Bolzano ai tempi di Ötzi

Sull’uomo del Similaun sono state compiute moltissime ricerche, che hanno consentito di realizzarne una sorta di identikit. Ma cosa sappiamo di com’era la conca di Bolzano all’epoca e da chi era abitata?

La conca di Bolzano è sempre stata legata alla confluenza dell’Isarco nell’Adige. Ma per farci un’idea della conca ai tempi di Ötzi non dobbiamo pensare al corso odierno dei fiumi, in quanto all’epoca essi avevano una conformazione ad ampi meandri. Il corso dell’Adige, ad esempio, si presentava con queste caratteristiche dalla zona dell’odierna Merano fino circa a Verona. Mentre a quei tempi l’Isarco finiva nell’Adige, un poco più a nord rispetto all’attuale confluenza all’altezza della roccia di Castel Firmiano. Insomma: i letti dei fiumi erano molto più ampi e molto più liberi rispetto ad oggi.
Anche per questo motivo era difficile trovare insediamenti nel fondovalle, in quanto spesso le zone, specie quelle determinate da qualche ansa di fiume, erano paludose, come ad esempio la zona più a sud dell’odierna Bolzano, fino a Laives. In realtà non possiamo escludere in assoluto la presenza dell’uomo in questa zona, in quanto la conformazione del terreno e le alluvioni del tempo ne hanno cancellato le eventuali testimonianze. Ma si ritiene che i fondivalle fossero abbastanza selvatici, lasciati al fiume, mentre l’uomo si locava in posti protetti e all’asciutto, su piccoli conoidi, caratterizzati da accumuli di materiali detritici depositati dai corsi d’acqua.
Oggi siamo a conoscenza di insediamenti anche nelle zone di Soprabolzano, San Genesio, sul Virgolo, nella zona sopra San Giacomo, a Castel Firmiano e in tutto l’Oltradige. Si tratta, come vediamo, di zone più in quota e quindi al riparo dal pericolo delle alluvioni.
Su questi siti, ad esempio a Castel Firmiano, ci sono resti anche antichi, addirittura risalenti all’età neolitica e del rame, che sono le età precedenti o contemporanee a Ötzi.
Siamo a conoscenza anche di insediamenti preistorici tra il Burgraviato e Bolzano presenti su entrambi i lati della valle, soprattutto nella zona di Terlano, più soleggiata.
Sappiamo anche di un insediamento di case dove la strada da Gries e San Maurizio interseca la vecchia strada provinciale per Merano. Inoltre sul conoide di Settequerce abbiamo conto dell’esistenza di case, cosiddette di tipo retico di un importante insediamento protostorico. Il luogo era molto abitato, senz’altro molto più di oggi.
Ulteriori dettagli li chiediamo al dott. Alberto Alberti, laureato in Archeologia, classe 1967, direttore del Gruppo Archeologico di Bolzano.

Alberto Alberti

Dott. Alberti, abbiamo indicazioni sulla grandezza degli insediamenti umani nella conca di Bolzano all’epoca di Ötzi?
Nell’epoca neolitica possiamo immaginare che ci fossero dei piccoli insediamenti sparsi sul fondovalle, e anche in zona di montagna media. Ipotizziamo fossero comunità di 50 persone o poco più. Per avere dei dati precisi, dovremmo individuare e scavare un intero insediamento e allora con calcoli vari, dati dalla presenza di ossa, alla presenza effettiva di abitazioni, potremmo eventualmente dedurne la quantità. In questa direzione aiuterebbe anche trovare una necropoli, un antico cimitero.

Sappiamo qualcosa di queste popolazioni?
Diciamo che si tratta di Reti o di civiltà retica quando parliamo della popolazione locale autoctona che abitava le nostre valli perlomeno dall’età del bronzo, ma molto probabilmente già dall’età neolitica. La loro zona di insediamento si estendeva dall’odierno Cantone dei Grigioni in Svizzera, passando dagli odierni Alto Adige e Trentino fino a ridosso della prealpi venete. I Reti erano una popolazione pre-indoeuropea che parlava una lingua che aveva delle relazioni con l’etrusco. I Reti vivevano nella Valle Tridentina, la quale altro non è che l’odierna valle dell’Adige tra Trento e Merano. I tridentini erano una tribù locale e tra l’VIII ed il V secolo a.C. erano ben sistemati lungo tutta la valle dell’Adige. Rispetto alle epoche successive l’elemento più importante per la loro vita era senz’altro il fiume. Navigabile con barche e zattere dallo sbocco in mare fino a Vadena, l’Adige da lì in poi acquisiva un carattere torrentizio o perlomeno più tortuoso. In determinate stagioni il fiume era percorribile fino a Settequerce, una zona all’epoca lambita da un meandro dell’Adige. Vadena veniva considerato all’epoca un emporio, un punto di commercio internazionale, nato intorno al 1300 a.C. Da lì le merci proseguivano via terra, verso i mercati nordici, dell’Europa centrale. A Vadena e Settequerce sono stati rinvenuti diversi reperti relativi ad altre aree, celtiche, padane (etrusche), ecc.

Gli scavi presso la necropoli di Settequerce

Sappiamo qualcosa sugli animali dell’epoca?
Per quanto riguarda l’età del bronzo, sono rappresentati molti buoi, pecore e capre. Erano quelle le specie che venivano allevate. Sappiamo anche della presenza di animali selvatici che venivano cacciati. Verosimilmente nella zona della conca si cacciava e si pescava – abbiamo infatti tracce di pesci, ad esempio, anche se è più difficile vederli e rintracciarli in quanto sono più delicati e non sempre si conservano nel tempo.

Scavi a Laives

Può dirci qualcosa sui ritrovamenti nella conca di Bolzano?
Sappiamo che nell’età del Ferro, nel primo millennio a.C., nella zona di Bolzano c’erano degli insediamenti a ridosso della montagna. Nella zona di Gries, verso San Maurizio, in località Bagni di zolfo, c’è un affioramento di acqua sulfurea e lì è stato identificato un luogo di culto, evidentemente dovuto a quest’acqua particolare. A San Maurizio inoltre, è stato trovato un deposito di centinaia di anelli in bronzo, che oggi sono conservati al museo civico di Bolzano. 
Nella zona di Maso Berger, sempre nella zona tra San Maurizio e Gries, è stata trovata una necropoli dell’età del ferro media e tarda. 

Gli anelli rinvenuti a San Maurizio


La conca di Bolzano ha cominciato ad essere abitata con l’avvento dei Romani, conseguente alla calata dei Cimbri (intorno al 100 a.C.). I Cimbri, passati da quelle parti in una delle loro scorrerie, alla fine sono stati sconfitti dai romani. La lotta ai Cimbri è stata la causa della romanizzazione dell’area alpina. I romani misero piede in modo un po’ più stabile nelle nostre valli, proprio per premunirsi da queste incursioni che avevano fatto tanti danni. Con i romani ha cominciato a prendere forma anche un vero e proprio insediamento in zona conca. Dell’epoca romana ci sono testimonianze vicino alla casa di riposo Grieserhof: un insediamento romano stabile con tanto di luogo di culto/tempio (gli scavi sono visitabili). In ogni caso abbiamo molti altri ritrovamenti di epoca romana sparsi sul territorio. In modo particolare vorrei ricordare il ritrovamento di epoca tarda romana consistente nei resti di una basilica paleocristiana sottostante il Duomo di Bolzano. Scoperta, questa, da mettere in relazione al nucleo storico di Pons Drusi, Ponte di Druso, abitato che prende il nome dal famoso condottiero e che si presume fosse collocato nella zona tra l’odierno Ponte Loreto e Piazza Walther.

Autore: Till Antonio Mola

Fra presente e passato il complesso dell’ex Pascoli-Longon

È aperta fino al 13 novembre 2021 (ingresso libero) presso la galleria Arge Kunst di via Museo la mostra in ricordo dell’architetto Christoph Mayr Fingerle e delle sue opere. Vincitore del concorso del nuovo Polo bibliotecario di Bolzano, un grande plastico in scala 1:50 ci mostra come avverrà la trasformazione del plesso scolastico progettato da Guido Pellizzari nel 1934, secondo il progetto vincitore. Non vogliamo entrare nel merito delle scelte progettuali e nemmeno sulle lentezze giuridiche annesse all’esecuzione del nuovo progetto ideato dallo scomparso architetto. Vogliamo, invece, prendere in considerazione un’altro fattore. Lo stato attuale della struttura è sotto gli occhi di tutti. Il Comune di Bolzano ha recentemente stanziato 100 mila euro per mantenere integra la sua architettura dagli scempi dei “graffittari”, dai danneggiamenti eseguiti da terzi e per provvedere ad un’ordinaria manutenzione. Sono molto lontani nel ricordo gli echi dei bambini che un tempo giocavano nel cortile, oppure in attesa, con ogni stagione climatica, che suonasse la campanella per poter entrare in classe. Ad un’attenta osservazione, a parte i danni esterni e qualche infiltrazione d’acqua, gli infissi sono ancora in buono stato e le normative anticendio sembrerebbero ancora reggere all’usura del tempo.Gli adiacenti plessi scolastici vicini, come l’Itcat Delai, IIS Galilei ed altri istituti, sono in carenza di aule, ora che gli studenti sono tutti di nuovo in presenza. Perché non fare allora dell’ex Pascoli una scuola di “rotazione”, finché non venga sbloccato il suo utilizzo finale ?
Ciò è già successo in altre strutture scolastiche bolzanine. Da un lato si impedirebbe che un capolavoro dell’architettura razionalista andasse completamente in rovina, e dall’altro si darebbe respiro ad alcune strutture scolastiche che sono in sofferenza. Il blocco del Pascoli, in realtà è costituito da due distinte strutture, con accessi ed utilizzi differenti sin dall’ origine. Quello prospiciente l’attuale Corso della Libertà era destinato alla Scuola di avviamento al lavoro, voluta con la riforma del 1928 e del 1932, dove vi trovavano collocazione gli studenti che, terminate le elementari, continuavano la formazione verso il mondo del lavoro. Abolita con l’istituzione della scuola media, vi trovò quindi posto la scuola Magistrale. Il secondo blocco, quello delle Longon, è stato da sempre utilizzato per la scuola primaria. Nel progetto di Fingerle quest’ultimo verrebbe interamente demolito. Intanto la grande struttura giace silente in attesa…

Autore: Flavio Schimenti

Il beato Arrigo

Bolzano-Treviso: c’è un forte legame tra le due città, come tra le due diocesi. Oltre ad avere, Treviso, un altoatesino come vescovo dal 6 ottobre 2019, hanno anche un Beato in comune. Si tratta del Beato Arrigo, o Enrico da Bolzano; a lui è intitolata una via di Bolzano, collegante via Castel Roncolo e via Weggenstein a via S. Antonio; si tratta di “via Beato Arrigo – Selig Heinrichstrasse”, dedica che si trova in due targhe: una in pietra che si nota sul muro di un edificio, l’altra, più recente, dell’odonomastica comunale. Non lontano dalla via vi è un maso, detto “Heinrichshof”, dove Arrigo-Enrico sarebbe nato nel 1250. Di famiglia povera, si guadagnò da vivere come operaio a giornata; pur essendo analfabeta, partecipava con devozione a funzioni religiose. A trent’anni, con la moglie Benvenuta e il figlio Lorenzo si trasferì a Biancade, nel trevigiano. Continuò anche da vedovo a condurre una vita di umile lavoro e a partecipare a varie celebrazioni liturgiche. Trasferitosi a Treviso, quando per l’età avanzata non poté più lavorare, condusse una vita di penitenza, chiedendo l’elemosina, anche per gli altri poveri, e di preghiera, recitando il Rosario in qualche angolo della chiesa, e se la chiesa era chiusa pregando in ginocchio davanti al portale. Morto in fama di santità il 10 giugno 1315 il popolo in massa partecipò alle esequie, durante le quali guarì un paralitico. Arrigo fu sepolto nel duomo di Treviso. Due sue reliquie si trovano dal 1759 nel duomo di Bolzano in una teca di cristallo. Di lui hanno scritto sia Boccaccio che D’Annunzio. Nel 1859 in sua memoria fu costruita una chiesetta sulla destra della strada che porta il suo nome. Al beato Enrico da Bolzano è dedicata una parrocchia della diocesi di Bolzano-Bressanone, quella di Seit-La Costa, presso Laives; la chiesa a lui dedicata fu consacrata nel 1854. Beato Arrigo è compatrono sia di Bolzano (con Maria Assunta) che di Treviso (con San Liberale).

Autore: Leone Sticcotti

Monika Callegaro e la bellezza della musica

Calca i palchi da ben cinquant’anni, ma anagraficamente non ne ha molti di più visto che ha cominciato davvero in tenera età: il nome di Monika Callegaro è uno di quelli che chi segue le cronache musicali conosce molto bene, sia come cantante di storiche formazioni come Cela Aguai, S.A.M Session, la Lovetown Band di Benno Simma o le Swingin’ Sisters di fama nazionale (con le sorelle Bertagnolli), sia come insegnante di canto, sia, in tempi recenti, come apprezzata conduttrice radiofonica.

Ha avuto sempre una grande attenzione per la scena musicale della sua (e nostra) città. Ed è naturale quindi che per festeggiare i suoi cinquant’anni di palcoscenico, Monika abbia deciso di mettere online, sul suo canale youtube quattro canzoni registrate per l’occasione, una autografa e tre con le firme di autori locali.
MK, questo il titolo del brano composto per l’occasione, è un biglietto da visita importante, il video ci mostra l’artista in perfetta solitudine e sicurezza, seduta al pianoforte e alle prese con un testo personale, autobiografico, molto convincente.
“MK – ci racconta la Callegaro – è la sigla con cui di solito firmo i messaggi quando ho poco tempo. La K è importante nel mio nome e ho dovuto difenderla sempre perché spesso mi è stata tramutata in C, cosa che toglieva al mio nome l’unica testimonianza della mia parte di radici tedesche. MK è poi un po’ come una contrazione di Monik, che suona come Diabolik o Cattivik… Insomma è una cosa a cui tengo parecchio. Così quando ho cominciato a cercare un titolo per una canzone che parla così intimamente di me, quasi fosse una confessione riguardo al mio rapporto col canto, mi è parso che non ce ne fosse uno migliore”.
L’incipit del brano, “Sono caduta nella bellezza appena ho potuto”, la dice lunga sul rapporto tra la cantante e la musica, la bellezza è la musica e il riferimento è chiaramente alla prima volta in cui il padre l’ha spinta sul palco, in età prescolare, per partecipare ad un concorso (come Monika Leitner, col cognome della mamma) dove si classificò seconda col brano “Un sogno”, che recava la firma insospettabile di Giorgio Dobrilla, che è poi un’altra delle canzoni scelte per l’EP registrato da Monika la scorsa estate sotto la guida artistica di Mattia Mariotti, responsabile anche delle riprese video realizzate in un suggestivo bianco e nero per nulla datato.
“Quell’incipit – ci spiega l’artista – è esattamente quello che sento ogni volta che canto, ogni volta che mi ritrovo in nello stato di grazia in cui mi sento quando canto, ho la consapevolezza di essere immersa in un bagno di bellezza. Quando poi ho cominciato a pensare ai brani da registrare ho scelto queste cover non a caso, dietro ognuna di esse c’ è un legame particolare. Ho sempre desiderato fare un disco in cui cantare gli autori locali, da Jacopo Schiesaro agli Skanners, ad Andrea Maffei, i Morisco, Bobbi Gualtirolo, ce n’è tanta gente bravissima che scrive bellissime canzoni… in realtà per i miei cinquant’anni di palcoscenico avrei voluto fare un concerto, ma poi è successo quel che è successo. Alla fine c’era davvero poco tempo per imbastire il progetto e quindi mi sono appoggiata a Mattia, che è stato importantissimo non solo a livello musicale, ma anche umano, psicologico. Mi ha aiutata a mettere a fuoco il fatto che dovesse essere un lavoro emotivo, e così è stato. Diretto, senza artifizi, a parte il brano originale in cui il pianoforte l’ho suonato io, negli altri tre mi ha accompagnata Marco Facchin.”
Le altre due composizioni interpretate dalla cantante nel suo EP, sono ugualmente importanti: “Pastelli” porta le firme di Andrea Maffei e Sergio Farina (compagno di vita di Monika), un brano che la Spritz Band non ha mai trovato il tempo di inserire in nessun disco ma che non è passato inosservato, “Basta così” viene invece dal repertorio di Benno Simma (ed aveva avuto una prima cover dal vivo da parte dei Morisco in un Live Muse di alcuni anni fa).
“Sono canzoni bellissime – conclude la Callegaro – belle da ascoltare, belle da cantare, al di là della bellezza in sé, dal punto di vista armonico, melodico, del testo; per quel che mi riguarda c’è il contesto, l’importanza che quei brani hanno avuto per me, come è poi descritto anche al termine di ciascuno dei video realizzati per accompagnarli”.

Foto principale: Carmelo Giacchino

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Lido e Passirio, tutti in vacanza

La stagione al lido di Merano è terminata, e nonostante le restrizioni della pandemia i meranesi hanno potuto apprezzarne l’ambiente amichevole e l’aria fresca. Franco Buraglio, artista meranese appassionato di pittura e attualmente di fotografia, propone una carrellata di foto di repertorio che raccontano gli anni immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale.

La passione per il sociale

QuiIntervista a Liliana Di Fede, pedagogista, nata a Bolzano e laureata a Bologna. Ha sempre lavorato nel sociale, ricoprendo ruoli dirigenziali sia a Bolzano che nella Comunità dell’Oltradige Bassa Atesina. Dal 2010 al 2015 è stata sindaca della città di Laives. Attualmente è direttrice generale dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano.

La cosa che mi piace di più di me.
L’ottimismo, l’entusiasmo, forse un po’, dice chi mi vuol bene, la pazienza.

Il mio principale difetto.
Difficile, sono talmente tanti…

La volta che sono stata più felice.
Quando sono nati i miei figli.

La volta che sono stata più infelice.
Quando le persone a me più care mi hanno lasciato.

Da bambina sognavo di diventare… 
Per molti anni scrittrice, come Jo March di “Piccole donne”, personaggio che da bambina ho amato molto. Poi assistente sociale e, a conti fatti, non mi sono allontanata molto da questo mio sogno. 

La persona che invidio di più. 
Chi riesce a dormire poche ore, restando in piena forma.

Le persone che ammiro di più.
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Nelson Mandela.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Fare il Cammino di Santiago per intero a piedi. Spero di riuscirci presto. 

La mia occupazione preferita.
In realtà il mio lavoro. E come si dice: ama il tuo lavoro e non lavorerai un giorno della tua vita.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Esattamente dove vivo e dove sono nata e cresciuta, in Alto Adige.

Il colore che preferisco. 
Il rosso.

Il mio musicista preferito. 
Amo ascoltare musica classica. Forse Mahler fra tutti.

Non sopporto…
Chi tratta senza rispetto chi è più fragile.

Dico bugie solo…
A fin di bene, ma poche.

La mia paura maggiore.
Vedere soffrire le persone che amo.

L’ultima volta che ho pregato. 
Stamattina.

Il giocattolo che ho amato di più. 
La mia bicicletta blu, che si chiamava Betty.

L’oggetto a cui sono più legata.
L’anello con un’acquamarina che mio marito mi donò tanti anni fa.

Il mio primo ricordo. 
Mia nonna che mi consolava.

Il mio più grande rimpianto.
Non aver avuto un terzo figlio, ma ormai confido nei nipoti…

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando… 
I miei figli sono orgogliosi di me. Giudici più severi dei figli non esistono.

Il mio motto.
Una frase di San Giovanni Bosco: “camminate con i piedi per terra e col cuore abitate in cielo”.

Autrice: Caterina Longo

Identità in movimento, il festival

Se Laives fosse una persona, come la descrivereste? Qual è la sua identità? E come potrebbe diventare “da grande”? Parte da questi interrogativi per gettare uno sguardo sul futuro il Festival “Identity in Motion” organizzato dall’associazione culturale “lasecondaluna”. Per quattro giorni, da giovedì 14 a domenica 17 ottobre il centro di Laives verrà animato da una serie di attività culturali a ingresso gratuito: oltre alla realizzazione di mostre d’arte e visite guidate, è prevista la proiezione di un documentario su Laives realizzato dall’artista Laura Pan, la realizzazione di uno spettacolo teatrale per bambini che si svolgerà nelle campagne al limitare della città e l’animazione delle illustrazioni di Mike Fedrizzi in opere di videoarte. Le attività si svolgeranno presso la Kulturhaus e la Sala Espositiva di Laives, ma anche all’interno delle vetrine e dei negozi e nella piazza della città – questo per far uscire l’arte dai luoghi classici ad essa deputati e portarla tra le persone, negli spazi condivisi. L’iniziativa intende proseguire la “ricerca identitaria” iniziata con i festeggiamenti organizzati dal Comune in occasione dei 200 anni di Laives, ma, più che guardare al passato e alle origini, si rivolge al futuro, offrendo uno scorcio di ciò che Laives potrebbe diventare. Attraverso gli sguardi di giovani artisti e artiste del territorio, si offre così ai cittadini e alle cittadine la possibilità di guardare alla propria città con occhi nuovi e nuovi punti di vista. Il Festival inaugura giovedì 14 ottobre, ore 10 nella piazza del Comune; venerdì 15 ottobre, ore 18, visita guidata alla mostra al Kulturhaus; venerdì 15 e sabato 16, alle ore 18.30 presso via delle Part, “Lo Spirito di lévals – spettacolo teatrale interattivo nella natura”(per bimbi tra i 5 – 8 anni); sabato 16 ottobre alle ore 18.30 presso la sala espositiva di Laives si svolge un talk con gli artisti Rolando Tessadri e Federico Casati moderato dalla curatrice Stefania Rossi.

Domenica 17 ottobre, alle ore 20 si svolge la serata conclusiva con la proiezione del documentario su Laives dell’artista Laura Pan presso la Kulturhaus. “Come esplicitato dal titolo ‘Identity in motion’, lo scopo del progetto non è quello di proporre una visione del futuro univoca, ma semplicemente di stimolare una riflessione: l’identità di una comunità è in continua trasformazione, in perenne movimento.” – così gli organizzatori de “lasecondaluna”. Info “Festival Identity in Motion”, Laives, 14-17 ottobre. In varie parti della città. Ingresso gratuito, per info: lasecondaluna.eu.

Autrice: Caterina Longo

Videogiochi e gaming in biblioteca

“Se invece di stare davanti a quel telefonino/tablet leggessi un bel libro…”, si tratta di un pensiero – o una esortazione – che ronza spesso nella testa dei genitori di adolescenti. Nell’immaginario comune, almeno quello di una certa età, lettura e gioco, dimensione analogica e digitale, sono due universi ben distinti, spesso in contraddizione. E invece per i ragazzi non è così: una realtà che è ben presente alla direttrice della Biblioteca Don Bosco di Laives, Luisella Raveane, che da questo autunno ha dotato la biblioteca di una apposita sezione con le tre famose consolle di gioco (Playstation, Xbox e Nintendo switch), numerosi videogiochi, due tablet e il moderno racconta storie FAB. è un’apertura alle tecnologie che prenderà forma anche nel progetto “Bibliogames: gioca con noi”, per stimolare, attraverso il gioco, la socialità e il fairplay. Mentre il l’iniziativa “Scopri Biblioweb” guarda a un pubblico adulto e intende istruire all’uso in autonomia della piattaforma provinciale Biblioweb per la ricerca bibliografica, riducendo il gap tecnologico che molti sentono rispetto al digitale. Ne abbiamo parlato con la direttrice.

Cosa l’ha spinta a portare consolle e videogiochi in biblioteca?
Si è trattato di un processo molto naturale. I videogiochi non sono una novità per la biblioteca Don Bosco di Laives. Questo particolare materiale è presente in biblioteca già da diversi anni con una piccola sezione di videogiochi per personal computer. In fase di controllo del patrimonio abbiamo valutato questa sezione e deciso di implementarla e svilupparla attraverso uno specifico progetto, sostenuto dall’Ufficio educazione permanente, biblioteche e audiovisivi della Provincia Autonoma di Bolzano.
Negli ultimi anni le risorse ed i mezzi informatici sono cambiati, le biblioteche offrono oramai da molto tempo tipologie di materiale differente dal libro (dai cd musicali ai dvd) e le risorse non sono più solo cartacee e analogiche ma anche digital; nel frattempo anche in Italia, diverse biblioteche avviavano progetti di gaming.

In genere pensiamo ai ragazzi davanti a una consolle o al cellulare a giocare isolati per ore. Come vuole agire il progetto per ritrovare, anche nell’utilizzo del videogioco, una situazione di socializzazione?
Le potenzialità educative ed aggregative del gioco sono note e alla base di numerosi studi e ricerche. Tramite il divertimento è possibile esercitare il cervello, migliorare le competenze e far incontrare nuove persone in un ambiente sicuro e piacevole, senza dimenticare la valenza educativa del gioco: quando si gioca è necessario apprendere delle regole e rispettarle, inventare strategie e imparare a perdere.
Il nostro intento è quello di promuovere l’utilizzo responsabile del videogioco attraverso momenti speciali di gaming e iniziative da svolgersi in biblioteca che passano anche attraverso tornei strutturati, gestiti dal personale di biblioteca e con materiale appositamente selezionato.
Ci saranno dei momenti specifici di gioco, di confronto e di sfida, sempre nel rispetto delle regole del gioco, dei compagni e delle attrezzature messe a disposizione.
Pensiamo a tornei dove i ragazzi e le ragazze si possano dare appuntamento, ritrovarsi, sfidarsi e poi commentare l’esperienza.
Il gioco deve essere uno stimolo, uno svago, deve favorire la socializzazione e il confronto e non l’alienazione o l’isolamento.

Cosa vi aspettate dal progetto? Avete già riscontri?
Speriamo di raggiungere un nuovo pubblico, entusiasmarlo e farlo tornare! E di far scoprire o riscoprire la biblioteca come luogo di socializzazione, di aggregazione e ovviamente di cultura. Un mondo dove poter vivere mille avventure, dove poter sognare, ma anche informarsi, approfondire e studiare attraverso libri, riviste, dvd, cd, opere d’arte e anche videogiochi. Le iniziative di gaming ed i tornei sono invece la vera sfida sia per i partecipanti che per noi.

Come ha trovato, che sensazioni ha avuto rispetto al pubblico giovane della biblioteca dopo due stagioni di pandemia? E gli adulti/anziani? Ci sono stati cambiamenti nel modo di fruire la biblioteca?
La pandemia con le inevitabili chiusure delle biblioteche e le successive aperture con servizi ridotti ha ovviamente penalizzato le nostre attività e devo dire che ci sono stati momenti difficili, sia per noi che per gli utenti. I primi a tornare in biblioteca sono stati gli adulti, ora, dopo il periodo estivo e con la ripresa delle scuole notiamo il ritorno dei più giovani e gli accessi giornalieri stanno tornando alla normalità.
E da quando è nuovamente concesso il fermarsi in biblioteca (con green pass) sono tornati gli studenti e i frequentatori della sezione dei periodici, per la lettura dei giornali e delle riviste.

Autrice: Caterina Longo

Demenza, trovare altre parole

“Oltre lo stigma, con parole e azioni nuove”: è stato questo il tema dell’incontro che, il 24 settembre scorso, in occasione della giornata internazionale dell’Alzheimer, è stato proposto ai cittadini dalle Sente-mente Comunità Amiche delle persone che vivono con demenza di Bronzolo e Vadena nel piazzale della scuola di Vadena. Tutti i presenti sono stati condotti a riflettere sulla potenza del linguaggio e a percepirne gli effetti sul proprio “sentire”. Le parole possono costruire muri o essere porte spalancate all’accoglienza, possono alimentare pregiudizi o diventare messaggere di possibilità. “Le parole che usiamo ogni giorno possono ferire, ma possono anche essere scialuppe in un mare in tempesta, ponti invisibili verso destini comuni” ci ricorda Eugenio Borgna, saggista e psichiatra. Le parole, come “esseri viventi”, hanno la capacità di trasformare il nostro “sentire”. Sono potenti perché se le scegliamo con accuratezza possono indurre in noi e in chi ci ascolta, un senso di benessere o viceversa, generare malumori e stress. Le parole non sono astratte e la ricerca scientifica, sempre più, sta dimostrando come esse abbiano un impatto sulla nostra biologia e, modificando la biochimica del nostro corpo, fanno si che esso produca molecole che possono farci provare sensazioni piacevoli o spiacevoli. Le parole evocano delle immagini che si traducono in emozioni che a loro volta condizionano i comportamenti.
Ti invito a pronunciare, ad alta voce, la parola DEMENTE, e pensare ad una persona che conosci che vive con questa diagnosi, e ora ascolta cosa accade dentro di te? Quali emozioni si sono messe in movimento? Parole come: demente, malattia devastante, mostro terribile, morto vivente, l’ombra di quello che era, che cosa suscitano dentro di te? Cosa provi? Non senti anche tu una sorta di irrequietezza o paura impastata con tristezza? Sono parole senza speranza che rappresentano la malattia in termini drammatici. Paolo Borzacchiello, massimo esperto di intelligenza linguistica e di interazioni umane, in un’intervista dichiara: “stiamo attenti a quello che diciamo, perché in un modo o nell’altro diventa vero, menzionare qualcosa ne rafforza la presenza. Parlare di una cosa, la fa diventare vera nel nostro cervello”. Nel momento quindi che parli di demenza utilizzando questo linguaggio, quell’idea drammatica diventa vera per te, esiste, cancellando ogni spiraglio di possibilità e spingendo la tua attenzione verso tutto ciò che la malattia porta via. Non si vuole negare la sfida che la demenza rappresenta per coloro che ne fanno esperienza diretta e per le famiglie che stanno loro accanto condividendone la vita. Difronte a questo dolore puoi imparare ad utilizzare le parole come strumento capace di aprire alla speranza. Sarà un piccolo passo per accompagnare te stesso e la persona di cui hai cura, in questa esperienza di malattia, senza farti travolgere dalle emozioni depotenzianti che un linguaggio tragico scatena. Sarà necessario prendere consapevolezza degli effetti delle parole su di te. Ascolta delle persone che dialogano tra di loro, la televisione o la radio e senti, percepisci…utilizzano parole che ti donano benessere? Allenati a riempire il tuo vocabolario di parole ricche di gentilezza, di calore, di vicinanza. Parole accoglienti che costruiscano ponti e non erigano muri e ascolta quanto ti fanno stare bene. Cambiare il linguaggio diventa quindi il primo passo in direzione di una trasformazione culturale, sia personale che sociale, al fine di restituire dignità alle persone che convivono con la malattia. Ti invito, da oggi, a sostituire la parola “demente” e utilizzare il termine “Persona che vive con la demenza”. Sembra una piccola cosa, ma aiuterai te stesso ad indirizzare l’ attenzione anziché verso la malattia, verso la persona che ancora desidera continuare ad essere vista come un essere umano e che, aldilà della diagnosi, continua a sperimentare la vita con tutto il caleidoscopio di emozioni che essa racchiude. L’incontro si è concluso con la consegna della relazione del Progetto Sente-mente® Comunità Amiche, ad entrambi i sindaci dei due comuni che erano presenti e che hanno rinnovato il loro interesse a proseguire in questa direzione con l’intento di creare all’interno dei due territori, una cultura di accoglienza e rispetto verso che vive con la demenza e le loro famiglie.

Autrice: Roberta Lenzi

La Skarozzata, per le vie di Ora

Domenica 2 ottobre scorso è arrivata a Ora “La Skarrozzata”, un’iniziativa nazionale nata nel 2011. Con l’intento di sensibilizzare ed educare alla diversità, i cittadini percorrono le strade delle città con sedie a rotelle, per testare le barriere architettoniche presenti sul territorio. Ad Ora in tanti hanno girato per le vie del paese in una passeggiata collettiva e inclusiva, sperimentando cosa significa muoversi in carrozzina. Ce lo racconta Mirko Caputo, organizzatore dell’evento.

Cos’è La Skarrozzata?
È un’associazione nazionale che non ha scopo di lucro né fini politici, cosa che mi è piaciuta molto, perché risolvere dei problemi, che sono le barriere architettoniche, senza obiettivi economico-politici è molto importante. Di solito invece quando si insidia la politica nascono anche dei dissidi, com’è noto. La mia iniziativa è nata soprattutto per sensibilizzare. Secondo me è la parola chiave per risolvere tante problematiche, o meglio, per fare in modo che non si creino: se andiamo a sensibilizzare chi decide le costruzioni della viabilità stradale, pedonale e ciclabile, riusciremo ad ottenere anche meno barriere architettoniche – e soprattutto potremo smantellare quelle mentali, che spesso ostacolano di più.

Perché la volontà di organizzare questa iniziativa?
Soprattutto per aiutare gli anziani. Spesso non si pensa che devono affrontare parte della loro vita con una sedia a rotelle con cui non hanno mai convissuto – rispetto a un disabile che la conosce a memoria – o con un semplice bastone. A Ora sono nato e vissuto e secondo me è un fiore all’occhiello per le barriere architettoniche, che bisogna proprio andare a cercare. Questa iniziativa mostra che si può sempre fare qualcosa per migliorare, ad esempio abbiamo notato che ci sono dei marciapiedi che potrebbero essere prolungati per evitare che si cammini sulla strada o sull’erba.

L’iniziativa come è arrivata a Ora?
Faccio parte della Commissione Anziani, la mia proposta è stata fatta in quella sede. Con la complicità di Sabine Bertagnolli, un’esperta in tematiche di inclusione sociale e sostegno alle persone con disabilità di Bolzano, mi sono informato e, parlandone insieme, siamo arrivati a questa Skarrozzata. Importante è stata anche la dott.ssa Barbara Avesani, Responsabile dell’Assistenza Protesica presso l’Azienda Sanitaria di Bolzano: non appena l’ho contattata si è interessata molto e ci siamo mossi in fretta per ottenere dieci carrozzelle da far utilizzare ai normodotati, così che potessero vedere le difficoltà presenti sulle strade.

Se dovesse fare un riassunto della giornata?
L’unica Skarozzata che è stata organizzata in regione risale al 2016, a Bolzano; tutto sommato era un’iniziativa nuova che ho dovuto spiegare a tutti. Le persone hanno cominciato ad avvicinarsi, soprattutto le signore, per farmi vedere dove c’erano difetti, dove sarebbe stato buono intervenire, cosa ci sarebbe da fare nel paese per migliorarlo. Inoltre, ho ricevuto molte chiamate anche sulle difficoltà nella viabilità: un attraversamento ciclabile non segnalato che potrebbe essere pericoloso, oppure dei marciapiedi che magari sono difficilmente percorribili, perché inclinati. Alla fine, il traguardo – la sensibilizzazione – è stato raggiunto: in tanti mi hanno chiesto dell’iniziativa e mi hanno contattato da altri paesi della Bassa Atesina per poterla sviluppare.

Ci sono altre iniziative legate a questa giornata?
L’iniziativa non finisce con il giorno dell’evento: adesso con sindaco e vicesindaco, che si sono messi a disposizione, bisognerà sviluppare dei progetti per poter intervenire su quelle piccole barriere architettoniche che abbiamo notato, e anche nelle nuove costruzioni, per evitare che ci siano problemi futuri. È stato bello vedere che la politica, unendosi, probabilmente riuscirà a fare qualcosa di buono. Poi domenica era la festa dei nonni, ci piacerebbe fare loro un bel regalo e risolvere alcune problematiche; infatti, legata alla Skarozzata, c’è sempre l’attenzione all’anziano.

Autrice: Ana Andros COOLtour