Storia di Annette von Menz, la benefattrice

“Passaggio Annette von Menz”: è uno dei vicoli con i quali si può transitare dai Portici a via Streiter. Chi era Annette e che ruolo ebbe nella città di Bolzano? Anna von Menz era nata a Bolzano il 30 gennaio 1796; i genitori facevano parte della cerchia di famiglie, come i Menz e i Gumer, più stimate e ricche di Bolzano. Fino all’età di 15 anni Anna, oltre a giocare con l’amica veronese Elisabetta de Mori, passò il tempo a dipingere quadri, leggere libri per ragazze, cucire, suonare il pianoforte. Fu infatti a 15 anni, morta nel 1811 la madre (il padre era morto nel 1801), che Anna divenne la più ricca ereditiera di Bolzano. Fino al raggiungimento dei 24 anni, oltre al tutore dottor Anton Grabmayr, secondo il codice napoleonico ci doveva essere anche un consiglio di famiglia. Anna ebbe anche, dal maggio 1811, una governante, Madame Nizolle; da allora Anne divenne Annette. Il consiglio di famiglia si allarmò al sapere che il colonnello francese barone Gaston de la Croix aspirava alla mano di Annette. Informatisi meglio su di lui, si scoprì che era vedovo e aveva un’amante; il colonnello cercava di apparire più giovane, oltre ad essere un tipo superficiale e litigioso. Madame Nizolle e il colonnello de la Croix lasciarono Bolzano. Anna von Menz, passate le emozioni della storia con l’ufficiale francese, il 6 marzo 1816 si sposò a Rovereto con Carlo de Panzoldi di Monteolivo, che morì pochi mesi dopo le nozze. Tre anni dopo, il 19 aprile 1819, Anna von Menz sposò di nuovo il conte Ludwig von Sarnthein. Ludwig, oltre ad amministrare i beni dei Menz, doveva pensare alla propria residenza nobiliare Rottenbuch e ai tre castelli sarentinesi; ma era anche molto attivo nella vita pubblica.
La contessa Anna von Menz dal 1820 al 1837 ebbe sette figli, tre maschi e quattro femmine. La famiglia visse per lo più nell’attuale palazzo Toggenburg. Morto Ludwig nel 1867, Anna von Menz, oculata amministratrice del patrimonio personale ma anche anche grande benefattrice, morì a Soprabolzano il 1° luglio 1869.

Autore: Leone Sticcotti

The Shea: un nuovo album tra strumenti vintage e sonorità british

All’anagrafe si chiama Othmar Schönafinger, ma da diversi anni si è creato un seguito nel settore della musica online con lo pseudonimo The Shea (ogni riferimento allo stadio newyorchese in cui si esibirono i Beatles è tutt’altro che casuale), dapprima con degli interessanti singoli sempre accompagnati da belle copertine, perché nella vita The Shea fa il grafico, poi con un LP uscito nel 2018 per l’etichetta viennese Konkord. Tutto rigorosamente fatto in casa, nel suo studio in cui ha assemblato programmi e strumentazione d’epoca per ricostruire le sonorità che stanno alla base del nuovo lavoro, Disappear, uscito lo scorso 30 luglio.

“Si tratta di un disco che in realtà era già pronto quando la Konkord ha dato alle stampe quello precedente – ci racconta l’artista –, doveva anzi essere questo il disco previsto per il 2018, poi alla casa discografica mi hanno detto che a loro piacevano molto i brani che avevo messo in rete negli anni passati e così questo Disappear è stato messo in lista d’attesa. Un anno fa mi hanno detto che avevano deciso di non proseguire la collaborazione, erano contenti di come il disco era andato ma che avevano altri progetti. All’inizio di quest’anno però mi hanno ricontattato dicendo che avevano riascoltato il materiale è che si erano dimenticati che fosse così buono e che volevano a tutti i costi pubblicarlo. Non solo, stavolta lo hanno fatto in più formati: il vinile nero col CD allegato, il download digitale, l’edizione limitata in vinile colorato color marmo, il CD, il vinile colorato con allegato il 45 giri a tiratura limitata. Io non me lo aspettavo, ero comunque contento dell’esperienza fatta col primo disco, ma devo ammettere che essere stato ricontattato da loro, per il mio ego è stata una cosa davvero appagante”.
Rispetto al disco precedente Disappear vira più verso il sound degli anni settanta, con la scelta di usare strumenti ben precisi: The Shea conosce i suoni che vuole e quelli a cui si rifà, si suona tutte le parti strumentali e cura tutte le voci; stavolta però si è avvalso dell’aiuto di Alex Eschgfäller (già cantante dei John’s Revolution, precedente creatura di Othmar), che in un paio di canzoni suona la batteria. Inoltre, il nostro ha voluto provare l’ebbrezza di andare a registrare almeno un brano del disco, Murder Serenade, in uno studio professionale londinese, quello di Gilles Barrett che in questo brano si occupa anche del basso: tutto il resto è farina del sacco e delle mani di The Shea.
“Ero curioso – ci dice The Shea a questo proposito – di vedere e sentire come sarebbe suonata una mia canzone registrata con le orecchie di un inglese che conosce a menadito questi suoni. Nel mio DNA musicale c’è il pop inglese, dai Beatles ai Libertines e ai Babyshambles, e un tecnico inglese come Gilles sa come questa musica deve suonare, inoltre al Soup Studio vi sono chitarre Gretsch, batteria Ludwig, microfoni Neumann, tutti strumenti originali d’epoca. Poi in tutti i brani c’è la tastiera Eko Tiger che ho avuto in regalo da un amico che l’avrebbe buttata, io l’ho messa a posto e ora il suo sound è parte integrale della mia musica”.
Nel complesso il nuovo disco è un passo avanti rispetto ai già importanti risultati del suo predecessore, innanzitutto può contare su due accattivanti singoli usciti come video realizzati sempre in proprio e intitolati Liar (molto immediata e con un video che è un omaggio dichiarato a Elvis Presley) e Pumping In Your Chest (che in qualche modo richiama anche il periodo bubble gum di Giorgio Moroder, ben prima di Donna Summer e del successo interplanetario).
In Liar poi, c’è, ben inserita tra le pieghe del tessuto musicale, una chitarra che suona molto George Harrison.
“I Beatles – continua The Shea – sono un punto fermo. Anche se non cerco di fare musica beatlesiana, in qualche modo la loro lezione fa sempre capolino”.
Il sound del gruppo spunta anche nell’ultima canzone del disco, Got To Get To, l’esplicita The Bombs è invece un atto d’accusa alla politica di Trump, mentre nel brano che chiude il lato A, Sundance, è evidente la passione dell’artista per il cinema western e per le colonne sonore di Ennio Morricone: fin dalle prime note è perfettamente intuibile la sensazione dell’andatura stanca del cavallo che va incontro al sole che tramonta.
Unico rammarico l’impossibilità di eseguire il disco dal vivo: “Suonando tutto da solo – conclude Othmar – avrei bisogno di una band, ma per questa musica ci vogliono musicisti che siano appieno dentro il mood di questo suono, a partire dal suono per arrivare al look!”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Impegno e iniziative in consiglio di quartiere

Ad un anno dalle elezioni comunali di Bolzano, il giovane consigliere della circoscrizione di Europa-Novacella Mirko Bez propone un suo focus sulle esigenze del proprio quartiere e sui rapporti tra politica locale e cittadinanza, raccontando la sua esperienza segnata dal Covid-19.

Come sta procedendo il lavoro in circoscrizione?
Quest’anno abbiamo svolto la maggior parte delle nostre sedute in modalità online. Sembra banale dirlo ma, non potendo ritrovarci in presenza ed essendo questo il primo anno di attività, non si è creato un rapporto diretto tra tutti i consiglieri; spesso le idee migliori nascono dai confronti informali che avvengono anche al di fuori della riunione, non avendo queste occasioni è stato difficile proporre nuove idee per migliorare la vita del quartiere.

Facciamo un salto indietro: da dove nasce il tuo interesse per la circoscrizione e perché hai scelto di impegnarti politicamente?
Ho vissuto tanti anni a Europa-Novacella; qui ho svolto l’intero percorso scolastico e, dunque, conosco bene il quartiere. Vedendo altri miei coetanei impegnarsi in politica, proprio nelle diverse circoscrizioni, ho scelto di seguirli candidandomi alle elezioni comunali dello scorso anno.

Dopo questa breve esperienza, ancora da concludere, credi che le circoscrizioni abbiano una loro valida utilità?
L’esperienza fatta finora mi ha fatto capire le esigenze di tutti, dalle famiglie ai più giovani. In consiglio di quartiere si fa la differenza nelle piccole cose, per il resto c’è sempre il Consiglio Comunale. Credo, inoltre, che impegnarsi in qualcosa sia sempre meglio di stare fermi a guardare, se poi si riesce effettivamente a migliorare e portare avanti ciò che si ritiene giusto ben venga.

Ad esempio? Quali sarebbero le priorità per Europa-Novacella?
In primo luogo, da parte della cittadinanza si percepisce l’impossibilità di organizzare eventi all’aperto, feste di quartiere, e trovare luoghi di aggregazione, sia per giovani che per gli anziani. Questa è una problematica che andrebbe risolta. Penso comunque che il nostro compito, come consiglieri, sia quello di cercare di migliorare la qualità della vita quotidiana dei residenti attraverso interventi mirati. Tuttavia, non bisognerebbe dimenticare la visione di insieme del quartiere, attuabile attraverso progetti di più ampio respiro come il rifacimento di via Palermo e la rivalutazione di zone centrali per la vita del quartiere come, ad esempio, il progetto SoBo, che permetterebbe la rivalutazione della zona commerciale tra via Torino, via Dalmazia, via Rodi e piazza Matteotti. Inoltre, sarebbe da mettere in atto la progettazione di nuove aree verdi, replicando l’esperienza positiva di piazza Ziller e di piazza Don Rauzi dove, in uno spazio già esistente, sono state create delle aree verdi vivibili.
Infine, ma non per importanza, si dovrebbe cercare di collegare le varie ciclabili tra loro, così da tutelare maggiormente gli utenti della strada, incentivando l’utilizzo della bicicletta per gli spostamenti all’interno del quartiere o nei quartieri limitrofi. Questo avrebbe anche delle ripercussioni positive sul commercio di vicinato.

Autore: Andrea dalla Serra

Bambini con genitori separati: ecco il supporto

A fine ottobre torneranno attivi i GDP, Gruppi di Parola per figli di separati, organizzati dall’ASDI di Bolzano, il Centro di Mediazione Familiare che ha seda a Bolzano in via Diaz. Gli incontri saranno gratuiti e permetteranno ai bambini e ragazzi di affrontare la separazione con una cassetta degli attrezzi a portata di tutti, sfogandosi attraverso strumenti come il disegno, il gioco, la lettura, la parola.

Tra i problemi alimentati dall’avvento del Covid e dei conseguenti lockdown, c’è anche quello delle crisi delle relazioni e dei matrimoni. Il dover rimanere chiusi in casa ha messo a dura prova la vita di coppia, contribuendo a incrinare rapporti a volte già complicati tra fidanzati e sposi, oltre a farci perdere il contatto sociale con amici e conoscenti. In Italia, secondo quanto riportato dall’Associazione Nazionale divorzisti, il primo lockdown di marzo 2020 ha causato un aumento delle separazioni del 60% rispetto all’anno precedente. Numeri che in Alto Adige erano allarmanti già nel 2019, quando l’Astat comunicò la separazione di 655 coppie nel solo anno solare, quasi due al giorno. E il ventaglio di motivi è ampio: da una semplice prospettiva di vita che non contempla più l’altro partner, alle incomprensioni giornaliere, dalla situazione economica difficile all’infedeltà coniugale, arrivando, purtroppo, anche ai casi di violenza domestica. Si tratta di situazioni che, se vengono ridotte al minimo comune denominatore, restituiscono sempre e soltanto una grande vittima: i figli. Sono loro infatti che, nella quasi totalità dei casi, devono farsi carico del malessere che i genitori riversano su di loro, patendo una condizione di disagio che può incidere pesantemente sul loro equilibrio psicologico. Il momento della separazione dei genitori può essere un momento traumatico per i figli, costretti a confrontarsi con la preoccupazione di poter perdere il loro affetto, sentirsi soli e non avere nessuna valvola di sfogo per parlare ed esprimere ciò che provano.
Proprio per questo è necessario offrire loro il massimo supporto. A fine ottobre torneranno attivi i GDP, Gruppi di Parola per figli di separati, organizzati dall’ASDI di Bolzano, il Centro di Mediazione Familiare. Gli incontri saranno gratuiti e permetteranno ai bambini e ragazzi di affrontare la separazione con una cassetta degli attrezzi a portata di tutti, sfogandosi attraverso strumenti come il disegno, il gioco, la lettura, la parola. A condurre i gruppi saranno dei conduttori qualificati che aiuteranno i bambini a buttare fuori ciò che nel momento della separazione dei genitori spesso accumulano.
“Questi gruppi vogliono dare ascolto alle parole dei figli senza patologizzare la separazione o un divorzio, non interpretiamo le loro parole, né delegittimiamo i genitori o riferiamo a loro ciò che emerge”, spiega la dottoressa Roberta Cirimbelli, coordinatrice del progetto, con la quale abbiamo scambiato quattro chiacchiere sull’argomento.

Dottoressa, quello delle separazioni sembra essere un fenomeno sempre più frequente che colpisce in prima persona molti bambini. È davvero così?
Sicuramente sì, l’aumento di questo fenomeno è evidente. Il Covid ha fatto esplodere la bolla dei problemi e favorito il processo di distacco tra quei genitori che da tempo non andavano più d’accordo. I bambini, dovendo restare a casa, hanno visto nascere e svilupparsi conflitti che prima non conoscevano perché venivano tenuti nascosti, trovandosi in mezzo a loro malgrado.

E ciò cosa ha comportato?
I
l non riuscire ad esprimere il proprio disagio verbalizzandolo. I bimbi sono come spugne, e il rischio maggiore è quello di trasmettere un modello di relazione di coppia e di famiglia dove è normale non essere sereni, non condividere, non rispettare, non amare.

Come si ‘protegge’ il proprio figlio dal trauma della separazione?
È necessario tenere sempre a mente che l’aspetto più esposto del bambino è quello psicologico. È fondamentale quindi non coinvolgerlo nelle liti o utilizzarlo come pretesto per una discussione, anche se spesso ciò avviene inconsciamente. I bambini ascoltano molto e si rendono conto della situazione che si sta vivendo. Gli adulti devono capire che si è genitori per tutta la vita, quindi è fondamentale per i figli che loro continuino a rispettarsi a vicenda e che collaborino entrambi per crescerlo al meglio.

Non è sempre facile però…
Certo, ma è necessario per i figli perché devono adattarsi ad una nuova situazione. Quando i genitori si separano, loro si sentono in preda alla frustrazione e al disagio, e i bimbi si sentono in colpa e smarriti. Questo crea un cortocircuito che divide più che unire, togliendo punti di riferimento. Per questo esistono iniziative e gruppi in cui è possibile cacciare fuori i pensieri e i propri tormenti che a volte faticano ad uscire.

Autore: Alexander Ginestous

Il riferimento in aula studio

QuiIntervista a Miruna Andrei, nata 22 anni fa in Romania ed è arrivata a Merano quando aveva appena 11 anni. Si è diplomata all’Istituto tecnico economico Gandhi e attualmente frequenta il terzo anno di università a Bolzano. Gestisce inoltre l’Aula Studio di Merano di via Ugo Foscolo, uno spazio in cui tutte le studentesse e gli studenti meranesi possono ritrovarsi per studiare.

La cosa che mi piace di me. 
Lo sguardo.

I tratti principali del mio carattere. 
Curiosità, solarità, simpatia ed empatia.

Il mio difetto più grande. 
L’essere sfuggente e lunatica.

Una delle volte in cui sono stata più felice. 
Quando a quattro anni ho fatto la foto con un Chow Chow ed ero convinta che fosse un leone.

Da bambina sognavo… 
Di diventare una contadina, con tanto di trattore!

La mia occupazione preferita. 
Viaggiare, incontrare, contemplare, ascoltare.  

I colori che preferisco. 
Il verde e il viola.

Il fiore che amo.
L’oleandro.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare. 
Vedere il deserto.

Se fossi un animale sarei…
Un gatto nero.

L’errore che non rifarei. 
Abbandonare l’idea di scegliere un percorso universitario umanistico.

Non sopporto… 
I miei difetti.

Nel mio frigo non manca mai… 
Il brie.

Per un giorno vorrei essere… 
Frida.

Le qualità che preferisco nelle persone. 
Intelligenza e follia, grazia, trasparenza, pazienza, determinazione.

Il mio eroe. 
Chi agisce nel bene fuori dai riflettori.

Il dono di natura che vorrei avere.
La magia.

I miei artisti preferiti. 
Tutta l’arte mi affascina e mi colpisce e per questo mi viene difficile nominare degli artisti preferiti. Ma provo a citarne alcuni: Frida Kahlo, Salvador Dalì, Javier Royo, Julia Roberts, Marcos Severi, Manu Chao, Lou Dillon, Calcutta, Maluma, Rino Gaetano e altri altri ancora.

Il mio motto.
“Révolution… pour le bonheur”.

Il potere dell’immaginazione

QuiIntervista a Sandra Montali, che si è laureata in Lettere Moderne a Roma in anni lontani e battaglieri. Ha insegnato con passione l’italiano seconda lingua in diverse situazioni. Le interessano gli incroci tra culture e il potere dell’immaginazione; letteratura e arte si intrecciano nelle sue vite parallele. È autrice del libro per gli insegnanti “L’italiano con l’immaginario” sulla Simulation Globale, un innovativo metodo di insegnamento delle lingue, che segue un approccio umanistico e narrativo.

La cosa che mi piace di più di me.
L’allegria e la leggerezza.

Il mio principale difetto.
La superficialità.

La volta che sono stata più felice.
Stavo senz’altro sguazzando nelle dolci acque di un’isola mediterranea.

La volta che sono stata più infelice.
L’ho sicuramente rimossa.

Da bambina sognavo di diventare… 
Una creatura magica.

La persona che ammiro di più.
Renzo Piano.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“L’amore ai tempi del colera” di Marquez.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Fare il giro del mondo con i mezzi pubblici.

L’ultima volta che ho pianto.
In maggio. Tutta la notte, aspettando l’esito dell’operazione al cervello di mio marito.

La mia occupazione preferita.
Vagabondare e parlare con gli alberi.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Accanto a una lunga distesa di acque turchine, increspate di onde bianche.

Il mio piatto preferito.
Quelli cucinati con pochi e scelti ingredienti, di cui gustare il semplice sapore.

Il mio pittore preferito.
Quello che mi ha riempito di quadri coloratissimi tutta la casa.

Non sopporto…
Il vittimismo.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il monopattino di legno che non mi hanno mai regalato.

L’oggetto a cui sono più legata.
Gli occhiali colorati senza i quali non riuscirei a muovere un passo.

Il mio primo ricordo.
Pare che abbia riso la prima volta da neonata, sentendo lo scrocchiare dell’insalata che stava mangiando mia madre.

Il mio più grande rimpianto.
Che ai miei tempi non ci fosse l’Erasmus e quindi anche la possibilità di imparare lingue vivendo insieme.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Di anni ne ho 73, e tendo a limitarmi al gustoso presente, per scaramanzia.

Per un giorno vorrei essere…
Un drago volante e fiammeggiante.

Se fossi un animale, sarei…
Una cinciallegra.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
I miei colleghi hanno creato con i loro studenti isole, hotel e palazzi popolati di storie e personaggi immaginari, a partire dal mio libro.

Il mio motto:  
Si impara per vie traverse (Illich).

Autrice: Caterina Longo

Vadena, una ripartenza con nuove energie

La nuova giunta comunale di Vadena si è insediata proprio all’inizio della seconda ondata della pandemia, nell’autunno 2020. Il sindaco Elmar Oberhofer ci ha raccontato come è andato quest’anno tra le difficoltà, ma anche tanti nuovi progetti e la forza di un paese rimasto unito.

L’autunno è un momento di  ripartenza per tutti. Anche il comune di Vadena riparte, dopo un anno di strette legate alla pandemia. Ce lo racconta il primo cittadino Elmar Oberhofer, che nonostante le difficoltà non ha mai abbandonato i suoi concittadini. “Supereremo questa pandemia il più presto possibile, questo è il mio augurio”.

Un insediamento della giunta comunale all’inizio della seconda ondata, quello di Vadena. Come è stato? 
In realtà non particolarmente complesso. Da quindici anni lavoro in Comune, sono stato anche consigliere comunale e dunque questo mondo non mi è nuovo, conosco i miei colleghi e tutti i meccanismi del mestiere. Ovviamente la pandemia ha richiesto grande spirito di adattamento, che anche Vadena non ha tardato a seguire: abbiamo trasferito i servizi a distanza, anche se ci siamo sempre impegnati a mantenere qualche ufficio aperto, nel rispetto delle norme di contenimento del virus. L’anagrafe, ad esempio, offre vari servizi che non possono essere forniti a distanza; quindi, è rimasta aperta e ci ha permesso di mantenere il contatto con i cittadini.

Come è stata affrontata l’emergenza sanitaria? 
Vadena è un piccolo comune che conta poco più di mille abitanti e perciò la situazione non è mai sfuggita di mano. La prima cosa da organizzare e affrontare, non appena insediata la giunta, sono stati i tre giorni di screening con i tamponi rapidi a novembre. La popolazione ha reagito bene e il paese è rimasto molto unito e per fortuna non ci sono state vittime. Dovendo fare un bilancio, è stato un anno più o meno positivo. 

Quale è stato l’ostacolo più grande che ha dovuto affrontare? 
Senza dubbio il periodo durante il quale due assessori sono risultati positivi al virus. Il momento era complesso di per sé, la gestione del Comune era a distanza e ovviamente avere due collaboratori malati non è stato il massimo. Ho avuto anche paura per i cittadini più anziani – su 1.073 abitanti, Vadena conta all’incirca 40 ultraottantenni – e saperli malati mi teneva col fiato sospeso. Ora per fortuna stanno tutti bene. 


Elmar Oberhofer

Il settore più colpito, invece? 
A livello nazionale è stato il turismo. Qui gli alberghi si basano sul turismo dei laghi, in particolare del laghi di Caldaro e Monticolo. Non dovendo affrontare la stagione invernale, il bilancio è stato abbastanza positivo e, in generale, il settore può considerarsi salvo.

Con quale umore ha affrontato questo periodo? 
Sono sempre stato molto fiducioso e ottimista. Si inizia ad intravvedere la luce in fondo al tunnel, anche grazie alla campagna di vaccinazione a cui gli abitanti stanno rispondendo in maniera molto positiva. Si è infatti da poco conclusa la nostra esperienza con il VaxBus, che ha riscosso successo nella zona.

Qual è l’umore dei cittadini, invece? È cambiato nel corso di quest’anno? 
Devo ammettere che è cambiato parecchio. I mesi invernali non sono stati facili, si sentiva la gente che si lamentava: essere chiusi sempre a casa e non poter lasciare il proprio comune non è semplice. Adesso la gente è più sensibile, un po’ per tutto, questa è sicuramente una cosa negativa che ha portato la pandemia, una volta si era un po’ più flessibili. Ora, nel periodo estivo, mi sembra che la situazione sia migliorata parecchio: da quando la gente si può muovere, andare al ristorante e al bar, ma soprattutto in ferie e lasciare il comune, è più tranquilla, forse anche contenta. Penso che non si sia tornati come prima ma l’umore è di nuovo positivo. 

Quali sono i piani per il futuro? È fiducioso? 
Sono fiducioso che questa pandemia, nel giro massimo di un anno, sia superata e che si torni, spero al più presto, ad una situazione quanto più normale possibile. Sono anche convinto che non tutto tornerà a come era prima della pandemia, però la maggior parte delle cose torneranno di nuovo ad essere viste e vissute in maniera più ottimista. Spero di avere ragione.

Quali sono state le iniziative portate avanti dopo la ripartenza?
Attualmente la giunta comunale sta lavorando a diversi progetti pubblici. Uno di queste, ad esempio è pensato per i nostri anziani, che ci hanno fortemente richiesto un orto: la giunta ha quindi aggiunto ai 14 orti già presenti negli Schrebergärten altri cinque orti a Vadena Nuova. Ci siamo anche dedicati ai giovani e ai bambini, rifacendo il parco giochi dietro a uno dei complessi scolastici, cosicché anche i più piccoli abbiano nuovi spazi per potersi divertire. E la lista potrebbe continuare a lungo… 

Un ultimo pensiero.
Vorrei ringraziare tutti i cittadini e le cittadine e specialmente le associazioni di volontari, i nostri vigili del fuoco che in questi mesi, quando c’era bisogno, hanno sempre dato una mano all’amministrazione comunale. Vorrei ringraziare di cuore tutti, anche perché organizzare il primo atto di test di massa in novembre non è stato semplice. Fa molto piacere sapere che, nonostante tutte le difficoltà che ciascuno ha avuto con la pandemia, il paese è restato unito e abbiamo superato insieme questi mesi. Devo ringraziare anche gli uffici comunali: i collaboratori hanno dato il massimo per gestire il comune nella maniera più normale e serena possibile. 

Autrice: Ana Andros

Don Bosco, un autunno di proposte

Al Centro Don Bosco sono ancora “freschi” e vividi i ricordi del Grest e del campo tenda, nonostante l’estate ormai sfumata. La soddisfazione per la stagione appena trascorsa è tanta e certamente alimenterà con nuove energie la macchina organizzativa del Don Bosco, che sta lavorando a pieno ritmo alle attività autunnali.
Ne abbiamo parlato con Florian Thaler, responsabile per le attività giovanili, partendo dalla sua impressione sulle attività estive: “È un conoscersi e ri-conoscersi” – spiega Thaler con la calma di che ne vede molte, ma non perde l’entusiasmo. “Con l’interruzione delle attività a causa della pandemia, molti ragazzi si sono persi per strada, e, soprattutto, in questi mesi siamo cambiati noi e sono cambiati loro; occorreva riprendere le misure”. La voglia di tornare a stare insieme, comunque, quest’estate non è mancata: il campo tenda ha riscosso un successo inaspettato, con 140 iscritti in tre turni ed anche le settimane del Grest hanno registrato il tutto esaurito. “Certo, il post covid si è sentito: meno tenuta fisica, più timori ed una grande attenzione alla sanificazione”, continua Thaler. Durante gli incontri estivi in molti hanno manifestato la volontà di continuare ad incontrarsi anche durante l’anno, ci aveva raccontato Paola Massimio, volontaria del Grest, nello scorso numero.
Destinazione radio
Un filo diretto che il Centro Don Bosco vuole continuare a mantenere anche con le attività autunnali. Che verranno “presi per l’orecchio”. Destinazione radio è infatti il nome del progetto che prenderà avvio da metà ottobre e che guiderà ragazzi e ragazze passo passo alla realizzazione di una trasmissione radiofonica in diretta. Ognuno potrà portare la propria musica o proporre dei pezzi di altri, per costruire, insieme a un fonico specializzato, una trasmissione musicale. Si tenta così di captare l’interesse di molti giovani a Laives, che scrivono e compongono – a quanto pare molta musica del genere trap, ma non solo.
Per i più piccoli continua invece il servizio del doposcuola nel pomeriggio, con l’aiuto per i compiti ma anche giochi, educazione musicale e al movimento e diversi laboratori, come ad esempio quello di cucina. Il doposcuola riprende infatti per questo nuovo anno scolastico, dopo una stagione in cui non si era mai interrotto, anche se con molte regole e limitazioni.
Anziani: ritrovare la fiducia
Sul fronte degli anziani ha preso nuovamente avvio, da metà settembre, il pomeriggio anziani, che si svolge ogni lunedì e mercoledì dalle 14.30 alle 18 un’occasione per trascorrere del tempo insieme. Per tutta l’estate e fino all’inizio di ottobre si sono svolti invece i soggiorni degli anziani a Cesenatico al mare, a Predazzo e alle terme di Abano, per gli ultimi turni. Nonostante le adesioni, per gli anziani il bilancio ha un sapore dolce-amaro: “Con il settore degli anziani siamo stati sostanzialmente fermi da ottobre 2020 a quest’estate e, anche se ci siamo impegnati per tenere i contatti, non possiamo non avvertire le paure e i timori nel riprendere una vita sociale. Molti temono il contagio e preferiscono non rischiare, perché si sentono fragili: la paura è per se stessi o per il compagno o la compagna affetti da qualche patologia. Ad esempio, negli anni precedenti avevamo numerosi volontari che ci davano una mano per i campi tenda dei ragazzi. Quest’anno in molti non se la sono sentita”. Intanto, lascia ben sperare un primo sondaggio fatto per tastare l’interesse sulla ginnastica e i balli di gruppo per la terza età: a quanto pare l’interesse non manca. Non resta che augurarci che un po’ di fiducia venga ritrovata al ritmo di un valzer.

Autrice: Caterina Longo

Oltre la pittura, lezioni di sguardo

È un dialogo sul filo della luce e del colore e molto di più “PitturaxPittura”, la mostra inaugurata sabato 25 settembre scorso all’associazione lasecondaluna di Laives. L’esposizione mette in relazione l’opera degli artisti Federico Casati (Milano, 1968) e Rolando Tessadri (Mezzolombardo, 1968), che da sempre si confrontano con la pittura. Ma definirla una mostra di pittura sarebbe riduttivo. Perché la pittura è solo un punto di partenza, che, se stiamo al gioco e aguzziamo la vista, può prendere altre strade -moltiplicarsi, come suggerito dal segno “x” nel titolo- e arrivare a far vacillare ciò che crediamo di vedere, e quindi di conoscere.

Le opere di Casati e Tessadri nascono da un processo che inizia con una accurata preparazione e una grande padronanza di mezzi tecnici e pittorici e termina, o meglio ricomincia, nell’occhio di chi guarda. Sono opere sottili, che esaltano la riduzione e la sottrazione senza essere mai finite, né chiuse, perché mutano col tempo, con il meteo e con il cambiare della luce. Ma soprattutto con il nostro punto di vista.

Federico Casati presenta diversi lavori realizzati negli ultimi due anni  fino a oggi. L’artista crea tavole su cui applica degli elementi in ottone, cerchi di diverse dimensioni che fuoriescono dalla superficie del dipinto e allo stesso tempo ne fanno parte, perché colorati in tonalità simili allo sfondo. Questo rende difficile riconoscere, leggere chiaramente il quadro. Ne abbiamo parlato con l’artista.

Qual è il meccanismo dietro alle sue opere, come “funzionano”?
Le mie opere cercano di disorientare l’occhio di chi guarda: sul dipinto si vedono delle ombre, ma in un primo momento è difficile capire da cosa siano generate, si può pensare che siano dipinte. Ma poi, cambiando il punto di vista, e la luce, cambiano anche le ombre… insomma l’opera non ha mai una forma definitiva ed è difficile cogliere come sia nella realtà. 

Una questione di visione?
Si, ma non solo. Questa mutevolezza per me esprime il labile confine tra realtà e apparenza, metafora del mondo intorno noi, in cui siamo immersi. E non mi riferisco solo al piano estetico e della percezione, ma anche al piano delle relazioni con gli altri, alla difficoltà di conoscere il vero volto, la realtà di un fenomeno o di un rapporto. Conoscere cosa si cela dietro ciò che appare ai nostri occhi è aspirazione impossibile, quanto ammaliante: il tema è ampio, da brevi cenni sull’universo, noi qui ci permettiamo di volare meno alto parafrasando una frase scritta da Stephen King nel celebre romanzo ‘It’: “vedere la forma autentica della cose vuol dire conoscerne il segreto”.

Federico Casati e Rolando Tessadri

Rolando Tessadri crea invece dei monocromi (cioè tele di un solo colore o tonalità) – spesso di grandi dimensioni, come quelli esposti alla secondaluna: due dipinti inediti del 2020/21, che superano i tre metri. L’artista lavora con la tecnica del frottage, intervenendo con una spatola sul colore appena steso. Una modalità che si pone a metà strada tra pittura e grafica – in uno stretto intreccio tra tela e pigmento. 

Una ricerca intensa, prolungata e silenziosa, che porta alla creazione di lievissimi passaggi cromatici, una “sfida” che non tollera sguardi superficiali, ma esige uno sforzo in più. “Il rapporto con lo sguardo non può che essere complesso” – ha detto l’artista. Le sue opere hanno subito un’evoluzione “rispetto al periodo precedente, in cui mi sono concentrato sui bianchi e grigi, sui ‘non colori’, che esigevano una visione frontale e di superficie, legata a una certa temperie minimalista, negli ultimi due anni è emerso il bisogno di una pittura più comunicativa, sono passato ai colori più chiari. E ho sentito l’esigenza di dare dei titoli”, racconta Tessadri. Uno sviluppo e una apertura avvenuti, per assurdo, durante i mesi di chiusura e di lockdown, in cui Tessadri ha trascorso molto tempo nel suo studio a Salorno. Quanto ai titoli delle opere, essi sembrano attribuire caratteri ai colori, e agli stessi dipinti. Leggiamo ‘Pensiero interrotto’, ma anche ‘Ipocrita’ e ‘Ospite sospetto’: ognuno è libero di cercarlo fuori o dentro di sé.

PitturaxPittura 
a cura di Stefania Rossi
lasecondaluna, sala Espositiva, via Pietralba 9, Laives. 
Ingresso gratuito, Green Pass obbligatorio. Fino al 16 ottobre, giorno in cui si svolge un artist talk alle ore 18.30 (incontro gratuito ma prenotazione obbligatoria scrivendo a info@lasecondaluna.eu).

Autrice: Caterina Longo

Castelvecchio, luogo di solenne sacralità

Nel corso dei nostri viaggi attraverso l’Unterland abbiamo vistato i diciotto comuni che fanno parte della comunità comprensoriale Oltradige-Bassa Atesina. Quasi sempre ci siamo fermati solo nei centri principali, tralasciando, per mancanza di tempo e spazio, i piccoli borghi e i luoghi preistorici spesso remoti. Infatti, se oggi i paesi sorgono soprattutto nel fondovalle, in passato si privilegiavamo i siti in altura o, più tardi, a mezza costa, su colline o terrazze soleggiate che offrissero, accanto ad una vita meno complicata, anche la necessaria protezione. La discesa a valle dei nostri progenitori è stata, per così dire, lenta e meditata – associata sempre a un determinante mutamento delle condizioni ambientali e/o storiche.
Alcuni di questi siti erano di assoluto rilievo: pensiamo al triangolo sacro tra S. Maurizio e Settequerce, a Castel Firmiano, a Monticolo, al Pigloner Kopf di Vadena, a Enzbirch sul Montelargo, a Castelfeder o, per arrivare alla nostra meta odierna, a Castelvecchio tra Caldaro e Termeno.
“Siamo in presenza di un territorio occupato fin dalla preistoria” (seit grauer Vorzeit), scrive lo storico Karl Atz. Ma fino a qualche decennio fa, Castelvecchio / Altenburg (nei documenti spesso solo “Castello”, benché dell’antica “Ringburg” non sia rimasto nulla), situato a 600 m di altezza a pochi chilometri da Caldaro, era pressoché irraggiungibile in mezzo ai boschi di pini e faggi che dalla Mendola raggiungono il Lago di Caldaro. Una polverosa mulattiera consentiva il transito di carri trainati da buoi che ancora in pieno novecento trasportavano l’uva alle cantine vinicole. Da quel sentiero transitò anche Federico Barbarossa con la sua corte in uno dei suoi viaggi in Italia. Dopo la metà del XIX secolo, venne realizzata la strada carrabile e, più tardi, anche un sentiero per escursionisti.
Dietro la bella chiesa del XV secolo dedicata a S. Vigilio (vescovo di Trento che cristianizzò la pagana Bassa Atesina), attraverso un ripido sentiero si raggiunge l’area sacra di epoca preromana e, poi, paleocristiana.
Colpiscono, accanto alle rovine dell’antico castello medievale sotto un vertiginoso ponte, le arcaiche mura della basilica di S. Pietro, simile a quelle contemporanee di Milano e Aquileia. Si tratta forse della prima chiesa di tutto il Tirolo, risalente all’epoca di S. Vigilio (IV secolo) che secondo la leggenda l’avrebbe fatta erigere in questo luogo appartato e sicuro. A pochi passi, torniamo indietro di altri 1500 anni e troviamo una sorta di vasca scolpita nella roccia lunga circa 2 m. Scoperta nel 1934, venne chiamata “tumba” e sembra si tratti del luogo in cui, 1000 anni prima di Cristo, venivano collocate le vittime sacrificali sia animali che umane, il cui sangue raccolto attraverso canalette in una sorta di tazza di porfido veniva offerto agli dei.
Tutt’attorno, diverse pietre rivolte a meridione sono costellate di ampie coppette, i cosiddetti Schalensteine: ancora oggi non se ne conosce l’esatto utilizzo nelle funzioni rituali. Di fronte alla basilica, a suo tempo è stata trovata anche la sepoltura di un uomo risalente al XII secolo a.C., chiamato “il tessitore” per il corredo adagiato accanto al suo corpo.
Un luogo senza tempo, dunque, immerso in un’area naturale di solenne sacralità e con una vista stupefacente sull’Unterland e i monti che lo delimitano. Nel corso dei secoli, non ha perso nulla del suo fascino originale di centro di culto preistorico e culla del Cristianesimo ma anzi continua ad attirare magicamente le anime in cerca di un rapporto autentico con l’esistenza e i suoi misteri.

Autore: Reinhard Christanell