Percorsi tattili: un’occasione per la città

In Consiglio Comunale è stata recentemente bocciata una mozione che chiedeva la realizzazione di una rete tattile per non e ipo vedenti, dimostrando come sulla tematica ci sia ancora tanto da lavorare. Il Sindaco Bianchi però assicura: “Nella riqualificazione di via Kennedy abbiamo previsto questo tipo di dotazione”.

Al giorno d’oggi lo sviluppo e il progresso innovativo di una città non passa soltanto attraverso l’implementazione di nuove tecnologie che permettono un salto a piedi pari nel futuro, ma anche attraverso iniziative dal forte impatto sociale. Specie in questo periodo segnato dagli strascichi che la crisi da Covid ha lasciato dietro di sè, è importante ascoltare e comprendere i bisogni delle persone per individuare tutte quelle azioni volte al miglioramento della vita quotidiana del cittadino. 
A tal proposito, un tema sempre attuale è quello delle infrastrutture e dell’abbattimento delle barriere architettoniche, ostacoli che ancora oggi condizionano l’accessibilità e la fruizione delle persone con disabilità, ma non solo, a determinati luoghi pubblici. Una soluzione al problema lo sono i percorsi tattili, superfici dotate di rilievi, percepibili al passaggio, per consentire ai non vedenti e agli ipovedenti di orientarsi nei luoghi e riconoscere distintamente gli ostacoli e le altre eventuali fonti di pericolo lungo il percorso. Ad oggi sono tante le amministrazioni che hanno deciso di impiegare tale sistema nella propria rete stradale. A Laives, durante la seduta del Consiglio Comunale del 13 e 14 aprile, era stata presentata una mozione volta proprio ad impegnare la Giunta alla realizzazione di percorsi tattili finalizzati al superamento delle barriere architettoniche nelle dorsali principali della Città di Laives, appunto, e delle frazioni di Pineta e San Giacomo. La mozione è stata bocciata ma l’argomento tiene ancora banco. 
Al momento l’unico percorso tattile esistente nel Comune è quello presente alla stazione ferroviaria, installato da STA e Trenitalia. Il sindaco Christian Bianchi ha voluto però precisare che qualcosa si sta comunque muovendo nella direzione giusta: “Confermo, come risposto in consiglio comunale, che nel progetto della nuova via Kennedy a Laives è previsto che sui marciapiedi ci sia questa dotazione di rete tattile. Si tratta di una previsione progettuale già discussa lo scorso anno, che arricchirà e aumenterà la possibilità di frequentazione della via stessa anche alla categoria degli ipovedenti”. Un primo passo verso quella che si spera possa diventare prima o poi una rete molto più vasta.
La mozione, che era stata presentata dal consigliere comunale Andrea Sbironi, individuava alcune arterie principali dove posizionare i percorsi. Oltre alla già citata Via Kennedy, ci sarebbero anche Via Pietralba, Via Galizia, Via Marconi, Via Brennero, Via Dolomiti e Via San Giacomo. In questo modo tutti gli utenti potrebbero raggiungere in totale tranquillità farmacie, teatri, supermercati, luoghi di culto, le fermate degli autobus e gli altri maggiori servizi privati e pubblici posti proprio su tali vie.

Andrea Sbironi

La posa di una pavimentazione tattile permetterebbe un migliore orientamento per le persone con disabilità e soprattutto il prezioso riconoscimento di luoghi pericolosi come scale, rampe o intersezioni. “È evidente che i miglioramenti potranno avvenire progressivamente sul territorio comunale, nell’arco di un decennio e più, ma è quanto mai importante iniziare ora”, racconta Andrea Sbironi, consigliere comunale promotore della mozione.
La creazione di questa rete di percorso andrebbe infatti progettata di pari passo con la riqualificazione di arterie cittadine centrali o il futuro rifacimento di strade e marciapiedi. “Purtroppo nella riqualificazione di San Giacomo e Pineta si sono perse queste opportunità. Credo che un’iniziativa di questo tipo possa essere un inizio per una Città che proprio attraverso lo sport, il turismo e il commercio, possa attrarre cittadini “diversamente abili” e che permetta ai cittadini residenti in situazione di difficoltà maggiore autonomia.  Nel 2021 il nostro Comune è ancora indietro su questa tematica”, prosegue Sbironi. 
Inoltre, va sottolineato il bassissimo impatto che la realizzazione di tali percorsi avrebbero sulle casse comunali, proprio perché potrebbero essere integrati con l’asfalto nuovo o le operazioni di sicurezza stradale. Attraverso il Decreto Fraccaro per l’abbattimento delle barriere architettoniche, il Comune di Laives avrebbe diritto a circa 90.000 euro a fondo perduto per questo tipo di attività.

Autore: Alexander Ginestous

Giulia Pedron: il viaggio come stile di vita

Giulia Pedron, fotografa di Bolzano, da poco trasferitasi a Bronzolo, ma soprattutto ormai cittadina del mondo, inizia a viaggiare già al liceo scoprendo la passione per il viaggio e per la fotografia. Viaggia alla ricerca di persone e parti del mondo rimaste incontaminate dalla globalizzazione per immortalarle con il suo obiettivo.  

Come sono nate le tue passioni per la fotografia e il viaggio?
Sono state direttamente proporzionali. Durante l’anno in Inghilterra alle superiori ho iniziato a conoscere un mondo nuovo. All’università ho frequentato il terzo anno a Madrid e ho iniziato ad avere sempre più voglia di conoscere. Per scrivere la tesi di laurea ho passato due mesi in Tanzania. Raccontando la mia esperienza, vedevo che le parole non erano sufficienti per trasmettere ciò che avevo vissuto così ho iniziato ad avvicinarmi alla fotografia pensando che l’immagine mi avrebbe aiutato a esprimerlo. In seguito mi sono iscritta a un master di fotografia a Barcellona e ho iniziato a viaggiare: per alcuni anni sono stata via con lo zaino in spalla. È diventato il mio modo di vivere.

Stai già progettando un nuovo viaggio?
Io e il mio compagno avevamo in programma di partire a febbraio. L’anno scorso abbiamo preso un furgone usato con l’idea di partire da Bronzolo per arrivare in Cina seguendo l’antica via della seta. L’itinerario non è ben definito in modo da poter viaggiare con la leggerezza di partire e non sapere cosa succederà.

Ci sono delle tappe che non possono mancare?
Ci sono delle tappe tematiche che mi interessano particolarmente lungo la via, tra queste l’Armenia e i Paesi dell’ex Unione Sovietica. Il resto ancora non è ben definito, ma sono convinta che ogni Paese abbia qualcosa di unico da offrire.

La mancanza di una lingua comune è mai stata un problema?
Mi è capitato molte volte di trovarmi in posti in cui l’inglese non veniva né parlato né capito, ma in un modo o nell’altro ci siamo sempre compresi. 

I tuoi servizi verranno esposti in mostre?
Ho realizzato alcune esposizioni sia a Bolzano che a Buenos Aires, dove ho vissuto per quasi due anni. Purtroppo, causa Covid-19, alcune mostre sono state annullate o posticipate. Una di queste, sulla Rotta Balcanica, verrà presentata a giugno alla festa dei popoli. 

Quali sono i soggetti e i temi che prediligi?
Le minoranze etniche: quando viaggio cerco di creare un contatto anche in modo da riuscire a realizzare i loro ritratti con più autenticità. L’altro tema è quello della denuncia. 

I tuoi lavori fotografici sono anche un modo di finanziare i tuoi prossimi viaggi?
Sì, durante le esposizioni le foto sono in vendita. Ho un sito internet (giuliapedron.com) in cui si possono vedere i miei lavori, oltre alla pagina Instagram @senza_mappa, dove si possono seguire i nostri viaggi. 

La tua famiglia come ha preso la tua scelta di vita?
Il fratello di mia nonna era un girovago, è partito quand’era molto giovane e ha vissuto in diversi Paesi come l’India e la Turchia. Penso che un po’ di lui sia arrivato a me. Mia madre è contenta per me perché sa che viaggiare mi rende felice, mentre mio padre vede ancora il viaggio come una vacanza. Fosse per me viaggerei tutta la vita! 

Infine: che consigli daresti a persone incuriosite dalla conoscenza del mondo?
Partire almeno una volta da soli è il modo migliore per affrontare un’esperienza: ti affidi completamente a te stesso e affili tutti i tuoi sensi. Direi anche di non programmarsi tutto così ogni inaspettata novità sarà un arricchimento personale. 

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Tracce di trasform-azione a Vadena

Prosegue la serie di articoli riguardanti il progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza. “Tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza, impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione” – Paulo Coelho.

Sappiamo bene com’è facile dimenticare. Andiamo a fare la spesa senza la lista e solo a casa ci rendiamo conto di non aver acquistato proprio “l’ingrediente indispensabile”. Abbiamo un appuntamento con un amico, il tempo ci sfugge e all’improvviso ci rendiamo conto che l’orario è passato.
Così com’e facile dimenticare fatti e informazioni, anche i nostri propositi spesso subiscono lo stesso destino. Quante volte ci siamo detti: da domani smetto di fumare, da lunedì inizio la dieta, voglio comportarmi in modo diverso ecc. La vita travolge e spesso la fretta soffoca nelle sue spire anche le più buone intenzioni. Nel “traffico di vita quotidiana” la routine spesso scandisce il nostro tempo e nello spazio residuo la stanchezza prende il sopravvento allontanandoci dai nostri propositi per lasciare spazio alle numerose attività che inevitabilmente riempiono le nostre giornate. Al mattino accendiamo il pilota automatico che ci rende super efficienti e ci lasciamo condurre da esso per tutta la giornata, per ricominciare daccapo il giorno successivo.
Ma se le varie attività possono diventare facilmente una consuetudine, c’è una cosa che dovrebbe sempre rimanere svincolata dalla routine, la relazione con gli altri. Le persone che vivono con la demenza sono dei grandi maestri a riguardo. Se ti prendi cura di una persona che vive con una diagnosi di demenza sai bene quanto sia necessario continuare a nutrire la relazione attraverso sguardi, gesti e parole consapevoli. Gesti sbrigativi, risposte standard, toni irritati figli di una routine congestionata, portano la persona che vive con demenza, ad uno stato di reattività che si esprime attraverso comportamenti definiti dalla medicina ufficiale “disturbi del comportamento” ma che altro non sono che risposte ad una situazione ambientale poco favorevole. Abbiamo quindi bisogno di mantenere viva l’attenzione alla relazione, abbiamo bisogno di “tracce” che ravvivino il nostro proposito di continuare a coltivare e avere cura della relazione con il nostro caro, per non dimenticarcene.
Le panchine arancioni vogliono essere proprio questo, tracce disseminate sul territorio, post-it sociali che, attraverso il loro messaggio ci riconducano li, al cuore della nostra relazione con la persona di cui ci prendiamo cura.
Dopo Bronzolo, anche a Vadena tre panchine ci ricorderanno l’impegno sociale assunto dai due Comuni che con l’adesione al Sente-mente®Project, intendono contribuire affinché si sviluppi una trasformazione culturale nei confronti della demenza. 
Passeggiando dalla Caserma dei vigili del Fuoco di Vadena in direzione Mover, incontrerai anche tu queste “panchine parlanti”. Ecco le tracce di trasform-azione di Vadena:

“È il modo in cui pensi a me che deve cambiare” 

È dai nostri pensieri che inizia il cambiamento. I nostri pensieri sono il terreno dove possono germogliare erbacce da estirpare o fiori da ammirare. A noi la scelta. Cosa penso della persona che vive con la demenza? Credo che sia ancora possibile continuare a vivere una relazione con lei? Penso che ci sia un linguaggio nuovo che posso imparare affinché  io possa continuare ad incontrarla?

“Voglio ancora essere felice”

Le persone con demenza non hanno solo bisogni fisiologici da soddisfare come mangiare e dormire, ma alla pari di ogni essere umano continuano ad avere desideri, sogni da realizzare. Continuano ad inseguire la felicità. Come posso creare per te momenti di benessere?
Vogliamo essere una comunità che oltre ad erogare servizi sia in grado di andare incontro ai desideri della parte più fragile della cittadinanza? Il desiderio di socialità ad esempio..

“Voglio un mondo libero dal tuo pregiudizio” 

Un grande desiderio di chi vive con la demenza è sentirsi accolto e riconosciuto come persona aldilà della malattia. Il pregiudizio condiziona enormemente la relazione…come posso mantenere la mia attenzione sul nocciolo vitale presente e pulsante in te anziché sugli inevitabili sintomi di malattia?
L’invito è di sederti per un momento sulle panchine e di lasciarti interrogare da questi messaggi affinché  queste tracce di trasformazione sul territorio  si concretizzino davvero in gesti quotidiani di accoglienza che a loro volta diventano tracce di dignità.

Autrice: Roberta Lenzi Sente-mente facilitatrice

Aldino: a un passo dal cielo

La strada che s’inerpica dal bivio di Olmi, ombrosa frazione a valle di Aldino, in direzione di Pietralba, è ancora poco trafficata; tuttavia si preannuncia una bella giornata primaverile e a breve le località più frequentate dai villeggianti della domenica saranno affollate. Prati, malghe e sentieri del Reggelberg brulicheranno di persone ansiose di recuperare il tempo perduto in un anno di restrizioni. Non c’è una nuvola in cielo e neppure le scie vaporose degli aeroplani che sorvolano in gran numero la valle dell’Adige e le Dolomiti riescono a offuscare l’azzurro oltremare che avvolge la chiesa e il campanile del paese affacciati sul punto più elevato di una collina. Ricorda, per trascendenza e luminosità, la volta giottesca della cappella degli Scrovegni. Sembra di stare ad un passo dall’empireo che sfoggia la solenne sapienza divina. Il rintocco secco delle campane che segnano l’ora lacera il silenzio profondo di una tipica domenica di pandemia. Le convivialità sembra ridotta all’essenziale ossia prossima al nulla, la rinuncia alle vecchie abitudini parte preponderante della vita quotidiana. La piazza centrale in leggera salita è spopolata, i locali pubblici chiusi. Le case sbarrate sembrano disabitate. Per assurdo, solo al cimitero che circonda l’edificio sacro e dove un tempo si stipulavano patti e contratti, c’è vita: due o tre persone si prendono cura delle tombe e chiacchierano sottovoce mentre riempiono gli annaffiatoi ad una fontana. 
Il camposanto, costellato di croci di ferro battuto, ricorda un reggimento immobile di cavalieri d’altri tempi in attesa del giorno del giudizio. Per entrare in chiesa, è d’obbligo passare in rassegna le severe sepolture; vita e morte sembrano gravare sui passi solenni dei fedeli. La vista tutt’attorno è grandiosa. 
La sensazione è quella di essere un punto insignificante in uno scenario infinito. Una cornice smisurata di monti imbiancati che un tempo diedero il nome a questa terra: in montanis. Alle nostre spalle si elevano maestosi i “familiari” monti sacri del Corno Bianco e del Corno Nero collegati dal passo degli Oclini, entrambi ricoperti di neve. Qui già millenni fa salivano gli uomini per trovare la vicinanza al loro olimpo e al mondo perenne degli avi; numerosi sono anche i reperti trovati nei vari luoghi di culto. In lontananza le cime bianche del Latemar e verso sud l’imponente gruppo del Brenta che questi saggi montanari legati alla natura consultano per comprendere l’evolversi del tempo. Un fondale che deve aver affascinato fin dall’antichità gli uomini arrivati quassù: come del resto tiene anche noi inchiodati al muro di cinta che circonda chiesa e cimitero. 
È una festa di colori primaverili, Aldino, i prati di un verde sgargiante fungono da corollario a un paesaggio di arcaica bellezza. Ancora non si vedono animali al pascolo, solo grandi uccelli neri sorvolano questo piccolo mondo antico salendo e scendendo ininterrottamente dal campanile a punta di matita. La chiesa è dedicata a S. Elena e risale al primo medioevo. Ma è facile immaginare che su questo promontorio i luoghi di culto si siano succeduti nei secoli. Infatti Aldino, meno di 2000 abitanti, è un paese antico. Secondo alcuni deve il suo nome (che compare come Aldin attorno al 1140) alla sua posizione in altura (dal latino Altinum), secondo altri al nome longobardo Aldo. Certo è che da queste parti correva il confine tra territori bavari e longobardi, come testimoniato anche dal nome di un quartiere della vicina Nova Ponente: Manee, da Arimanne, soldati longobardi a guardia dei confini. Non è neppure esclusa una forma molto più antica come quella proposta da Steub: Althena. Ma siamo nel campo delle ipotesi, nulla più. Attorno alla chiesa troviamo gli edifici più importanti, tra cui il municipio e un piccolo ma ricco museo. 
Per il resto, i masi sono disseminati sul vasto territorio che oltre a Olmi comprende anche il paese di Redagno. Di rilievo, da un punto di vista scientifico, la gola del Bletterbach ai piedi del Corno bianco: una spaccatura verticale che consente l’osservazione delle stratificazioni rocciose avvenute in varie ere geologiche.
Gli abitanti si dicono discendenti di alcune famiglie immigrate dalla Germania meridionale in epoca medievale e perciò, anche in virtù del loro dialetto, vengono chiamati “Hessen”. Curiosa la circostanza che in epoca fascista il paese venisse denominato Valdagno e facesse parte della provincia di Trento: ma quei tempi sono fortunatamente passati.

Autore: Reinhard Christanell

Nella natura, tra escursioni e bicicletta

Nato a Bolzano, 25 anni, Luca “Ciko” Palaoro è cresciuto e vive a Laives. Dopo una serie di esperienze lavorative ha intrapreso un nuovo stimolante percorso all’interno di una grande azienda con sede in Provincia. Amante degli sport di montagna e di motori, si divide tra arrampicate ed escursioni in bici per scoprire ogni giorno una sfumatura nuova del nostro territorio.

La cosa che più mi piace di me.
L’estroversione.

Il mio principale difetto.
Riuscire a “stare” nelle regole.

La volta in cui sono stato più felice.
Lo sono sempre, per fortuna.

Da bambino sognavo di diventare… 
Un pilota d’aerei.

L’errore che non rifarei.
Uno dei miei tatuaggi.

La persona che invidio di più.
Luis Sal.

La persona che ammiro di più.
Mio padre.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“Nanga Parbat” di Simone Moro.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Avere una e-bike.

L’ultima volta che ho pianto
Quando è mancato il mio gatto.

La mia occupazione preferita. 
Stare in mezzo alla natura, con i miei amici.

Il luogo dove vorrei vivere.
New York.

Il colore che preferisco.
Blu.

Il fiore che amo.
Girasole.

Il mio piatto preferito.
Le lasagne di mia mamma.

Del mio aspetto non mi piace…
Il naso rosso.

Non sopporto…
L’ottusità.

La mia paura maggiore.
Gli insetti.

L’ultima volta che ho pregato.
Quando sono andato al Santuario di Pietralba.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il peluche “Babau”.

La qualità che preferisco in un uomo.
La correttezza.

L’oggetto a cui sono più legato.
La mia macchina.

La massima stravaganza della mia vita.
Trovarmi in una cava di sassi in Madagascar.

Il mio primo ricordo.
Le gite di famiglia sulle Dolomiti.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Su un aereo, direzione Tokyo.

Per un giorno vorrei essere…
Jeremy Clarkson.

Nel mio frigorifero non manca mai.
Il gelato di soia.

Se fossi un animale, sarei…
Un siberian husky.

In famiglia mi chiamano…
Luchetto.

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Sono riuscito a raggungere una recente soddisfazione lavorativa.

Il mio motto.
Stay Calm.

Fra musica, libri e talenti vari

Lucia Rongioletti  nata e cresciuta in Puglia lavora a Merano ed è un una donna talentuosa: laurea in conservatorio, formazione in musicoterapia, attrice teatrale e pedagogista, e non per ultimo co-fondatrice insieme al suo compagno di una casa editrice indipendente, Formamentis, che le ha permesso di incontrare tanti talenti, soprattutto giovani. Ama i bambini e a loro dedica progetti educativi. 

La cosa che mi piace di me.
Credo di avere una buona ed economica dose di ironia e anche di autoironia. Serve a sopravvivere nell’accezione più elevata del termine.

Il mio principale difetto.
Non ricordo le date e i nomi.

La volta in cui sono stata più felice.
Lo sono stata molte volte, sempre per amore. Amoreper i miei figli e per Giuseppe Verdi. 

La persona che ammiro.
Ipazia di Alessandria, donna che non ha mai rinunciato alla sua autodeterminazione e alle sue passioni di carattere culturale, una donna innovatrice e colta che ha pagato con la vita le sue scelte. 

Un libro da portare sull’isola deserta.
”Nodi famigliari “di P. Bertrando.

Il paese dove vorrei vivere.
A Merano.

Il mio piatto preferito.
La pizza.

Non sopporto…
Sono molto sensibile alla prosodia vocale e non tollero in alcun modo, anzi detesto, le voci monotone prive di colori e temperatura umana.

La mia paura maggiore.
Ho molta paura che gli eventi mi possano cambiare, è un duro combattimento essere fedeli a se stessi.

Il mio motto.
Meglio un giorno da leone che cento da pecora.

Il giocattolo che ho amato di più.
Un peluche a forma di topo. 

I miei artisti preferiti.
Van Gogh, Giuseppe Verdi (compositore), Giuseppe Verdi (scrittore).

Il dono di natura che vorrei avere.
Sapere tutte le lingue del mondo per poter parlare con tutti.

La qualità che preferisco in una donna…
Intelligenza e cultura.

…e in un uomo?
Idem.

Dico bugie solo…
Dico le bugie solo quando non voglio andare in posti con persone che mi annoiano, ma visto l’anno di chiusura non ne ho detta neanche una.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Fra libri, studio, musica e qualche viaggio.

Il colore che preferisco.
Amo il colore turchese. 

L’ultima volta che ho perso la calma.
L’ho persa con chi non sa e compensa con arroganza.

Autrice: Francesca Morrone

Ritrovarsi al Senior Club

Il Presidente del Comitato Parrocchiale Assistenziale – Senior Club Don Bosco, Walter Hoerwarter ci spiega l’importanza del ritorno alla vita sociale per la terza età.

Oggi l’effetto della pandemia viene studiato non solamente sotto il profilo sanitario, ma anche sotto quello sociale e psicologico. Verosimilmente, con il ritorno alla vita “normale”, emergeranno nuove e più profonde conseguenze di questo anno di restrizioni. Particolarmente sensibile a questa situazione risulta essere la popolazione di terza età, soprattutto perché, contrariamente all’immaginario comune che vede i nonni a casa tutto il giorno, gli over 60 hanno una fitta rete sociale fatta di gite, sport, feste e partite a carte… Attività che in questo periodo sono state completamente annullate. 
Storicamente a Don Bosco c’è un luogo dedicato ad attività ricreative culturali per i più “saggi”: il Centro Senior, che fu costituito nel 1982 insieme al centro giovanile. Tra i soci fondatori, l’attuale presidente dell’Associazione, il Sig. Walter Hoerwarter. Siamo andate a intervistarlo il 21 aprile, nella mattinata dedicata ai rinnovi delle tessere. Al nostro arrivo due simpatici e garbati volontari ci hanno fatto accomodare nell’area ristoro del centro, solitamente frequentatissima ma ora deserta. Walter ci ha raggiunto immediatamente e senza indugio ha sottolineato l’importanza dei volontari per l’associazione. Infatti, non avendo dipendenti (fatta eccezione per gli istruttori di ginnastica) sono gli stessi iscritti che si rendono disponibili ad aiutare nella gestione di attività: “Cerchiamo sempre di reclutare nuovi volontari, di modo da dividere la mole di lavoro – ha raccontato Walter – se ogni iscritto desse un’ora del proprio tempo potremo fare faville”. Ad ogni modo, nonostante il limitato numero di volontari, il centro propone un’immensa offerta di attività culturali e ricreative, tra cui: corsi di ginnastica dolce, yoga, osteogym, acquagym, nuoto, tornei di tombola e di burraco… Senza dimenticare le gite, i soggiorni marini e termali. Inoltre, grazie a collaborazioni con altre associazioni quali Diabetes Union e Unione Italiana Libero Teatro (UILT), il Senior Club ospita conferenze e spettacoli. Il ventaglio di proposte è davvero notevole e non sorprende che il numero di iscritti si aggirasse (prima del Covid) intorno ai 400.  
Con il diffondersi del Covid, che rappresenta un rischio molto alto per questa fascia di età, le attività del centro sono state sospese e di conseguenza anche le possibilità di socializzazione. Secondo il Sig. Walter, la priorità a questo punto non è fare ripartire tutte le iniziative, quanto piuttosto ricostruire l’aspetto sociale dando a tutte e tutti l’opportunità di ritrovarsi. Occorre comprendere e affrontare gli effetti dell’isolamento: “Ora è importante far riacquistare normalità e sensibilità alle persone, provando a eliminare le scorie che questa situazione ha lasciato. C’è bisogno di incontrarsi per socializzare… e senza dubbio per giocare a carte”.  

Autore: Giada Noto COOLtour

Quando il fantasy scorre nell’inchiostro

“Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”, sancì Hegel; una frase che sembra calzare a pennello con la vita di Andrea Zanotti, un giovane – ha da poco passato la quarantina – scrittore di Bolzano che con una produzione letteraria decisamente prolifica sta diventando un nome nel mondo del fantasy. È uscita da poco la sua ultima fatica, “Voodoo” (edito dalla Dark Zone di Roma), ma nei prossimi mesi usciranno altri due suoi libri. E il fatto curioso è che in questo scrittore vivono due anime: quella dell’artista e quella dell’economista.

Come nasce Andrea Zanotti?
Ho una formazione scientifico-economica. Ho frequentato il liceo scientifico, ho una laurea in economia e commercio, ho lavorato tre anni presso alcuni commercialisti, in azienda elettrica e oggi mi occupo di investimenti in borsa, in particolare della compravendita di certificati finanziari. E ho sempre avuto la passione per la mitologia, per le religioni antiche collegate anche alla letteratura fantastica, quindi il fantasy e la fantascienza.

Come riesce a conciliare il suo spirito economista con quello umanista?
Quando uno ha una passione, alla fine riesce a trovare il tempo per tutto, perché è giusto seguirla. Mi ritengo fortunato: una passione mi permette di vivere, l’altra di seguire i miei interessi per la scrittura, per la mistica e per la mitologia.

Una mitologia che, leggendo i suoi libri, pare frutto della sua fantasia…
Alla fine sì, ma credo che sia una sorta di rielaborazione di tutto quello che ho letto; qualcosa rimane sempre nel cervello, sia a livello conscio che a livello inconscio. E poi c’è lo studio: per “Voodoo”, per esempio, mi sono informato, ho studiato i vari rituali di questa religione e li ho descritti.

Quanti libri ha pubblicato?
Ho iniziato dieci anni fa autopubblicando le mie opere: avevo scritto la mia prima trilogia, “Mondo 1”, e ho messo in internet il primo libro gratis, a disposizione di tutti. Ho notato che in tanti lo hanno letto, così ho messo in vendita il secondo, a un prezzo simbolico di 1 euro e 99, e anche in quel caso ho visto che c’era pubblico. Così ho proposto la seconda trilogia, “Mondo 2”, con la stessa modalità.   

E come è passato alle case editrici?
Ho iniziato a pensare che sarebbe stato meglio cambiare, anche per avere un marchio dietro che garantisse un minimo di qualità. Ho mandato allora un mio scritto alla Delos digital, la casa editrice di Franco Forte, un autore blasonato che scrive dei romanzi storici ed è anche un grande  appassionato di fantascienza. A lui il libro è piaciuto, così è iniziata la mia avventura nella carta stampata. Poi sono approdato alla casa editrice Plesio Editore, specializzata proprio in fantasy, con la quale ho pubblicato “Dracophobia”. E infine ho pubblicato “Voodoo” con la Dark Zone, una grossa casa editrice di Roma. 

Ha altri libri nel cassetto?
Il prossimo mese con la Dark zone uscirà un weird western che mi ha davvero soddisfatto scrivere. Doveva uscire al Salone del libro di Torino, ma purtoppo la kermesse è stata annullata a causa della pandemia. E poi ho un altro romanzo che avevo scritto qualche tempo fa, si intitola “Il mesmerista” e dovrebbe uscire entro il prossimo trimestre con la Mezzelane editore.

Autore: Luca Masiello

Rodrigo: tra graffiti, musica e design

Rodrigo Medina è un ragazzo di 24 anni. Vive a Laives e studia a Bolzano design del prodotto, ambito che considera una passione ma soprattutto un sogno per il futuro. Nonostante la giovane età ha portato avanti tanti interessi negli anni, ideando progetti e sviluppando talenti. 

Hai frequentato il mondo dei graffiti in passato, adesso stai portando avanti questa passione? 
Il lato dei graffiti è andato un po’ a decadere negli anni, per quanto mi riguarda. Dopo le superiori mi sono interessato più al design. Se riesco mi piace riutilizzare questa mia capacità: ad esempio per fare qualcosa di più caratterizzante sfrutto ciò che i graffiti mi hanno insegnato. 

Pensi che ci siano dei pregiudizi nei confronti di chi fa graffiti?
Io non sono mai stato di quelli che uscivano la notte a fare i graffiti sui muri, non sono così coraggioso [ride]. Li disegnavo su carta, poi se c’erano eventi partecipavo e li facevo tramite quelli. Quando succedeva era facile che i passanti dicessero: “Che bello! Dà un po’ di colore”. C’è chi lo vede come classico vandalismo ma allo stesso tempo c’è una grande fetta di popolazione, anche di più anziani, che è molto positiva a riguardo. Qui a Bolzano ci sono intere facciate di case su cui hanno disegnato vere e proprie opere d’arte. Questo è un bene perché non cadiamo nello stereotipo della città piccola e chiusa. 

Sei anche un musicista? 
Suono il cahon, con la mia band facciamo cover del nostro gruppo del cuore che sono gli “Sticki Fingers”. Il genere è sull’indie rock-indie folk. Suonavo la batteria, ma poi sono passato al cahon, perché per questo genere ci voleva qualcosa di più acustico e la batteria è un po’ predominante. 

Invece la passione per il design com’è nata? 
Ho avuto una carriera scolastica prettamente tecnica: ho fatto le ITI. Poi ho lavorato due anni in un’azienda a Laives, un’officina prototipi. Lì, alcuni miei colleghi, uno in particolare che io chiamo maestro, mi hanno aperto gli occhi sulla progettazione come arte del costruire qualcosa in funzione di un qualcos’altro e di un qualcun altro. C’è un problema che devi risolvere, magari non ci sono altri esempi e allora devi inventarti un modello: questa è la progettazione. Così ho unito il mio lato più tecnico a quello più creativo e ho lasciato il lavoro per affrontare il mondo del design. Mentre lavoravo portavo anche avanti un progetto mio di nome “Sherpa”, basato sugli Stickers e quindi più improntato sulla grafica. Arrivando all’università ho scoperto il mondo del prodotto e adesso mi ci sono buttato a capofitto. 

Hai avuto molte passioni che ti hanno portato ad avviare progetti. 
Diciamo che ogni cosa che imparo la tengo nel cassetto e mi servirà sempre. Adesso ho aperto questo nuovo progetto che si chiama “Arancio”, anche questo sulla grafica e che riprende dei punti di “Sherpa”, vedremo come andrà avanti.

Come ti vedi in futuro? 
Il mio obiettivo, per adesso, è poter lavorare nell’ambito che sto studiando, quindi design del prodotto, magari aprire uno studio, quello anche… Ma prima deve passare un po’ di acqua sotto i ponti.

Autore: Maddalena Ansaloni COOLtour

Riscoprire la natura, in sella

L’ultimo anno ha permesso a tutti di riscoprire la natura. In regione, da anni, ad occuparsi di natura è il Gruppo di lavoro per ornitologia e protezione degli uccelli Alto Adige EO, un’associazione di volontari che con passione si occupa della raccolta e della tutela dell’avifauna. Sabato 8 maggio, l’invito, per i più curiosi, è ad una passeggiata naturalistica in bicicletta sugli argini dell’Adige, a partire dal ponte di Vadena. 

L’associazione, fondata nel 1974, è composta da volontari ed esperti della fauna locale che negli si sono occupati non solo di osservare gli uccelli presenti in Alto Adige, ma hanno anche raccolto osservazioni e avviato progetti di tutela per le diverse specie. Oltre alle attività istituzionali e di studio dell’avifauna, il gruppo organizza regolarmente escursioni guidate da un esperto locale. La partenza è solitamente la mattina presto perché si hanno maggiori possibilità di avvistare uccelli o di riconoscerli per il loro canto, dopodiché la passeggiata nella natura prosegue in uno scambio di impressioni e curiosità. Così sarà anche l’iniziativa proposta dal Gruppo, e aperta a tutti, per sabato 8 maggio. Il punto di ritrovo per l’escursione guidata da Enrico Bissardella è presso la biblioteca comunale di Vadena alle ore 9; dal Ponte di Vadena si proseguirà poi, in sella alla bici, sul sentiero lungo gli argini dell’Adige in direzione nord. Questo percorso permetterà di osservare varie specie di uccelli — acquatici, rapaci e canori, come gabbiani e usignoli – intenti a cibarsi o, vista la stagione, a occuparsi del nido. Una volta raggiunto il biotopo “Fischerspitz” alla confluenza con l’Isarco, sempre seguendo l’argine sinistro del fiume, sarà possibile osservare una colonia di aironi. Il ritorno, sull’argine opposto, permetterà invece di vedere falchi e poiane. “Nell’ultimo anno – rivela Bissardella – c’è stato un cambiamento di orizzonte, siamo andati più nel profondo alla riscoperta del nostro ambiente più immediato, costretti dalla mancanza di mobilità. Molte persone hanno ritrovato il piacere della camminata, dell’escursione, della biciclettata su sentieri prossimi al luogo in cui si vive, ed è stato anche possibile fare una riscoperta del patrimonio naturale nelle nostre vicinanze”. La speranza per il futuro è proprio quella di mantenere il valore della riscoperta e della tutela della natura, come è successo negli ultimi mesi. “Spero in un ritorno a una normalità diversa, non alla normalità precedente, frenetica e fatta di grandi correnti di traffico a cui ci eravamo abituati. Non credo che sia corretto ritornare a immaginarsi quello che avevamo prima; bisogna fare uno sforzo e soprattutto dare spazio ai giovani, alle menti creative e volenterose di fare azioni concrete per la conservazione e la valorizzazione del nostro patrimonio naturale, per creare una modernità diversa”, conclude Bissardella. L’invito, dunque, è quello di continuare ad apprezzare e ritrovare la bellezza che il territorio ha da offrire. Lo si può fare aderendo alla passeggiata in bicicletta, per cui è richiesta una conferma di partecipazione e che verrà rimandata a domenica 9 maggio in caso di maltempo. 

Autore: Ana Andros COOLtour