Le memorie del rione di Rencio #2

Seconda e ultima parte della breve storia del rione vicino al centro cittadino, raccontata grazie alle memorie del signor Luciano Tiso, un residente storico di Rencio. 

Il signor Luciano Tiso prosegue il suo racconto, iniziato nello scorso numero del nostro giornale.
“Nel 1898 il Comune di Dodiciville fece costruire la centrale idroelettrica di Cardano, all’uscita della Val d’Ega con annesso acquedotto che ancora oggi serve le abitazioni di Rencio.”
“Quasi contemporaneamente all’inaugurazione della grande centrale di Cardano, alla fine del 1929, è entrato in servizio il consorzio irriguo Piazzadella che prendeva l’acqua a monte delle cinque condotte forzate della centrale, dallo stesso bacino di raccolta, per fornire l’acqua a tutte le coltivazioni di Rencio e Santa Maddalena. Questa innovazione ha radicalmente cambiato la coltura della vite in zona. Rencio, specie la parte alta, era carente di acqua. Già nel 1930, grazie all’aumento della produzione ed il miglioramento della qualità del raccolto, è stata istituita la cantina sociale Santa Maddalena, con sede in via Brennero e che prende il nome dalla bellissima chiesetta.”

Luciano Tiso: può raccontarci qualcosa su come sia aumentata la comunità italiana?
“C’è un aneddoto in merito: Mussolini nel 1935 era venuto a visitare la centrale di Cardano e aveva ricevuto in dono una cassetta contenente delle antiche monete d’oro, rinvenute durante gli scavi. Mussolini aveva fatto riferimento a questo episodio in una seduta del parlamento, e da lì a breve ci furono diverse famiglie italiane che si trasferirono a Rencio. Da allora la comunità italiana è rimasta coesa fino alla morte del parroco italiano, poiché era la chiesa con le sue attività che teneva insieme gli italiani. Sarà stato il 1982 o l’83. Da allora è iniziata una disgregazione e nel quartiere sono venute ad abitare persone da fuori, trasformando Rencio in una delle tante periferie della città.”

Com’erano i rapporti tra italiani e tedeschi?
“Dipende molto dagli anni. Anche qui racconterò solo un aneddoto, risalente al periodo delle opzioni. C’era uno che girava a far firmare le persone. Chi faceva propaganda a favore delle opzioni era gente molto potente, e quelli a cui parlavano erano timorosi. A Rencio erano soprattutto gli italiani, tra cui mio padre, a cercare di far desistere molte famiglie tedesche, perché molte cose che venivano raccontate per convincere ad optare non erano vere. Per farla breve, questa persona pro-opzioni ha fatto nomi e cognomi di chi ostacolava il suo lavoro, persone che, come ho avuto modo di scoprire più avanti, finivano in liste nere ed erano tenute sotto osservazione, questo fin anche dopo l’8 settembre del 1943. Ma sono cose di cui non si trova più traccia nella narrazione ufficiale. Mi ricordo una estate di parecchi anni dopo, io ero piccolo, è venuto a trovarci un signore che ha chiesto di parlare con mio padre per dirgli che aveva ragione, che se non avesse optato, le cose per la sua famiglia sarebbero andate diversamente. Suo figlio fu mandato a combattere in Francia e cadde per mano dei partigiani, a dimostrazione del fatto che l’opzione serviva anche per arruolare tanti giovani). Lui e la moglie erano a Monaco quando la città era stata bombardata. Una volta rientrato in Alto Adige sentiva l’esigenza di dire a mio padre di aver capito tardi il suo errore.”

Ci segnala altre date importanti per la storia di Rencio?
“Il 1957. Il 17 gennaio  ci fu il primo attentato dinamitardo alla ferrovia del Brennero. Era il primo giorno di collegamento diretto tra Bolzano e San Candido. Per fortuna non morì nessuno e i due attentatori furono catturati. Ad agosto dello stesso anno tracimò il Rivellone, l’affluente dell’Isarco che dai pressi del Lago di Costalovara sfocia nell’Isarco vicino a Rencio. L’alluvione non fu breve, ma, tra il 1958 e il 1960 sono state costruite in totale 23 dighe di consolidamento in pietra e cemento.”

Autore: Till Antonio Mola

Simona Pillon

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

Non deve essere stato facile dichiararsi transgender per un italian* immigrat* in Val Martello. Ora, dopo anni di difficoltà, la neo eletta “Miss fragolina”Simona ha trovato finalmente un posto nella società che le permette di combattere contro ogni tipo di pregiudizio. “Forse non dovrei dirlo” ha affermato “ma ieri mi ha chiamato la Lobby Gender offrendomi un posto di potere al suo interno. Mi ha garantito che assieme porteremo a termine il nostro vero grande obbiettivo: dominare il mondo intero!”

Autore: Roberto Tubaro

Il rap che fa il bene della comunità

Cosa hanno in comune un rapper e un ragazzo che ha fondato un’associazione che ha come obiettivo quello di regalare sorrisi a dei giovani guerrieri affetti da tumore?
Quando Davide Nardo, storico nome della musica locale, rapper per passione, ha pensato di riunire Compless, Big House, Scream & Dreamer, la vecchia crew trentina “Birrette Family”, e registrare un nuovo pezzo assieme dopo sette anni, non aveva ancora in mente il progetto benefico che ne sarebbe scaturito. E forse è proprio questo il bello dei progetti, che sono in continua evoluzione e che, quando nascono per passione, generano energie positive anche per la comunità in cui si calano.
Finito di registrare la traccia, la soddisfazione ha spinto a voler produrre un video musicale. Senza un budget vero e proprio, ma con tanto investimento personale, determinazione e voglia di creare qualcosa di interessante e valido, l’aiuto e la collaborazione non si sono fatti aspettare. Claudio Zagarini, noto regista di videoclip per artisti a livello internazionale e amico del gruppo di rapper, si è messo a disposizione per la realizzazione del video che vuole essere un omaggio alla celebre pellicola del ’94 di Quentin Tarantino, “Pulp Fiction”.
Finito il videoclip, però, si presentava la voglia di mandare un messaggio che seguisse le orme dei principi di comunità alla base della storia dell’hip hop.
Così, sempre con l’aiuto di amici e creativi, è partita l’idea di dare vita a magliette che rappresentassero in maniera divertente e originale i membri della “Birrette Family” e che, rivendute, potessero in qualche maniera aiutare.
Ed è proprio a questo punto che entra in gioco Luca Randi e l’associazione “Luce Mia” fondata da lui, la famiglia e alcuni amici dopo la prematura scomparsa di Laura, la sorella minore di Luca.
Il principio alla base di “Luce Mia” è di poter aiutare più bambini possibili impegnati nella lotta contro malattie gravi, facendoli sorridere, che sia con un peluche, con dei giochi, attività coinvolgenti o con un freestyle di motocross nel corridoio dell’ospedale. L’obiettivo è quello di regalare loro dei bei momenti.
La peculiarità di questa associazione, come spiega Davide stesso, è che si ha la percezione che si faccia del bene in un contesto vicino, e che ciò sia fatto da persone che potrebbero essere tuoi condomini o conoscenti. La dimensione familiare si sente sia da parte di chi dona, ma anche di chi riceve poi il sostegno.
Il senso di comunità, di famiglia, questo mutuo aiuto che ha lo scopo di coinvolgere e sensibilizzare sono alla base dei principi sia di un’associazione come “Luce Mia” che della storia dell’hip hop, originatosi nel quartiere newyorkese del Bronx a partire dagli anni Settanta, come momento di partecipazione collettiva.
Dunque la collaborazione tra queste due realtà diverse, ma nemmeno così tanto, pareva un connubio naturale e automatico.
Oggi, quindi, attraverso il merchandising delle magliette della “Birrette Family” è possibile donare un sorriso ad un bambino. Un messaggio, come ricorda Luca, di altruismo e solidarietà e che rammenta a tutti noi quanto con dei piccoli gesti e anche con l’arte e la creatività si possa veramente fare del bene.
Se volete acquistare una T-shirt per beneficenza, ecco il link birrettepossetrack.company.site e se invece volete avere maggiori informazioni sul progetto, potete cercare sia Nardo Dee che i componenti dell’associazione Luce Mia sui social.

Autore: Shakira Casin COOLtour

L’atletica torna a sorridere

In questo numero di QuiBolzano focalizziamo la nostra attenzione sui giovani atleti che dopo la fine del lockdown hanno potuto riprendere la loro preparazione al campo Coni di via Santa Gelrude a Bolzano. 
Le fotografie sono state scattate in un soleggiato pomeriggio di maggio dal giovane fotografo di COOLtour Nicolò Dametto.

“Italia e Germania tra le favorite”

Per l’allenatore ed ex giocatore di Salorno Yuri Pellegrini l’Europeo 2021 sarà un’importante vetrina per i giovani talenti italiani, che hanno tutte le carte in regola per fare molto bene, guidati dal ct Roberto Mancini. Per la vittoria finale Pellegrini vede favorite Francia, Germania e Spagna. Ma non esclude la possibilità che l’Italia possa di nuovo vincere l’Europeo, 53 anni dopo il mitico 1968.

Yuri Pellegrini: come sarà l’Europeo 2021? Come vede le chance della nazionale italiana?
Il calcio italiano di club è da tempo in difficoltà. Escludendo le vittorie della Juventus, negli ultimi anni c’è stato poco altro. Ma in realtà la nazionale di Mancini sta facendo molto bene: ha vinto quasi sempre, ha stabilito dei record e si è qualificata “in carrozza”. Rispetto alla nazionale c’è molto entusiasmo, Mancini è un tecnico benvoluto da tutti e che ha saputo creare anche un buon feeling con il pubblico e con la stampa. Penso sia la persona giusta nel posto giusto, in questo momento. Il ct ha anche lanciato un sacco di giovani ed è un aspetto questo, nel quale i suoi predecessori hanno fatto molta fatica. Ad esempio ha fatto esordire Zaniolo quando ancora non giocava nelle squadre di club, e poi ha lanciato Barella. Devo dire che ora la nazionale è anche piacevole da guardare.

Sembra quasi una situazione rovesciata rispetto al passato. Le squadre di club sono un po’ in ribasso, mentre la nazionale piace e diverte…
Sì. Bisogna anche dire che, visti i risultati, questa volta non dico che partiamo da favoriti ma senz’altro ce lo possiamo giocare questo Europeo. Il Campionato Europeo è una competizione molto particolare; noi l’abbiamo vinta solo una volta ma spesso la vincono anche delle outsider, basti guardare a Danimarca, Grecia e Portogallo.
Non è certo come ai mondiali che vengono vinti sempre dalle stesse tre o quattro squadre favorite.

Quest’anno per la prima volta l’Europeo viene giocato spalmando le partite nei diversi paesi dell’unione. Questo fatto potrà anche contribuire a creare una maggiore coscienza europea nel pubblico?
Si gioca sempre in stadi di primo livello. 30 anni fa poteva essere lunga una trasferta dalla Norvegia al Portogallo, ma oggi non è più così. Viene poi coinvolto il pubblico di diversi paesi e questo è senz’altro un aspetto interessante, anche in questo periodo in cui le presenze negli stadi saranno per forza di cose limitate.

C’è poi la vetrina per molti giovani. I nostri migliori talenti spesso non trovano lo spazio che meritano nel campionato per club… All’Europeo possono mettersi in mostra e fare grande esperienza.
Nel calcio italiano quando si dà fiducia ai giovani, spesso questa viene ripagata, come sappiamo. Putroppo questo non succede nei club, se si escludono singole eccezioni come Atalanta e Sassuolo.

In Alto Adige c’è poi una faccenda prettamente campanilistica. Come sappiamo la tifoseria locale storicamente si divide tra coloro che guardano all’Italia e quelli che invece prendono come riferimento la Germania.
Succede da sempre. Io alleno bambini e i ragazzi di madrelingua tedesca tifano sempre per il Bayern. è una cosa molto radicata. Uno da fuori può anche stupirsi, ma la realtà è questa e la accettiamo, ci mancherebbe altro. Si tratta di sport e ognuno fa le sue scelte. Io in ogni caso tiferò Italia, è poco ma sicuro! Anche se devo dire che la Germania mi è simpatica, mi piace il loro gioco e la loro mentalità vicente.

Un pronostico? Quali saranno le quattro squadre che si ritroveranno in semifinale?
è difficile dirlo, perché dipende anche dagli abbinamenti nei gironi.
Potrebbero esserci la Francia, la Germania e la Spagna… e poi noi!
La Francia sicuramente, per Italia ci spero, la Germania come sappiamo arriva sempre in fondo e poi per quanto riguarda la Spagna dobbiamo ricordarci che negli ultimi anni ha spesso vinto le competizioni per club.

Autore: Luca Sticcotti

Illusion, il nuovo album di Manuel Randi

Un nuovo disco di Manuel Randi è sempre una sorpresa gradita, perché il chitarrista bolzanino non è uno a cui piaccia fossilizzarsi su un genere: Randi è un esploratore musicale, un musicista a 360° che ama la musica senza compromessi e quando si chiude in studio – per registrare un disco, che sia un disco di chitarra acustica, che sia un disco elettrico, suonato in solitudine o in compagnia dei fidati amici (questa volta il disco, intitolato Illusion, è accreditato al Manuel Randi Trio che si completa col basso di Marco Stagni e con la batteria di Mario Punzi) – non cede mai alla tentazione di scivolare nel virtuosismo fine a sé stesso, ma offre piuttosto dei paesaggi sonori che potrebbero essere delle micro colonne sonore, o anche un’unica, lunga soundtrack composta da vari temi che pur nella loro diversità suonano a meraviglia uno accanto all’altro.
“Durante il lockdown dell’anno scorso – ci racconta il chitarrista – ho avuto molto tempo per dedicarmi alla composizione, all’inizio avevo pensato di fare addirittura un CD doppio, infilandoci tutto, ma mi sono reso conto che non avrebbe funzionato, così mi sono concentrato su questo: la lavorazione è stata piuttosto lunga, anche se poi a registrarlo son bastati tre giorni, c’erano pochi soldi perché tutti eravamo fermi da mesi quando ci siamo ritrovati nello studio di Nartan Savona, a Merano, ed eravamo felici di riprendere. Siamo tutti professionisti della musica e non potevo chiedere ai miei compagni di venire a suonare gratis, per cui ci siamo venuti incontro reciprocamente. Sono molto contento del risultato finale, perché è come lo volevo, un disco in cui la chitarra è molto melodica, suonata come se fosse una voce e non come in un album di chitarra. E riascoltandolo mi soddisfa, sento di aver centrato l’obiettivo che mi ero prefissato. Avere musicisti come Mario e Marco per me è un onore, oltre al fatto che non serve dir loro cosa devono fare! Sono perfetti, suonare con loro è come stare in paradiso. Ma oltre al loro lavoro sono stati altrettanto fondamentali Nartan con i suoi consigli, Christa Flora che ha curato il concept grafico, Tiberio Sorvillo che ha fatto le foto e Wolfgang Spannberg, responsabile del master”.
Una voce: la Fender Stratocaster di Randi è in effetti proprio come una voce in questo disco, e le composizioni, più che composizioni per chitarra si adattano di più alla definizione di canzoni. Canzoni prevalentemente elettriche, ma nei vari brani la Strato s’interseca talvolta più, talvolta meno con le voci delle varie chitarre acustiche inserite nella struttura delle canzoni. 

Da sinistra: Mario Punzi, Manuel Randi e Marco Stagni


“Le cose che scrivo – prosegue Randi – in realtà sono sempre canzoni, anche nei dischi precedenti. Ma una canzone suonata sulla chitarra classica con tutto l’arrangiamento è più una piccola composizione. Con l’elettrica ci sono altre possibilità, un po’ come un violino,  e in questo senso sì, è proprio come una voce. A me piacciono molti generi, mi piace il flamenco, mi piace il jazz, tutta la musica, però i miei esordi sono stati rock, indubbiamente. Il mio primo modello e maestro è stato Fabio Tenca degli Skanners. E poi mi piace tanto il formato canzone, per rimanere nel nostro ambito ultimamente sono rimasto molto colpito dall’ultimo disco di Gabriele Muscolino”. 
Di canzoni e musica buona, in Illusion ce n’è per tutti i gusti, ma non in maniera furbetta, piuttosto perché Randi, da profondo conoscitore di suoni e stili, ama mescolare: abbiamo così i suoni surf del brano d’apertura intitolato Buenos Aires, le citazioni gipsy di One For Matelot, gli incanti melodici di Per una carezza e La bella addormentata, le atmosfere da fuga bachiana (ma in odor di metal) dell’immensa Passacaglia. E che dire di un brano come Il Carnevale che si libra in suggestioni latine rafforzate dalle percussioni dell’ospite Max Castlunger o dell’omaggio tributato al grande Albert Lee con l’indiavolata Alban’s Bluegrass? Un po’ come se ogni canzone fosse un bandolo differente che si va però a riavvolgere magicamente alla stessa matassa, il CD si chiude con Django Chained (evidente rimando ai suoni cari a Quentin Tarantino), che si riallaccia alle suggestioni surf di quello con cui il disco era cominciato, solamente virate verso un suono più trash e sporco.
“Ma non è tutto – conclude Manuel – sto già ovviamente pensando al nuovo lavoro, che sarà un lavoro acustico, con chitarre ma anche mandolini, con rimandi folk. Comunque ora l’obiettivo è riuscire a portare in giro questo: le cose stanno ripartendo, ci sono concerti in vista nel corso dell’estate, ma mancano le certezze riguardo al futuro. Ora sappiamo che non c’è nulla di scontato”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Calligrafia, che passione!

Nata a Bolzano ma residente a Ora, Lisa Plattner, 27 anni, è una calligrafa, designer e amante delle lettere. Ha svolto i suoi studi tra Bolzano e Trento. Dal 2019 lavora come graphic designer. Al momento espone il suo ultimo progetto ‘Dalla matita alla tela’ all’Atelier del DRIN a Bolzano.

La cosa che mi piace di più di me.
La capacità di non prendere tutto sul serio.

La volta che sono stata più felice.
Al concerto di Seeed con mia sorella a Monaco.

Da bambina sognavo di diventare… 
Un’artista!

La persona che invidio di più.
L’invidia è un sentimento che cerco di evitare…

La persona che ammiro di più.
Martina Flor, designer e illustratrice.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“Orgoglio e pregiudizio”.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Addormentarmi al cinema.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Probabilmente in macchina…

La mia occupazione preferita. 
Guidare la machina con musica ad alto volume e con vicino una persona a me cara.

Il luogo dove vorrei vivere.
Alle Hawaii.

Il colore che preferisco.
Mi viene in mente questa citazione: ‘Bunt ist meine Lieblingsfarbe’ (Colorato è il mio colore preferito).

Il fiore che amo.
La pianta di spathiphyllum nella mia camera. 

Il mio piatto preferito.
La pizza, ovviamente!

Il mio musicista preferito
Jamule.

Il mio pittore preferito
Henri de Toulouse-Lautrec.

Non sopporto…
Le persone che si vantano di progetti che non hanno mai realizzato.

Dico bugie solo…
Quando non fanno male a nessuno.

La mia paura maggiore.
L’altezza e i topi.

La disgrazia più grande.
Avere poco tempo a disposizione…

Il giocattolo che ho amato di più.
Il peluche “Babau”.

Nel mio frigo non manca mai…
La mozzarella di bufala.

L’oggetto a cui sono più legata.
Un piccolo leone di peluche.

La massima stravaganza della mia vita.
La mia amata macchina!

Il mio primo ricordo.
Quando è nata la mia sorellina ed è tornata a casa per la prima volta.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Davanti a un grande muro appena dipinto, con in mano un buon bicchiere di vino rosso.

Per un giorno vorrei essere…
Il nostro gatto Aristoteles.

Se fossi un animale, sarei…
Un panda, come dice mia mamma!

In famiglia mi chiamano…
Lisa, Lissi, Liza, Lisla.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
Quando uno dei miei lavori è stato incluso nel libro TYPISM 7.

Il mio motto.
“Alla fine andrà tutto bene. E se non va bene, vuol dire che non è la fine”.


Hikikomori, quando i giovani si ritirano

La pandemia ha acccentuato ancora di più il fenomeno dell’isolamento sociale e coinvolge soprattutto giovani e adolescenti, che decidono di ritrarsi nella proria cameretta e troncare qualsiasi relazione o attività con il mondo esterno. In Alto Adige si contano circa 600 casi. La cooperativa bolzanina “Il Germoglio”, con l’Associazione “La Strada-Der Weg” e il CRAIS di Bolzano ne ha parlato durante un evento online.

Immaginate di rimanere chiusi in casa nella vostra stanza, avendo contatti solamente attraverso il computer, e passare intere giornate tra videogiochi e altre attività da cameretta. Vero, in un certo senso è quello che tutti noi abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle durante il primo lockdown di marzo 2020, quando l’emergenza Coronavirus sconvolse le nostre vite. Sotto al tappeto di incertezze e paure che pian piano la maggior parte di noi sono riusciti a spazzare via, c’è però chi ci vive ancora, e non per obbligo, ma addirittura per scelta. Si chiamano infatti Hikikomori (termine giapponese che vuol dire ‘stare in disparte’) quelle persone che decidono di ritirarsi dalla società e chiudersi all’interno della propria stanza, troncando qualsiasi tipo di rapporto con l’esterno. Un fenomeno diffuso anche in Alto Adige, dove ad oggi si contano circa 600 casi del genere. Sul tema si è svolto nei giorni scorsi un incontro online promosso dalla cooperativa bolzanina “Il Germoglio-der Sonnenschein” con l’associazione “LaStrada-derWeg”, e con il sostegno e il supporto del CRAIS di Bolzano. Si tratta di enti e associazioni che da tempo fanno del loro meglio per andare incontro alle famiglie dei ragazzi che si ritirano, attraverso progetti come “Invisibili”, o con vere e proprie ricerche o azioni di sensibilizzazione nelle scuole. Il fenomeno coinvolge nella stragrande maggioranza dei casi giovani e adolescenti, ed è un processo lento qullo che porta il ragazzo a ritirarsi lontano da sguardi indiscreti e dai propri affetti più cari, per paura di giudizi, insulti o più semplicemente per il fatto di non sentirsi adeguato nella società in cui viviamo oggi. Ciò porta anche ad un’inevitabile allontanamento dalla scuola, dallo sport o da altre attività di gruppo. Un rifiuto del mondo esterno che dipende il più delle volte da una fragilità d’animo e da sensibilità individuali non capite, da episodi di bullismo, problemi familiari o la continua difficoltà a sentirsi adatti in un ambiente in continua evoluzione, spesso troppo competitivo e giudicante.

Elena Carolei


“Quelle colpite da questo tipo di situazione sono molto spesso famiglie di cultura medio alta, in cui il figlio viene educato ai valori della serietà e dell’impegno a scuola. Ciò comporta alte aspettative nei suoi confronti. Il ragazzo generalmente è brillante e rispettoso, ma ad un certo punto queste aspettative su di lui vengono gradualmente meno”, racconta Elena Carolei, presidente dell’Associazione Genitori Hikikomori Italia. 
Il ragazzo rifiuta gli impegni perché viene messo a confronto con i propri coetanei che hanno valori diversi dai suoi e patisce così il giudizio degli altri. “Si innesca così un vero paradosso, perché il ragazzo che è sempre andato bene a scuola, di punto in bianco decide di non andarci più e rischia la bocciatura per le troppe assenze”, continua Carolei. 
Il giovane in pratica trova rifugio nella sua cameretta, distante dalla pressione della società. E anche l’aiuto iniziale non sempre funziona, perché genera ulteriori pressioni e vergogna.
“Quello degli hikikomori è un fenomeno sempre più presente anche – racconta Gabriele Baldo, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore delle attività dell’associazione regionale Hikikomori Italia -. È importante riuscire a distinguere i vari casi per capire le cause che evocano il ritiro, e che possono essere riconducibili a più fattori”. In questo senso, l’associazione cerca di dare una mano anche ai genitori, che spesso si ritrovano spaesati e non sempre riescono a condividere le proprie paure, sentimenti, sensazioni.

Gabriele Baldo


“Con noi il genitore può conoscere a fondo il problema e avere un confronto sano con altre persone nella stessa situazione. Il gruppo aiuta a superare la vergogna e a chiedere aiuto”, continua Baldo.
E anche il web gioca un ruolo chiave: “È assolutamente sbagliato pensare che internet sia la causa di tutto questo. Contrariamente a quanto si può pensare, il web è un mezzo d’appoggio ad una condizione già esistente per il ragazzo. È grazie al pc infatti che i ragazzi riescono ad avere contatti sociali. Senza internet, probabilmente, l’isolamento sarebbe ancora più duro”, spiega Baldo. Rimane quanto mai fondamentale però sottolineare come non esista una cura o un protocollo certo per far tornare i giovani alla vita di prima. 
“L’importante è riuscire a tenere a bada il giudizio, ascoltare il ragazzo e fare in modo che torni a fidarsi delle persone che ruotano attorno a lui costruendo una rete forte e avendo una forte rapidità d’intervento”, conclude Baldo.

Autore: Alexander Ginestous

Se gli studenti diventano progettisti

Progettare un piccolo edificio destinato a diventare il futuro punto d’incontro del complesso residenziale “Ganda di Sopra” ad Appiano: è stato questo l’incarico affidato alla classe 3H della scuola tecnica professionale per l’edilizia “Peter Anich” di Bolzano. Complessivamente sono stati sei i team che si sono messi al lavoro, dimostrando in tutti i casi grande spirito imprenditoriale e spiccate idee pratiche. Per otto mesi i ragazzi hanno ragionato sulla fattibilità del progetto, sui dettagli tecnici ed in particolare su una spiccata sostenibilità sociale, ecologica ed economica. I lavori emersi sono stati il risultato di un progetto avviato congiuntamente un anno fa da VIVIUS, il polo di innovazione per l’edilizia ecosostenibile nella zona alpina, e dall’istituto tecnico professionale per l’edilizia “Peter Anich” di Bolzano con l’obiettivo di progettare un piccolo edificio idoneo a rappresentare il futuro punto d’incontro per giovani ed anziani all’interno del complesso residenziale “Ganda di Sopra” ad Appiano. “Fin da subito la volontà è stata quella di coinvolgere i giovani a partire dalla pianificazione, lasciando in tal modo che potessero dire la loro sul proprio futuro – ha affermato la presidentessa di VIVIUS Christine Pfeifer -. Grazie al proprio contributo i ragazzi hanno portato un nuovo modo di pensare, metodologie innovative ed idee differenti. Al contempo hanno avuto modo di trasformare le proprie conoscenze teoriche in una costruzione reale.” L’obiettivo è stato quello di individuare un approccio olistico alla pianificazione ed all’esecuzione dei lavori, in modo tale da lasciare un’impronta più ridotta a livello ecologico attraverso la realizzazione di strutture e edifici. La scuola professionale “Peter Anich” ha visto questa iniziativa da subito in modo positivo, soprattutto nell’ottica di permettere agli studenti di essere coinvolti in un lavoro concreto. “In questo modo i nostri ragazzi hanno avuto un’opportunità unica per mettere in pratica le conoscenze tecniche acquisite, contribuendo al progetto con idee innovative ed orientate al futuro”, ha affermato con soddisfazione la direttrice dell’istituto Ingrid Keim.
Una giuria di esperti composta dal sindaco del comune di Appiano Wilfried Trettl, dall’architetto Lukas Rungger dello studio NOA, dall’architetta Christine Pfeifer del polo di innovazione VIVIUS, dalla referente economica Heidi Felderer e dal responsabile locale di “Ganda di Sopra” Martin Haller ha valutato i singoli progetti nel dettaglio ed ha scelto i vincitori. Le proposte presentate si sono rivelate tutte di ottima qualità a livello tecnico e progettuale. Proprio per questo la giuria ha impiegato oltre un’ora per decretare il team vincitore, composto da Simon e Lukas Brunner.
Il progetto dei due ragazzi ha saputo colpire per la particolare forma del tetto, sviluppato a padiglione. Al contempo l’intero edificio è stato leggermente rialzato da terra e risulta facilmente accessibile per anziani e giovani grazie ad un’invitante rampa. L’ampia superficie delle finestre invita inoltre le persone a soffermarsi sul posto, garantendo l’adeguato equilibrio a livello d’illuminazione. La scelta di un legno rosso evidenzia infine a dovere la scelta di puntare su una struttura interamente in legno. Nel complesso dunque, il progetto risulta armonioso e di fatto perfettamente riuscito: non a caso tutti i partecipanti all’iniziativa non vedono l’ora di realizzarlo.

Nova Ponente, tra realtà e immaginazione

L’ampio territorio del comune di Nova Ponente (circa 11000 ettari) scende dall’altopiano porfirico del Monte Regolo fino alle porte di Laives. Infatti, fino alla costruzione della strada della Val d’Ega nel 1860, il paese era collegato alla valle dell’Adige soltanto dalla cupa Vallarsa. Nel corso dei secoli, si è sviluppato uno stretto legame tra le due località in cima e ai piedi del Montelargo, basato soprattutto sul commercio di legname con le città dell’Italia settentrionale che aveva nel porto di Bronzolo il suo terminale di partenza.
Quando affrontiamo le nuove gallerie della Val d’Ega, che hanno sottratto gran parte del fascino al vecchio tracciato scavato nelle rocce dell’impressionante canyon, le nuvole planano pigramente dalle vette del Latemar per dissolversi tra il verde scintillante del bosco. Migliaia di tronchi accatastati lungo la strada ricordano la devastante tempesta Vaia dell’ottobre 2018. 
Raggiunti i 1350 metri del paese, ci accoglie un lieve nebbiolina che però non offusca la vista dei prati e delle case. Posteggiata la macchina, ci dirigiamo verso il centro per scattare alcune fotografie. Saranno le uniche di questa giornata, poiché nel giro di pochissimo tempo una fittissima nebbia cala sul paese. Ci fermiamo nella piazzetta davanti alla chiesa (ricostruita nel XV secolo), poi entriamo nel cimitero che la circonda. La nebbia ha velato le fotografie e i nomi dei morti sulle croci di ferro, solo qualche data spunta qua e là dalla foschia: 1912… 1946… 1878… All’improvviso non vediamo più neppure la chiesa, la nebbia l’ha letteralmente inghiottita – e anche noi a questo punto iniziamo a dubitare della nostra reale presenza. 
Una o due volte si sente il grave rumore del portone ma non si vede nessuno entrare o uscire dalla chiesa. Torniamo verso la macchina lungo la strada centrale del paese, le case sono quasi scomparse, il paese esiste soprattutto nella nostra memoria… Immaginiamo la sagoma poderosa di Castel Thurn, antica dimora dei potenti Niedertor e oggi sede del municipio. I locali pubblici sono ancora chiusi, solo da una pasticceria arriva uno spiraglio di luce e un sommesso vocio. Raggiunta la macchina, attendiamo pazienti che il paese ricompaia: ma la nebbia sale inesorabile come da una caldera dalla gola che lo separa dalla frazione di Monte S. Pietro, paesino da cui si arriva al noto santuario di Pietralba. 
Tentiamo la fortuna alle porte del paese, dove sorge l’antica e riccamente affrescata chiesetta di S. Elena con vista mozzafiato (a noi preclusa) sul Catinaccio. Su questa collinetta pare si fossero insediati alcuni millenni fa e poi all’interno di un castelliere nell’età del ferro i primi abitanti della zona. Ma la nebbia ci impedisce di imboccare la stradina che porta al sito e anche in questo caso dobbiamo affidarci unicamente ai nostri ricordi, ahimè sbiaditi anch’essi. Stessa sorte ci tocca qualche minuto dopo nella frazione di Ega e a questo punto il nostro viaggio si trasferisce giocoforza in una dimensione completamente virtuale.
Il nome “Nove” (che evidentemente segnala una cesura storica rispetto ad un’epoca “leggendaria” caratterizzata dalla presenza di uomini “selvaggi”) appare per la prima volta nel 1140, quando il paese appartiene ancora alla giurisdizione di Bolzano. Diventa “Nova Theotonica” (per distinguerlo da quella romanica o “welsche”) nel 1270 e nel 1272 viene nominato dal Conte del Tirolo un “prantocus justiciarius de Nova”. Nel XIV secolo riuscirono a farsi assegnare la giurisdizione i bolzanini Niedertor che poi la divisero con i Liechtenstein di Laives, proprietari di boschi e poderi sul Monte Regolo. Infine assunsero il potere i Khuen-Belasy e i v. Sternbach fino al XIX secolo.
Nova Ponente era composta di 8 quartieri detti anche “Roden” (terreni disboscati): Prent, Manne (di longobarda memoria), Zelg, Platten, Lab, Platz, Val d’Ega e Monte S. Pietro. 
A parte il commercio di legname, l’allevamento di bestiame occupava una posizione preminente nell’economia locale. Ancora oggi i quasi 4000 abitanti si dividono tra agricoltura, artigianato e turismo. Particolarmente frequentata è la zona sciistica di Obereggen.
Peculiare anche il melodioso dialetto locale, che ricorda l’immigrazione (in seguito alla peste del XIV secolo) di minatori bavaresi e svevi. Predominante la vocale “a”, spesso raddoppiata: Stein (pietra) diventa Staan, Freitag (venerdì) Fraita, kein (nessun) kaan… Singolare, ci vien da pensare, come a volte una sola lettera dell’alfabeto sia più istruttiva di un libro di storia.

Autore: Reinhard Christanell