“Ecco la Laives che vorrei”

“La Laives che vorrei” è il nome del progetto vincitore del bando Generazioni 2021 sul territorio della Bassa Atesina. Promosso e ideato dall’associazione culturale “Lasecondaluna”, vedrà protagonisti i giovanissimi abitanti della città, che diventeranno progettisti del futuro della loro Laives. 

Tra i vincitori del bando Generazioni 2021 a tema “Aspirazioni & Ispirazioni” non poteva mancare il progetto “La Laives che vorrei”. Al centro del laboratorio proposto dall’associazione culturale laivesotta ci saranno i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 14 anni dell’istituto F. Filzi, che potranno ideare ed elaborare la loro città ideale. Il progetto, articolato in cinque incontri, partirà a settembre e sarà seguito dall’architetto Marco Cestarolli e dalla designer Sara Filippi, che guideranno i giovanissimi nell’ideazione e nella progettazione di una città, quella di Laives, rispondente alle loro necessità, così come la immaginano per il futuro in sostanza. L’occasione si presenta unica nel suo genere e ha come obiettivo quello di rimettere i giovani al centro del luogo che abitano, alimentando le loro riflessioni in merito alla struttura urbana, ma anche ai concetti di “abitare” e “comunità” e all’identità della città stessa, che da tempo sta cercando la sua autonomia rispetto al vicino capoluogo altoatesino. Per diventare cittadini attivi, i protagonisti avranno a disposizione diversi materiali e spunti da cui partire per analizzare le problematicità e esigenze legate al territorio e poter immaginare, quindi, una loro “città utopica”.

Il Presidente de Lasecondaluna Giorgio Cattelan e Amanda Filippi – Foto: Mauro Mancassola

Le loro proposte verranno poi adattate sulla città reale, con l’aiuto dei professionisti coinvolti. Risultati concreti del progetto saranno una mappa della città ideale, che raccoglierà le idee e i progetti che i ragazzi potranno esprimere utilizzando diversi linguaggi artistici, e che sarà poi calata sul tessuto urbano reale attraverso la realizzazione di un vero e proprio progetto urbanistico. Il momento finale di restituzione pubblica del laboratorio avverrà con la presentazione de “La Laives che vorrei” in sede comunale, con l’augurio che possa diventare realtà. “Il vero traguardo – commenta Stefania Rossi, ideatrice e responsabile del progetto – sarebbe proprio quello di vedere realizzato in modo concreto il frutto del lavoro dei ragazzi, veri e propri progettisti urbani seguiti da esperti nel settore. Sarebbe bello vedere, ad esempio, qualche proposta dei giovani concretizzarsi nella piazza adiacente al Comune, nella quale si stanno già svolgendo dei lavori”. 

In foto principale: Da sinistra: la curatrice Stefania Rossi, il direttore artistico Nicol  Faccenda e la direttrice generale Amanda Filippi

Autrice: Ana Andros, COOLtour

Un benvenuto alle panchine arancioni

I comuni di Bronzolo e Vadena hanno aderito nel 2020 al progetto Sente-mente, diventando così Comuni amici delle persone che con-vivono con demenza. Simbolo del progetto sono delle panchine arancioni, che ora sono state finalmente inaugurate.

Ultimati i lavori di verniciatura, si è svolto il giorno 11 giugno, nell’area antistante la GRUFRUT a Bronzolo, il momento inaugurale delle Sente-mente panchine, che hanno l’onore di essere le prime panchine arancioni dedicate alla demenza su tutto il territorio nazionale. Un nutrito gruppo di cittadini ha preso parte all’evento e con curiosità si sono accostati a questo “nuovo spazio” messo a disposizione dal Comune di Bronzolo affinché diventi un punto di ritrovo per momenti dedicati al tema della demenza. Uno spazio verde, tre panchine, e al centro un salice piangente che crescendo farà dono della sua ombra ai passanti che sentiranno il bisogno di ristoro. Per l’occasione anche una delle tre panchine arancioni del Comune di Vadena, è stata posizionata accanto, mentre le altre due che non sono trasportabili, erano comunque presenti attraverso una loro immagine, in modo che a tutte sei venisse dato il benvenuto da parte della cittadinanza. Le panchine di Vadena le potrete incontrare passeggiando a partire dalla alla caserma dei Vigili del Fuoco, sul rettilineo in direzione Mover e una nella zona Mover.
Il rito inaugurale è stato introdotto dal suono festoso di alcuni componenti della Musikkappelle al quale è seguito il saluto da parte della Sindaca Giorgia Mongillo per il Comune di Bronzolo e dell’assessora alla famiglia del Comune di Vadena, Anna Busetti. A seguire sono intervenuti per la Comunità Oltradige Bassa Atesina il Presidente Hansjorg Zelger e il Direttore dei Servizi Sociali Bernhard Von Wohlgemuth  che hanno dimostrato il loro interesse e apprezzamento per il progetto. La responsabile del Distretto Sociale, Annalisa Frasca, ha messo in risalto l’importanza del progetto Sente-mente, quale strumento concreto per gettare semi di speranza che sappiano far crescere un nuovo modo di intendere la demenza e abbattere il muro dello stigma e del pregiudizio che avvolge la malattia e le persone che con essa convivono. Il parroco Walter Visintainer, ha avuto parole di gratitudine per coloro che si impegnano attivamente a stare accanto alle famiglie e ha celebrato il rito di benedizione indirizzandolo alle persone, affinchè trovino sostegno e conforto nella loro esperienza di malattia.
È stato poi presentato il senso dei messaggi di cui le panchine rendono testimonianza, “La mente si ammala di Alzheimer il cuore no – Guardami sono ancora io – Il mio sentire è presente, qui, ora – è il modo in cui pensi a me che deve cambiare – Voglio ancora essere felice -Voglio un mondo libero dal tuo pregiudizio”. Ogni “messaggio in panchina” è un invito a ciascun componente della comunità a diventare protagonista di un cambiamento culturale che veda la trasformazione del modo in cui si guarda alla persona che vive con demenza. Ogni panchina ci  invita a scegliere dove accompagnare il nostro sguardo e quindi la nostra attenzione, verso la malattia o verso la persona e le sue possibilità?


Questa scelta farà una differenza sostanziale rispetto al nostro comportamento. Nel primo caso saremo portati a pensare che non c’è più niente da fare, che tutto è inutile, e quel senso di impotenza trasparirà in ogni nostro gesto, in ogni parola. Nel secondo caso invece, continuando a mantenere l’attenzione alla persona, scopriremo che la vita continua a pulsare oltre la diagnosi di demenza, che è possibile continuare a mantenere viva la relazione  imparando ad abitare nei territori del suo mondo interiore. Colorare i momenti che si trascorrono insieme con la semplicità della gentilezza, di un sorriso, di un gesto accogliente, può fare la differenza per il benessere sia della persona con demenza sia di chi si prende cura di lei. 
Dopo la diagnosi c’è ancora molta vita da gustare insieme, molte cose da sperimentare, magari con modalità diverse, ma comunque capaci di creare momenti di gioia per tutti.
In conclusione la vice-sindaca di Bronzolo Margot Pizzini, ha donato ai rappresentanti del gruppo giovani Flowers, un attestato di gratitudine per il lavoro svolto nella creazione delle panchine.
Il momento è stato ricco di emozioni intense ed è stata l’occasione per continuare a diffondere idee di speranza a beneficio di tutti coloro che vivono direttamente o indirettamente con la realtà della demenza, ma anche di tutta la cittadinanza che, attraverso la forza dei valori portati avanti dal progetto, ha l’opportunità di crescere e vivere concretamente il rispetto e la dignità, aldilà di ogni fragilità.
L’invito a tutti è di utilizzare le panchine e nel breve tempo di un riposo, concedere a se stessi di lasciarsi toccare e accarezzare dai messaggi di umanità che le panchine trasmettono.

Autrice: Roberta Lenzi Sente-mente Felicitatrice

Mariangela, una vita dedicata al prossimo

Dopo 41 anni alla presidenza dell’Associazione assistenza tumori della Bassa Atesina, con sede a Egna, la fondatrice Mariangela Berlanda Poles rassegna le dimissioni, ma rassicura “la mia porta sarà sempre aperta.” Si tratta di una donna e figura importante per il territorio, che è riuscita farsi voler bene facendo del bene. Mariangela si racconta con tranquillità e vede nei giovani il futuro dell’Associazione. 

La sua è una lunga storia all’interno dell’Associazione; una storia che però ora giunge al termine. 
Sì. Lascio il posto ai giovani, perché spero che ci siano delle persone che vogliano entrare all’interno dell’Associazione e magari pensare di candidarsi alla presidenza. 
Però me ne andrò in febbraio, quando ci saranno le nuove votazioni, fino ad allora sono ancora presidente.

Con che umore lascia la presidenza?
Guardi, sinceramente non lo so. Sono tranquilla, spero di aver di aver fatto il mio dovere. 

Lascia la presidenza, ma non le persone. 
Senz’altro, la mia porta per i pazienti è sempre aperta. È aperta anche per chiunque avesse bisogno di un consiglio. Ma ho una certa età, consigli io ne posso dare pochi, perché ormai sono altri i modi di portare avanti un’associazione. Sono più che sicura che i nuovi collaboratori svolgeranno questo compito nel migliore dei modi. 

Ha un ricordo particolare, di tutti questi anni?
Io le cose le faccio e poi le dimentico, perché le faccio talmente volentieri e con la sicurezza di fare una cosa buona che dopo mi dimentico, ecco.

Ci sono già dei probabili candidati alla presidenza?
Che io sappia no, non ho ancora sentito nomi. Ma senz’altro ci saranno delle persone anche più in gamba di me, perché quando ho cominciato io era tutto più facile. Chi arriverà adesso avrà delle difficoltà perché è cambiato tutto il modo di fare. Però sono sicura che saranno tutte persone intelligenti e giovani, quelle che da adesso si prenderanno queste responsabilità, e le porteranno avanti anche meglio di me. Di una cosa sono più che certa: coloro che si prendono la responsabilità di entrare in un’associazione come la nostra hanno la possibilità di dimostrare la loro disponibilità verso il prossimo, e quindi non possono essere persone cattive.

Cosa ha lasciato a quest’associazione?
Devo essere sincera? Tutta me stessa. Ho cercato di dare il massimo. Naturalmente sempre con la complicità di tutti i miei collaboratori, perché da sola non avrei fatto niente. Siamo sempre andati tutti d’accordo e credo stia tutto lì: quando si ha una buona collaborazione va tutto bene. 

Cosa pensa di fare, dopo? 
Niente. Sono contenta di amare i miei figli, e ho la fortuna di averli tutti e cinque attorno, e di fare quello che riesco a fare. A 86 anni penso che si possa dare poco, però quel poco che do, cerco di darlo con amore.

Rimpiange qualcosa?
Io? No. Non rimpiango niente, perché quello che ho dato e ho fatto – anzi, quello che abbiamo fatto, con i miei collaboratori, lo abbiamo fatto assieme e veramente dal profondo del nostro cuore, convinti di fare la cosa giusta.

Autrice: Ana Andros, COOLtour

Andriano, un paese ai piedi del Macaion

Il Monte Macaion (1866 m), spartiacque tra Trentino e Alto Adige, è la parte terminale della dorsale della Mendola. L’imponente roccia (o macchia bianca: forse proprio da qui il suo misterioso nome diffuso in Val di Non mentre in tedesco si chiama Gantkofel, dove Gant indica un dirupo pietroso) cade a strapiombo per 1500 metri sul paese di Andriano. 
Quando arriviamo, il sole compare e scompare dietro le nuvole e solo a sprazzi risalta il candore della parete dalla singolare forma a panettone. Una grande croce è sistemata non sulla vetta ma nel luogo più visibile dal centro del paese. È tradizione accendere quassù i fuochi in occasione della festa del Sacro Cuore di Gesù. 
In quest’epoca di pandemia, i paesi che vistiamo sembrano generalmente spopolati. Chi si aggira per le strade desta sospetto ed è difficile essere accolti con un sorriso. Strade, piazze ed edifici sembrano accomunati dalla stessa impassibilità, dal medesimo desiderio di distacco verso un mondo irriconoscibile. Più che vuoti, sembrano inutili: quasi appartenessero ad un tempo che non ritornerà più.
Lo sguardo è continuamente attratto dal gigantesco monte che a tratti sembra volersi chiudere come un coperchio sul piccolo abitato. A destra e sinistra della piazza si dipartono le vie pedemontane verso Nalles e Appiano, alle nostre spalle si intravede il caratteristico campanile a punta della chiesa di Terlano. 
In cima al conoide alluvionale creato dalle acque dell’impetuoso Rio Gaido, dal verde del bosco sbuca come un grande nido il castello medievale di Wolfsthurn. Dietro le sue mura nel corso dei secoli hanno dimorato tutti i signori del luogo. Oggi l’edificio ospita una struttura ricettiva.

La chiesa di San Valentino


Ben più in alto, quasi invisibile su uno spuntone di roccia che cade a precipizio nella tremenda valle dell’Inferno, spicca il leggendario e apparentemente inaccessibile castello di Festenstein (o Castelforte) del XIII secolo. Qui, secondo la leggenda, dimoravano i Raubritter, cavalieri che nottetempo scendevano a valle per depredare e uccidere gli ignari passanti. In realtà la costruzione è appartenuta ai potenti Conti di Appiano e successivamente fu acquisita, tra gli altri, da Giovanni da Villandro e Paolo di Liechtenstein.
Torniamo in piazza e ci dirigiamo verso la chiesa parrocchiale dedicata a San Valentino, costruita probabilmente nel XIII secolo e poi ristrutturata e ampliata in varie occasioni. Da qui si gode di una bella vista sulla valle dell’Adige verso Bolzano e Merano.
Andriano è uno dei paesi più piccoli dell’Alto Adige. Insieme a Terlano, che visiteremmo la prossima volta, pur trovandosi geograficamente nel Burgraviato, fa parte della comunità comprensoriale Bassa Atesina-Oltradige. È un borgo abitato fin dal tempo dei romani. Anche il suo nome, che per la prima volta compare nel XII secolo come Andrian in un documento conservato presso l’archivio del convento di Gries, riporta ad un antico praedium Andrianum ovvero fondo di Adriano. Notoriamente era consuetudine assegnare fondi agricoli ai militari romani in congedo (soprattutto di origini retiche) e di questi “poderi”, per lo più adibiti alla viticoltura, in zona ne troviamo parecchi. Gli scavi archeologi hanno riportato alla luce numerose testimonianze della secolare presenza romana tra cui sepolture, monete e attrezzi da lavoro riferibili al mondo agricolo. 
Dal medioevo in poi Andriano deve la sua importanza principalmente al vicino Adige; infatti proprio qui un tempo si trovava un traghetto per attraversare il fiume. E sempre ad Andriano potevano essere messe in acqua le prime zattere per il trasporto di merci e persone verso sud. 
Oggi il paese con i suoi 1000 abitanti è circondato da frutteti e vigneti. Le case sono per lo più unifamiliari e offrono una qualità di vita di prim’ordine. Nel 1928, pur vantando un’autonomia di antica data, il comune venne aggregato alla vicina Nalles, comune dal quale si staccò definitivamente solo nel 1953.

In foto principale: Vista sul castello Festenstein
Foto servizio: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

Bolzano città dell’acqua: rogge e fontane in epoca antica

Ai più sarà capitata sottomano  un’immagine indelebile della Bolzano antica, raffigurante le donne ricurve, nell’attuale via Dr. Streiter, intente a lavare i panni sulla roggia presente sul lato sinistro della strada. 
Le rogge cittadine che attraversavano la città sin dall’epoca medievale avevano diverse funzioni. Dalla distribuzione delle acque bianche all’immissione di quelle nere, dall’attivazione di alcuni mulini ad acqua, al lavaggio delle pelli o dei tessuti.
In via Dr. Streiter, ma anche in vicolo delle Erbe e in altri luoghi, le donne di Bolzano lavavano i loro panni. Un lavoro duro e faticoso. Al bordo della roggia veniva appoggiato un lavatoio fatto in legno, di solito rigato, per facilitare l’azione di lavatura dei capi in lino, canapa, cotone (raramente) o in lana. Le mani delle donne, spesse volte sformate per l’artrite, sfregavano energicamente i capi per tutta la famiglia. Nelle immagini storiche non si avvertono però dolore o sofferenza. Il lavare insieme era infatti occasione per scambiare due chiacchiere, pettegolezzi, annunci di nascite o avvenimenti dolorosi, racconti di tradimenti, amori inconfessabili, emigrazioni, ma anche ritorni da guerre o prigionie. 
Nel 1906 venne inventata la prima lavatrice, assemblando un mastello di legno, e nel 1930 l’industria Miele produsse il primo prototipo a motore. Da quel momento cambiò tutto, o quasi, e per sempre.
Fino a 100 anni fa l’acqua non era presente nelle case. Ogni via, ogni strada, ogni vicolo, ogni corte o cavedio interno, aveva la sua fontana. Le famiglie attingevano a questo bene prezioso, andandolo reperire proprio in strada. 
Delle fontane rimaste ne troviamo diverse in tutto il centro storico, ma non solo. Differenti per stili ed epoche, la maggior parte delle fontane risalgono al ‘600 e ‘700. 
Ne ricordiamo alcune. Ad esempio quella posta al n. 15 di via Dr. Streiter, settecentesca e con forma a edicola, dotata di un’ anfora stilizzata sulla trabeazione terminale e un basamento svasato e rastremato. C’è poi quella di via Cassa di Risparmio, angolo via Talvera, che risale al Seicento, col suo motivo ornamentale con i pesci. In via Vintola sono invece presenti due fontanelle con la vasca a forma di conchiglia e l’augello della fuoriuscita dell’acqua con la testa di leone. 
In passato l’acqua per Bolzano non fu dunque non solo simbolo di devastazione con le alluvioni, ma anche e soprattutto fonte di vita.

Autore: Flavio Schimenti

Bandiera Bianca

Da un anno la nostra vita è appesa alle zone colorate. Per i bolzanini in parte non è una novità, basti pensare alle regole in vigore già da diversi anni per quanto riguarda i parcheggi per i residenti. In epoca di pandemia le zone colorate però hanno assunto un diverso significato, misurando l’intensità delle restrizioni. Nello spettro dei colori il governo con i suoi consulenti in maniera abbastanza razionale ha deciso di puntare in sostanza sul semaforo: rosso per la massima restrizione, poi arancione e giallo per arrivare al bianco come simbolo di massima libertà. Il liberatorio colore verde finora non è stato preso in considerazione, o forse è previsto che entri in campo solo a fine emergenza, chissà.
Intanto in Alto Adige ci siamo abituati a vedere la zona bianca come il traguardo dei nostri sforzi. Un traguardo che a ben vedere non sembra poi così vicino, stando ai dati. Con territori a noi contigui che pare siano destinati a raggiungere l’agognato bianco ben prima di noi. Dipende dalla percentuale di vaccinati, dai contagi, e da una serie di altri parametri, ci dicono. Noi attendiamo e intanto il comparto turistico si prepara alla ripartenza, sperando di non dover alzare bandiera bianca, così come è capitato di dover fare, in buona sintesi, nel triste inverno che ci siamo lasciati alle spalle. 
A proposito di bandiera bianca: a molti probabilmente viene in mente la canzone omonima del cantautore Franco Battiato, appena scomparso. Giusto 40 anni orsono Bandiera bianca era stata una sorta di manifesto dell’autore siciliano, intento a criticare già allora alcuni dei contesti da lui considerati tra i più immorali nella società contemporanea, tra cui la politica e l’economia, con la nostra eccessiva dipendenza dai soldi. Il testo di Bandiera bianca è significativamente profetico: in esso possiamo scorgere molti aspetti della schizofrenia che ci ha accompagnati, individualmente e come società, durante questi mesi travagliati. 
Speriamo di uscirne migliori e che la bandiera bianca che sventoleremo sia solo come quella delle spiagge. Quando il mare è calmo e possiamo davvero nuotare tranquilli.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Isolamento del tetto e Superbonus

Con riferimento al Superbonus, una questione che è stata molto dibattuta e che ha finalmente trovato una risposta definitiva da parte dell’Agenzia delle Entrate è se l’intervento di isolamento termico sia realizzabile anche sul singolo appartamento o sia rivolto solo all’intero condominio.
Con riguardo alle singole unità immobiliari, l’intervento di isolamento termico, così come quello di sostituzione impiantistica, è realizzabile solo su tipologie edilizie quali villette a schiera, porzioni di bifamiliari o simili. In particolare, possono accedere al Superbonus gli edifici unifamiliari oppure le singole unità immobiliari situate all’interno di edifici plurifamiliari, purché: 1) “funzionalmente indipendenti”, 2) dotate di uno o più accessi autonomi dall’esterno.
Quanto al primo requisito, un’unità immobiliare può dirsi “funzionalmente indipendente” quando sia dotata di installazioni o manufatti di qualunque genere, quali impianti per l’acqua, il gas, l’energia elettrica, il riscaldamento, ecc., di proprietà esclusiva.
Quanto al secondo requisito, occorre che l’unità immobiliare disponga di un accesso indipendente, non comune ad altre unità immobiliari, chiuso da cancello o portone d’ingresso che consenta l’accesso dalla strada o da cortile o giardino di proprietà esclusiva (si vedano, sul punto: Circolare 22/12/2020, n. 30/E, punto 3.1.1 R; Circolare 08/08/2020, n. 24/E, punto 2 R; art. 1 R del Decreto Requisiti, lettera i) del comma 3).
Entrambi i requisiti devono sussistere contemporaneamente, e prescindono dal fatto che l’edificio plurifamiliare di cui tali unità immobiliari fanno parte sia costituito o meno in condominio.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira