come succede ahimè a molte madri, lavorarono spesso dietro le quinte con umiltà, a volte a correggere gli errori dei padri.
Ma se vogliamo dare completezza al racconto del cammino dell’autonomia che, come giustamente si sottolinea, è sempre “dinamica”, non si può non pronunciare un terzo nome, quello di Alexander Langer. Fu Langer, sottolineandone le contraddizioni e le aberrazioni, a dare all’autonomia un’anima che andasse oltre i concetti di riparazione e rivendicazione, oltre l’approccio politico-diplomatico, oltre l’equilibrio instabile tra i nazionalismi. Un’anima europea in comunicazione col mondo.

Autore: Paolo Bill Valente