L’ordinanza colpisce la musica nel cuore

Quell’ordinanza che vuole ulteriormente regolare – seppur temporaneamente – le performance degli artisti di strada a Merano non è andata proprio giù a chi dedica la propria vita alle sette note. I nuovi orari, ma soprattutto il divieto di esibirsi nel cuore del centro storico della città in riva al Passirio limitano di fatto quei concertini che vengono allestiti durante la bella stagione; c’è a chi piacciono e a chi no, e pare proprio che i commercianti ed altri professionisti della zona dei Portici all’altezza di via Cassa di Risparmio facciano parte della seconda categoria, tanto che si sono rivolti alle autorità per ottenere il silenzio durante le loro ore di lavoro. “Un’assurdità, una misura paradossale”: è il commento a caldo a riguardo del vicepresidente dell’Ente gestione teatro e Kurhaus di Merano, nonché direttore della Merano Pop Symphony Orchestra, Roberto Federico, che interpellato a riguardo abbandona i suoi ruoli istituzionali e si vuole esprimere come artista, “e come tale – spiega –  sento che questa misura vuole colpire al cuore la nostra categoria”.

Maestro Federico,  che cosa non va in questa ordinanza?
Semplicemente trovo paradossale che questo documento possa andare a sostituire un regolamento che era stato studiato ad hoc e che, di fatto, funzionava bene. È paradossale anche il discorso degli orari: suonare dalle ore 18 alle 22 significa esibirsi senza pubblico; a quell’ora i turisti sono tutti a cena e i negozi stanno per chiudere, quindi non gira più nessuno in quella zona. 
Le lamentele di pochi hanno portato il disagio di molti, hanno proprio voluto colpire nel cuore della categoria , quella dei musicisti, perché è a loro che si rivolgono queste restrizioni.

Roberto Federico

Però sono stati individuati altri luoghi dove possono esibirsi…
Certo, e sono anche parecchi, ma diciamolo: nessuno di essi ha l’importanza strategica di quella zona di via Portici all’altezza di via Cassa di Risparmio. Io non credo che i meranesi si possano lamentare dei musicisti di strada, perché non ne avrebbero motivo: sono tutti molto disciplinati.

In che senso?
Girando in centro mi fermo spesso ad ascoltare i vari gruppi o singoli che si esibiscono, ed ho notato, da sempre, che ognuno di loro rispetta le norme dettate dal regolamento, quello che era stato siglato dal Consiglio comunale: per esempio utilizzano casse che funzionano a batteria, e che quindi non hanno una potenza così grande. Rispettano poi la pausa obbligatoria prevista tra le ore tredici e le ore quindici , e si posizionano tutti sempre a due metri dalle vetrine o dagli ingressi accessibili ai cittadini. 

Lei cosa consiglierebbe?
Riterrei molto più giusto accompagnare un’ordinanza del genere con dei controlli da parte degli agenti della polizia locale: hanno in dotazione degli strumenti capaci di misurare i decibel, potrebbero recarsi sul posto e stabilire se i suoni emessi dagli artisti superano certi livelli. 
Non mi sembra un’impresa impossibile.

Autore: Luca Masiello

Un archivio pieno di passioni

QuiIntervista a Aaron Ceolan, nato a Bolzano e cresciuto a Salorno. L’interesse per l’arte e la cultura ha indirizzato i suoi studi a Trento e a Siena, portandolo poi a lavorare nell’ambito della comunicazione digitale a Museion. Un percorso proseguito sul filo della passione per la storia all’Archivio storico di Bolzano, dove attualmente lavora. Salorno è rimasta nel suo cuore: fa parte dell’associazione JoyEnJoy, con cui si esibisce in rappresentazioni teatrali amatoriali, mentre con un gruppo di amici e amiche organizza il festival di musica Dorfenmusica.

Il mio principale difetto.
A volte tendo ad essere un po’ troppo rigido.

La volta che sono stato più infelice.
Il 5 maggio 2002… ahimè o per fortuna sono tifoso dell’Inter.

Da bambino sognavo di diventare… 
Un giornalista che girava  il mondo.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“Fiesta” di Hemingway

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Una vacanza on the road dalla California al Messico.

L’ultima volta che ho pianto.
La settimana scorsa.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
A New York negli anni ’80.

Il colore che preferisco.
Il blu scuro, tendente al nero.

Il mio piatto preferito
Patate al forno con… basta che ci siano le patate al forno.

Il mio musicista preferito.
Ce ne sarebbero tanti, ma dico i Kings of Leon e The National.

Il mio pittore preferito.
Sebastiano del Piombo, a mio avviso un ritrattista niente male.

Il fiore che amo.
Sono assolutamente ignorante in materia.

Non sopporto…
Il fanatismo in tutte le sue declinazioni.

Dico bugie solo…
Ho smesso di dire bugie.

La mia paura maggiore.
Di perdere i ricordi.

Il giocattolo che ho amato di più.
… e che continuo ad amare tuttora: il pallone da calcio.

L’oggetto a cui sono più legato.
Difficilmente mi lego agli oggetti.

La massima stravaganza della mia vita.
Il formaggio grana sulla pasta al tonno.

Il mio primo ricordo.
Mia sorella neonata che torna dall’ospedale in una culla bianca a pois rossi. 

Per un giorno vorrei essere…
In grado di viaggiare nel tempo.

Nel mio frigorifero non manca mai…
Lo yogurt bianco per la colazione.

Se fossi un animale, sarei…
Amo nuotare, quindi probabilmente un pesce.

Autrice: Caterina Longo

Ztl a Bolzano, futuro incerto per i pendolari

La proposta di attivare una Ztl modulabile per ridurre il traffico nel centro di Bolzano e vietare l’ingresso alle auto dei non residenti ha già infiammato il dibattito pubblico e istituzionale.
L’idea, avanzata qualche giorno fa dall’assessore provinciale alla mobilità Daniel Alfreider, nasce dall’osservazione del sistema a tre fasce, già adottato dalla Città di Milano per controllare il flusso di macchine sulle strade della metropoli. Lì le zone Ztl sono divise in tre fasce: una fascia A non accessibile, e due fasce B e C a pagamento. A dare manforte a questa idea c’è anche l’installazione di una serie di nuove telecamere, che permetterebbe di aiutare a riconoscere le targhe dei veicoli in entrata e in uscita, controllando così chi è autorizzato ad accedere oppure no. Un provvedimento che mira a fronteggiare il forte traffico generato da orde di turisti che ha intasato strade e località dell’Alto Adige, ma che, dall’altra, inciderebbe non poco sui tanti pendolari che quotidianamente raggiungono il capoluogo altoatesino, come quelli della vicina Laives e San Giacomo e più in generale della Bassa. Uno dei grandi punti in sospeso, in attesa di ulteriori sviluppi dopo l’incontro tra Provincia e Comune di Bolzano di inizio settembre, è quello di capire a chi sarà destinata la nuova organizzazione: solo ai turisti o anche ai pendolari? Ci saranno deroghe? È qui che si giocherà gran parte della fattibilità politica del progetto.
Una prima reazione è arrivata dal sindaco di Laives Christian Bianchi, che ha commentato così la notizia: “La proposta deve essere applicata in primis ai turisti. Quando entri in città non c’è nulla di più comodo che lasciare la macchina fuori e usufruire degli autobus per raggiungere il centro. Ciò comporta zero stress e grande beneficio per tutti. Non è possibile vedere le vie del centro assediate dalle targhe straniere, e i lavoratori pendolari perdere ore bloccati in mezzo al traffico, è inaccettabile”. Il primo cittadino sottolinea poi quale sia l’opera prioritaria da dover realizzare per risolvere il problema del traffico: “Credo sia necessario procedere subito con la progettazione e realizzazione della variante in galleria. Sono contento che anche le associazioni imprenditoriali siano allineate su questa posizione. Senza la variante alla SS12 la mobilità di Bolzano è destinata a questa continua congestione, con blocchi, ed incredibili costi per tutti”.

Il sindaco di Laives Christian Bianchi

Non solo Bolzano ma tutto l’Alto Adige convive ormai da anni con un sovraffollamento esagerato di turisti, i cui effetti si ripercuotono sull’ambiente, sulla vita dei residenti e sulla qualità dell’offerta turistica stessa. Per questo è necessario adottare misure alternative, come le limitazioni agli ingressi giornalieri in un’attrazione, la chiusura totale di alcuni siti e regolamenti mirati per ridurre i disagi causati dai turisti. Esattamente come accade in tante grandi città Europee. Nel concreto però, il grande nodo che le amministrazioni devono tentare di sciogliere è quello di riuscire a fornire ai cittadini locali mezzi di trasporto efficienti che siano alternativi all’auto privata (in Alto Adige ce ne sono la bellezza di 925 ogni 1.000 abitanti), perché l’offerta dei mezzi pubblici non è del tutto adeguata alle esigenze della popolazione. Con il ritorno in classe degli studenti a partire dal 6 settembre gli autobus torneranno a riempirsi in maniera inverosimile e lo stesso si può dire per tutti i treni regionali che transitano lungo le stazioni della Bassa Atesina. È quindi necessario investire sia in un maggior numero di corse e linee, che in una maggiore sensibilizzazione all’uso della bicicletta (visto anche l’ottimale collegamento ciclabile tra Bolzano e Laives) o del monopattino elettrico, magari favorendo incentivi all’acquisto. I dati dicono che negli ultimi mesi estivi, complice l’arrivo di molti turisti, è aumentata la richiesta di e-bike per muoversi lungo il territorio. Un trend che andrebbe intercettato e riconvertito anche a favore dei residenti, fornendo ai cittadini possessori di tali mezzi ciclabili un’ulteriore estensione delle piste ciclabili e posti sicuri dove parcheggiarle, specie se pendolari, per raggiungere il luogo di lavoro a Bolzano in sicurezza.

Autore: Alexander Ginestous

Le fughe surrealiste di Alex Dellantonio

“Il surrealismo è la magica sorpresa di trovare un leone in quell’armadio in cui si voleva prendere una camicia” – così spiegava la celebre artista Frida Kahlo l’essenza del surrealismo, uno dei movimenti artistici e letterari più vivaci del novecento. Nella mostra dell’artista Alexander Dellantonio, che inaugura sabato otto settembre al Kunstforum Unterland di Egna (visibile fino al 18.9), non troveremo bestie feroci, ma sicuramente molte magiche sorprese. “Surrealist Escapades”, vie di fuga surrealiste, è il titolo dell’esposizione, che presenta cento collage in bianco e nero, di cui molti inediti, realizzati dall’artista negli ultimi tre anni. Bolzanino di nascita, classe 1986, dopo il liceo artistico Dellantonio ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e ha vissuto a Berlino, esponendo le sue opere in mostre personali e collettive in Germania, Norvegia e Italia. Quest’anno ha fatto ritorno in Alto Adige. “Portare alla luce l’anarchia dei sentimenti e dei sogni, sulla linea sottile tra desiderio e realtà, regolata attraverso l’arte dell’assemblaggio.”- questa l’idea che Dellantonio ha del surrealismo. La sua ricerca è originale e insolita perchè punta l’attenzione sul surrealismo cèco, che solo recentemente si sta guadagnando considerazione nelle università americane e in Germania.
Con passione e spirito da archeologo Dellantonio ha scavato nelle profondità delle opere di artisti e artiste come Toyen, Jindrich Styrski e Karel Teige, riportandone a galla visioni, tecniche e soprattutto quelle sottili strategie di fuga dalla realtà tipiche di tanta arte e lettura cèca. In questo senso, le opere di Dellantonio emanano un’eleganza dal fascino storico e sono capaci di ammaliare e inquietare. Ne abbiamo parlato con lui, inziando dal ritorno a Bolzano.

Come è stato il ritorno in Alto Adige dopo gli anni a Berlino?
Berlino è sexy ma povera! Dopo tanti anni, mi mancavano le montagne e il sole dell’Alto Adige. E per assurdo credo di trovare qui maggiori possibilità di proporre il mio lavoro artistico.

Come nascono le “vie di fuga surrealiste” che danno il titolo alla mostra “Surrealist Escapades”?
Il mio lavoro ha spesso avuto una connotazione politica e impegnata. Le opere nella mostra a Egna guardano agli artisti dell’avanguardia ceca, che sono stati isolati e perseguitati o perché considerati troppo avanguardisti o perché troppo borghesi, a seconda di chi li criticava (il protettorato nazionalsocialista di Boemia e Moravia prima e l’apparato stalinista della Repubblica Ceca poi). Gli artisti trovarono una via di fuga da questa realtà rifugiandosi verso qualcosa di diverso, l’arte surrealista.

Alex Dellantonio

Perché hai scelto di orientarti agli artisti del surrealismo ceco?
Ho scoperto i surrealisti cechi grazie a un libro trovato per caso al mercatino dell’usato sulle passeggiate del Talvera, una quindicina di anni fa, il “Mercato dell’arte” di Karel Teige. Mi sono appassionato alla figura di questo artista praghese, al suo credere nell’arte e perseguire la sua strada nonostante le difficoltà: mi piace l’immagine evocata dalla Devestil, il gruppo ceco di artisti a cui aderiva. La parola Devestil indica il farfaraccio, una pianta non particolarmente bella, ma tra le prime a fiorire in primavera con un fiore incantevole. Teige è anche autore del manifesto del “poetismo”, un movimento artistico che, negli anni ’20 del novecento, voleva trasformare l’arte in divertimento fantastico, inneggiando alla gioia di vivere dopo gli orrori della prima guerra mondiale. Nonostante l’isolamento da parte del Partito Comunista, fino alla sua morte, nel 1951, egli creò oltre 400 collage fotografici surrealisti, a cui mi sono ispirato per la mia serie.

Cosa deve aspettarsi il pubblico dalla mostra?
Senza svelare troppo, credo che chiunque potrà trovare qualcosa che incontra il suo gusto, sicuramente c’è un’attenzione al corpo e al bello comunemente inteso, ma anche aspetti nuovi e magari non molto visti in Alto Adige, che potranno sorprendere.
Hai scelto di lavorare con una tecnica tradizionale come il collage e la carta oggi, nel 2021… come mai questa scelta? Qual è la tua posizione rispetto al digitale?
Ho sempre amato la carta come materiale: mi piace la dimensione analogica, le persone, le sensazioni tattili. Per anni ho lavorato anche con il decollage strappando manifesti dai muri a metri! La carta è un materiale semplice, facile da utilizzare, da tagliare. Per certi versi, è come se il taglierino fosse il mio “pennello”… è come disegnare delle geometrie.

“Surrealist Escapades” è al Kunstforum Unterland di Egna
dal 7 al 18 settembre. Ingresso libero e gratuito.

Autrice: Caterina Longo

La storia di Bolzano, città dipinta, ieri, oggi e domani

Se, recentemente, la città di Trento è stata definita come “città dipinta” grazie ai suoi magnifici palazzi pregni di affreschi nelle facciate e per il suo centro storico, lo stesso per molti versi lo si può dire anche per la città di Bolzano. La differenza, sostanziale, consiste nelle differenti vicende storiche che hanno coinvolto i due capoluoghi.
L’iniziativa del principe-vescovo di Trento aveva incentivato i ricchi signori della città, a dipingere le facciate dei principali edifici cittadini per diverse ragioni e Bolzano non poteva che fare altrettanto. Ma purtroppo le tragiche vicende che si sono succedute nelle due città e le diverse scelte drastiche hanno portato all’attuale stato di fatto. In sintesi: nel centro storico bolzanino i palazzi dipinti si contano sul palmo di una mano, al contrario di Trento.
Ma cosa ha inciso nella sostanza per determinare questi due percorsi così diversi?
In effetti si tratta di un argomento molto attuale, a mutare l’ordine delle cose sono state le epidemie, o come si dice attualmente le pandemie, dei secoli passati.
A Bolzano, come noto, si sono succedute le pesti del 1347, quella del 1478 ed altre gravi pandemie. Dei bei palazzi dipinti di Bolzano dunque se ne salvarono solo alcuni. Il rimedio adottato per “sanare” tutto fu infatti la calce, cosicché a Bolzano nei dipinti o nelle rappresentazioni del centro storico a partire dal XVII sec. troviamo per lo più facciate di un irrimediabile “bianco”. In pratica si salvarono solo: il palazzo Troilo di via Argentieri, l’edificio al nr. 43 di via dr. Streiter e qualche palazzo dei Portici (tra i quali l’antico Municipio) e di via Bottai.
Nel seicentesco palazzo Troilo appartenente alla nota famiglia di commercianti di origine roveretana possiamo ammirare una composizione geometrica a lombi composti a scacchiera di colore bianco e rosso, mentre intorno alle finestre compaiono cornici che mimano elementi scultorei.
Nell’ edificio di via dr. Streiter invece le immagini sono molto più complesse in un gioco di chiari e scuri, con due cavalieri si fronteggiano in un richiamo allegorico e simbolico che rimanda la lotta fra “il bene ed il male”, fra le “virtù” e la “perdizione”.
Solo a partire dall’800 a Bolzano si tornò alla pratica di dipingere le facciate e le opere principali si vennero realizzate dai pittori cittadini della famiglia Stolz.
Bella mostra ne sono: il palazzo Amonn di piazza Municipio, l’edificio della farmacia “alla Madonna” e tanti altri.
Nel nostro secolo si è tornati a dipingere le facciate, valorizzando soprattutto le periferie, per opera di tanti artisti. Per tale motivo oggi possiamo dire che anche Bolzano è una “città dipinta”.

Autore: Flavio Schimenti

Una biblioteca tutta nuova

Lunedì 19 luglio, dopo un anno di chiusura, le porte della biblioteca civica di Merano finalmente hanno riaperto. Le luci illuminano nuovamente le sale, le copertine colorate dei libri risaltano sugli scaffali, gli spazi ricreativi dedicati ai bambini profumano di nuovo e tutto sembra riprendere vita.

Sono molte le novità che la biblioteca offre al suo pubblico e a raccontarle ci sono Umberto Massarini, direttore della sezione italiana, e Sonja Pircher, direttrice della sezione tedesca. Entrambi ci spiegano quali siano stati gli intoppi che hanno causato il posticipo della riapertura e cosa questo abbia comportato in un anno particolarmente difficile.

Direttore Massarini, quando sono iniziati i lavori e quali sono stati gli ostacoli che hanno ritardato l’apertura?
Il 15 giugno 2020 sono iniziati i lavori, i quali sarebbero dovuti durare circa tre mesi. Si sono verificate, però, una serie di problematiche dovute alla vecchiaia della struttura. Sono stati aperti così tre cantieri diversi che interessavano tutto l’edificio e che andavano a svolgere tipologie di lavori differenti: opere di natura edile e muraria, interventi per il nuovo impianto di areazione ed infine lavori legati alla sicurezza della struttura. Inoltre, l’impianto antincendio non era più adeguato e per questo ha dovuto essere sostituito. Il Covid quindi ha inciso ulteriormente, condizionando l’andamento dei lavori e soprattutto la fase dei collaudi, che sono operazioni lunghe e complesse.

Direttrice Pircher, adesso la struttura è profondamente rinnovata e sicura e offre agli utenti un ambiente più confortevole. Quali sono le grandi novità?
Innanzitutto, la struttura è stata ampliata di 30m² unendo i due reparti di lingua tedesca e italiana dei bambini e dei ragazzi: un progetto a cui tenevamo molto. Il nuovo reparto è molto ampio, colorato e con degli scaffali nuovi. È presente anche uno spazio dedicato ai più piccoli nel quale si possono muovere liberamente. Inoltre, è stato allestito un “Baby pit stop”, un piccolo divano situato in una zona sicura e protetta in cui le mamme possono allattare. Non poteva mancare un nuovo fasciatoio posizionato nel bagno dei disabili, utilizzabile dalle mamme e dai papà.
Nel reparto ragazzi, invece, sono state create due salette in cui è possibile svolgere lavori di gruppo trovando i materiali necessari a portata di mano.
Anche l’ingresso è stato completamente rinnovato, così come il bancone del prestito, il quale è stato ristretto per poter dedicare più spazio ai nuovi self-check. Alcuni computer permettono quindi agli utenti di fare tutti i movimenti legati ai media in autonomia (controllare la propria situazione utenti, fare restituzioni e prolungamenti).
Un’altra novità è la consulenza al primo piano, in cui sono state messe insieme quella italiana e quella tedesca creandone una unica con due postazioni di lavoro e un self-check. È stata una scelta strategica per venire incontro agli utenti, offrendo una postazione centrale molto più evidente.

Umberto Massarini e Sonja Pircher

Prima la pandemia e poi i lavori: quali servizi avete offerto alle vostre lettrici e ai vostri lettori durante questo lungo anno?
Direttore Massarini – Durante il primo lockdown di marzo 2020, avevamo organizzato il servizio di prestito a domicilio che ha funzionato molto bene, grazie anche alla collaborazione degli assistenti dei servizi domiciliari. Nel momento in cui il lockdown duro è terminato la biblioteca ha riaperto, ma dopo qualche settimana è stata chiusa per iniziare i lavori.
Durante il primo periodo non avevamo la possibilità di accedere fisicamente agli scaffali, perché il patrimonio era completamente blindato. Abbiamo accelerato così i lavori della nuova succursale di Sinigo per garantire la presenza di almeno una biblioteca sul territorio. Inoltre, abbiamo allestito per alcuni mesi uno “scaffale novità” presso la mediateca, in modo che anche in centro ci fosse una piccola selezione di libri che la gente potesse prendere in prestito. A causa dell’ulteriore prolungamento dei lavori, abbiamo organizzato il servizio di prestito ad asporto, dando la possibilità alla gente su prenotazione di venire a restituire e prendere i media desiderati.
Direttrice Pircher – In aggiunta, abbiamo iniziato ad avvicinarci ai nostri utenti anche tramite i canali social, organizzando delle rubriche giornaliere in cui si consigliavano libri, si informavano gli utenti sull’andamento dei lavori e sulle novità, si proponevano letture online per adulti e bambini e molto altro. Per noi è stato estremamente importante utilizzare questo tipo di comunicazione, in quanto in quel periodo è stato l’unico contatto che abbiamo potuto avere con nostri utenti.

È stato un anno in cui la cittadinanza non ha avuto a disposizione un servizio. Qual è ora il vostro obiettivo?
Direttore Massarini – Non avendo accesso alla biblioteca, ovviamente le persone si sono riorganizzate trovando risorse differenti o orientandosi verso nuovi servizi presenti nel circondario. Per questo motivo ora bisogna riconquistarsi la cittadinanza e lavorare affinché la biblioteca torni ad essere un luogo importante per la città.
Direttrice Pircher – Siamo consapevoli che la chiusura di una biblioteca non è mai una cosa buona, ma sappiamo che chiuderla proprio durante il periodo del Covid-19 sia stato ancora peggio. Noi abbiamo un’importante funzione sociale e proprio quando la lettura di un libro o la visione di un film poteva essere d’aiuto durante le giornate in casa, noi siamo stati purtroppo assenti. Ci è dispiaciuto molto e per questo motivo abbiamo cercato di offrire la lettura di libri e giornali online attraverso le piattaforme BiblioWeb e Biblio24, riscontrando un grande apprezzamento.

Finalmente adesso anche gli eventi hanno ripreso alla grande. Quali sono i prossimi appuntamenti che la biblioteca organizzerà per il suo pubblico?
Direttrice Pircher – Attualmente proseguono gli eventi della rassegna “Appuntamento a Merano- AutorInnen in Meran”; la biblioteca, inoltre, aderendo al progetto Merci (Merano Cultural Innovation) del Comune di Merano, durante il periodo estivo organizza un programma di letture presso le Terme, il Lido e la biblioteca di Sinigo. Infine, stiamo lavorando alla programmazione autunnale, per riprendere le attività in biblioteca e le collaborazioni con le scuole per numerosi progetti.

Autrice: Chiara Caobelli

Alimentazione, sport e moda

QuiIntervista a Lucia Sciarrillo, una giovane donna che vive tra Merano e Parma. È iscritta al secondo anno della facoltà di Scienze e tecnologie alimentari nel capoluogo emiliano, ma è attiva in diversi ambiti dalla moda allo sport.

La cosa che mi piace di me.
Sono molto solare, socievole e amichevole.

Il mio principale difetto.
Sono molto selettiva.

La volta che sono stata più felice.
Quando ho finito le scuole superiori. 

La persona che ammiro di più. 
I miei genitori e i miei nonni.

Il paese dove vorrei vivere.
Al momento non so perché vorrei continuare a viaggiare, vedere nuovi posti e poi in futuro si vedrà. 

La mia occupazione preferita. 
Trovare un lavoro che abbia attinenza con i miei studi, magari in un laboratorio.

Non sopporto…
La noia, sono una persona molto attiva.

Nel mio frigo non manca…
Il formaggio morbido spalmabile. Adoro la pastina con il formaggio bianco. 

Se fossi un animale…
Sarei un leone. 

Mi sono sentita orgogliosa quando…
Lo sono ogni volta che raggiungo gli obiettivi che mi sono posta. 

Il mio motto.
“Vivi e lascia vivere, ma soprattutto… lasciatemi vivere”.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Vorrei comprare casa.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il pallone da calcio.

Dico bugie solo…
Per il bene degli altri. 

Dove mi vedo fra dieci anni.
A lavorare in ospedale come nutrizionista e con una mia famiglia. 

Il colore che preferisco.
Il rosso.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Quando mi è saltato il collegamento internet, durante un’esame all’università. 

Da bambina sognavo…
Di fare l’avvocato. 

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare.
Diventare nutrizionista sportiva.

Autrice: Francesca Morrone

Bici inclusive per far muovere tutti

Ecco un modo nuovo per invogliare anziani e persone con disabilità a fare sport e movimento in maniera attiva. L’associazione Incontriamoci e il centro noleggio E-bike di Appiano hanno lanciato un progetto che vede come protagoniste le biciclette, utilizzate come strumento di inclusione. E le ricadute e benefici positivi sui pazienti e chi sta loro accanto sono davvero molteplici. Ci siamo fatti raccontare qualcosa di più.

Lo sport e il movimento come medicina naturale per aiutare persone fragili, disabili e anziani. Ma anche come strumento di svago per giovani e accompagnatori. E se per farlo si utilizzano le cosiddette “biciclette inclusive”, allora anche il divertimento raddoppia. Già, perché questi speciali veicoli stanno prendendo sempre più piede in Alto Adige grazie a una missione molto nobile portata avanti dall’associazione Incontriamoci APS (nata ad aprile di quest’anno e che si propone come punto d’incontro, sostengo e recupero psicofisico per caregiver famigliari di persone dallo spettro autistico) insieme al Test Center Remoove E-Bike Verleih di Appiano.
La missione è quella di promuovere l’inclusione sociale e permettere a chiunque di poter passare una bella giornata all’aria aperta e in totale spensieratezza, nonostante le limitazioni. Con ricadute positive e benefici anche sulla famiglia delle persone con disabilità e sugli operatori che li seguono, oltre che sulla salute stessa delle persone con particolari patologie.

Alcuni membri del progetto, durante un evento promozionale

“Durante il primo lockdown sono venuta a conoscenza di questo particolare tipo di biciclette e ho pensato subito che potessero essere lo strumento giusto per mantenere attivi a livello fisico anziani o persone con deficit motori – racconta Elisa Berger, operatrice posturale e membra dell’associazione Incontriamoci -. Così mi sono mobilitata per capire se c’era la possibilità di portare questo tipo di mezzo di trasporto anche in Alto Adige”.

In breve tempo Elisa entra in contatto con Engelbert Kirchler, responsabile del noleggio bici di Appiano, alla quale presenta il progetto. L’entusiasmo è contagioso sin dall’inizio. “Credevo fosse importante dar vita ad un’iniziativa simile, che ponesse il suo focus sulle attività sportive e nel tempo libero per le persone più fragili, per questo ho accettato molto volentieri di farne parte, comprando i primi modelli di biciclette da poter noleggiare a chi ne ha bisogno”. “Tutti hanno il diritto di potersi godere una bella giornata all’aria aperta”, racconta Kirchler. Le bici sono tutte elettriche con pedalata assistita e al momento ne sono presenti tre tipi: un tandem parallelo, una tricicletta monoposto e una terza sulla quale è possibile caricare addirittura una persona in sedia a rotelle. “Uno dei nostri obiettivi è cercare di riuscire ad avere il maggior numero di veicoli nel parco mezzi in base alle necessità e disabilità più frequenti”, spiega Berger. Il progetto è stato sin da subito promosso su canali social dell’associazione ottenendo ottimi feedback, ed è stato portato “in strada” durante i mercoledì lunghi di Appiano, dove il team è stato presente con un suo stand dedicato.

Engelbert Kirchler ed Elisa Berger

I BENEFICI
Ma quali sono i benefici che l’utilizzo di queste biciclette portano? In primis, come detto, c’è l’aspetto motorio: le persone anziane o disabili non hanno tanta possibilità di fare movimento e le bici inclusive possono risolvere tale problema, senza comportare uno sforzo eccessivo. Fare sport fa bene alla mente e allo spirito e aiuta a sentirsi bene nel proprio corpo. Da non sottovalutare è poi l’aspetto mentale. Per una persona con disabilità, impossibilitata a fare determinati movimenti nella vita di tutti i giorni o a superare particolari ostacoli, andare sull’e-tandem assieme ad un’altra persona rappresenta l’occasione per trarre forze e coraggio da un compagno di viaggio. Assieme dovranno capire come superare determinati tratti o quale strada scegliere per esplorare il percorso più interessante. Si tratta di un vero e proprio toccasana per tutti coloro che in situazioni di normalità avrebbero bisogno di assistenza per raggiungere determinati obiettivi. Ultima occasione – ma non meno importante e scontata – è la possibilità di poter stare all’aria aperta nonostante il Covid. Senza dimenticare quanto la pandemia abbia bruscamente aumentato le difficoltà di socializzazione e movimento soprattutto per gli anziani.
“Le ricadute sono evidenti anche per le persone che quotidianamente si occupano dei pazienti con difficoltà. Gli operatori potranno gestirsi il tempo libero utilizzando la bicicletta, non dovendo più andare sempre a piedi o spingendo una sedia a rotelle”, racconta Kirlcher.

Il tandem parallelo

BICI PER TUTTI
Ma questi particolari tipo di veicoli non sono pensati soltanto per persone con particolari esigenze, bensì per tutti. Sono in tanti – tra giovani, adulti e turisti – ad essersi interessati a questo tipo di biciclette come strumento di svago. “Il nostro, essendo un progetto inclusivo, vuole includere anche le persone che non hanno particolari problemi o deficit. Le bici sono perfette per passare del tempo in compagnia. Durante l’ultimo evento in piazza sono arrivati molti ragazzini che lo volevano provare, e abbiamo ricevuto richieste anche da alcuni turisti di Mantova giunti in Alto Adige desiderosi di poterlo utilizzare presso il loro albergo”, conclude Berger.

I responsabili del progetto sono ora impegnati far conoscere le biciclette inclusive in tutta la Provincia. In autunno e inverno verrà avviata una serie di presentazioni nelle case di riposo, oltre ad un progetto in collaborazione con l’Unione Ciechi.

Autore: Alexander Ginestous

Una Salorno colorata

Si è concluso nei giorni scorsi il concorso “Salorno in fiore”. Premiati gli ingressi delle case, i terrazzi ma anche le finestre e i balconi addobbati con i più bei fiori e piante colorati. Ecco i vincitori divisi per sezioni. Ingressi: Sonia Dallaona Demanega, Bruna Michelon Coller, Maria Barbi Pichler. Balconi: Nicolina Nicolodi, Ines Ceolan, Berta Ceolan Franceschini. Terrazzi: Christine Eccli; Finestre: Renate Kosta. Qui una fotogallery con i migliori scatti dell’associazione Salorno Attiva.

Libertà e diritti in tempo di pandemia

Durante tutta l’emergenza legata al Covid-19 si è molto discusso in merito alla legittimità delle restrizioni adottate e all’obbligatorietà o meno dei trattamenti sanitari. Ne abbiamo parlato con il costituzionalista ed ex senatore Francesco Palermo.

Francesco Palermo: lei questo momento come lo sta vivendo?  
Stiamo oscillando tra estremi opposti. Da una parte va molto di moda il termine resilienza con il quale si finisce per accettare tutto, mentre da un’altra prendono piede le reazioni sconsiderate contro tutto e tutti. 

Ma cosa dice la nostra Costituzione? Le misure adottate negli ultimi 18 mesi in che modo sono “legittime”?
Il grande problema di fondo è stato quello di bilanciare il diritto alla salute pubblica quale bene superiore con i numerosi altri diritti garantiti in Costituzione, che sono stati “compressi”. Lo stato di diritto è una sorta di ring dentro il quale ci si può muovere e dal quale non si può uscire. Negli stati a controllare il perimetro del ring sono normalmente degli attori terzi; nel nostro sistema soprattutto la Corte Costituzionale. E il nostro problema sta nel fatto che per vari motivi in questo periodo la Corte praticamente non è mai intervenuta, suscitando una certa incertezza, a differenza di quanto invece è avvenuto in tanti altri ordinamenti che hanno strumenti di accesso più semplici alla giustizia costituzionale e dove le corti hanno posto dei paletti segnalando superamenti del ring. L’ultimo caso è avvenuto in Francia dove è stato dichiarato legittimo l’obbligo del Green pass in tutta una serie di ambiti. Invece in Austria la corte ha dichiarato addirittura illegittime retroattivamente norme che erano in vigore durante il lockdown, perché considerate non proporzionate.  

Qui entrano in campo i famosi principi di “prevenzione, precauzione, proporzionalità e adeguatezza”, fondamentali nell’attività amministrativa sia nelle situazioni ordinarie che nell’emergenza.
Si tratta di principi astratti – alcuni presenti in Costituzione ed altri ricavati in via interpretativa – che il legislatore cerca di bilanciare, ma poi può succedere che la Corte Costituzionale intervenga, appunto.

Francesco Palermo

In ogni caso l’effetto del non pronunciamento da parte della Corte Costituzionale in merito alle misure adottate in tempo di pandemia è la legittimità delle procedure stesse.
Sì, salvo alcuni casi individuali collegati a pronunce giudiziarie, come ad esempio la recente sentenza del Tar del Lazio che ha giustificato l’esenzione per una bambina dall’obbligo di portare la mascherina a scuola. 

Questo vuol dire che è stata legittima anche la scelta di procedere quali esclusivamente con i cosiddetti DPCM (decreti ministeriali emanati direttamente dal Presidente del Consiglio dei ministri)?
Sì. Anche se si potrebbe discutere sul fatto che il legislatore ha scelto una procedura che rende molto difficile il controllo giudiziario. Di per sé l’autorizzazione alla limitazione dei diritti può avvenire soltanto con una legge, non solo per la salute citata all’articolo 32 della Costituzione, ma anche per altri diritti come quello alla libera circolazione. I decreti legge adottati durante la pandemia sono “atti aventi forza di legge” di natura sufficientemente generica per essere incontestabili, ma poi le concrete misure sono state assunte per mezzo di atti amministrativi (i DCPM) che non possono direttamente passare per la Corte Costituzionale e devono eventualmente transitare per i Tribunali Amministrativi, attraverso una procedura particolarmente complessa…

Sta di fatto che nella cittadinanza le misure adottate hanno assunto le sembianze di decreti d’emergenza e sono state vissute con perplessità e in molti casi come delle ingiuste imposizioni. 
Ci sono state diverse fasi. In un primo momento la situazione ha colto tutti di sorpresa e c’è stato un forte accentramento di decisioni in capo al governo, con un sostanziale avvallo da parte delle regioni. In quella prima fase il bilanciamento ha privilegiato in modo probabilmente sproporzionato la sicurezza pubblica rispetto alle libertà fondamentali. Lo dico perché nella seconda fase (autunno 2020) il governo, meno impreparato, ha adottato delle misure che conciliavano meglio le cose. Si è tenuto conto di tutta una serie di deroghe che potevano essere accettate per meglio bilanciare i diversi diritti in gioco. Non stati utilizzati strumenti troppo invasivi e alcune limitazioni sono state superate, rispettando una serie di regole, ad esempio utilizzando le mascherine in certe situazioni.  

Da un certo momento in poi sono quindi scesi in campo i vaccini, con la grande campagna per la somministrazione alla maggior parte della popolazione…
Sì. Da questo punto di vista occorre ricordare il fatto che il nostro sistema prevede da tempo le vaccinazioni obbligatorie. Esiste sempre la possibilità di mettere in dubbio le cose, ma il punto che in questo caso può essere discusso riguarda il fatto che i vaccini contro il Covid sono stati elaborati più in fretta. Ma – a quanto dicono gli esperti – non è che i vaccini siano sbucati dal nulla. Con l’attuale stato di avanzamento della ricerca scientifica è infatti altamente improbabile il fatto di trovarsi all’interno di una mega sperimentazione di massa, per “vedere come va”. Di fatto ci basiamo sullo stato attuale della ricerca ed è stata fatta una valutazione, anche in questo caso bilanciata. Quindi è stata evitata l’obbligatorietà della vaccinazione, salvo che per alcune categorie come ad esempio la mia, quella degli insegnanti. Io ad esempio ho un paio di colleghi all’università che non si sono vaccinati. Non per motivi ideologici, bensì perché hanno paura. Occorre sempre considerare che le scelte non possono che essere collettive, in una società. Anche se questo è un problema, perché nella società che si pluralizza occorrono decisioni che comunque tengano il più possibile conto delle esigenze dei diversi soggetti. Però poi le scelte collettive sono fatte di regole astratte e anche la medicina funziona così, con i protocolli. La medicina non è sufficientemente individualizzata e anche lì come nel diritto esiste il dibattito sulla necessità di individualizzare. In ogni caso va detto che se un sistema va bene nel 90% dei casi, si tratta senz’altro di un sistema buono. 

Il 10% rimanente dei casi infatti in questo periodo sta ponendo la questione. Si tratta soprattutto di operatori del mondo della sanità e della scuola, gli unici contesti di lavoro dove l’obbligo di vaccinazione è stato imposto. 
In merito è stata fatta appunto una valutazione di proporzionalità. Le alternative sarebbero state vaccinazione facoltativa per tutti oppure obbligatoria per tutti. Il paradosso è che si criticano delle disposizioni che sono già più “sfumate” rispetto all’obbligatorietà dei vaccini contro il tetano o il vaiolo, ad esempio. Di per sé la normativa oggi adottata è più sofisticata e quindi migliore rispetto a quelle normalmente in vigore per gli altri vaccini. 

Alcuni contrari al vaccino parlano di presunto trattamento sanitario obbligatorio, mentre altri non si fidano e dicono che si tratta di una procedura pericolosa. 
Sono due diverse argomentazioni. L’idea che il vaccino sia pericoloso di per sé può valere, ma alla luce di quello che ci dice l’odierna ricerca medica, a parte alcune voci decisamente minoritarie, esiste invece la ragionevole aspettativa che i vaccini siano una misura proporzionata e giustificata. 
Anche per quanto riguarda il discorso del trattamento sanitario obbligatorio in realtà secondo me stiamo nell’ambito del ring. Il governo spinge verso la vaccinazione ma resta in realtà in vigore il diritto a non vaccinarsi, salvo le categorie che vengono considerate di particolare interesse pubblico. Va ricordato che sia il diritto alla salute che quello all’istruzione scuola sono valori costituzionali.

L’ultimo anno e mezzo è stato all’insegna della straordinarietà e dell’emergenza. Secondo lei necessita anche un adeguamento della Costituzione, per poter governare in maniera più chiara anche questo tipo di situazioni? 
Assolutamente sì. Su questa cosa – soprattutto a livello della procedura di attivazione dello stato di emergenza –  occorrerà lavorare, ma solo una volta conclusa l’emergenza stessa. In secondo luogo si potrà discutere anche in merito alla possibilità di sottrarre uno o più diritti fondamentali alla possibilità di essere limitati. In terzo luogo occorrerà chiarirsi le idee in merito al rapporto stato-regioni, in situazioni di emergenza come quella  che ci siamo trovati ad affrontare. In merito al momento non c’è scritto nulla, né in Costituzione né negli statuti di autonomia. E dobbiamo riuscire ad evitare la situazione in cui ci siamo ritrovati in cui con una legge ordinaria, anzi sulla base di atti amministrativi approvati sulla base di un decreto legge molto generico, il riparto delle competenze stabilito in Costituzione tra stato e regioni è saltato completamente. Il tutto con l’avvallo della Corte Costituzionale.

In questa emergenza abbiamo avuto un attore in gioco, la comunità scientifica, che ha avuto un grande peso nell’orientare le decisioni che sono state prese. Non tutti hanno apprezzato. Dal punto di vista del diritto la scienza che ruolo ha?
Nella Costituzione la scienza con questo ruolo non è presente, ma è chiaro che nel processo decisionale politico per valutare la proporzionalità e l’adeguatezza delle scelte occorre avere dei parametri che spesso sono di tipo tecnico-scientifico. In ogni caso c’è stata una grande differenza nel peso che la comunità scientifica ha avuto nelle decisioni prese tra la prima e la seconda ondata. Nella prima il peso è stato molto più importante. 
In ogni caso sono deleteri sia la demonizzazione che la sacralizzazione della scienza. 

LA “VIA ALTOATESINA”

“Anche in Alto Adige non è stato facile capire quali erano le decisioni giuste da adottare. In aggiunta rispetto ad altre regioni da noi esiste l’affermazione (e la difesa) dell’autonomia, quale vero e proprio elemento costitutivo. Recentemente si è deciso un ricorso contro il garante per la privacy per quanto riguarda il Corona Pass. Ritengo sia una cosa sacrosanta, vanno messi dei paletti. Poi naturalmente c’è modo e modo di metterli, questi paletti. Le scelte compiute sotto Natale con ogni probabilità si sono rivelate controproducenti, come abbiamo visto. Gli errori si possono fare, ma non va persa la bussola – che per noi è data da Costituzione e Statuto di autonomia – per mantenere in piedi il sistema. La nostra provincia comunque è un ponte, quello del Brennero per noi non è un confine qualunque per cui per noi sono state ancora più importanti le scelte autonome assunte, a più riprese. Va anche ricordato che anche il nostro Statuto necessita di un restyling, anche più della Costituzione.”

Autore: Luca Sticcotti