Occhi di bosco è un bambino che trascorre ore alla finestra e sul balcone ad ammirare la natura, curioso osserva fulmini e saette illuminare il cielo e impaurito dai tuoni si nasconde quando sente vibrare i vetri dopo ogni boato. Occhi di bosco è un adolescente che conta i secondi tra lampi e tuoni, intuendone la distanza dalla sua testa. Occhi di bosco è un ragazzo intento a legare pomodori e girasoli contro il vento, mentre tende l’orecchio al rumore secco della grandine sui coppi. Occhi di bosco è un adulto che consulta l’evoluzione radar per capire il dove e il quando, l’intensità e i mm caduti. Occhi di bosco è felice quando c’è il temporale: sia esso locale di calore, stazionario per lo stau innescato dal libeccio e dall’ostro, sia quello cattivo, provocato da irruzioni fredde da nord ovest. Occhi di bosco ora appallottola carta di giornale da infilare nei plantari degli scarponcini da montagna per asciugarli dall’umidità della recente escursione. Poi, tornato il sole, la surrene di occhi di bosco pompa così tanta adrenalina da inculcargli il desiderio di cercare funghi immerso nei boschi. Luglio, agosto e settembre sono un copione di speranze e migliaia di passi su pareti boschive impervie, con finferli grandi protagonisti nella prima parte estiva in cui Russole, Tylopilus felleus e Rozites caperatus hanno fruttificato abbondanti. Nonostante le piogge, forse troppe, il vento, le basse temperature e qualche periodo di siccità la stagione dei porcini non è invece mai partita sulle Alpi. Pochissime crescite e concentrate solo in alcuni punti, alle quote alte dove i pecci si diradano e lasciano spazio prima ai rododendri e poi alle radure prative. Anche adesso che la stagione volge al termine spuntano Amanite, Craterellus, Armillarie, Macrolepiote, Gymnopilus, Cortinarius e Clitocybe nebularis; ma porcini… nemmeno l’ombra! Arvicole, animali selvatici, gasteropodi hanno pasteggiato coi pochi carpofori superstiti facendoci trovare solo gambi privi del cappello o addirittura solo brandelli di porcino, a rimarcarne ancor più la penuria. Per carità, un anno storto ci può stare. Occhi di bosco è un esploratore che sa che i boschi ed i loro habitat sono minacciati – non dai lupi e dagli orsi – ma dall’uomo e dalla sue manie di cementificazione e dal bostrico tipografo, un coleottero, che dopo la tempesta Vaia ha iniziato ad attaccare anche alberi sani portandoli in breve tempo alla morte. Quegli occhi sanno che dove hanno potuto il legname inerte è stato rimosso, ma non dappertutto: ci sono peccete troppo ripide e difficilmente accessibili in cui è difficile andare a recuperare il materiale. Zone senza strade forestali e prive di sicurezza per operatori e mezzi, per non parlare dei costi, che la renderebbero un’operazione insostenibile. Basta guardarlo il bosco, attentamente, per vedere alberi ancora in piedi completamente rinsecchiti, interi versanti sradicati e pani radicali sollevati. Quegli occhi sanno che al momento non si può procedere a nuove piantumazioni fintantoché non si riuscirà a ridimensionare il bostrico. Speriamo che chi di dovere provveda ad arginare queste criticità.
Inserzione pubblicitaria – Al Puccini di Merano lo Stabile presenta 10 spettacoli. Anna Foglietta e Paola Minaccioni, Natalino Balasso, Elio, Marco Paolini, Leo Gullotta E Silvio Orlando Tra I Protagonisti Della Nuova Stagione Del Teatro Stabile a Merano.
30 titoli in sei cartelloni indipendenti per un totale di 112 alzate di sipario in tutta la provincia. A Merano, Bressanone, Brunico e Vipiteno il Teatro Stabile presenta una stagione ad ampio raggio, sia dal punto di vista della varietà di sguardi artistici, sia per il numero di spettacoli che vengono presentati nel corso dell’anno teatrale 21/22.
Dieci gli spettacoli pensati per Merano, che si svolgeranno tutti al Puccini alle 20.30.
Ad aprire la stagione il 23 novembre è “L’attesa” con Anna Foglietta e Paola Minaccioni. Il testo di Remo Binosi con la regia di Michela Cescon, ha avuto modo di calcare il palco già quest’estate all’Arena TSB sui Prati del Talvera in versione di lettura scenica durante la rassegna FUORI! e ora è pronto per i palcoscenici.
“L’attesa” racconta del confronto, prima astioso, poi complice, infine conflittuale, di due donne. Cornelia, nobile veneta promessa in sposa al duca di Francia, è segregata in campagna dalla famiglia perché resa gravida da un altro uomo durante una festa di Carnevale. Sola, in una stanza buia, può contare soltanto sui servizi di una vecchia nutrice, finché non le viene affiancata Rosa, donna popolana e tuttofare…
Il grigio, Elio
Il 27 novembre Elio, funambolico musicista, indiscusso leader della band “Elio e le storie tese” sarà l’interprete dello spettacolo “Il Grigio” la più importante opera di prosa scritta da Giorgio Gaber e Sandro Luporini. “Il Grigio” racconta di un uomo di cinquant’anni in crisi da una vita e di una casa in campagna dove vorrebbe starsene in pace a riflettere sui propri problemi esistenziali. Ma a disturbarlo arriva un misterioso topo, il Grigio per l’appunto…
Ruzante, Natalino Balasso
Il 5 dicembre giunge a Merano una delle nuove produzioni del Teatro Stabile: “Balasso fa Ruzante (Amori disperati in tempo di guerre), che nasce dalla riscrittura di Balasso dell’opera di Angelo Beolco detto il Ruzante. Ad interpretare questa nuova commedia troviamo lo stesso Balasso affiancato da Andrea Collavino e Marta Cortellazzo Wiel. A dirigerli Marta Dalla Via, raffinata caratterista e profonda conoscitrice delle corde espressive di Balasso/ Ruzante.
Il 12 dicembre sul palco del Puccini irromperà “il Misantropo” di Molière, nella nuova versione diretta e interpretata da Fabrizio Falco, assieme a un giovane compagnia di attori del Teatro Biondo di Palermo. Il 19 dicembre sarà il momento della danza, che vede protagonista la Compagnia Artemis fondata da Monica Casadei alle prese con “Circus”, uno spettacolo arricchito da sorprendenti abilità fisiche e da un immaginario che riporta il pubblico alla magia del circo e dei suoi abitanti.
Marco Paolini
Il nuovo anno di teatro si apre il 21 gennaio nel segno di Marco Paolini e del suo “Teatro fra parentesi. Le mie storie per questo tempo”, un recital che nasce dalla necessità di immaginare un ruolo per lo spettacolo dal vivo che sia a tutto campo. Uno spettacolo fondato su un canovaccio autobiografico, che cuce insieme storie vecchie e nuove, impreziosite dalle canzoni e dalle musiche di Saba Anglana e Lorenzo Monguzzi.
Bartleby lo scrivano, Leo Gullotta
Il 18 febbraio un travolgente Leo Gullotta veste i panni di “Bartleby lo scrivano” nello spettacolo ispirato al racconto di Melville. Bartleby è uno scrivano ligio e cordiale impiegato in un grande studio di avvocati a Wall Street, amato e apprezzato da tutti. Un giorno, improvvisamente Bartleby decide di rispondere a qualsiasi richiesta con una frase che è rimasta nella storia: «Avrei preferenza di no». Il silenzio inspiegabile di Bartleby ci turba e ci accompagna da più di un secolo.
La vita davanti a se, Silvio Orlando
Il 26 febbraio Silvio Orlando porta in scena “La vita davanti a sé”, spettacolo ispirato al romanzo di Romain Gary. Un autentico capolavoro “per tutti” dove la commozione e il divertimento si inseguono senza respiro. Accompagnato da quattro musicisti, Orlando conduce il pubblico – con leggerezza e poesia – alla scoperta delle vite sgangherate del piccolo Momò e di Madame Rosa.
Graffiante e pungente è la riscrittura di Andrea Pennacchi del capolavoro shakespeariano “La bisbetica domata” che trasla le vicende dei due amanti Petruccio e Caterina dalla Padova di fine Cinquecento a quella degli anni ’90 del Novecento. Anna Tringali, Giacomo Rossetto e Massimiliano Mastroeni interpretano la commedia che verrà presentata il 5 marzo al Puccini.
La stagione si conclude il 23 aprile con il secondo capitolo della trilogia In nome del padre, della madre, dei figli di Mario Perrotta. Autore, attore sensibile e duttile, Perrotta sposta la lente di ingrandimento sulla figura “Della Madre”. Ad accompagnarlo nella sua indagine teatrale sulla figura materna troviamo lo psicanalista Massimo Recalcati e Paola Roscioli, attrice che lo affiancherà in scena.
I BIGLIETTI
Le normative relative al riempimento delle sale sono in continua evoluzione e anche per questa stagione il TSB vende i biglietti singoli per gli spettacoli in cartellone. In accordo con i principali enti teatrali della città (VBB, Fondazione Orchestra Haydn e Teatro Cristallo), il TSB ha adottato una politica di prezzi semplificata che accentua ulteriormente l’accessibilità da parte di un vasto pubblico: le fasce di prezzo sono solo tre: 15 euro biglietto intero, 10 euro ridotto, 6 euro Under 26. Agli abbonati 2019/2020 riserva il prezzo ridotto di 10 euro. A Merano i biglietti sono in vendita presso le casse del Teatro Puccini il 25 ottobre dalle 17.30 alle 19.30. Nelle date di spettacolo a partire da un’ora prima della rappresentazione I biglietti per tutti gli spettacoli sono inoltre in vendita alle casse del Teatro Comunale di Bolzano, sul sito www.teatro-bolzano.it e si possono acquistare inoltre scaricando l’APP Teatro Stabile di Bolzano (iOs e Android). Coloro che si assicureranno entro il 5 dicembre i biglietti per i 10 spettacoli avranno diritto a un prezzo scontato pari a 80 euro.
In un suo discorso ai giovani nel lontano 1936, Josef Mayr-Nusser si chiedeva come fosse possibile che in Europa si sviluppasse una fede cieca nei leader – nel suo caso Hitler e Mussolini – mentre si era “in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica”.
Il giovane Pepi Nusser contrapponeva la scienza all’ideologia e all’irrazionalità del culto del capo e delle liturgie dove il singolo individuo e la sua personalità si perdono nell’anonimità della massa. Mentre ricorre il 77mo l’anniversario del “no” di Mayr-Nusser al giuramento a Hitler (4 ottobre 1944), le sue riflessioni restano di estrema attualità. Anche noi viviamo in un’epoca di disorientamento, sempre in balia dell’irrazionalità delle emozioni, circondati da relazioni fasulle, virtuali, che a lungo andare aumentano il senso di estraneità e di solitudine. “Intorno a noi c’è il buio”, scriveva il nostro conterraneo all’inizio del 1938. “Il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione”. La testimonianza personale, per Josef, si rende necessaria perché il buio possa essere inondato di luce. “Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace”. Sul come dare testimonianza in un’epoca tragica come quella delle grandi dittature, si discute da decenni. Si tratta sempre e comunque di assumersi delle responsabilità. Di fare delle scelte non per sé stessi ma nell’ottica del bene comune. Mayr-Nusser, il testimone, lui non ha soluzioni facili. Sa della complessità di un tempo in cui “due mondi si stanno scontrando”. Riflette: “Non si tratta, dapprincipio, di essere testimoni attraverso la parola, nemmeno attraverso l’azione. Spesso può essere più opportuno tacere; spesso anche la migliore azione può essere distorta. Ma sempre dobbiamo essere testimoni. Esserlo con semplicità e senza pretese. Ecco la più grande testimonianza!”
“Un canto nella notte mi ritorna nel cuore” Con queste parole il musicista Franco Mastroddi saluterebbe il Festival di musica sacra che la Federazione Cori dell’Alto Adige in collaborazione con la corale Non Nobis Domine propone alla città di Merano per i mesi di ottobre e novembre. Si tratta di sei appuntamenti per sei sabati sera nei quali le voci dei cori e gli strumenti musicali tornano a essere protagonisti. Il “Festival di musica liturgica 2021” vuole essere un punto di ripartenza “in presenza” dopo il grande silenzio della musica dal vivo causato dalla pandemia. In particolare l’attività corale è stata quella che ha sofferto più di ogni altro comparto musicale. Numerosi sono stati gli sforzi per mantenere viva l’attività musicale anche e soprattutto attraverso l’impiego di tecnologie e piattaforme multimediali che hanno da un lato favorito l’acquisizione di nuove competenze e modalità espressive, ma dall’altro hanno reso ancor più consapevoli della bellezza e dell’utilità sociale dell’attività musicale in presenza, dal vivo. Desiderosi quindi di ripartire dopo tanto digiuno forzato, si è pensato di strutturare un progetto di festival di musica sacra di ampio respiro che potesse includere eventi corali, concerti organistici, esibizioni di ensemble cameristici, con interventi di narrazione poetica e interventi multimediali di esperti di storia dell’arte come contrappunto alla musica nelle sue varie forme. Non è una mera operazione di “rievocazione di repertori del passato” in quanto la musica sacra non ha tempo ed è, per sua natura, espressione di un’esperienza viva. Una proposta quindi per tutti (fruitori ma anche musicisti e cantori) di vivere momenti di alta bellezza e spiritualità a cui la musica e l’arte introducono. Il progetto si articolerà in 6 eventi che si svolgeranno in 5 chiese diverse della città di Merano. Il primo sarà sabato 9 ottobre alle ore 20.30, un concerto per organo nel Duomo di San Nicolò; protagonista l’organista Paolo Pachera, che fra i vari brani del repertorio eseguirà una sua nuova composizione inedita in prima assoluta. Il secondo appuntamento sarà sabato 16 ottobre alle ore 20.30 nell’ antichissima Chiesa di Santa Maria del Conforto con la presenza della corale meranese “Non Nobis Domine” (proprio in questa chiesetta 22 anni fa la corale meranese tenne il suo primo concerto pubblico) che presenterà un percorso di canti sacri interamente incentrato sulla figura di Maria nel mese a lei tradizionalmente dedicato. All’interno del repertorio verrà presentata dalla corale una sequenza mariana mai eseguita in epoca recente sul territorio tratta e trascritta dal manoscritto 61 di Castel Tirolo (XIII secolo). La chiesa intitolata a Maria e i suoi affreschi romanici, gotici econ influssi di scuola giottesca, verranno brevemente presentati e illustrati da una esperta di storia dell’arte all’interno della serata. Il terzo evento si svolgerà nella Chiesa di San Giorgio sabato 23 ottobre alle ore 20.30 e in questa occasione verrà presentata “La leggenda di San Giorgio e il drago” tratta da “Favola”, un brano in sette capitoli per narratore e orchestra su testo di Massimo Rossi e musica di Marco Mantovani. La scelta di questo programma narrativo musicale è particolarmente significativa in riferimento alla Chiesa ospite dell’evento dedicata al Santo oggetto della narrazione. Verrà eseguita nella riduzione per quintetto di fiati e pianoforte con voce recitante. Anche questa occasione vedrà un breve intervento da parte di un esperta di storia dell’arte sulla iconografia del santo – cavaliere San Giorgio alle prese col drago. Quarto appuntamento sabato 30 ottobre alle ore 20.30 nella Chiesa di Santo Spirito. Ospite la formazione corale di Laives “Schola Cantorum”, una formazione emergente del territorio provinciale che dopo una lunga interruzione ha ripreso con entusiasmo l’attività corale grazie l’ingresso di nuovi cantori e che presenterà un percorso di musica sacra che spazierà dal ‘500 al ‘900. Il quinto appuntamento è in programma per sabato 13 novembre sempre alle 20.30: la bellissima chiesa gotica di Santo Spirito (antica chiesa dell’ospedale) ospiterà un concerto polifonico della corale “Non Nobis Domine” con un repertorio che spazierà dal canto gregoriano ai mottetti rinascimentali fino ad arrivare alla musica sacra contemporanea. Canti solistici, a cappella, con accompagnamento di organo, pianoforte, flauto traverso documenteranno i diversi linguaggi e stilemi artistici attraverso i quali la musica sacra si è espressa nelle diverse epoche. Ospiti saranno la soprano bolzanina Loredana Merlin e la contralto Cinzia Butelli. All’interno del repertorio verrà presentata dall’ensemble la sequenza di Pentecoste “Veni SancteSpiritus” nella versione tramandata dal manoscritto 61 di Castel Tirolo (XIII secolo). Anche in questa occasione una esperta d’arte illustrerà brevemente con l’ausilio di supporti visivi alcuni aspetti storico-artistici più significativi dell’edificio sacro teatro dell’evento. In particolare si potranno vedere particolari fotografati recentemente degli affreschi dell’iconografia Trinitaria della chiesa; rappresentazione che non trova riscontri in nessun altra esistente. Sesto e ultimo appuntamento, sabato 20 novembre ore 20.30 nella Kapuzinerkirche (Chiesa annessa al convento dei padri Cappuccini) dedicata a San Massimiliano. Chiuderà il festival un concerto polifonico che vedrà protagonista l’“Ensemble Vox Dulcis”, già Corale San Leonardo di Bronzolo. Il repertorio della corale spazia dalla musica antica fino alla musica contemporanea sia sacro che profano con incursioni nel pop e nel canto polifonico africano. Per l’occasione verrà eseguito un programma di musica sacra in due declinazioni: antico nella prima parte, contemporaneo nella seconda; stili musicali completamente diversi nell’unico grande alveo della musica sacra che non ha tempo. Gli ingressi a tutti gli spettacoli sarà gratuito.
Rocco Papaleo, Claudio Bisio, Ottavia Piccolo, Paolo Fresu, Natalino Balasso, Michele Placido, Anna Della Rosa, Danio Manfredini e Antonio Rezza tra i protagonisti della stagione 2021/22.
A Bolzano la nuova stagione 2021/2022 si compone di 19 spettacoli nella Sala Grande del Teatro Comunale. Una programmazione ricca e ad ampio raggio, sia per il numero di spettacoli che vengono presentati nel corso dell’anno teatrale, che per le cinque produzioni e coproduzioni che suggellano collaborazioni con gli artisti e le realtà teatrali più interessanti e vitali del panorama italiano.
Rocco Papaleo e Fausto Paravidino
Inaugura la stagione 2021/2022 “Tango Macondo. Il venditore di metafore”, la nuova produzione dello Stabile che fonde narrazione a musica popolare, tanghi, riti arcaici e contemporaneità. Lo spettacolo, che debutta in prima assoluta al Comunale di Bolzano giovedì 28 ottobre alle 20.30, è scritto e diretto da Giorgio Gallione sulle musiche composte ed eseguite dal vivo da Paolo Fresu. Un viaggio ai confini tra delirio e geografia, interpretato da Ugo Dighero, Rosanna Naddeo e Paolo Li Volsi, in dialogo continuo con il trio composto da Fresu, Daniele di Bonaventura e Pierpaolo Vacca e con i danzatori Francesca Zaccaria, Valentina Squarzoni, Angela Babuin e Luca Alberti.
Paolo Fresu
“Balasso fa Ruzante (Amori disperati in tempo di guerre)” è un altro spettacolo nato e cresciuto a Bolzano. Balasso riscrive l’opera di Angelo Beolco detto il Ruzante e interpreta questo nuovo testo teatrale, nato da una raffinata e profonda ricerca linguistica, assieme ad Andrea Collavino e Marta Cortellazzo Wiel. A dirigerli Marta Dalla Via, raffinata caratterista e profonda conoscitrice delle corde espressive di Balasso / Ruzante.
Natalino Balasso
Rocco Papaleo assieme a Fausto Paravidino sono i protagonisti principali di “Peachum. Un’opera da tre soldi”, lo spettacolo che Paravidino ha scritto ispirandosi a Bertolt Brecht. Per la prima volta assieme, Papaleo e Paravidino portano in scena questa epopea dedicata all’antieroe Peachum, re dei mendicanti.
Dalla sinergia tra talenti e personalità nasce in seno allo Stabile bolzanino anche “Eichmann. Dove inizia la notte” di Stefano Massini. In questo dialogo di squassante semplicità Massini immagina il confronto tra la filosofa e politologa Hannah Arendt e Adolf Eichmann. A interpretare questa spettacolo troviamo due personalità del teatro: Ottavia Piccolo e Paolo Pierobon, dirette da Mauro Avogadro.
Claudio Bisio, Valerio Binasco, Lucia Poli, Umberto Orsini, Pippo Del Bono, Anna Della Rosa, Silvio Orlando, Antonio Rezza, Deniz Özdoğan, Arturo Cirillo, Danio Manfredini, Silvio Orlando, Valter Malosti, Sara Bertelà, Filippo Dini, Franco Branciaroli, Tindaro Granata e Michele Placido sono quindi alcuni tra i protagonisti degli altri spettacoli in cartellone, mai come quest’anno aperto a tutte le forme del fare teatro d’arte.
Claudio Bisio
Michele Placido interpreta il perfido Don Marzio nella commedia goldoniana “La Bottega del Caffè” per la regia di Paolo Valerio. Claudio Bisio, diretto da Giorgio Gallione, sarà il protagonista de “La mia vita raccontata male”, dirompente monologo tratto dal romanzo di Francesco Piccolo. Due fuoriclasse come Umberto Orsini e Franco Branciaroli vestono i panni di due amici che si ritrovano dopo un non motivato distacco: nella commedia “Pour un oui ou pour un non”, Nathalie Serraute, una delle più importanti scrittrici francesi del Novecento, s’interroga sui motivi della loro separazione. Il tema dell’amicizia è alla base anche di un evento speciale, lo spettacolo “THE SPANK” di Hanif Kureishi, scrittore di fama planetaria. Kureishi ha costruito un testo che attraversa un ampio spettro di emozioni, con straordinario senso dell’umorismo e una nota malinconica. “THE SPANK” è diretto da Filippo Dini e interpretato assieme a Valerio Binasco, artisti e amici dalla sensibilità affine. Valter Malosti dirige e interpreta “Se questo è un uomo” di Primo Levi, portando per la prima volta in scena direttamente il romanzo, senza alcuna altra mediazione. A un’altra opera letteraria, quella di Romain Gary, si ispira il monologo di Silvio Orlando “La vita davanti a sé”. Orlando, accompagnato da una band composta da quattro musicisti, conduce il pubblico tra le pagine del romanzo che dipinge con leggerezza e poesia le vite sgangherate del piccolo Momò e di Madame Rosa. Filippo Dini offre una nuova rilettura di “Casa di Bambola” di Henrik Ibsen. Geppy Gleijeses, Lucia Poli e Maurizio Micheli per la regia di Guglielmo Ferro, sono gli straordinari interpreti di un testo di culto dedicato alla vita dei teatranti: “Servo di scena” di Ronald Harwood. Arturo Cirillo, regista e attore napoletano con una spiccata sensibilità per la danza e la musica, darà nuova vita al personaggio di “Cyrano de Bergerac”, nato dalla penna di Edmond Rostand. Leonardo Lidi, giovane e promettente regista, ha deciso di riprendere “Lo zoo di vetro”, il testo più noto di Tennessee Williams, per proporre una nuova visione di questo classico, grazie all’interpretazione di Lorenzo Bartoli, Tindaro Granata, Mariangela Granelli e Anahì Traversi. Pippo Del Bono, il talento più folle e visionario del teatro contemporaneo, è protagonista di due spettacoli, “La Gioia” e “Amore”, presentati a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Due spettacoli che Del Bono porta in scena con la sua Compagnia che rappresentano il percorso, travagliato e complesso, alla ricerca dei sentimenti più puri. Il filo rosso dei grandi maestri del contemporaneo ha il volto del maestro invisibile Danio Manfredini che presenta il suo nuovo spettacolo, “Nel lago del Cor”. In cui Manfredini descrive la condizione dei lager che rappresentano la ferocia dell’uomo, simboli di terrore e sofferenza, di quello smarrimento esistenziale e spirituale mai provato altrove. Nuovo è anche il testo “Sorelle”, scritto dal regista e autore francese Pascal Rambert che ha scelto Sara Bertelà e Anna Della Rosa per portare in scena il rapporto tempestoso e il profondo legame d’amore che lega due sorelle. Delirante, incontenibile, spiazzante sarà infine lo spettacolo “Bahamuth”, di Antonio Rezza e Flavia Mastrella.
Michele Placido
I BIGLIETTI
Le normative relative al riempimento delle sale sono in continua evoluzione e anche per questa stagione il TSB vende solo biglietti singoli per gli spettacoli in cartellone. In accordo con i principali enti teatrali della città (VBB, Fondazione Orchestra Haydn e Teatro Cristallo), il TSB ha adottato una politica di prezzi semplificata che accentua ulteriormente l’accessibilità da parte di un vasto pubblico: le fasce di prezzo sono solo tre: 15 euro biglietto intero, 10 euro ridotto, 6 euro Under 26. Agli abbonati 2019/2020 riserva il prezzo ridotto di €10. I biglietti per tutti gli spettacoli sono in vendita alle casse del Teatro Comunale di Bolzano, sul sito www.teatro-bolzano.it e si possono acquistare inoltre scaricando l’APP Teatro Stabile di Bolzano (iOs e Android). Chi si assicura i biglietti per tutta la stagione (19 spettacoli) entro il 14 novembre potrà godere di un prezzo ridotto di 170 euro.+
In una gelida notte di inverno, quasi alla vigilia di Natale, mi trovai a passare sotto le arcate della torre campanaria del duomo meranese. Lì alla luce quasi crepuscolare mi colpì un bell’affresco, inserito dentro una lesena gotica dove compare il dipinto affrescato col tema della Santa Croce di due pellegrini e di un giardino “mistico” e quasi incantato. Il tema è un po’ atipico nell’arco dei cicli pittorici di inizi del quattrocento, ma ha diverse affinità iconografiche e linguistiche con altri dipinti del periodo sia in Alto Adige che altrove. L’opera è attribuita a Maestro Venceslao (1352 – 1411), pittore boemo artefice del bel ciclo di affreschi del Castello del Buonconsiglio a Trento (1390 – 1400), dove il pittore boemo si caratterizza per l’intreccio fra il mondo cavalleresco, la natura ed il quotidiano. L’incarico trentino all’artista avvenne tramite il principe – vescovo Giorgio di Liechtenstein, quello meranese per passaparola dal vescovo di Coira. La datazione è attribuita all’inizio del ‘400, subito dopo l’incarico di Trento. A Merano – come nell’analogo esempio trentino – la natura ha un aspetto preponderante per il novanta per cento del campo visivo; l’opera è composta da un folto giardino nel quale compaiono sul lato destro inginocchiati un pellegrino con accanto ad un uomo con abiti orientaleggianti, sul lato opposto compare una semplice croce. Essa si caratterizza per un particolare: il tronco verticale è del classico colore ligneo, mentre quello orizzontale è di un netto colore azzurro, che rappresenta il Cielo; vuole indicare che il martirio del Cristo è stato solo un “passaggio” verso la definitiva Resurrezione. I due personaggi a lei rivolgono lo sguardo e l’Orientale indica all’Occidentale dove guardare. Il bosco è rappresentato come se fosse un giardino, le file degli alberi sono composte in maniera ordinata ed il pittore si concede a rappresentazioni realistiche, dipingendo un’infinità di specie arboree e di piante. Sopra la scena, delimitata da tre colline, in uno spicchio di cielo compare un Sole ardente. La composizione è gentile e per niente consolatoria, lascia all’osservatore un senso di gradevole armonia fra il mondo reale e quello spirituale. Qui a Merano il Maestro Venceslao anticiperà di novant’anni quello che Friedrich Pacher farà nel ciclo di affreschi del chiostro dei Domenicani a Bolzano e l’opera del pittore olandese Hieronymus Bosch.
A differenza di altri paesi, e con l’eccezione temporanea dei Lichtenstein, Laives non ha mai avuto una vera nobiltà, nessun convento e neppure un’alta borghesia residente in paese. I “siori” (die Herrschaften) abitavano a Bolzano o Gries, qualcuno anche più lontano come gli abati dei ss. Ulrico e Afra di Augsburg. I Lichtenstein stessi, che possedevano anche un palazzo in piazza della Mostra a Bolzano, si spostarono a Cornedo nel XIII secolo, lasciando l’amministrazione dei loro beni ad un “Pfleger” (curatore). A metà ‘700, l’abbazia imperiale di Augsburg acquistò per 40000 fiorini tutte le proprietà e rendite che i Lichtenstein nel corso dei secoli avevano ottenuto dai principi-vescovi di Trento: e parliamo di una trentina o più tra masi e poderi, dalla Pfleg a Sottomonte, da Weisshaus a Casagrande, da Gutleben a Koelbl e ai masi del Montelargo. Insomma, si può ben dire tutto ciò che poteva fruttare una piccola o grande rendita e un tempo era appannaggio dei Vescovi e dei loro ministeriali, passò in mano all’abbazia bavarese. Insediati dai Vescovi di Trento, che occuparono il territorio di Laives e tutto ciò che vi sorgeva dopo l’anno 1027, i Lichtenstein furono i primi veri signori di Laives. Due di loro, Georg I. e Ulrich IV., divennero vescovi a Trento, conferendo alla casata ulteriore prestigio e potere. I Lichtenstein (che dal 1499 si chiamarono anche Castelcorno in quanto gli era stato assegnato l’omonimo castello di Isera) devono il loro nome al “castrum de Liethenstaine” (lo storico Stolz lo ritiene il primo toponimo documentato della zona) che sorgeva sul Peterköfele, su una “pietra chiara”: forse chiamata così perché il primo sole del mattino illumina proprio questo promontorio. Nulla di preciso si sa sul loro luogo d’origine ma pare probabile che si trattasse della città di Coira nel Canton Grigioni. L’amministrazione delle vaste proprietà vescovili veniva affidata a “ministeriales” e ai “homines de nobili macinata casadei sancti Vigilii”, termine dal quale deriva anche il dialettale “masnada”. Il 18 aprile 1189 la “wardia et custosia castri de Liethenstaine” (ossia un “appartamento” del castello) venne affidato ad Adelaide di Castelrotto (probabilmente vedova di un precedente affidatario), al figlio di primo letto Enrico ed al secondo marito Otto di Weineck. Di fatto il castello rimase a disposizione dei Vescovi (e da ciò si comprende la rilevanza dello stesso nello scacchiere strategico dei potenti clerici trentini) e la vera residenza dei ministeriali si trovava presso il “castrum inferius”, noto come “Pfleg”. Qui si trovava, fino all’estinzione della casata nel 1761, la sede amministrativa di tutte le sterminate proprietà della famiglia, inclusi la grande “Reif”, da cui transitava gran parte del legname diretto a sud, e i diritti sull’acqua potabile del paese prelevata dal Vallarsa nonché di pesca nei fossati e canali da loro realizzati nella “Leiferer Au”.
In questo numero del giornale attraverso alcune testimonianze di residenti parliamo del Colle, la frazione di Bolzano (formalmente quartiere centro storico) che si trova a circa 1200 metri di quota, collegata al fondovalle dall’omonima funivia, il primo impianto a fune al mondo per il trasporto di persone, inaugurato nel 1908.
Come abbiamo scritto lo scorso 1 luglio la località del Colle in origine era una delle 12 Malgreien, ovvero uno dei 12 rioni rurali che formavano il comune di Dodiciville e si estendevano intorno al nucleo storico di Bolzano, da cui furono inglobati nel 1911. Oggi ci facciamo raccontare un po’ di storia di questa località attraverso la testimonianza della signora Cristina Alietti di Bolzano e gli scritti della sua mamma Vilde Balboni, oltre a quella della signora Annamaria Cavagnolo di Milano.
Cristina Alietti, come descriverebbe il Colle oggi? Oggi il Colle consta di due alberghi più poche case, per lo più abitate in estate. Nei mesi caldi il Colle e i suoi boschi sono meta di escursionisti e fungaioli. Durante l’anno scolastico vi si recano invece quotidianamente gli alunni della scuola Steineriana. Il Colle ha mantenuto le caratteristiche architettoniche dei primi del Novecento, non ci sono stati interventi di urbanizzazione, né ci sono progetti in tal senso. È un luogo di silenzio, vissuto più in estate che in inverno, quando spesso è molto freddo e ventoso, ma in grado di offrire splendidi colori. Non ci sono negozi: ogni mattina il pane, il latte e le forniture per gli alberghi arrivano con la funivia. Il sabato mattina il furgone del pane vende dolci e pane freschi.
Il maso Uhl
Come è arrivata a legarsi al Colle? Nel 1963 la mia famiglia si è innamorata di una casa risalente al 1910 di architettura viennese, rimasta chiusa per lungo tempo. Una volta acquistata è stata ristrutturata. Per raccontare cosa ha rappresentato emotivamente il Colle per la mia famiglia, mi piace proporvi un testo scritto dalla mia mamma, Vilde Balboni. “Colle è un piccolo borgo situato a circa 1100 metri slm, una parte montuosa sotto al Monte Pozza (1615), che chiude a sud la città di Bolzano. Il monte, chiamato dai locali “Colle”, si estende verso la città presentando i suoi bellissimi boschi ricchi di ogni specie vegetale naturale verdeggiante che invitano ai sentieri che donano un panorama unico. La vista spazia dalle Dolomiti verso il lato Est fin dall’altra parte la città di Bolzano verso la Valle dell’Adige a e Sud Ovest con la catena montuosa dal gruppo del Brenta all’Ortles Cevedale; verso Nord invece lo sguardo va fino a San Genesio, Sarentino e Renon. Si tratta di un panorama che si può gustare dalla torre in legno accanto alla funivia. Durante l’estate al Colle si ammira un’alba con sorgenti di luci variopinte che filtrano tra le torri montuose delle Dolomiti: uno spettacolo unico, meraviglioso. Così anche il sorgere della luna che illumina il profilo dei boschi alberati trasformandoli in pettini luminosi. I giorni estivi godono di grande illuminazione solare e il tramonto a tarda sera presenta riflessi rossi che donano colori rosa a tutta la zona trasformandola (…)”.
Paesaggio d’inverno
Ci sono altre famiglie italiane legate al Colle? Certamente la famiglia Cavagnolo, i signori Angelo e Mariuccia ci venivano dagli anni ’40 del secolo scorso. Angelo Cavagnolo ha ricevuto la cittadinanza onoraria dall’Azienda di Soggiorno di Bolzano parecchi anni or sono. Anche Annamaria, la figlia, lo scorso anno ha ricevuto un certificato d’onore. I suoi genitori, amici della nostra famiglia, arrivata al Colle nel 1963, sono stati l’unica comunità italiana del Colle. Sia la mia famiglia, che la sua, hanno vissuto in un ambiente sereno, mantenendo ottimi rapporti con i pochi abitanti del posto. La prima auto giunta al Colle è stata quella di mio papà Italo Alietti, che per la ristrutturazione della casa utilizzava il “Maggiolino” Volkswagen, arrivando al Colle dalla vecchia strada, un sentiero per muli, contadini e qualche passeggiatore, ora percorribile solo a piedi.
La vista dall’albergo Klaus
IL RACCONTO DI ANNAMARIA CAVAGNOLO
“Sono nata a Bolzano nel 1946. Nel 1949 venni dichiarata senza speranza: setticemia grave incurabile a causa della mia allergia alla penicillina. Il Prof. Halfer, pediatra, ebbe un’idea geniale che mi ‘salvò’, raccomandando ai miei genitori di portarmi ogni anno al Colle, da lui considerato particolarmente benefico anche rispetto ad altri luoghi montani della zona. Al Colle l’albergo Klaus era chiuso, dopo la guerra era tornato ad essere solo la residenza abitativa dei proprietari tedeschi del maso. Prendevamo quindi in affitto una stanza ai Bagni S. Isidoro, a metà strada tra Bolzano e il Colle. Quasi ogni giorno mio padre mi portava a piedi al Colle cercando di convincere il Klaus alla riapertura, in nome della mia salute. Nel 1950 abbiamo ottenuto una stanza ‘tuttofare’ in affitto al secondo piano dell’albergo! Da allora siamo tornati ogni anno insieme ad amici, conoscenti e parenti che si innamoravano del luogo e passavano parola. I miei due figli hanno imparato a camminare al Colle, così come tutti i miei cinque nipoti! Incredibili sono stati gli anni in cui la funivia non funzionava poiché bombardata. In quegli anni l’impianto veniva usato come teleferica per trasporto legname… ma ci siamo saliti anche noi. Il mio papà ha anche fatto l’esperienza fermo sospeso a mezz’aria in cassetta, mentre imperversava un temporale! La strada per le auto non esisteva, più tardi ha iniziato a funzionare una traccia su cui passava la ‘Campagnola’, il fuoristrada della Fiat del proprietario dell’albergo Klaus. Solo negli anni ‘60 è potuta arrivare la prima automobile, se non ricordo male era il ‘Maggiolino’ del Signor Alietti. Al Colle ritrovo ogni anno le mie radici, forti e stabili, nel turbinare dei tanti cambiamenti della mia vita. Il Colle è rimasto quasi intatto da quando lo conosco, non smette mai di stupirmi per la bellezza profonda della sua semplicità naturale e per il legame che si rinnova, pur nell’avvicendarsi delle generazioni, con le persone che ci vivono. Grazie!”
La notizia è di questi giorni: l’antico fienile di via Fago, appartenente alla vicina Abbazia di Muri-Gries, probabilmente verrà demolito. Manca il vincolo di tutela da parte della Soprintendenza ai Beni culturali della provincia di Bolzano e, malgrado esista un progetto per farne un centro culturale di quartiere appoggiato dal Comune e da diversi cittadini, incombe un altro progetto nell’ottica della sua completa demolizione. Lo scopo è quello di realizzare sull’area un complesso edilizio immobiliare. Da secoli l’immensa costruzione domina, dietro il complesso conventuale di Gries, la storica via Fago. L’edificio si presenta in realtà articolato in più corpi aggregati ad esso. Il corpo principale è costituito da un blocco di forma rettangolare, al quale si accede da un grande portone centrale, lievemente inclinato su una rampa d’accesso. L’ invito ad esso è costituito da un apparecchiatura in blocchi lapidei, simili agli altri muri di cinta del complesso conventuale. La copertura è con il tetto “alla slava”, tipico degli edifici a partire dal 1600. Nelle antiche rappresentazioni della città l’edificio è raffigurato di piccole dimensioni, come in quella di Merian del 1645, mentre in un’altra del 1767 ci appare nelle forme attuali. Il fienile è impostato su due livelli. La parte sottostante è destinata al ricovero degli animali, mentre quella superiore all’accatastamento delle balle da fieno. Sui lati superiori compaiono finestre con griglie in laterizio ornamentale, per dare aria al magazzino del sottotetto. Il Fienile ha una architettura di tipo “colto”, differenziandosi per forma e sostanza rispetto agli altri fienili ancora presenti a Gries ed alle tipologie rurali in uso nella piana bolzanina. Un’altorilievo, posto a metà del fabbricato sul lato destro, fa ancora bella mostra di sé, con i monogrammi araldici dell’Abbazia di Muri-Gries. Alcuni decenni fa, un noto architetto bolzanino, aveva presentato un progetto per farne la sede del nuovo teatro cittadino, mantenendo integra la struttura. Tutto ciò, quando quello di Gries era diventato insufficiente e il nuovo teatro di Zanuso in piazza Verdi doveva essere ancora costruito. La demolizione dell’antico fienile porterà per sempre via, ancora una volta, un pezzo della storia della città e priverà i suoi abitanti di uno spazio comune, utile da vivere.
“Il nostro quartiere ha bisogno di interventi di manutenzione, per non imboccare la china dell’abbandono e del degrado, e interventi strutturali al fine di far fronte alle nuove esigenze. È per questo che abbiamo inviato ai candidati sindaci alle elezioni comunali un programma relativo ad interventi da effettuarsi nel corso della prossima legislatura”. Non hanno perso tempo e si sono rimboccati (nuovamente) le maniche i membri del Comitato di quartiere di Piazza San Vigilio, si sono incontrati con i residenti e si sono rivolti a quelli che saranno gli amministratori della città, chiedendo loro di non dimenticarsi di questo rione. Progettato e costruito 45 anni fa, quello di piazza San Vigilio era considerato un quartiere residenziale moderno, all’avanguardia dal punto di vista architettonico, costituito da una trentina di edifici. Ma nel corso degli anni il quartiere ha cambiato fisionomia, e sono sorte nuove problematiche: “Se è importante investire in centro per garantire l’aspetto turistico di Merano – spiega il presidente Giancarlo Penasa – è nei quartieri che vive la maggior parte della popolazione e anche qui servono investimenti e realizzazioni”. Sono cinque le proposte avanzate. La prima riguarda il cuore del quartiere: nonostante il nome, piazza San Vigilio non ha una piazza dove incontrarsi, che faciliti la reciproca conoscenza, il dialogo e il confronto fra i residenti, oltre che luogo per rafforzare l’identità del quartiere. Lo spazio che il Comitato propone è quello all’esterno del bar Patrizia, a fianco del piccolo parco giochi, sull’area in asfalto che sta in mezzo. C’è poi la richiesta di creare una casa delle famiglie e del quartiere: di fronte al bar c’è attualmente un locale sfitto e degradato, ma che adeguatamente ristrutturato può essere utilizzatoa questo scopo: l’idea è di realizzare al piano terra uno spazio per bambini 0 – 6 anni, per i loro genitori e per tutte le famiglie, seguito da educatrici esperte e aperto ad eventi e iniziative anche nella piazza esterna, mentre nel piano sotterraneo una sala riunioni per tutto il quartiere. C’è poi il problema della manutenzione di alcuni vialetti; presentano infatti crepe o avvallamenti che sono già stati causa di cadute di persone anziane. E poi c’è la questione del parco giochi: in via Roma e in via Fornaio, l’utenza che utilizza il parco principale è notevolmente aumentata. Da una parte c’è la necessità di avere più spazio, dall’altra è molto sentito il bisogno di fissare delle regole di utilizzo che rispettino la quiete di chi abita vicino, trovando forme di prevenzione e dialogo con i gruppi di adolescenti e giovani che lo usano la sera (gruppo di lavoro con Polizia municipale, educatori Streetwokers, residenti e giovani). L’ultima richiesta riguarda gli amici a quattro zampe: la necessità di un’area cani facilmente raggiungibile è molto sentita dagli abitanti. Sempre più famiglie e singoli abitanti nel quartiere hanno un cane in casa, ma nelle aree verdi attuali non è possibile lasciarli liberi di correre e giocare.