Biscotti di Claudia al cioccolato e ricotta

INGREDIENTI

  • 1 uovo
  • 250 g di ricotta
  • 70 g di cioccolato fondente
  • 270 g di farina 00
  • 30 g di cacao amaro in polvere
  • 8 g di lievito in polvere
  • per dolci
  • 120 g di zucchero semolato

Altro

  • qb zucchero semolato
  • qb zucchero a velo

PREPARAZIONE

Sciogliete a bagnomaria i 70 gr di cioccolato fondente e lasciate raffreddare.

Amalgamate con una spatola la ricotta con i 120 gr di zucchero. Una volta ottenuta una crema, aggiungete l’uovo intero.

Incorporate il cioccolato fuso ormai raffreddato ed aggiungete il cacao amaro, la farina ed il lievito, fino ad ottenere un impasto abbastanza consistente.
Riponete in frigorifero il composto coperto con la pellicola per 30 minuti.

Trascorso il tempo, formate delle palline della grandezza di una noce, passatele prima nello zucchero semolato e poi nello zucchero a velo, e ponetele sulla teglia coperta da carta forno.

Da questo impasto ricaverete circa 20 biscotti.

Infornate a 180° per circa 15 minuti e il gioco è fatto!

Game ground

Nei giorni scorsi Bolzano si è trasformata nella capitale italiana del gaming, grazie ad un vero e proprio festival del videogioco. Oltre 100 postazioni giocabili nelle diverse location del centro storico e nei principali poli di aggregazione, panel, conferenze e una serie di eventi dal vivo hanno coinvolto artisti e creator. Nelle foto alcuni tra i partecipanti.
Copyright: arting with light – Shakira Casin.

L’Euregio sanitario mancato

Negli ultimi 18 mesi l’emergenza legata al Coronavirus ha evidenziato come non mai l’importanza di disporre un sistema sanitario efficiente, ben organizzato e al passo con i tempi. Un sistema sanitario pubblico, lo ricordiamo, perché pagato dai contribuenti.
Durante la pandemia è risultato ancora più chiaro il fatto che le professioni sanitarie in realtà non sono – per così dire – al primo posto nei desiderata formativi dei nostri giovani. E che dunque i professionisti già formati in questo settore sono merce rara ed è necessario corteggiarli, per non andare incontro a carenze di personale che si traducono automaticamente in calo di qualità dei servizi offerti. Si tratta di un problema che riguarda tutti i territori, nessuno escluso. Non c’è benessere che tenga, anzi. Più la qualità della vita è alta e più alto è anche il costo della vita, come ben sappiamo.
Fino a due anni fa sembrava che “i problemi” nel reperimento di personale sanitario stabile fossero bilinguismo e proporzionale, difesi come dei totem oltre ogni ragionevole pragmatismo. La pandemia ha invece reso evidente a tutti l’esigenza di andare oltre, trovando un modo efficace per formare e quindi ospitare come si deve medici, infermieri e operatori sanitari di ogni genere. Per questo appare assurdo che sulla formazione universitaria dei medici ancora una volta Bolzano e Trento abbiamo scelto percorsi diversi. O meglio: che Bolzano abbia scelto, ancora una volta, di non considerare una partnership individuata all’interno del tanto decantato Euregio. Al di là di questo è quindi incredibile che tra i tre atenei di Bolzano, Trento e Innsbruck non esista ancora nessuna collaborazione vera, degna di questo nome.
L’impressione è che l’autonomia sia concepita, oltre che come una sacrosanta salvaguardia delle specificità del nostro territorio, anche come un paraocchi campanilistico rispetto ai territori vicini. Lo sappiamo: Belluno e Sondrio sono in altri… “continenti”. Innsbruck poi negli ultimi tempi non è più così “amico” ed ha scelto altre strade durante la pandemia. E la provincia di Trento? Viene vista solo come concorrenza? Se sì, qualcuno ci spiega il perché?

Autore: Luca Sticcotti

Mediatore senza incarico e provvigione

Il mediatore, secondo il dettato dell’art. 1754 c.c., è il soggetto indipendente e imparziale che mette in relazione, nelle compravendite immobiliari, due o più parti per la conclusione di un affare.
Detta attività fa maturare in capo al mediatore un diritto alla provvigione, disciplinato all’art. 1755 c.c. La provvigione consiste in un compenso per l’attività svolta dal mediatore qualora venga concluso l’affare. Si pone il problema se il diritto alla provvigione maturi in capo al mediatore dopo la conclusione dell’affare in virtù di un precedente un conferimento di incarico scritto. Sul punto, la giurisprudenza di merito ha affermato che non è necessario il conferimento di un incarico mediante la stipulazione di un contratto scritto, né si ritiene necessario il conferimento di un incarico specifico. In particolare, nel 2018 la Suprema Corte ha ulteriormente precisato il suddetto principio, ribadendo anche il concetto di attività svolta dal mediatore di cui la parte di sia avvantaggiata. Così si esprime la Corte di Cassazione nella sentenza n. 11656/2018: “Ai fini della configurabilità del rapporto di mediazione, non è necessaria l’esistenza di un preventivo conferimento di incarico per la ricerca di un acquirente o di un venditore, ma è sufficiente che la parte abbia accettato l’attività del mediatore avvantaggiandosene”.
La Cassazione, pertanto, ha specificato che il diritto alla provvigione sorge qualora vi sia un “vantaggio” che la parte abbia tratto dall’attività mediatizia. Essa si può sostanziare dunque nella facilitazione della conclusione dell’affare tra le parti dipendente dalla concreta attività di “messa in relazione” svolta dall’intermediario.
In conclusione, nessun riferimento viene fatto al conferimento dell’incarico che è, dunque, non rilevante ai fini dell’insorgere del diritto alla provvigione, mentre invece rileva l’attività mediatizia vantaggiosa per la parte, che deve essere causalmente connessa alla conclusione dell’affare. Da ciò deriva che anche il mediatore totalmente privo di incarico ha diritto alla provvigione qualora la sua attività abbia condotto alla conclusione dell’affare.

Autore: Massimo Mira

Cos’è lo Spid #2

Nell’ultimo numero della “città digitale”, abbiamo raccontato brevemente cosa sia il Sistema Pubblico di Identità Digitale (meglio noto con l’acronimo SPID) e come si possa ottenere la popria identità digitale con SPID. Per chi si fosse perso l’articolo: le istruzioni ufficiali sono disponibili al link www.spid.gov.it
Una volta ottenuto il proprio accesso SPID, cosa ce ne facciamo? L’idea è quella di fornire al cittadino una serie di servizi dell’amministrazione pubblica in forma digitale: senza dover recarsi fisicamente in un ufficio, senza code, ed integrando quanto più possibile i dati del cittadino stesso. “Amministrazione pubblica” è qui da intendersi in senso lato: si va da servizi offerti dai paesi dell’unione europea che hanno aderito all’iniziativa italiana, fino a servizi offerti dalle singole province. Rimanendo sul territorio nazionale, si va da la richiesta di finanziamenti per aziende e privati fino ai servizi INPS e INAIL, quelli dell’anagrafe, e quelli appunto delle amministrazioni locali.
A Bolzano, il portale web chiamato “myCIVIS”, raggiungibile all’indirizzo web my.civis.unibz.it, offre una vasta gamma di servizi a livello provinciale e dei singoli comuni: richiesta d’iscrizione online per le scuole primarie e gestione dei servizi mensa, dichiarazione DURP per redditi e patrimonio, portale provinciale dei pagamenti, solo per citare alcuni esempi.
Particolarmente interessante è il fatto che nuovi servizi possono essere facilmente aggiunti dall’ente pubblico, sfruttando appunto il fatto che la verifica dell’identità del cittadino viene gestita, in sicurezza e con garanzia di privacy, proprio da SPID stesso.
Si tratta, in conclusione, di un servizio che può inizialmente presentare un po’ di difficoltà nel comprendere come registrarsi e nel prendere confidenza su come utilizzare la propria identità digitale. Passato questo scoglio, però, si può davvero beneficiare del fatto che le nostre città stanno diventando, sempre di più, città digitali, permettendoci di effettuare operazioni anche molto complesse comodamente da casa.

Autore: Marco Montali

Una casa a chi ne ha bisogno

Si chiama Housing First, e il suo obiettivo è il ritorno ad una situazione abitativa dignitosa di persone con problemi psichiatrici sanitari e di dipendenza, i quali vengono identificati senza dimora cronici (ovvero persone che da più di un anno vivono in strada). In Alto Adige il progetto pilota prevede l’inserimento in appartamenti autonomi in 3 comuni dell’Alto Adige (Bolzano Merano e Bressanone) e un accompagnamento socio-pedagogico da parte di personale competente.

“Housing first è un progetto importante, quanto difficile da realizzare. Ci vogliono competenza, pazienza e un lavoro di rete con tutti gli attori coinvolti”, spiegano i referenti responsabili del progetto pilota per Merano ovvero l’educatrice professionale Emanuela Albieri e l’assistente sociale Robert Vorhauser, che lavorano presso il centro per persone con disabilità e disagio psichico Pastor Angelicus di Merano.

Emanuela Albieri, Robert Vorhauser e Melanie Frei

Quando nasce l’idea di questo progetto? 
Robert Vorhauser – Questo progetto nasce nel 2017 con l’intento di trovare un’abitazione a persone che vivono da molto tempo sulla strada. L’intenzione è di promuovere questo concetto su tutto il territorio provinciale, ma noi seguiamo la zona di Merano e del Burgraviato.

Che differenza c’è rispetto ai progetti del passato che si occupavano ugualmente del recupero di persone con disabilità mentale? 
Robert Vorhauser – Il classico programma di inclusione, detto anche programma a gradini, prevede una serie di step che la persona coinvolta è tenuta a superare per accedere ai servizi come quello dell’accompagnamento o della casa. Questo modello di intervento è considerato in molti casi fallimentare; il sistema di premio o punizione non porta la persona a raggiungere l’obiettivo dell’autonomia totale anche perché ci troviamo di fronte a persone pluri problematiche o con doppia diagnosi che a fatica soddisfano i requisiti minimi per accedere al servizio stesso o che abbandonano il progetto semplicemente perché non ce la fanno. 
L’idea nuova è quella di capovolgere questo approccio, partendo proprio da un bene essenziale, dal bisogno fondamentale di avere un rifugio sicuro dove la persona si può ritirare e cominciare il proprio recupero. 

Fisicamente dove dobbiamo immaginarci questo progetto? Dove si trovano le case che ospitano i senzatetto? 
Robert Vorhauser – La difficoltà è trovare proprio le abitazioni. In questo momento stiamo seguendo sei progetti attivi tra Merano e Lagundo. Si tratta di persone che si trovano sia in appartamenti privati che in quelli gestiti dal Comune. 

Come si fa a sensibilizzare la comunità nella ricerca di appartamenti sfitti? 
Emanuela Albieri – La cittadinanza deve conoscere il progetto, deve essere informata. Solo se facciamo passare il messaggio di un progetto utile e volto al bene comune, la collettività può rispondere in maniera positiva.

Qual è il profilo delle persone coinvolte in questo progetto? Di chi parliamo?
Emanuela Albieri – Parliamo di persone che nascono sul territorio e sono molto legate alla loro Heimat, ma che non riescono a superare quegli step che consentono loro l’accesso a un servizio. Ci sono persone seguite dal Sert, ma che non riescono a rientrare in un progetto specifico perché ci sono degli “obblighi” o dei “requisiti”. Non è soltanto una questione di volontà, ma è la malattia stessa a rappresentare un ostacolo. Per intenderci: ci sono alcuni clochard che non riescono a usufruire del servizio mensa perché la loro condizione psichica è così fragile da non reggere il confronto con altre persone o con ambienti a loro estranei.

Questo progetto è costruito attorno alla persona e non alla malattia o al disagio. Si intercettano storie, biografie e si guarda alle esigenze e ai bisogni di ogni singolo individuo. Si cercano soluzioni individualizzate nel rispetto delle specificità. Quanto costa in termini di energie una ricerca simile? 
Emanuela Albieri – Concettualmente il progetto è molto dispendioso. Ma dobbiamo pensare ad una cosa: dove finiscono queste persone? Che fine fanno? A chi si rivolgono? Il rischio è che si riversino negli ospedali o in strutture più costose. Housing first si è posto il problema dei costi benefici ed è per questo che riteniamo che la soluzione abitativa sia non solo più economica, ma anche più vantaggiosa per tutta la comunità. Chi beneficia del servizio può essere seguito; l’eliminazione dello stress per la sopravvivenza aiuta a stabilizzare  l’assistito e a curare le malattie psichiche e l’abuso di sostanze. 

Come si riesce a convincere le persone ad entrare in una casa?  
Robert Vorhauser: È fondamentale che la persona sia convinta di voler vivere in una casa e di accettare l’aiuto e l’accompagnamento di un operatore. Senza questi requisiti formali, è impensabile intraprendere un percorso di Housing first. 
Emanuela Albieri: È un lavoro lento e paziente che non produce effetti immediati. Lo step più difficile è far sentire a casa una persona, a volte anche quattro pareti possono essere strette. Secondo lo studio su Housing first ci vogliono circa sei mesi prima che la persona indigente accetti la nuova dimora. Sono donne e uomini con una storia apparentemente normale, ma che per una serie di eventi drammatici e pesanti, si sono ritrovati per strada. Inoltre oggi il problema riguarda anche famiglie con minori che si trovano a perdere una casa, pur avendo un lavoro. Per questo anche il ventaglio di intervento si sta allargando.  

Qual è dunque la filosofia dietro Housing first? 
Robert Vorhauser – Le persone devono essere immediatamente sottratte alla strada, più a lungo restano lì e più difficile sarà il percorso di recupero e guarigione. 

In che modo dobbiamo accogliere questo progetto? Come convincere quella parte incerta  della cittadinanza sulla bontà di Housing first?  
Emanuela Albieri – Togliere dalla strada persone con situazioni di disagio è un bene non solo per la persona stessa, ma anche per la comunità che quel disagio lo avverte e lo subisce. La persona malata mentale non rappresenta di per sé un pericolo, ma viene vissuta con diffidenza da chi non conosce il problema. Inoltre Housing first non soltanto toglie le persone dalla strada, ma offre un servizio di accompagnamento e di monitoraggio dell’assistito. Tra gli obiettivi da considerare ci sono: una formazione sui temi dell’igiene personale, sull’alimentazione e sulla gestione economica, la costruzione di reti sociali con il vicinato, l’integrazione all’interno di un condominio, l’apprendimento di regole di comportamento verso il prossimo, e tanti altri aspetti.

Cosa vi preme dire ancora sul progetto Housing first? 
Robert Vorhauser – Ci servono appartamenti, stanze, soluzioni abitative semplici, piccole, assolutamente non lussuose. Ci rivolgiamo al mercato privato, alle istituzioni, a tutti i cittadini e cittadine che vorranno aiutarci con un semplice passaparola. Per informazioni e contatti le persone interessate possono scrivere al seguente indirizzo email  robert.vorhauser@bzgbga.it o telefonare al numero  0473 272813.
Emanuela Albieri – Vogliamo ringraziare tutti i nostri partner e collaboratori, soprattutto il distretto sociale di Merano e il Sert, senza i quali Housing First non potrebbe funzionare.

Laives e Cortina, nuovi skatepark in arrivo

Disciplina sportiva consacrata alle Olimpiadi, fenomeno culturale e moda: lo skateboard vive un momento di gloria come non mai. Anche in Alto Adige già da anni nei paesi più periferici avere uno skatepark è un obbligo, quasi quanto un Kulturhaus. Buone notizie per gli skater della Bassa atesina e dell’Oltradige: dopo le attese, anche Laives e Cortina sulla Strada del Vino si preparano infatti a inaugurare due skatepark nuovi di zecca.

Il cantiere del nuovo skatepark a Cortina
foto: Comune di Cortina sulla Strada del VIno

Dalla Palestina all’Africa, dall’America fino, ebbene sì, all’Alto Adige: forse non esiste uno sport così diffuso e trasversale tra i ragazzi e le ragazze di tutto il mondo come lo skateboard. è celebrato dal cinema, ricordate il volopattino di “Ritorno al futuro” o il più recente “Skater Girl”? Pure fruttato commercialmente da linee di tavole, abbigliamento e accessori dei più prestigiosi marchi sportivi, quest’anno lo skateboard ha visto la definitiva consacrazione anche alle Olimpiadi di Tokyo 2020.

foto: Thomas Plattner/Skateproject

“È un fenomeno che cresce stabilmente da vent’anni e che con l’arrivo alle Olimpiadi ha vinto la sua battaglia. Ma francamente erano più le Olimpiadi ad aver bisogno dello skateboard e non viceversa: non potevano ignorare un fenomeno sportivo, con partecipanti da ogni parte del mondo, che le ONG utilizzano addirittura come strumento di integrazione ed empowerment” – commenta Flavio Pintarelli, bolzanino autore del saggio “Stupidi giocattoli di legno. Lo skate nel cuore della metropoli”. “Anche se lo skateboard non è solo una disciplina sportiva, ma piuttosto una cultura, che ha al suo interno un lato spiccatamente sportivo. E, soprattutto, un grande potenziale aggregativo e di scoperta, perché ti porta letteralmente in strada, a fare esperienze fuori dalla famiglia; ti mette a confronto con l’altro, talvolta anche con la forza pubblica o realtà marginali” continua Pintarelli. Un contatto “con la strada”, che porta lo skateboard a essere una disciplina fluida, aperta ai cambiamenti della società, e quindi estremamente inclusiva.
Lo skateboard nasce sulle strade con esperienza tipicamente urbana – street skating- anche se da diversi anni si sono ormai affermati gli skatepark (luoghi deputati in toto allo skateboard con diversi tipi di rampe e costruiti in cemento, legno e ferro) ed in cui l’Alto Adige primeggia, anche perché le viuzze dei paesi altoatesini si prestano come le architetture delle metropoli.
“L’Alto Adige può considerarsi una grande skatepark valley: già dagli anni duemila, nel giro di trenta chilometri tra Bolzano e Merano c’erano almeno cinque strutture, anche in posti incredibilmente periferici” continua Pintarelli. La “punta di diamante” tra gli skatepark provinciali è certamente il Platza, sul parco Talvera Bolzano, considerato uno degli skatepark più grandi d’Italia. In genere qui si accede – ci racconta Gabriel Widmann, Presidente dell’associazione Skateboard Project – dopo essersi esercitati nel “Platzetta”, fratello minore a Bolzano nel parco Firmian.

foto Bill Eppridge/Time Life Pictures/Getty Images

NUOVI SKATEPARK in bassa e oltradige
In anni recenti anche la Bassa atesina e l’Oltradige si stanno “attrezzando” con nuove strutture dedicate allo skateboard. Nel 2019 lo skatepark di Ora è stato risistemato con strutture per BMX, mentre tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2022 sono in arrivo due skatepark nuovi di zecca.
Uno, praticamente già pronto, si trova a Cortina sulla strada del Vino. Manfred Mayr, sindaco del paese, attende solo i tempi tecnici per la conclusione dei lavori e l’assestamento della gettata di cemento per poter aprire lo skatepark, la cui inaugurazione dovrebbe avvenire entro quest’anno. Intanto è già stata stipulata una convenzione per la gestione del parco, che verrà affidato gratuitamente all’associazione giovanile Westcoast e sarà raggiungibile con i mezzi pubblici, grazie a un collegamento alla rete dei trasporti con il city bus. Il progetto dello skatepark, che sorgerà fuori dal paese, vicino all’ex casello ferroviario, è parte di un progetto più ampio di riqualificazione e messa in sicurezza dell’intera area che vede un investimento di 580 mila euro, inclusi i costi per l’esproprio e la costruzione di barriere antirumore (quest’ultime sono costate 107 mila euro) per la cui conclusione il sindaco ha avviato tutte le procedure e sta ancora attendendo, da questa primavera, le risposte da parte di RFI, Rete Ferrovia Italiana.

foto: Thomas Plattner/Skateproject


Considerata la zona “rurale”, l’amministrazione rassicura di aver pensato anche alla collocazione di bagni con allacciamento alle acque nere e all’acqua potabile, nel rispetto dei campi dei contadini adiacenti.
Ma soprattutto il fatto che la pista dello skatepark sorga fuori dal paese permetterà di promuovere eventi e musica senza disturbare nessuno. Insomma, lo skatepark di Cortina – che conta circa di seicento anime – aspira a diventare un punto di incontro sovracomunale per l’intera Bassa atesina.

Si tratta di un’attenzione per i giovani e lo spazio pubblico manifestata anche da Luca Dallago, assessore del Comune di Laives: “Esistono diversi sport che coinvolgono i ragazzi, oltre al calcio, ed è giusto dare spazio anche a queste passioni”. Per questo sorgerà un nuovo skatepark nella zona del Campo sportivo Galizia.
“Qui tanti anni fa c’era una vecchia struttura per lo skateboard in cemento, ormai obsoleta e non utilizzabile. Ora creeremo un nuovo skatepark anche per riqualificare la zona”. Alla domanda se il progetto sia una risposta agli episodi della scorsa estate, quando un gruppetto di giovani aveva lanciato oggetti contro i Vigili del Fuoco, l’assessore ci ha risposto che no, in realtà lo skatepark era previsto già in precedenza.
Come a Cortina, anche a Laives lo skatepark sorgerà in zona periferica, ma all’interno di un’area sportiva e sarà quindi illuminato anche la sera. Aspetti, questi, che daranno ai giovani (e quindi agli amministratori) la tranquillità di usufruirne senza la paura di proteste dei cittadini per i rumori.
I costi per la realizzazione dello skatepark dovrebbero aggirarsi intorno ai 40 mila euro, mentre a livello amministrativo ‘incarico alla ditta è in fase di affidamento e dovrebbe arrivare a breve a una conclusione. Insomma, con lo sciogliersi delle nevi, speriamo di vedere “sbocciare”, nel 2022, un nuovo skatepark fiammante anche a Laives.

Foto principale: Thomas Plattner/Skateproject

Autrice: Caterina Longo

Vaccini per tutti tra gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile

Tra gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 elaborati dall’ONU e ratificati da tutti gli Stati, il numero 3 prevede il pieno riconoscimento del diritto alla salute. Per tutti. “Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”. Una sfida non da poco, soprattutto in tempo di pandemia.

“Per raggiungere lo sviluppo sostenibile – così viene illustrato l’obiettivo 3 – è fondamentale garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti”. Malgrado i progressi “sono necessari molti altri sforzi per sradicare completamente un’ampia varietà di malattie e affrontare numerose e diverse questioni relative alla salute, siano esse recenti o persistenti nel tempo”.
In più di un punto, nell’illustrazione del macro-obiettivo e dei sotto-obiettivi, risuona la parola “vaccino”. Nel fornire “fatti e cifre” si spiega che “dal 2000, i vaccini contro il morbillo hanno prevenuto quasi 15,6 milioni di morti”. Analoghe notizie si potrebbero fornire per tante altre malattie che sono state contenute o debellate grazie alla pratica, anche obbligatoria, della vaccinazione.
Tra i traguardi che si vogliono raggiungere entro il 2030: porre fine alle epidemie e combattere le malattie trasmissibili. Va garantito “l’accesso ai servizi essenziali di assistenza sanitaria di qualità e l’accesso sicuro, efficace, di qualità e a prezzi accessibili a medicinali di base”, nonché i “vaccini per tutti”. Si tratta anche di “sostenere la ricerca e lo sviluppo di vaccini e farmaci per le malattie trasmissibili e non trasmissibili che colpiscono soprattutto i paesi in via di sviluppo” e di “fornire l’accesso a farmaci e vaccini essenziali ed economici”.
La vera questione che attanaglia il pianeta non è la libertà vaccinale. Questo è un problema dei ricchi. I poveri rivendicano invece il diritto (e la libertà) di vaccinare sé e i propri figli. Contro il coronavirus e tante altre malattie.

Autore: Paolo Bill Valente

Viaggiatori a Laives, la visita di Beda Weber

Molti sono stati i viaggiatori noti e meno noti passati dal nostro comune. Imperatori, condottieri, semplici pellegrini e, per fortuna, anche ricercatori interessati alle specificità di questo territorio.
Tra i più importanti va annoverato lo scrittore e sacerdote Beda Weber, che nel suo “Die Stadt Bozen und ihre Umgebungen”, pubblicato nel 1849, raccolse studi e impressioni di viaggio sulla città di Bolzano e i comuni del circondario.
Abbandonando Bolzano in carrozza per un’esplorazione allora avventurosa “nel selvaggio sud”, rimase colpito dai pioppi che cingevano la polverosa “via postale”. Il paesaggio, plasmato dall’attività alluvionale di Adige e Isarco, “fiumi che tengono in pugno il destino degli uomini con la loro furia”, versava in stato di abbandono. Pochi gli alberi e i cespugli.
“Una vera piaga dato che in quelle lande si annida ogni sorta di malfattori”, commentò. Ma poi apprezzò le siepi di prugnolo e gelsi che delimitavano le proprietà, “a differenza degli orribili muri di pietra che circondano i campi a Bolzano e Merano”. Ovviamente si faceva sentire “l’aria del sud” e Weber ne rimase affascinato. A S. Giacomo ammirò la chiesa eretta “nel 1477 grazie alla generosità dei signori Hans e Konrad Ellinger”.
Lo stupirono per i minuscoli vigneti “che certamente producono poco vino perlopiù malsano”. Il conducente lo tranquillizzò affermando che si trattava comunque di vino bevuto dai soli “indigeni”.
Dopo S. Giacomo, la strada continuava ancora sotto la montagna e “le magnifiche rocce di porfido sotto i masi di Seit”. Sull’altro versante, una distesa di campi di mais e i di gelsi”. Qua e là s’intravedevano anche piante “tra cui il dolce mandorlo”.
Poi l’agognato arrivo a Laives. “Il paese si trova 770 piedi sopra il mare dove la valle raggiunge un’ora di larghezza e conta 280 abitanti rispetto ai 790 complessivi di questo comune.” Weber, ammirata la bella scuola nuova, visitò la Vallarsa e il Peterköfele (interessante la tesi secondo la quale il castello distrutto dei Lichtenstein venne abbandonato poiché i proprietari avevano trovato di meglio altrove) e incontrò molti pellegrini “di ogni dove nei loro costumi tradizionali” diretti a Pietralba.
La permanenza della sacra immagine, contesa tra Laives e Pietralba, era l’argomento del giorno, come del resto la più volte annunciata regolazione dell’Adige che continuava a distruggere ciò che gli uomini faticosamente creavano. Ma da lì a poco sarebbe arrivata, nel 1859, la ferrovia e “con questa una nuova barriera contro le inondazioni”.
Quando accennò con disappunto al “noto” clima insalubre del paese, dovuto ai terreni acquitrinosi, venne vivacemente contraddetto dall’oste (del Casagrande?) che criticò aspramente coloro “che denigrano il nostro comune senza conoscerlo mentre in realtà è migliore di quelli montani”.
Partì quindi alla volta di Bronzolo, dove gran parte della popolazione era occupata presso il porto sull’Adige. Osservò meravigliato i portatori d’acqua con le lunghe pertiche e i due secchi alle estremità che andavano e venivano dalle fontane pubbliche. Era arrivato in Italia.

Autore: Reinhard Christanell

Due artisti, due epoche, due stili che hanno lasciato il loro segno

Anno 1480: Hans Schnatterpeck nativo di Vipiteno apre la sua bottega artistica a Merano ed assume la cittadinanza meranese. Educato alla luce dei lavori di Hans Multscher, che proprio a Vipiteno aveva realizzato uno dei più importanti altari a portelle della regione, cercherà di eguagliarlo negli spunti creativi.
A Merano la sua bottega coinvolgerà, per una trentina d’anni, pittori, scultori e maestri artigiani con importanti commissioni in città e fino in Val Venosta: proprio dalla sua bottega meranese uscirà il più grande altare realizzato in Trentino Alto Adige e, pare, di tutta la regione alpina.

L’altare della chiesa parrocchiale di Lana realizzato da Hans Schnatterpeck
foto: ManfredK


Siamo nel 1503, Hans Schnatterpeck ottiene la commissione di costruire l’altare maggiore per la chiesa parrocchiale di Lana. Il maestro impiegherà otto anni per assemblare il grande altare ligneo con i vari pezzi che usciranno dalla sua bottega. Il grande altare a portelle, alto complessivamente 14 metri, occuperà per estensione tutto il catino absidale, e sarà un ricco, intrigato ed elaborato linguaggio di coronamento dello stile gotico e con decine di figure in altorilievo. Di notevole pregio una “Adorazione dei Magi” ed una “Nascita di Cristo”.
Nel 1540 Schnatterpeck muore presso l’Ospedale di S. Spirito di Merano, proprio sotto la volta di quella S.S.Trinità che anch’egli aveva raffigurato.
Duecento anni dopo, nel 1680, un altro grande artista si trasferisce a Merano dando luogo ad un’altra bottega d’arte, sarà quella dello scultore Matthias Pussjaegher. Nativo di Rottenbuch in Baviera aveva studiato a Venezia, e influenzato dalla pittura caravaggesca apre il suo studio nella città del Passirio. Già nel 1681 ottiene l’incarico per la realizzazione dell’altare maggiore del duomo meranese (oggi a Lana), quello per la chiesa di Santa Barbara, due pale d’altare per la chiesa di Maia Bassa e l’altare maggiore della chiesa dei Cappuccini, sempre a Merano.
Due artisti, due stili elaborati in epoche diverse, che hanno lasciato il loro segno, la loro “pietra” nel contesto della città e non solo.

Foto principale: L’altare della chiesa di Santa Barbara realizzato da Matthias Pussjaegher

Autore: Flavio Schimenti