Nella serie di articoli sugli algoritmi, abbiamo affrontato il problema di come i pregiudizi umani si possono trasferire, involontariamente, alle macchine. Questo problema si inserisce in un contesto molto più ampio, quello della cosiddetta “etica delle macchine”, ovvero di come fare in modo che le macchine (siano esse robot, assistenti vocali, software di supporto alle decisioni, algoritmi per il riconoscimento delle immagini, servizi web) esibiscano dei comportamenti compatibili con i principi etici e morali della società in cui operano. Allo stesso tempo, molti esperti stanno mettendo in evidenza che, seppur fondamentale, il tema dell’etica delle macchine non è sufficiente a fornire strumenti efficaci per definire opportuni confini al raggio di azione dell’intelligenza artificiale. Questo aspetto è centrale per le società di oggi: siamo infatti in una fase di profonda trasformazione del lavoro, in cui l’intelligenza artificiale, la data science, e la potenza di calcolo delle odierne reti di calcolatori giocano un ruolo centrale. Le previsioni su come il lavoro si trasformerà sono molto contrastanti: si passa da chi indica un prossimo collasso del sistema del lavoro (immaginando un futuro prossimo in cui le macchine potranno sostituire l’uomo nella stragrande maggioranza dei compiti), a chi invece più cautamente dice che il lavoro non sparirà, ma si trasformerà creando nuove opportunità. Allo stesso tempo, gli esperti sono unanimi nel mettere in evidenza che c’è un nodo da sciogliere, nodo che potrebbe essere ancora più determinante dello sviluppo tecnologico nell’incidere sul futuro del lavoro: l’oligopolio nel mondo IT di pochissimi giganti, ovvero Facebook, Amazon, Apple, Microsoft, e Google. Questi giganti non possono essere controllati se ci si ferma al tema dell’etica: serve per questo un apparato di regole condivise. La regolamentazione in tal senso è stata, fino a pochi anni fa, praticamente assente. L’Europa, che spesso si trova a inseguire gli altri paesi nella corsa all’innovazione, è su questo tema assolutamente all’avanguardia, grazie alla recente introduzione del regolamento generale per la protezione dei dati (GDPR) ed alla prima proposta, a livello mondiale, per la definizione di un apparato normativo per l’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence Act). Approfondiremo entrambi questi documenti nei prossimi numeri della nostra rubrica.
Nei giorni 2 e 3 giugno del 1946, proprio 75 anni fa, gli italiani furono chiamati al referendum che avrebbe dovuto decidere la forma dello Stato: monarchia o repubblica. Nelle province orientali e in Alto Adige (salvo Bassa Atesina e alta Anaunia) non si votò perché i confini non erano ancora del tutto definiti.
Alle urne furono ammesse per la prima volta (in un’elezione di livello nazionale) le donne. Il referendum istituzionale ebbe come esito la nascita della Repubblica italiana, ragione per cui la ricorrenza è celebrata ogni 2 giugno. Repubblica è una parola che deriva da “res publica” che in latino significa “cosa pubblica”, ovvero “ciò che appartiene al popolo”. La “res publica” contiene tutte quelle cose – le istituzioni, le leggi, gli interessi, i diritti, il territorio – che in qualche modo spettano ai cittadini visti come singoli e come collettività. Se “repubblica” è la cosa di tutti, non significa che tutti possano approfittarne e prenderne a piacimento, ma soprattutto che ognuno è chiamato a dare il suo contributo. A dare/fare e poi prendere la sua parte. Fin dall’inizio la Costituzione scritta e approvata dall’Assemblea votata il 2-3 giugno 1946, parla di diritti e doveri. Di diritti insieme ai doveri. “La Repubblica – dice l’articolo 2 – riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Questi diritti-doveri e principi sono l’esercizio della sovranità, la solidarietà, la pari dignità delle persone, il lavoro, le autonomie (in un’ottica di sussidiarietà), la tutela delle minoranze, la libertà religiosa, l’ecologia, la tutela dello straniero e il diritto d’asilo, il ripudio della guerra, la libertà personale, la libertà di pensiero e di associazione, la famiglia, la salute, la scuola, l’iniziativa economica e altro ancora, il tutto nell’ottica del bene comune.
Tra i pochi toponimi locali che fortunatamente si sono salvati (e speriamo non scompaiano come gran parte del vecchio paese), si trova quello di “Jauch”. Una parola dal suono misterioso che ci riporta in un lontano passato e che, come noto, si riferisce alla parte bassa, medievale, del vecchio paese, compresa tra l’originale strada statale e “la fossa” provinciale e la via Stazione e l’albergo Steiner. Stiamo parlando delle odierne vie Noldin, Galizia e Hofer. Molto spesso, i microtoponimi sono espressione delle esigenze particolari e contingenti di un determinato periodo storico e perciò la nostra ricerca sul termine “Jauch” si svolgerà in quei temi “grigi” – ossia non bene esplorati e documentati – dopo il crollo dell’impero romano e l’arrivo del mitico re ostrogoto Teodorico (Dietrich von Bern, dove Bern sta per Verona), quando nella valle dell’Adige viveva ancora una popolazione di lingua romanica che riuniva in se antichi elementi retici e romani e, tutto sommato, ancora pochi tratti “cristiani”. Soprattutto Baiuwari (successori dei Boieri, che significa uomini di Boemia) e Longobardi si contesero la zona alle porte di Bolzano e proprio a Laives, dove ebbe luogo una sanguinosa battaglia, passava il confine tra i due territori. Teodorico stesso favorì costantemente l’arrivo di nuovi coloni ai quali dovevano poi essere assegnati dei terreni da coltivare. È presumibile che proprio in quest’epoca i campi verso l’Adige, già dissodati in epoca preromana e romana, fossero attribuiti a nuovi arrivati. Che significa dunque “Jauch”? Si tratta sicuramente di un’antica unità di misura, derivata dal latino jugerum (da iugum, giogo, tiro di buoi), ripreso dalla lingua tedesca antica come “Joch”, “Juchart” e più tardi “jûchert” e ”iuchart”. Il nostro “Jauch”, un autentico fossile linguistico che ci svela pagine importanti del passato, deriva dall’espressione medievale “Jauchert“ (vier jaugert weid nemb wir ein zil… quattro iugeri di pascolo noi prendiamo… scrive infatti J. Ayrer). “Jauchert ist ein stück landes, so man mit einem paar ochsen in einem tag pflügen oder ausackern kan. andere beschreiben ein jauchert ackers 240 schuh lang, 120 breit“, scrivono i fratelli Grimm nel loro famoso dizionario (Jauchert è un campo che si può arare in un giorno con un giogo di buoi…). In conclusione, possiamo affermare che il nostro “Jauch” ha trovato una duplice applicazione: da una parte come semplice unità di misura che designa un campo di 2519,9 m², dall’altra come toponimo per una nuova area coltivabile individuata in seguito all’arrivo di nuovi coloni ubicata appena fuori dalle mura del vecchio paese, ai margini del conoide e prima delle “Leiferer Auen”, pascoli paludosi che si estendevano dalla “fossa” provinciale fino al meandrico alveo dell’Adige.
857 dopo Cristo: per la prima volta in un documento ufficiale compare il nome di Merano, con la dizione “locus qui dicitur Mairania”. Il piccolo insediamento abitato si affacciava sulle rive del Passirio, in corrispondenza all’attuale rione Steinach, estendendosi da piazza Duomo fino a porta Passiria. Una piccola chiesa era ivi presente, quella che nel corso dei secoli verrà trasformata nell’attuale Duomo. Nel 1237 viene citato un “forum Mairani”, nel 1260 un “burgum Merani”, nel 1278 “civitas Merani”. Nel 1295 Mainardo II conte di Tirolo farà di Merano la capitale del suo regno, e la data ufficiale sancita è il 1317. Ma già prima egli aveva dato un’impronta alla sua nuova città, rendendola un centro commerciale in competizione con Bolzano, riprendendone l’impostazione urbanistica attraverso un nucleo abitato porticato che si affaccia su una principale arteria di comunicazione. Il borgo era cinto da una cerchia di mura di forma quadrangolare, al quale si accedeva da quattro porte maestre. Il nucleo meranese ha però una particolarità rispetto a quello bolzanino: è più lungo di 100 metri, questo per rimarcare la sua importanza rispetto alla città “sorella”. In più Merano venne dotata dell’Ospedale di Santo Spirito, vale a dire la struttura assistenziale più importante della regione. A ciò si aggiunsero l’istituzione del conio e della zecca, nonché di tutti i più importanti mercati stagionali. L’impostazione delle singole particelle edilizie sulla via dei Portici va dai 3,5 fino ai 5 metri. Sotto i portici si trovavano le botteghe, sopra le abitazioni e le corti interne, dietro di esse gli orti che giungevano fino alla cinta muraria. Le architetture delle singole abitazioni nella loro conformazione attuale sono caratterizzate da forme del 500 e del 600. Fra le più belle svetta “Casa Turri”, con stilemi a carattere barocco. Come molti sanno, i Portici rivolti a nord sono chiamati “a monte”, mentre quelli rivolti verso sud “dell’acqua”. Gli Erker, come in tutto il territorio del Tirolo del Sud, caratterizzano con i loro giochi di sporgenze e rientranze anche i bei Portici di Merano. Essi erano il centro della vita domestica, soprattutto quella femminile: consentivano alle donne di guardare per strada senza essere viste o disturbate dagli sguardi insistenti di qualche sconosciuto.
Test, vaccini e riaperture. Così l’Alto Adige prova a ripartire e a curare un’economia fortemente colpita dalla crisi dovuta al Covid. Ne abbiamo parlato con Michl Ebner, presidente della Camera di Commercio di Bolzano.
L’Alto Adige riparte. O almeno ci prova. La pandemia ha stravolto le nostre vite nell’ultimo anno e a farne le spese maggiori è stata sicuramente la nostra economia. Ora però – tra test a tappeto, vaccini e riaperture – si può tornare a respirare, per far rialzare i molti settori in ginocchio.
On. Ebner: l’Alto Adige come ha vissuto l’ultimo anno segnato dalla crisi Covid? L’impatto della pandemia è stato drammatico, peggio di quello della grande crisi del 2008 in Alto Adige. Settori come il turismo hanno subito danni notevoli, e anche il mercato del lavoro, nonostante il blocco dei licenziamenti, soffre. Nel 2020 il numero medio di occupati dipendenti è stato inferiore del 3,5% rispetto alla media dell’anno precedente. Ancora ad aprile 2021 si contavano oltre 10.500 occupati in meno rispetto ai livelli precrisi. Il protrarsi dell’emergenza sanitaria, con il progressivo rafforzamento delle misure restrittive e il recente ripristino di zone rosse locali sul territorio provinciale nei primi mesi dell’anno, ha inizialmente causato un deciso peggioramento delle aspettative per il 2021, ma gli sviluppi degli ultimi mesi lanciano segnali più confortanti.
Siamo sulla strada giusta per la ripartenza? Credo che soltanto grazie ad un’ampia copertura vaccinale, insieme al rispetto delle misure contro la diffusione del virus, si possa pensare di tornare alla normalità, e si vedono già i primi risultati positivi. L’eliminazione delle restrizioni dovute al Covid, nonché dell’obbligo di quarantena dal 15 maggio per gli ingressi in Italia, sono certamente buone notizie. L’Alto Adige ha attivato il CoronaPass, ma si spera che presto verrà attivato il Green Pass europeo, in modo tale da far ripartire il settore del turismo, poiché da questo dipendono anche tanti altri settori economici. Alcuni segnali di ripresa si cominciano già ad intravedere, come ad esempio la crescita della fiducia tra le famiglie altoatesine.
La Provincia si è impegnata in contributi per famiglie e imprese. Come possiamo però ridare slancio ai consumi e nuovo potere d’acquisto ai consumatori? Le imprese producono e investono se intuiscono che in futuro ci sarà qualcuno in grado di comprare i loro prodotti e servizi. Il ruolo della domanda è pertanto fondamentale, per la ripresa. In questo frangente, la fiducia tra i consumatori sta salendo. Ed è ora fondamentale restituire fiducia anche agli imprenditori e alle imprenditrici, al fine di favorire la ripresa degli investimenti e consolidare la crescita. Non solo, è importante che i contributi nazionali e provinciali di contrasto al Covid arrivino alle aziende, agli imprenditori e alle imprenditrici in tempi rapidi e in maniera semplice e non burocratica.
Quali sono i fattori che hanno più penalizzato le nostre aziende? Il fatto di avere una struttura economica fortemente legata a settori particolarmente colpiti, quali ad esempio il turismo e gli impianti di risalita, ha fatto sì che l’Alto Adige abbia sofferto più intensamente la crisi rispetto ad altre realtà. Anche il settore del commercio al dettaglio, sempre più assediato dalla diffusione del commercio online e dall’espansione della grande distribuzione organizzata, ha sofferto notevolmente la crisi, poiché molti negozi, soprattutto nelle periferie, lavorano molto anche con la domanda espressa dai turisti. Infine, la funzione di ponte tra il mondo economico italiano e quello dell’area dei paesi di lingua tedesca, con l’arrivo della pandemia ha comportato maggiori sofferenze per le nostre imprese.
La pandemia ci ha fatto sviluppare nuove competenze. Bisognerà puntare con decisione sulla digitalizzazione? La trasformazione digitale è già in corso e solo chi terrà il passo con essa riuscirà ad avere buoni risultati anche in futuro. Ciò è stato ed è tuttora evidente anche durante la crisi: la capacità delle imprese di reagire all’emergenza con soluzioni innovative è davvero determinante per superarla nel modo migliore. La digitalizzazione è utile soprattutto per trovare nuovi mercati e possibilità di vendita, ottimizzare i processi e sperimentare nuove forme di orario lavorativo. Il posizionamento sul mercato e la crescita dell’impresa dipendono dalla capacità dell’azienda di tenere il passo con il progresso tecnologico.
Capitolo turismo: la stagione alle porte può dare il via ad un ritorno alla normalità? Le riaperture e la possibilità di spostarsi sono senz’altro notizie positive e incoraggianti per il settore del turismo. È importante anche il fatto che sia stata tolta la quarantena obbligatoria per gli ingressi in Italia, un risultato per cui mi sono impegnato fortemente a livello nazionale e locale. È stato un primo passo nella direzione giusta affinché il turismo possa riprendere con successo anche in Alto Adige. Ora alcuni Stati UE devono seguire l’esempio e fare in modo che i turisti di ritorno dalle vacanze non debbano stare in quarantena una volta rientrati nel Paese di provenienza. Per quanto riguarda il Sudtirolo, ci si sta adoperando per creare un ambiente sicuro per gli ospiti.
Sull’asse del Brennero servono quindi più soluzioni condivise? Assolutamente sì, tutte le parti coinvolte devono impegnarsi a trovare soluzioni condivise per rendere il corridoio più efficiente e sostenibile. Il Brennero è fondamentale per il futuro dell’economia e dell’Italia, così come per le aziende e rappresenta una direttiva essenziale per raggiungere l’Europa centrale. È cruciale che ci sia cooperazione e coordinamento tra i Paesi europei per promuovere uno sviluppo del corridoio del Brennero che tuteli le imprese italiane, ma anche i principi fondamentali dell’UE, come la libera circolazione delle merci e la concorrenza leale.
Personalmente, questa pandemia che insegnamento le ha portato? La pandemia ci ha dimostrato ancora una volta quanto i vari settori economici siano interconnessi gli uni agli altri e quanto queste situazioni eccezionali d’emergenza si possano superare solamente con la collaborazione di tutti, ad esempio rispettando le misure di prevenzione, facendo i test e vaccinandosi. Solo grazie alla collaborazione di tutti sarà possibile tornare alla normalità e permettere che l’economia riprenda, salvando esistenze e posti di lavoro.
Entrando nel duomo di Bolzano alla penombra della luce chiaroscurale, sulla navata della campata sinistra, ci compare il suggestivo pulpito opera di Hans von Lutz. Il manufatto scultoreo, realizzato dall’architetto di Schussenried, andava a completare le opere di abbellimento del Duomo bolzanino, insieme al campanile ultimato nel 1519. Il pulpito in esame viene realizzato fra il 1513/14, e di esso si è scritto tanto, delle formelle che rappresentano il Padri della Chiesa ecc., ma ai più è sfuggito un particolare interessante ed importante. Alla base delle due colonne che lo sostengono, sono state scolpite dodici lucertole. Sei per parte. Cosa ci fanno delle lucertole nel duomo bolzanino e cosa rappresentano ? Il mistero è presto risolto. La lucertola dal punto di vista simbolico per il mondo greco e poi romano, rappresentava orficamente “ l’immortalità”. Animale sacro al dio Apollo, associata alla divinità Salus per i romani, verra’ rappresentata in tante tombe dell’età classica. Essa incarnava l’eternità della luce, la sua predilezione a restare immobile ai raggi solari, fino ad assurgere a simbolo di resurrezione. I due fattori che hanno portato ad associare, per gli antichi, a simbolo di resurrezione sono: la lucertola va in letargo d’inverno, per tornare al mondo in primavera; pur nella sua apparente fragilità, essa è in grado di rigenerarsi, facendosi ricrescere la coda , se questa, viene troncata. Nella simbologia cristiana essa diventa un modello per l’uomo. La lucertola è rivolta verso il sole, come l’uomo deve rivolgersi a Dio per trovare “ luce negli occhi e nel cuore”. Il rettile, quando giunge alla tarda età, si posiziona su un muro, rivolto ad Oriente – per il mondo cristiano è Gerusalemme-, attendendo che i raggi solari le possano ridonare nuovamente la vista ed una nuova vita. In questa magnifica opera scultorea , il maestro Hans von Lutz, anticiperà grandi opere artistiche dei pittori del Rinascimento e del Barocco. Uno fra tutti quella di Lorenzo Lotto col ritratto di “Giovane nello studio” (1525). E, forse una delle opere più famose di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, il “ Ragazzo morso da un ramarro” (1593/94). Ramarro, in latino Lacerta viridis. Dodici lucertole nel duomo di Bolzano, le prime sei alla base della colonna centrale, hanno ancora il loro aspetto tradizionale, le altre sei, invece si stanno trasfigurando, trasformandosi nel ricco intreccio che l’autore le donerà.
“Vuoi aver ragione o vuoi essere felice?” è il motto di Sara Bassot, la mediatrice responsabile dello sportello di Giustizia riparativa per Merano – Burgraviato e Bressanone – Valle Isarco. è un nuovo servizio a disposizione di tutti: una modalità di gestione dei conflitti in cui le parti coinvolte possono trovare ascolto e raccontare i propri vissuti e, con l’aiuto di un terzo imparziale, partecipare attivamente alla soluzione soddisfacente di un conflitto.
Dottoressa Sara Bassot, di che cosa si tratta? Su iniziativa del centro di Giustizia riparativa della Regione, in collaborazione con l’Ufficio esecuzione penale esterna e l’Ufficio servizio sociale per minorenni, nel 2020 è stato elaborato un progetto con l’intenzione di avvicinare i cittadini a questo mondo. È uno sportello di mediazione che vuole essere particolarmente vicino territorialmente per facilitare una risoluzione dei conflitti in modo più proficuo e positivo prima che si arrivi ad una denuncia o che la disputa possa involversi in un reato.
Può fare un esempio? Un esempio classico sono le liti di vicinato: a volte certi screzi durano da anni, e può succedere che un’offesa di troppo possa far scattare una denuncia; da qui si approda al tavolo del giudice di pace, e quindi inizia un iter di giustizia tradizionale che spesso sfinisce le persone, o addirittura non porta ad avere una vera giustizia, cioè avere una relazione di vicinato sana e positiva.
Cosa succede quando un cittadino si rivolge a voi? La persona ci contatta e in un colloquio privato può spiegare il suo punto di vista, venendo accolta e ascoltata in uno spazio protetto. Si invita poi la controparte a fare altrettanto , e se è disponibile, successivamente si invitano entrambe le parti ad incontrarsi e a parlare fra di loro, aiutati e facilitati nel loro percorso da un professionista che li sostiene nella comunicazione. Non c’è nessuna forzatura, ma il beneficio è molto grande perché non riguarda solo la risoluzione di un piccolo fatto, ma anche una relazione che poi continuerà negli anni.
Sara Bassot
Si tratta di una grande novità, per l’Alto Adige… Lo sportello è diventato attivo qualche mese fa, ma già in autunno ci siamo trovati con il distretto sociale di Merano della Comunità comprensoriale Burgraviato, per istituire un tavolo territoriale che voleva analizzare i bisogni della comunità e individuare situazioni conflittuali in cui la giustizia riparativa e la mediazione potessero essere strumenti utili. Al tavolo del Burgraviato hanno aderito diversi soggetti del settore pubblico e del privato sociale, dal cui confronto sono nati tre gruppi di lavoro e diverse proposte di azione. Un tema emerso dal tavolo del Burgraviato è quello dell’abitare e riguarda i conflitti nei condomini a partire da quelli nelle case popolari. In questo caso viene perseguita una stretta collaborazione con l’Istituto per l’edilizia sociale dell’Alto Adige. Un secondo gruppo di lavoro si occupa del tema scuola: in questo ambito sono stati presentati diversi progetti offerti in vari istituti scolastici, ed è stato organizzato un convegno con Federica Brunelli che ha presentato il modello della scuola riparativa. Questo gruppo di lavoro ha concordato di partire con questo modello presso la scuola alberghiera Cesare Ritz. Il terzo gruppo di lavoro segue il parco giochi in via Karl Wolf e ha concordato di organizzare un circolo di vicinato per cercare di risolvere il conflitto tra i diversi utilizzatori del parco. In questo caso in un primo momento si svolgeranno dei colloqui individuali con le persone interessate, mentre in un secondo momento si organizzerà un incontro congiunto. In quell’occasione ciascuno potrà raccontare il suo punto di vista e si cercherà di elaborare insieme una soluzione soddisfacente. Fra qualche settimana ci sarà un ulteriore incontro per valutare la realizzazione del piano d’azione elaborato insieme.
Quante persone lavorano allo sportello? Per ora allo sportello ci sono solo io, ma comunque viene garantito il servizio dall’ufficio di Giustizia ripartiva della Regione, dove sono al lavoro altre quattro persone. Nel caso delle mediazioni allargate collaboriamo assieme alle altre colleghe, anche perché il mediatore vuole garantire il più possibile la neutralità e la gestione fluida e armonica della comunicazione.
Come si diventa professionisti di questo settore? Il requisito è essere mediatore, una figura professionale con una formazione importante, e per diventarlo viene molto valutato anche l’atteggiamento umano. Io sono sociologa e psicologa, poi ho fatto molti corsi di specializzazione perché mi piace comprendere l’essere umano, vedere i vari aspetti dell’interazione umana, La giustizia ripartiva esiste da sempre, basti pensare a certe antiche tribù che si mettevano in cerchio con una persona più saggia al centro, per poter confrontale le loro opinioni. Noi garantiamo lo spazio di esprimersi senza essere interrotti e di essere ascoltati dalla controparte, fatto che spesso nel quotidiano non avviene.
Soprattutto in questi tempi in cui si comunica soprattutto attraverso i social… Già, lo si nota ogni giorno, e lo si è visto in molti ambiti, come nel video dei rapper di Merano, che ha tirato fuori delle tensioni sociali che esistevano già, ma essendo avvenuti gli scambi comunicativi quasi esclusivamente sui social, le opinioni sono state estremizzate. Guardarsi negli occhi e dirsi le stesse cose che pensiamo ma in faccia, è tutta un’altra cosa.
Come si può fare per contattare lo sportello? Il servizio è gratuito e confidenziale. Per appuntamenti e informazioni basta chiamare il numero 0471 322152 o scrivere a mediazionemerano@gmail.com
COS’E’ LA GIUSTIZIA RIPARATIVA?
La giustizia ripartiva punta sulla partecipazione attiva della vittima e del reo. In poche parole, anziché delegare allo Stato, sono gli stessi attori della disputa a occuparsi di ovviare alle conseguenze del conflitto occupandosi della riparazione, della ricostruzione e della riconciliazione, con l’obiettivo non di punire ma di rimuovere le conseguenze del reato attraverso l’incontro tra le parti e con l’assistenza di un mediatore terzo e imparziale. La giustizia riparativa analizza il problema della giustizia penale intorno a quattro elementi fondamentali: considerare il reato in termini non meramente formali bensì “esperienziali”, ossia come “lesione” che coinvolge direttamente, e sotto molteplici aspetti (morali, materiali, emotivi, relazionali) singole persone e una comunità; ritenere che al reato corrisponda in primo luogo l’obbligo – in capo all’autore – di porre attivamente rimedio alle conseguenze dannose che la sua condotta ha cagionato, avendo riguardo in primo luogo ai bisogni della vittima; puntare, nella ricerca di tale soluzione “ripartiva”, ad un coinvolgimento attivo della vittima, dell’offensore, dei rispettivi entourages di relazioni, e della comunità civile; ricercare una soluzione che risulti, se possibile, concordata tra tali soggetti.
Luciano Dallavilla è un fisarmonicista tutt’ora molto attivo nel circuito dei frequentatori del ballo liscio, un fisarmonicista prestato in origine ai ritmi rock, pop e beat che negli anni della sua gioventù, prima e appena dopo i vent’anni, lo hanno visto alla corte di formazioni che hanno lasciato più d’un ricordo nella memoria degli altoatesini d’allora.
I ‘60 erano anni in cui i gruppi crescevano come i funghi e i ragazzi si adattavano alla bisogna imparando a suonare uno strumento in pochi giorni o addirittura poche ore pur di esibirsi davanti ad un pubblico di entusiasti coetanei. “All’inizio ero nei Wat 69 – ricorda Dallavilla – con Eugenio Pennini come cantante, io ero il batterista. Non era il mio strumento ma al gruppo serviva qualcuno che si occupasse dei tamburi, così sono andato a lezione da Mario Viadana che era stato batterista dei Four Happys, per farmi insegnare”. Dei Wat 69 (che avevano mutuato il nome da una marca di whisky in voga all’epoca) diversi bolzanini ricordano ancora un concerto nella sala del Rainerum in cui il cantante Pennini, nel bel mezzo di un’infuocata versione di Wild Thing, il brano dei Troggs portato alla leggenda da Jimi Hendrix, inserì nel testo un refrain inventato che recitava così: sgabanao sgabanao!
“Questo accadeva intorno al 1967 – prosegue Dallavilla – un anno dopo avevo cominciato a suonare con i brissinesi Yellow Stones, una formazione quasi professionista, se così si può dire, avevamo un manager, Umberto Principe, e dei contatti fissi per i concerti, all’epoca c’era ancora la base missilistica vicino a Bressanone e noi suonavamo fissi all’ X 2000, ma anche al Gudrun di Colle Isarco. Oltre a me alle tastiere, il gruppo comprendeva il cantante Pietro Altinia, a cui piacevano molto i Bee Gees, di cui avevamo in repertorio diversi brani, il chitarrista Pio Di Biase, il batterista Franz Oberkofler e mio cognato Renato Borgo al basso”. Tra i primati degli Yellow Stones c’è sicuramente da annoverare la partecipazione al primissimo open air d’Italia, il 15 agosto del 1969, tenutosi a Campo Tures col titolo di Pop Time 69/Una festa per il mondo giovane, organizzato dal vulcanico Kalle Ausserhofer. Allora non lo sapeva nessuno ma lo stesso giorno negli Stati Uniti si stava svolgendo il festival di Woodstock! Insieme agli Yellow Stones in cartellone c’erano i brissinesi Monsters e i Satellites di Siusi. L’altro primato del gruppo è quello di essere stata probabilmente la prima band della Val d’Isarco ad incidere un 45 giri a proprio nome, con brani originali. “Con gli Yellow Stones sono rimasto un anno e mezzo – continua il tastierista – poi sono partito per il servizio militare, ma abbiamo fatto a tempo a registrare il disco a Innsbruck. Le sedute si sono tenute in un teatro. Il chitarrista e il nostro manager avevano i contatti e anche delle possibilità economiche per investire in questa cosa”. Il disco si componeva di due brani abbastanza tipici del rock melodico di quegli anni, cantati in italiano e vagamente incanalabili anche nel filone schlager in voga oltreconfine: Dedica, sul lato A e Negli occhi tuoi sul retro, entrambi firmati dal chitarrista con Tom Parker, non il truffaldino colonnello Tom Parker manager a Elvis Presely, bensì Charly Mazagg futuro impresario dei Kastelruther Spatzen, che con lo pseudonimo di Tom Parker appunto firmava sulle pagine in lingua tedesca del quotidiano Alto Adige le cronache musicali locali dell’epoca. La seconda delle due canzoni recava anche le firme del manager e del cantante. “Tornato dal servizio militare – conclude Dellavalle – sono entrato sempre come tastierista in un altro gruppo, i Principi. Suonavamo ogni sabato e ogni domenica all’Auri Bar, vicino alla vecchia stazione delle autocorriere. C’erano il chitarrista Egidio Cappello, Tony Cimmino che suonava la batteria e Claudio Mezzalira, un bravo bassista. In una seconda versione del gruppo, il batterista era diventato Angelino Saragusa e per un breve periodo c’è stata anche una cantante”. Negli anni seguenti, Dallavilla si è dedicato prevalentemente al liscio, tornando alla sua amata fisarmonica, da solo, in duo con Sergino Vaccari e in seguito con il quartetto T.L.P. & Baby, prima dell’ultimo e attuale duo denominato Tino e Ciano.
Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.
Non deve essere stato facile dichiararsi transgender per un italian* immigrat* in Val Martello. Ora, dopo anni di difficoltà, la neo eletta “Miss fragolina”Simona ha trovato finalmente un posto nella società che le permette di combattere contro ogni tipo di pregiudizio. “Forse non dovrei dirlo” ha affermato “ma ieri mi ha chiamato la Lobby Gender offrendomi un posto di potere al suo interno. Mi ha garantito che assieme porteremo a termine il nostro vero grande obbiettivo: dominare il mondo intero!”
Cosa hanno in comune un rapper e un ragazzo che ha fondato un’associazione che ha come obiettivo quello di regalare sorrisi a dei giovani guerrieri affetti da tumore? Quando Davide Nardo, storico nome della musica locale, rapper per passione, ha pensato di riunire Compless, Big House, Scream & Dreamer, la vecchia crew trentina “Birrette Family”, e registrare un nuovo pezzo assieme dopo sette anni, non aveva ancora in mente il progetto benefico che ne sarebbe scaturito. E forse è proprio questo il bello dei progetti, che sono in continua evoluzione e che, quando nascono per passione, generano energie positive anche per la comunità in cui si calano. Finito di registrare la traccia, la soddisfazione ha spinto a voler produrre un video musicale. Senza un budget vero e proprio, ma con tanto investimento personale, determinazione e voglia di creare qualcosa di interessante e valido, l’aiuto e la collaborazione non si sono fatti aspettare. Claudio Zagarini, noto regista di videoclip per artisti a livello internazionale e amico del gruppo di rapper, si è messo a disposizione per la realizzazione del video che vuole essere un omaggio alla celebre pellicola del ’94 di Quentin Tarantino, “Pulp Fiction”. Finito il videoclip, però, si presentava la voglia di mandare un messaggio che seguisse le orme dei principi di comunità alla base della storia dell’hip hop. Così, sempre con l’aiuto di amici e creativi, è partita l’idea di dare vita a magliette che rappresentassero in maniera divertente e originale i membri della “Birrette Family” e che, rivendute, potessero in qualche maniera aiutare. Ed è proprio a questo punto che entra in gioco Luca Randi e l’associazione “Luce Mia” fondata da lui, la famiglia e alcuni amici dopo la prematura scomparsa di Laura, la sorella minore di Luca. Il principio alla base di “Luce Mia” è di poter aiutare più bambini possibili impegnati nella lotta contro malattie gravi, facendoli sorridere, che sia con un peluche, con dei giochi, attività coinvolgenti o con un freestyle di motocross nel corridoio dell’ospedale. L’obiettivo è quello di regalare loro dei bei momenti. La peculiarità di questa associazione, come spiega Davide stesso, è che si ha la percezione che si faccia del bene in un contesto vicino, e che ciò sia fatto da persone che potrebbero essere tuoi condomini o conoscenti. La dimensione familiare si sente sia da parte di chi dona, ma anche di chi riceve poi il sostegno. Il senso di comunità, di famiglia, questo mutuo aiuto che ha lo scopo di coinvolgere e sensibilizzare sono alla base dei principi sia di un’associazione come “Luce Mia” che della storia dell’hip hop, originatosi nel quartiere newyorkese del Bronx a partire dagli anni Settanta, come momento di partecipazione collettiva. Dunque la collaborazione tra queste due realtà diverse, ma nemmeno così tanto, pareva un connubio naturale e automatico. Oggi, quindi, attraverso il merchandising delle magliette della “Birrette Family” è possibile donare un sorriso ad un bambino. Un messaggio, come ricorda Luca, di altruismo e solidarietà e che rammenta a tutti noi quanto con dei piccoli gesti e anche con l’arte e la creatività si possa veramente fare del bene. Se volete acquistare una T-shirt per beneficenza, ecco il link birrettepossetrack.company.site e se invece volete avere maggiori informazioni sul progetto, potete cercare sia Nardo Dee che i componenti dell’associazione Luce Mia sui social.