Lido e Passirio, tutti in vacanza

La stagione al lido di Merano è terminata, e nonostante le restrizioni della pandemia i meranesi hanno potuto apprezzarne l’ambiente amichevole e l’aria fresca. Franco Buraglio, artista meranese appassionato di pittura e attualmente di fotografia, propone una carrellata di foto di repertorio che raccontano gli anni immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale.

La passione per il sociale

QuiIntervista a Liliana Di Fede, pedagogista, nata a Bolzano e laureata a Bologna. Ha sempre lavorato nel sociale, ricoprendo ruoli dirigenziali sia a Bolzano che nella Comunità dell’Oltradige Bassa Atesina. Dal 2010 al 2015 è stata sindaca della città di Laives. Attualmente è direttrice generale dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano.

La cosa che mi piace di più di me.
L’ottimismo, l’entusiasmo, forse un po’, dice chi mi vuol bene, la pazienza.

Il mio principale difetto.
Difficile, sono talmente tanti…

La volta che sono stata più felice.
Quando sono nati i miei figli.

La volta che sono stata più infelice.
Quando le persone a me più care mi hanno lasciato.

Da bambina sognavo di diventare… 
Per molti anni scrittrice, come Jo March di “Piccole donne”, personaggio che da bambina ho amato molto. Poi assistente sociale e, a conti fatti, non mi sono allontanata molto da questo mio sogno. 

La persona che invidio di più. 
Chi riesce a dormire poche ore, restando in piena forma.

Le persone che ammiro di più.
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Nelson Mandela.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Fare il Cammino di Santiago per intero a piedi. Spero di riuscirci presto. 

La mia occupazione preferita.
In realtà il mio lavoro. E come si dice: ama il tuo lavoro e non lavorerai un giorno della tua vita.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Esattamente dove vivo e dove sono nata e cresciuta, in Alto Adige.

Il colore che preferisco. 
Il rosso.

Il mio musicista preferito. 
Amo ascoltare musica classica. Forse Mahler fra tutti.

Non sopporto…
Chi tratta senza rispetto chi è più fragile.

Dico bugie solo…
A fin di bene, ma poche.

La mia paura maggiore.
Vedere soffrire le persone che amo.

L’ultima volta che ho pregato. 
Stamattina.

Il giocattolo che ho amato di più. 
La mia bicicletta blu, che si chiamava Betty.

L’oggetto a cui sono più legata.
L’anello con un’acquamarina che mio marito mi donò tanti anni fa.

Il mio primo ricordo. 
Mia nonna che mi consolava.

Il mio più grande rimpianto.
Non aver avuto un terzo figlio, ma ormai confido nei nipoti…

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando… 
I miei figli sono orgogliosi di me. Giudici più severi dei figli non esistono.

Il mio motto.
Una frase di San Giovanni Bosco: “camminate con i piedi per terra e col cuore abitate in cielo”.

Autrice: Caterina Longo

Identità in movimento, il festival

Se Laives fosse una persona, come la descrivereste? Qual è la sua identità? E come potrebbe diventare “da grande”? Parte da questi interrogativi per gettare uno sguardo sul futuro il Festival “Identity in Motion” organizzato dall’associazione culturale “lasecondaluna”. Per quattro giorni, da giovedì 14 a domenica 17 ottobre il centro di Laives verrà animato da una serie di attività culturali a ingresso gratuito: oltre alla realizzazione di mostre d’arte e visite guidate, è prevista la proiezione di un documentario su Laives realizzato dall’artista Laura Pan, la realizzazione di uno spettacolo teatrale per bambini che si svolgerà nelle campagne al limitare della città e l’animazione delle illustrazioni di Mike Fedrizzi in opere di videoarte. Le attività si svolgeranno presso la Kulturhaus e la Sala Espositiva di Laives, ma anche all’interno delle vetrine e dei negozi e nella piazza della città – questo per far uscire l’arte dai luoghi classici ad essa deputati e portarla tra le persone, negli spazi condivisi. L’iniziativa intende proseguire la “ricerca identitaria” iniziata con i festeggiamenti organizzati dal Comune in occasione dei 200 anni di Laives, ma, più che guardare al passato e alle origini, si rivolge al futuro, offrendo uno scorcio di ciò che Laives potrebbe diventare. Attraverso gli sguardi di giovani artisti e artiste del territorio, si offre così ai cittadini e alle cittadine la possibilità di guardare alla propria città con occhi nuovi e nuovi punti di vista. Il Festival inaugura giovedì 14 ottobre, ore 10 nella piazza del Comune; venerdì 15 ottobre, ore 18, visita guidata alla mostra al Kulturhaus; venerdì 15 e sabato 16, alle ore 18.30 presso via delle Part, “Lo Spirito di lévals – spettacolo teatrale interattivo nella natura”(per bimbi tra i 5 – 8 anni); sabato 16 ottobre alle ore 18.30 presso la sala espositiva di Laives si svolge un talk con gli artisti Rolando Tessadri e Federico Casati moderato dalla curatrice Stefania Rossi.

Domenica 17 ottobre, alle ore 20 si svolge la serata conclusiva con la proiezione del documentario su Laives dell’artista Laura Pan presso la Kulturhaus. “Come esplicitato dal titolo ‘Identity in motion’, lo scopo del progetto non è quello di proporre una visione del futuro univoca, ma semplicemente di stimolare una riflessione: l’identità di una comunità è in continua trasformazione, in perenne movimento.” – così gli organizzatori de “lasecondaluna”. Info “Festival Identity in Motion”, Laives, 14-17 ottobre. In varie parti della città. Ingresso gratuito, per info: lasecondaluna.eu.

Autrice: Caterina Longo

Videogiochi e gaming in biblioteca

“Se invece di stare davanti a quel telefonino/tablet leggessi un bel libro…”, si tratta di un pensiero – o una esortazione – che ronza spesso nella testa dei genitori di adolescenti. Nell’immaginario comune, almeno quello di una certa età, lettura e gioco, dimensione analogica e digitale, sono due universi ben distinti, spesso in contraddizione. E invece per i ragazzi non è così: una realtà che è ben presente alla direttrice della Biblioteca Don Bosco di Laives, Luisella Raveane, che da questo autunno ha dotato la biblioteca di una apposita sezione con le tre famose consolle di gioco (Playstation, Xbox e Nintendo switch), numerosi videogiochi, due tablet e il moderno racconta storie FAB. è un’apertura alle tecnologie che prenderà forma anche nel progetto “Bibliogames: gioca con noi”, per stimolare, attraverso il gioco, la socialità e il fairplay. Mentre il l’iniziativa “Scopri Biblioweb” guarda a un pubblico adulto e intende istruire all’uso in autonomia della piattaforma provinciale Biblioweb per la ricerca bibliografica, riducendo il gap tecnologico che molti sentono rispetto al digitale. Ne abbiamo parlato con la direttrice.

Cosa l’ha spinta a portare consolle e videogiochi in biblioteca?
Si è trattato di un processo molto naturale. I videogiochi non sono una novità per la biblioteca Don Bosco di Laives. Questo particolare materiale è presente in biblioteca già da diversi anni con una piccola sezione di videogiochi per personal computer. In fase di controllo del patrimonio abbiamo valutato questa sezione e deciso di implementarla e svilupparla attraverso uno specifico progetto, sostenuto dall’Ufficio educazione permanente, biblioteche e audiovisivi della Provincia Autonoma di Bolzano.
Negli ultimi anni le risorse ed i mezzi informatici sono cambiati, le biblioteche offrono oramai da molto tempo tipologie di materiale differente dal libro (dai cd musicali ai dvd) e le risorse non sono più solo cartacee e analogiche ma anche digital; nel frattempo anche in Italia, diverse biblioteche avviavano progetti di gaming.

In genere pensiamo ai ragazzi davanti a una consolle o al cellulare a giocare isolati per ore. Come vuole agire il progetto per ritrovare, anche nell’utilizzo del videogioco, una situazione di socializzazione?
Le potenzialità educative ed aggregative del gioco sono note e alla base di numerosi studi e ricerche. Tramite il divertimento è possibile esercitare il cervello, migliorare le competenze e far incontrare nuove persone in un ambiente sicuro e piacevole, senza dimenticare la valenza educativa del gioco: quando si gioca è necessario apprendere delle regole e rispettarle, inventare strategie e imparare a perdere.
Il nostro intento è quello di promuovere l’utilizzo responsabile del videogioco attraverso momenti speciali di gaming e iniziative da svolgersi in biblioteca che passano anche attraverso tornei strutturati, gestiti dal personale di biblioteca e con materiale appositamente selezionato.
Ci saranno dei momenti specifici di gioco, di confronto e di sfida, sempre nel rispetto delle regole del gioco, dei compagni e delle attrezzature messe a disposizione.
Pensiamo a tornei dove i ragazzi e le ragazze si possano dare appuntamento, ritrovarsi, sfidarsi e poi commentare l’esperienza.
Il gioco deve essere uno stimolo, uno svago, deve favorire la socializzazione e il confronto e non l’alienazione o l’isolamento.

Cosa vi aspettate dal progetto? Avete già riscontri?
Speriamo di raggiungere un nuovo pubblico, entusiasmarlo e farlo tornare! E di far scoprire o riscoprire la biblioteca come luogo di socializzazione, di aggregazione e ovviamente di cultura. Un mondo dove poter vivere mille avventure, dove poter sognare, ma anche informarsi, approfondire e studiare attraverso libri, riviste, dvd, cd, opere d’arte e anche videogiochi. Le iniziative di gaming ed i tornei sono invece la vera sfida sia per i partecipanti che per noi.

Come ha trovato, che sensazioni ha avuto rispetto al pubblico giovane della biblioteca dopo due stagioni di pandemia? E gli adulti/anziani? Ci sono stati cambiamenti nel modo di fruire la biblioteca?
La pandemia con le inevitabili chiusure delle biblioteche e le successive aperture con servizi ridotti ha ovviamente penalizzato le nostre attività e devo dire che ci sono stati momenti difficili, sia per noi che per gli utenti. I primi a tornare in biblioteca sono stati gli adulti, ora, dopo il periodo estivo e con la ripresa delle scuole notiamo il ritorno dei più giovani e gli accessi giornalieri stanno tornando alla normalità.
E da quando è nuovamente concesso il fermarsi in biblioteca (con green pass) sono tornati gli studenti e i frequentatori della sezione dei periodici, per la lettura dei giornali e delle riviste.

Autrice: Caterina Longo

Demenza, trovare altre parole

“Oltre lo stigma, con parole e azioni nuove”: è stato questo il tema dell’incontro che, il 24 settembre scorso, in occasione della giornata internazionale dell’Alzheimer, è stato proposto ai cittadini dalle Sente-mente Comunità Amiche delle persone che vivono con demenza di Bronzolo e Vadena nel piazzale della scuola di Vadena. Tutti i presenti sono stati condotti a riflettere sulla potenza del linguaggio e a percepirne gli effetti sul proprio “sentire”. Le parole possono costruire muri o essere porte spalancate all’accoglienza, possono alimentare pregiudizi o diventare messaggere di possibilità. “Le parole che usiamo ogni giorno possono ferire, ma possono anche essere scialuppe in un mare in tempesta, ponti invisibili verso destini comuni” ci ricorda Eugenio Borgna, saggista e psichiatra. Le parole, come “esseri viventi”, hanno la capacità di trasformare il nostro “sentire”. Sono potenti perché se le scegliamo con accuratezza possono indurre in noi e in chi ci ascolta, un senso di benessere o viceversa, generare malumori e stress. Le parole non sono astratte e la ricerca scientifica, sempre più, sta dimostrando come esse abbiano un impatto sulla nostra biologia e, modificando la biochimica del nostro corpo, fanno si che esso produca molecole che possono farci provare sensazioni piacevoli o spiacevoli. Le parole evocano delle immagini che si traducono in emozioni che a loro volta condizionano i comportamenti.
Ti invito a pronunciare, ad alta voce, la parola DEMENTE, e pensare ad una persona che conosci che vive con questa diagnosi, e ora ascolta cosa accade dentro di te? Quali emozioni si sono messe in movimento? Parole come: demente, malattia devastante, mostro terribile, morto vivente, l’ombra di quello che era, che cosa suscitano dentro di te? Cosa provi? Non senti anche tu una sorta di irrequietezza o paura impastata con tristezza? Sono parole senza speranza che rappresentano la malattia in termini drammatici. Paolo Borzacchiello, massimo esperto di intelligenza linguistica e di interazioni umane, in un’intervista dichiara: “stiamo attenti a quello che diciamo, perché in un modo o nell’altro diventa vero, menzionare qualcosa ne rafforza la presenza. Parlare di una cosa, la fa diventare vera nel nostro cervello”. Nel momento quindi che parli di demenza utilizzando questo linguaggio, quell’idea drammatica diventa vera per te, esiste, cancellando ogni spiraglio di possibilità e spingendo la tua attenzione verso tutto ciò che la malattia porta via. Non si vuole negare la sfida che la demenza rappresenta per coloro che ne fanno esperienza diretta e per le famiglie che stanno loro accanto condividendone la vita. Difronte a questo dolore puoi imparare ad utilizzare le parole come strumento capace di aprire alla speranza. Sarà un piccolo passo per accompagnare te stesso e la persona di cui hai cura, in questa esperienza di malattia, senza farti travolgere dalle emozioni depotenzianti che un linguaggio tragico scatena. Sarà necessario prendere consapevolezza degli effetti delle parole su di te. Ascolta delle persone che dialogano tra di loro, la televisione o la radio e senti, percepisci…utilizzano parole che ti donano benessere? Allenati a riempire il tuo vocabolario di parole ricche di gentilezza, di calore, di vicinanza. Parole accoglienti che costruiscano ponti e non erigano muri e ascolta quanto ti fanno stare bene. Cambiare il linguaggio diventa quindi il primo passo in direzione di una trasformazione culturale, sia personale che sociale, al fine di restituire dignità alle persone che convivono con la malattia. Ti invito, da oggi, a sostituire la parola “demente” e utilizzare il termine “Persona che vive con la demenza”. Sembra una piccola cosa, ma aiuterai te stesso ad indirizzare l’ attenzione anziché verso la malattia, verso la persona che ancora desidera continuare ad essere vista come un essere umano e che, aldilà della diagnosi, continua a sperimentare la vita con tutto il caleidoscopio di emozioni che essa racchiude. L’incontro si è concluso con la consegna della relazione del Progetto Sente-mente® Comunità Amiche, ad entrambi i sindaci dei due comuni che erano presenti e che hanno rinnovato il loro interesse a proseguire in questa direzione con l’intento di creare all’interno dei due territori, una cultura di accoglienza e rispetto verso che vive con la demenza e le loro famiglie.

Autrice: Roberta Lenzi

La Skarozzata, per le vie di Ora

Domenica 2 ottobre scorso è arrivata a Ora “La Skarrozzata”, un’iniziativa nazionale nata nel 2011. Con l’intento di sensibilizzare ed educare alla diversità, i cittadini percorrono le strade delle città con sedie a rotelle, per testare le barriere architettoniche presenti sul territorio. Ad Ora in tanti hanno girato per le vie del paese in una passeggiata collettiva e inclusiva, sperimentando cosa significa muoversi in carrozzina. Ce lo racconta Mirko Caputo, organizzatore dell’evento.

Cos’è La Skarrozzata?
È un’associazione nazionale che non ha scopo di lucro né fini politici, cosa che mi è piaciuta molto, perché risolvere dei problemi, che sono le barriere architettoniche, senza obiettivi economico-politici è molto importante. Di solito invece quando si insidia la politica nascono anche dei dissidi, com’è noto. La mia iniziativa è nata soprattutto per sensibilizzare. Secondo me è la parola chiave per risolvere tante problematiche, o meglio, per fare in modo che non si creino: se andiamo a sensibilizzare chi decide le costruzioni della viabilità stradale, pedonale e ciclabile, riusciremo ad ottenere anche meno barriere architettoniche – e soprattutto potremo smantellare quelle mentali, che spesso ostacolano di più.

Perché la volontà di organizzare questa iniziativa?
Soprattutto per aiutare gli anziani. Spesso non si pensa che devono affrontare parte della loro vita con una sedia a rotelle con cui non hanno mai convissuto – rispetto a un disabile che la conosce a memoria – o con un semplice bastone. A Ora sono nato e vissuto e secondo me è un fiore all’occhiello per le barriere architettoniche, che bisogna proprio andare a cercare. Questa iniziativa mostra che si può sempre fare qualcosa per migliorare, ad esempio abbiamo notato che ci sono dei marciapiedi che potrebbero essere prolungati per evitare che si cammini sulla strada o sull’erba.

L’iniziativa come è arrivata a Ora?
Faccio parte della Commissione Anziani, la mia proposta è stata fatta in quella sede. Con la complicità di Sabine Bertagnolli, un’esperta in tematiche di inclusione sociale e sostegno alle persone con disabilità di Bolzano, mi sono informato e, parlandone insieme, siamo arrivati a questa Skarrozzata. Importante è stata anche la dott.ssa Barbara Avesani, Responsabile dell’Assistenza Protesica presso l’Azienda Sanitaria di Bolzano: non appena l’ho contattata si è interessata molto e ci siamo mossi in fretta per ottenere dieci carrozzelle da far utilizzare ai normodotati, così che potessero vedere le difficoltà presenti sulle strade.

Se dovesse fare un riassunto della giornata?
L’unica Skarozzata che è stata organizzata in regione risale al 2016, a Bolzano; tutto sommato era un’iniziativa nuova che ho dovuto spiegare a tutti. Le persone hanno cominciato ad avvicinarsi, soprattutto le signore, per farmi vedere dove c’erano difetti, dove sarebbe stato buono intervenire, cosa ci sarebbe da fare nel paese per migliorarlo. Inoltre, ho ricevuto molte chiamate anche sulle difficoltà nella viabilità: un attraversamento ciclabile non segnalato che potrebbe essere pericoloso, oppure dei marciapiedi che magari sono difficilmente percorribili, perché inclinati. Alla fine, il traguardo – la sensibilizzazione – è stato raggiunto: in tanti mi hanno chiesto dell’iniziativa e mi hanno contattato da altri paesi della Bassa Atesina per poterla sviluppare.

Ci sono altre iniziative legate a questa giornata?
L’iniziativa non finisce con il giorno dell’evento: adesso con sindaco e vicesindaco, che si sono messi a disposizione, bisognerà sviluppare dei progetti per poter intervenire su quelle piccole barriere architettoniche che abbiamo notato, e anche nelle nuove costruzioni, per evitare che ci siano problemi futuri. È stato bello vedere che la politica, unendosi, probabilmente riuscirà a fare qualcosa di buono. Poi domenica era la festa dei nonni, ci piacerebbe fare loro un bel regalo e risolvere alcune problematiche; infatti, legata alla Skarozzata, c’è sempre l’attenzione all’anziano.

Autrice: Ana Andros COOLtour

Castelfeder, l’Arcadia nell’Unterland

Nel cuore della Bassa Atesina si trova la collina di Castelfeder, per molti aspetti il territorio più rilevante e seducente di questo tratto della valle dell’Adige. Definita l’Arcadia del Tirolo, il suo paesaggio è caratterizzato da roccia porfirica arrotondata al termine dell’ultima era glaciale, prato arido, numerosi stagni e, soprattutto, maestose querce. Insomma, un ambiente bucolico che corrisponde perfettamente al “paesaggio ideale” che portiamo nell’anima.
Certo, non basterebbero le pagine di un libro per descrivere Castelfeder e la sua storia millenaria: dal neolitico alle culture del rame, del bronzo e del ferro fino al tardo medioevo. Siti preistorici, villaggi retici, il castrum romano (da qui passava la vecchia strada romana – ancora visibile – diretta a Pons Drusi e Tridentum), la roccaforte longobarda (ne parla F. Brandis nel 1678, mentre v. Wolkenstein accenna alla “popolazione antichissima di Castelfeder”) e castelli medievali hanno ospitato, nei secoli, genti di varie origini: italiche, retiche, etrusche, latine e germaniche. Tracce di templi, roghi votivi, chiese (splendide le rovine della cappella gotica del VI secolo di Santa Barbara e già dedicata a S. Vigilio), necropoli, vasche misteriose scavate nella pietra, levigate rocce della fertilità (si potrebbe approfittarne in questi tempi di scarsa natalità), mura di varie epoche (come le bizantine “Kuchelen” erette per proteggere il luogo dalle incursioni dei Bavari “bolzanini”) offrono al visitatore, insieme alle centinaia di reperti (domestici, bellici e religiosi) portati alla luce dal lavoro certosino degli archeologi, uno spaccato straordinario del passato di questa terra di confine con lo sguardo perennemente rivolto ai quattro punti cardinali: attitudine fortunatamente conservata fino ai giorni nostri.

Kuchelen e roccia della fertilità
foto servizio: David Kruk


Castelfeder, ai cui piedi sorse Endidae mansio (poi Ennemase), mercato e porto di rilievo, rappresentava uno snodo viario di vitale importanza: non solo tra Alpi e pianura padana, ma anche verso la Val di Fiemme e Feltre. La sua posizione a 200 metri di altezza consentiva di sorvegliare bene anche il fiume Adige e lo storico attraversamento di Gmund. Deve il suo nome attuale (quello antico, ahimè, è andato perduto) ad un patto (castrum foederis) tra Longobardi e Bavari che all’epoca si contendevano la Bassa Atesina o, forse, ad un castrum vetus eretto dai signori di Enn nel XIII secolo e poi distrutto.
Il tempo scorre lento, a Castelfeder, a volte sembra addirittura svanire. Allora, tra lo scampanellio monotono di qualche mucca e il fugace ronzio delle automobili sulla strada delle Dolomiti, è facile abbandonarsi alla sinuosa armonia dei prati solitari che si aprono inattesi sui terrazzamenti che sboccano nei vigneti del fondovalle, delle maestose querce millenarie o al saliscendi di sentieri incuneati nella pietra che non conducono più in nessun luogo. Anche se non dimentichiamo mai che tutto ciò è stato plasmato dalla mano degli uomini antichi, per il breve tempo di un mattino ci illudiamo di essere capitati nell’ultimo angolo di giardino dell’Eden rimasto come nostro Signore l’ha creato.

Foto principale: Santa Barbara

Autore: Reinhard Christanell

Ancora un richiamo alla responsabilità. What else?

Negli ultimi giorni una serie di fatti avvenuti hanno rilanciato il dibattito su alcuni temi chiave.
Per prima cosa alcuni gravi incidenti stradali hanno posto nuovamente l’attenzione sulle regole del gioco in vigore e suoi nostri comportamenti in questi contesti, ma anche sui luoghi in cui la viabilità si esplica, per come sono fatti e organizzati. Le molte segnalazioni da parte degli utenti sulle criticità e gli snodi pericolosi dovranno essere oggetto di grande attenzione da parte di chi, nella sfera pubblica, è chiamato a garantire la sicurezza. Ma allo stesso tempo tutti i rappresentanti delle categorie in gioco – pedoni, ciclisti, scooteristi, motociclisti, automobilisti, conduttori di grandi mezzi pubblici e privati – sono chiamati ad una nuova presa di coscienza nei confronti del senso stesso delle regole. Che, lo ricordiamo, sono fatte per essere rispettate anche da noi e non solo “dagli altri”.
Altri lutti ci hanno richiamato ad una vera attenzione nei confronti del profondo disagio umano che nella nostra terra apparentemente felice colpisce invece molte persone, alcune di esse anche di giovanissima età. Personalmente a me ha colpito nel profondo l’appello rivolto alla cittadinanza da parte di un padre reduce dalla tragica esperienza di dover accettare la scelta del figlio di interrompere la propria vita anzitempo.
La forza di questo genitore nel richiamarci a vigilare e ad essere vicini a chi ci sta accanto deve servirci a superare il pudore che tradizionalmente viviamo in queste situazioni. Spingendoci a rilanciare un patto di solidarietà che invece è garanzia per tutti, in una società degna di chiamarsi tale.
La terza notizia che a mio avviso merita attenzione è quella che riguarda l’ennesimo appello lanciato nel capoluogo (ma non solo) in merito all’ormai certificata scarsa capacità di accoglienza nella nostra terra, in termini di offerta di appartamenti in affitto.
Come è stato spiegato si tratta di una chiusura che fa male, perché mette i bastoni tra le ruote da una parte all’arrivo di manodopera qualificata di cui abbiamo bisogno e dall’altra all’accoglienza di giovani che scelgono la nostra università per qualificarsi. La vittoria del sì nel recente referendum a Berlino volto ad aprire la strada alla possibilità espropriare le case sfitte ai colossi immobiliari forse può farci riflettere,
anche in questo senso.

Autore: Luca Sticcotti

Responsabilità, responsabilità, responsabilità

Come avrete visto dalla nostra copertina ci siamo. Dopo un anno di commissariamento il Comune di Merano ci riprova, o meglio sono le cittadine e i cittadini stessi che – tornando alle urne – cercano di uscire dal vicolo cieco creatosi lo scorso autunno con le elezione comunali e il successivo fallimento delle trattative per dare un governo alla città, stante il risultato acquisito. La città di Merano merita di essere guidata da una politica attenta ai problemi reali e alle esigenze vere delle persone. Alcuni quartieri della città del Passirio hanno addirittura preso carta e penna per esprimere le proprie richieste ed aspirazioni, ricordando ancora una volta ai candidati e alle formazioni politiche che li esprimono, quanto poco agli elettori interessino le beghe, le ripicche, i veti e i giochi di potere. Merano è una città dalla storia “plurale”, fatta da cittadini operosi da generazioni e da nuovi residenti giunti per dare il loro contributo in un’ottica di prosperità. Allo stesso tempo il capoluogo del Burgraviato è un punto di riferimento per un’ampia fetta della provincia, che insieme ha affrontato il periodo di difficoltà legato al lockdown e alla pandemia. L’auspicio è allora che i cittadini il prossimo 10 ottobre possano premiare tra i candidati, sia alla carica di sindaco che a quella di consiglieri/assessori, quelli in grado di guardare in prospettiva e con maggiore coraggio (e intelligenza) nell’ottica del bene comune. La politica, va da sé, è fatta anche di ambizione e pure di lobbismo che da sempre, inteso nel giusto modo, ha senz’altro il suo perché. Ma a partire dal 10 ottobre tutti si attendono che gli eletti siano finalmente in grado di rilanciare il dialogo da sempre necessario per riuscire a produrre un nuovo equilibrio, che è il vero sale della politica. Da qualche decennio quando ci si riferisce alle forze in campo in democrazia, si tende ad abbinare al termine “maggioranza” non tanto il suo contrario “minoranza”, quanto piuttosto il termine “opposizione”, che ben rappresenta ahinoi le dinamiche conflittuali che recentemente ha assunto la politica in Italia. Ebbene: il conflitto non può essere fine a sé stesso e all’insegna dell’individualismo. A Merano i cittadini hanno già potuto sperimentare a cosa porta.

Autore: Luca Sticcotti

Mutuo e recesso: tempistiche chiare

Di recente, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è intervenuta sulla questione relativa alle modalità per calcolare i tempi di recesso da un contratto di mutuo, statuendo come esse debbano essere indicate in modo chiaro e conciso. Ha inoltre evidenziato che, per non compromettere il diritto del consumatore a recedere, non basta il rinvio alle norme generali, ma è necessaria un’informazione specifica nel contratto. L’innovativa pronuncia della Corte europea è destinata a incidere sull’articolo 125-ter del decreto legislativo n. 141/2010 con il quale è stata recepita la direttiva 2008/48 sui contratti di credito ai consumatori. La questione nasce dalla controversia tra un consumatore e un istituto di credito: il primo aveva comunicato il recesso dal proprio contratto di mutuo; recesso considerato non tempestivo da parte della Banca, che aveva sul punto richiamato le norme generali del codice civile. Un quadro non chiaro, secondo la Corte di Giustizia perché, in sostanza, il contratto rinviava a una norma (che a sua volta, nello specifico, richiamava altre disposizioni). È evidente – osservano gli eurogiudici – che in questo modo il consumatore non riceve le informazioni previste dall’articolo 10 della direttiva citata. La norma, infatti, prevede non solo l’indicazione della possibilità o dell’assenza del diritto di recesso, ma anche del periodo durante il quale può essere esercitato e le condizioni per attivarlo. Solo così il consumatore è messo nelle condizioni di conoscere i diritti e gli obblighi per sciogliersi dal contratto ed è garantito un livello “elevato ed equivalente di tutela degli interessi dei consumatori”, necessario per un “efficiente mercato interno del credito al consumo”. La catena prevista da un ordinamento interno che per le informazioni obbligatoriamente previste dall’articolo 10 della direttiva rinvia a una disposizione nazionale, la quale a sua volta richiama eventualmente un’altra norma, non è compatibile con la direttiva perché il dies a quo del termine di recesso dal contratto (informazione obbligatoria) non è contenuto nel testo e costringe il consumatore a una caccia tra diversi atti legislativi. Per la Corte questo vuol dire che il consumatore “non è in grado di determinare la portata del proprio impegno contrattuale, così come non può definire il termine dal quale decorre il diritto di recesso.”

Autore: Massimo Mira