Riscoprire la natura, in sella

L’ultimo anno ha permesso a tutti di riscoprire la natura. In regione, da anni, ad occuparsi di natura è il Gruppo di lavoro per ornitologia e protezione degli uccelli Alto Adige EO, un’associazione di volontari che con passione si occupa della raccolta e della tutela dell’avifauna. Sabato 8 maggio, l’invito, per i più curiosi, è ad una passeggiata naturalistica in bicicletta sugli argini dell’Adige, a partire dal ponte di Vadena. 

L’associazione, fondata nel 1974, è composta da volontari ed esperti della fauna locale che negli si sono occupati non solo di osservare gli uccelli presenti in Alto Adige, ma hanno anche raccolto osservazioni e avviato progetti di tutela per le diverse specie. Oltre alle attività istituzionali e di studio dell’avifauna, il gruppo organizza regolarmente escursioni guidate da un esperto locale. La partenza è solitamente la mattina presto perché si hanno maggiori possibilità di avvistare uccelli o di riconoscerli per il loro canto, dopodiché la passeggiata nella natura prosegue in uno scambio di impressioni e curiosità. Così sarà anche l’iniziativa proposta dal Gruppo, e aperta a tutti, per sabato 8 maggio. Il punto di ritrovo per l’escursione guidata da Enrico Bissardella è presso la biblioteca comunale di Vadena alle ore 9; dal Ponte di Vadena si proseguirà poi, in sella alla bici, sul sentiero lungo gli argini dell’Adige in direzione nord. Questo percorso permetterà di osservare varie specie di uccelli — acquatici, rapaci e canori, come gabbiani e usignoli – intenti a cibarsi o, vista la stagione, a occuparsi del nido. Una volta raggiunto il biotopo “Fischerspitz” alla confluenza con l’Isarco, sempre seguendo l’argine sinistro del fiume, sarà possibile osservare una colonia di aironi. Il ritorno, sull’argine opposto, permetterà invece di vedere falchi e poiane. “Nell’ultimo anno – rivela Bissardella – c’è stato un cambiamento di orizzonte, siamo andati più nel profondo alla riscoperta del nostro ambiente più immediato, costretti dalla mancanza di mobilità. Molte persone hanno ritrovato il piacere della camminata, dell’escursione, della biciclettata su sentieri prossimi al luogo in cui si vive, ed è stato anche possibile fare una riscoperta del patrimonio naturale nelle nostre vicinanze”. La speranza per il futuro è proprio quella di mantenere il valore della riscoperta e della tutela della natura, come è successo negli ultimi mesi. “Spero in un ritorno a una normalità diversa, non alla normalità precedente, frenetica e fatta di grandi correnti di traffico a cui ci eravamo abituati. Non credo che sia corretto ritornare a immaginarsi quello che avevamo prima; bisogna fare uno sforzo e soprattutto dare spazio ai giovani, alle menti creative e volenterose di fare azioni concrete per la conservazione e la valorizzazione del nostro patrimonio naturale, per creare una modernità diversa”, conclude Bissardella. L’invito, dunque, è quello di continuare ad apprezzare e ritrovare la bellezza che il territorio ha da offrire. Lo si può fare aderendo alla passeggiata in bicicletta, per cui è richiesta una conferma di partecipazione e che verrà rimandata a domenica 9 maggio in caso di maltempo. 

Autore: Ana Andros COOLtour

Al via il mondo delle due ruote

Con la ripresa delle attività economiche anche le organizzazioni sportive hanno ottenuto il via libera per ricominciare gli allenamenti e, in alcuni casi, per dar vita alle competizioni agonistiche. Tra tutti gli sport, sono quelli che vengono svolti all’aria aperta che si trovano ad avere meno ostacoli legati alle normative anti-contagio, pur avendo comunque numerose restrizioni.
“Un contributo fondamentale a tutto il mondo dello sport è dato dalla possibilità, concessa dalla Provincia Autonoma di Bolzano attraverso l’utilizzo dei tamponi rapidi, di testare gli atleti prima di ogni allenamento; così facendo – spiega Paolo Appoloni, neo Presidente del Comitato Alto Adige-Südtirol della Federazione Ciclistica Italiana – si possono svolgere le attività sportive con maggiore sicurezza.”

Paolo Appoloni

I campionati provinciali
Una scintilla di speranza nel ciclismo altoatesino è arrivata anche dallo svolgimento della prima gara dell’anno di ‘mountain bike’ svolta a Nalles il 10 e 11 aprile -– sarà seguita dai campionati provinciali che si terranno il 15 maggio a Laces. “Al contrario dei giovanissimi che dovranno aspettare fino a giugno, i ragazzi e le ragazze delle categorie più avanzate hanno già ora la possibilità di svolgere le gare. Per organizzare queste ultime in modo dettagliato abbiamo, infatti, creato una struttura che si occupasse esclusivamente del rispetto delle norme anti-covid. L’esito positivo della prima gara ha dato molta fiducia all’interno del Comitato, soprattutto in vista delle prossime manifestazioni ciclistiche. Riprendere con le attività ora è stato importante, perché più tempo si sta fermi, più è complicato ricominciare”, ha raccontato Appoloni.

Una nuova scuola di ciclismo a Laives
Come per la ‘mountain bike’, anche per il ciclismo ‘su strada’ è prevista la gara che stabilirà i campioni provinciali delle diverse categorie giovanili. “Il percorso sarà svolto interamente all’interno del Comune di Laives, un luogo, questo, dove desideriamo costruire un ‘ciclodromo’, ovvero un’area protetta, rivolta soprattutto ai più piccoli, per praticare ciclismo in piena sicurezza. Inoltre – continua il neo Presidente della F.C.I. – vorremmo creare la prima scuola di ciclismo su strada dell’Alto Adige, fino ad ora ne sono presenti solo cinque che riguardano esclusivamente la ‘mountain bike’ e la ‘BMX’.”

La bicicletta: un mezzo green e sicuro
“In quest’ultimo anno abbiamo riscoperto le potenzialità della bicicletta: un mezzo che permette di spostarsi in modo ecologico e, dal punto di vista sanitario, sicuro, in quanto il suo utilizzo non crea alcun tipo di assembramento; per questo possono essere molte le persone che si sono avvicinate in questa situazione al mondo delle due ruote. In Alto Adige si pratica molto sport e di diverso tipo, grazie alle lunghe piste ciclabili che attraversano la città e collegano tutta la Provincia. Il ciclismo è uno degli sport prevalenti e viene praticato per scopi ludici, sportivi e di trasporto”, ha concluso Appoloni.

Autore: Andrea Dalla Serra

Studio, volontariato e sorrisi

Martina Mazzarelli è una giovane meranese che frequenta il quarto anno dell’IIS Galileo Galilei a indirizzo chimico e biotecnologie ambientali, e occupa gran parte del suo tempo libero dedicandosi al prossimo; è infatti una volontaria della sezione locale della Croce Rossa.

La cosa che più mi piace di me.
Ho sempre il sorriso stampato sul volto.

Il mio principale difetto.
Sono impulsiva e insicura.

La volta in cui sono stata più felice.
Mentre ballavo sul palco.

La mia occupazione preferita.
Il laboratorio di ricerca.

Il paese dove vorrei vivere.
Credo di optare per l’Islanda.

Il mio piatto preferito.
Non saprei cosa scegliere, mi piace mangiare tutto.

Non sopporto.
La falsità delle persone.

Per un giorno vorrei essere.
La versione migliore di me.

La mia paura maggiore.
L’abbandono delle persone a cui tengo.

Nel mio frigo non manca mai.
Il mascarpone.

Se fossi un animale sarei…
Una iena.

Mi sento orgogliosa quando…
Supero un obiettivo che mi sono posta.

Il mio motto.
Vivi e lascia vivere.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
La viziosità.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il gioco dell’oca.

I miei artisti preferiti. 
Uno dei compositori che preferisco è Ludovico Einaudi, mentre il mio artista musicale preferito è Gemitaiz.

Il dono di natura che vorrei avere.
L’intelligenza e l’astuzia.

La qualità che preferisco in una donna.
La determinazione.

…e in un uomo…
La maturità.

Dico bugie solo… 
Quando ho paura della reazione se dico la verità.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Non so nemmeno cosa mangerò a cena.

Il colore che preferisco
Non amo un colore in particolare, preferisco il nero.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Per via della pressione scolastica.

Da bambina sognavo… 
Di diventare un’astronauta.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare.
Poter viaggiare.

Autrice: Francesca Morrone

Sciare anche in Australia

È nato a Bolzano, ha 48 anni, ma ha vissuto molto tempo a Roma. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze motorie si è laureato in Osteopatia e poi specializzato in Medicina cinese. Appassionato da sempre di sport e natura durante gli studi ha lavorato anche come maestro di sci.

La cosa che mi piace di più di me stesso. 
La caparbietà.

Il mio principale difetto. 
La testardaggine.

La volta che sono stato più felice. 
Quando sono nati i miei figli.

Da bambino sognavo di diventare… 
Un  maestro di sci.

L’errore che non rifarei. 
Impegnarmi a fare qualcosa senza poi portarla a termine…

La persona che invidio di più.
Nessuno in particolare.

La persona che ammiro di più.
Bernard Moitessier.

Un libro da portare sull’isola deserta. 
La Lonely Planet!

Il capriccio che non mi sono mai tolto. 
Nessuno… è più forte di me!

L’ultima volta che ho perso la calma. 
Quando mi hanno obbligato a tenere la mascherina all’aperto.

L’ultima volta che ho pianto.
Quando ho perso mio papà.

La mia occupazione preferita.
Fare l’osteopata.

Il paese dove vorrei vivere. 
L’ Australia… lì la natura è magnifica.

Il fiore che amo…
Anche se non è un fiore, direi sicuramente la palma!

Il mio piatto preferito. 
Puree con la mozzarella.

Il mio musicista preferito. 
Barry White.

Del mio aspetto non mi piace…
I capelli che cadono.

Non sopporto… 
L’ipocrisia.

La qualità che preferisco in un uomo.
La fermezza.

La qualità che preferisco in una donna. 
La simpatia.

La mia paura maggiore. 
Il tempo che corre…

Il giocattolo che ho amato di più. 
Il pallone.

La disgrazia più grande…
Vivere senza entusiasmo.

L’oggetto a cui sono più legato. 
L’orologio.

La massima stravaganza nella mia vita. 
Aver lavorato come maestro di sci in Australia.

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando… 
Mi sono laureato in Osteopatia.

Il mio motto. 
Carpe diem.

Il mio primo ricordo.
Una gru giocattolo gialla, regalata da mio papà.

Dove mi vedo tra dieci anni. 
Su una barca  a vela a fare il giro del mondo.

Per un giorno vorrei essere. 
Il genio della lampada di Aladino.

Nel mio frigorifero non manca mai…
Il succo di sambuco.

Se fossi un animale sarei…
Un cane lupo.

I giovani sono il nostro futuro. Aiutiamoli.

Anche in Alto Adige è straordinario lo sforzo economico messo in campo dalla politica per affrontare le conseguenze della pandemia. Gli esempi si sprecano e si contano in milioni se non addirittura in decine di milioni di euro i “pacchetti” predisposti in merito. Ultimi in ordine di tempo tra questi i soldi spesi i tamponi nasali sperimentali che stanno dando, dati alla mano, un’affidabilità del 50% per quanto riguarda i contagi presunti che poi vengono sottoposti a test più attendibili. 
I segnali che la politica sta dando all’intero sistema Alto Adige sono forti ma non hanno trovato finora un corrispettivo per quanto riguarda i giovani, ovvero – a ben vedere – coloro che saranno i veri protagonisti del nostro futuro, a medio e lungo termine. Se ogni impegno è stato profuso per far tornare i bambini a scuola, non altrettanto infatti è stato pensato per gli adolescenti e i giovani che si affacciano agli studi superiori. Anzi. Per l’anno accademico 2021/22, la Giunta provinciale ha deciso di non assegnare borse di studio agli studenti universitari meritevoli, ufficialmente per mancanza di soldi. Non solo: sono stati annullati anche i fondi per i libri di testo che da anni venivano messi a disposizione degli studenti degli ultimi trienni delle scuole superiori, fondamentali per aiutare le famiglie a basso reddito. A tutto ciò si aggiunge la cronica miopia dell’amministrazione provinciale nei confronti dei giovani altoatesini che sognano un futuro di studio alta qualificazione in paesi “altri” rispetto ad Austria e Germania e ai quali non viene assegnato alcun contributo. 
A mio avviso serve un deciso cambio di passo. La scossa che è stata portata dalla pandemia dovrebbe essere l’anticamera per una nuova consapevolezza politica, in grado di uscire dalle logiche di basso cabotaggio legate alle scadenze elettorali locali per consentire ai nostri giovani talenti di sviluppare le loro competenze in una prospettiva davvero globale. 
Non investire su questo potrebbe avere in futuro la gravissima conseguenza di rendere il nostro territorio sempre meno competitivo, privo di visione e conservativo. Davvero non ce lo possiamo permettere. 

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Materie prime: costi in aumento

L’aumento improvviso ed esponenziale del costo di alcune materie prime è un effetto, ormai tangibile, del lungo periodo di incertezza, anche economica, in cui viviamo a causa del Covid.
Si è rivolta al sottoscritto legale un’azienda che realizza manufatti ed arredi in legno. Il costo del legno è aumentato negli ultimi mesi del 30% circa. L’azienda ha in essere un accordo commerciale con una ditta fornitrice; sulla base di detto accordo, quest’ultima si impegna a fornire alla prima, periodicamente, un certo quantitativo di legname ad un prezzo fisso e predeterminato. Vi è qualche rischio alla luce della nuova situazione creatasi?
La questione va inquadrata nell’ambito dell’articolo 1467 c.c., secondo cui: “nei contratti a esecuzione continuata o periodica (…), se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto. (…) La parte contro la quale è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto”.
L’eccessiva onerosità che rileva ai presenti fini consiste in quella sensibile alterazione del rapporto fra le prestazioni dedotte in contratto, che determina uno squilibrio dei rispettivi valori e che sconvolge l’iniziale rapporto di equivalenza, incidendo, così, sul valore dell’una rispetto all’altra.  
In tali casi, il rischio sta nel fatto che il nostro ordinamento riconosce il diritto ad un’azione finalizzata a far dichiarare dal Giudice la risoluzione del contratto. Si badi, l’eccessiva onerosità sopravvenuta non produce alcun effetto automatico; la parte, la cui prestazione divenga eccessivamente onerosa, non è esonerata dall’adempimento, né è legittimata a sospendere l’esecuzione della prestazione, ma dovrà – per non incorrere in responsabilità contrattuale da inadempimento – agire per richiedere la risoluzione del contratto.
Il rimedio ha, pertanto, esclusivamente valore risolutorio: esso è, infatti, unicamente volto ad ottenere la risoluzione del contratto. Nulla vieta, d’altra parte, che il creditore della prestazione (ossia chi deve ricevere quella prestazione divenuta eccessivamente onerosa) possa “salvare” il contratto, offrendosi di modificare equamente le condizioni del contratto originario e ristabilendo l’equilibrio tra le due prestazioni. 

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Gli algoritmi non hanno colpa

Nell’ultimo numero della “Città digitale” ci eravamo lasciati con questo intento: digitare nei traduttori online la coppia di frasi “Dorme e mangia con suo papà. Stira e mangia con suo papà”, per vedere come vengono tradotte in inglese. Il punto, come avrete immaginato, è capire il genere del soggetto: si tratta di un “lui”? O di una “lei”? Non lo sappiamo: il testo è ambiguo. Quello che si riscontra, però, usando questi software, è che in molti casi “decidono” di indicare in un “lui” (“he”) il soggetto della prima frase, e in una “lei” (“she”) il soggetto della seconda. Questo tipo di output è stato spesso commentato parlando dei preconcetti (in inglese, “bias”) degli algoritmi… come se gli algoritmi possano anche solo avere un intento discriminatorio. È su questo punto centrale che termina la nostra serie sugli algoritmi. 
Come è possibile che un algoritmo decida autonomamente che chi dorme è uomo, mentre chi stira è donna? La spiegazione è molto semplice, e viene, di nuovo, dai dati. Abbiamo già scritto che questi algoritmi di ultima generazione vengono “allenati” su una vastissima mole di dati, ed è su questa mole di dati che plasmano il proprio comportamento. Se in quei dati, statisticamente, quando si parla di “stirare” si trovano spesso soggetti femminili, l’algoritmo imparerà, implicitamente, a collegare questi due concetti. Non decide, semplicemente si adegua ai dati. La domanda seguente a questo punto è: perché si riscontra questa statistica nei dati? Perché è l’umanità stessa (o meglio, quell’umanità che produce dati per il mondo digitale) ad associare questi due concetti: i testi che parlano di “stirare” spesso si riferiscono a soggetti femminili, questi testi diventano dati per l’apprendimento degli algoritmi, e gli algoritmi ricostruiscono, indirettamente, gli stessi preconcetti (o distribuzioni statistiche che dir si voglia) presenti negli uomini e donne che quei dati li hanno generati. Non sta a noi qui dibattere sull’opportunità o meno di questo collegamento, né sul funzionamento di questi servizi di traduzione (anche se forse basterebbe, per sciogliere il nodo, che l’algoritmo chiedesse all’utente umano, invece di decidere autonomamente…). Ci preme semplicemente sensibilizzare i lettori su questo tema: a chi darete la “colpa” la prossima volta che vi troverete ad aver a che fare con un algoritmo che “non si comporta bene”?

Autore: Marco Montali

Festa dell’Europa: servono passi concreti e solidali

La Festa dell’Europa – 9 maggio – torna a ricordarci che l’Unione non è una gabbia né un costrutto di alta burocrazia, ma una meta da raggiungere nel dialogo paziente, nella mediazione tra culture e tradizioni, nella tutela del diritto e dei diritti, nella creazione di istituzioni che siano al servizio della persona umana.

L’Europa, è stato detto, è un progetto di pace (cosa che oggi pochi capiscono, perché più nessuno ha fatto esperienza della guerra). Poiché la meta è ambiziosa, gli strumenti devono però essere adeguati. Ciò che ancora non si vede all’orizzonte dell’Unione Europea è una politica comune. Questo tema era già presente ai padri fondatori. Alcide Degasperi si espresse come segue nel discorso, intitolato “La nostra patria Europa”, che tenne alla Conferenza parlamentare europea di Parigi nell’aprile 1954: “È la volontà politica unitaria che deve prevalere. È l’imperativo categorico che bisogna fare l’Europa per assicurare la nostra pace, il nostro progresso e la nostra giustizia sociale che deve anzitutto servirci da guida… Tutta la nostra costruzione politico-sociale presuppone un regime di moralità internazionale. I popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati. Lo sforzo di mediazione e di equità che è compito necessario dell’Autorità europea le darà un nimbo di dignità arbitrale che si irradierà al di là delle sue attribuzioni giuridiche e ravviverà le speranze di tutti i popoli liberi”.
Il 9 maggio è Festa dell’Europa perché quel giorno, nel 1950, il ministro degli esteri francese Robert Schuman pronunciò la famosa Dichiarazione che si considera il concepimento del progetto unitario europeo. Disse tra l’altro: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.

Autore: Paolo Bill Valente

Roghi votivi e il dio Saturno

Per i popoli che ci hanno preceduto, il fattore religioso-magico rivestiva grande rilievo. I compiti che oggi assolvono le previsioni del tempo, le scoperte scientifiche o semplicemente Google, un tempo erano affidati alla sola forza dell’immaginazione. Ogni aspetto della vita quotidiana, dall’alimentazione agli spostamenti, dal lavoro nei campi ai rapporti con i propri simili sottostava al “favore” di qualche nume. Ciò che valeva per i singoli, a maggior ragione valeva per le comunità: i riti propiziatori e di ringraziamento erano codificati nei secoli e si svolgevano in luoghi “eletti”: con preferenza per sommità o sacre sorgenti (coma la retica Cisa del Süssenbach o rio Dolce in Pineta).
Che culti si praticavano all’epoca dei Reti (Isarci, Tridentini, Anauni) della valle dell’Adige? Quali erano le divinità predilette? E quali erano i luoghi in cui si celebravano i riti? Nonostante il pregevole lavoro degli archeologi, il territorio della Bassa Atesina rimane ancora poco esplorato. Specialmente a Laives è presumibile che molti reperti antichi (dal mesolitico ai Romani) siano ancora sepolti sotto il poderoso conoide porfirico costantemente alimentato dal rio Vallarsa. Sono comunque state rinvenute varie tracce di roghi votivi: per esempio in via Dante e Marconi o in zona Jauch. Ma manca, per esempio, un ritrovamento simile a quello straordinario, risalente all’età del Rame (epoca dell’uomo del Similaun, per intenderci), del Pigloner Kopf sopra Vadena, dove sono state scoperte asce e altri doni votivi. 
I roghi votivi o Brandopferplätze sono noti in tutta l’area alpina e anche oltre. Vi venivano svolti due tipi di cerimonie, spesso accompagnate da sacrifici di animali, ricche libagioni e offerte di doni: una prettamente religiosa e consacrata alle divinità locali, una inerente i riti funerari con la combustione dei defunti e il “legame” con il mondo degli antenati. Secondo alcuni studi, questi luoghi di culto nella valle dell’Adige, dal Doss Trento alla Val d’Ega e in particolar modo in Val di Non, sono caratterizzati dalla presenza di una divinità legata all’agricoltura e alla fertilità dei suoli. Si tratta di un dio che, sotto vare spoglie, compare dal Bronzo finale fino ai Romani, i quali, mantenendo invariati i riti, lo chiamavano Saturno. Iscrizioni votive, doni in ceramica e metallo e non ultimo alcuni nomi di adepti del culto ci parlano di una tradizione tramandata nei secoli almeno fino all’epoca del vescovo Vigilio, noto per aver gettato una statuetta di questo dio nel torrente Sarca ed essere stato percosso per questo motivo dagli infuriati “pagani”.
È dunque probabile che sui due promontori o acropoli di Laives il culto celebrato fosse proprio quello di Saturno (ricordiamo che successivamente il patrono del paese divenne Dioniso, da cui la leggendaria Nisselbrunn – fonte di Dionisio – semidistrutta dal Vallarsa) e in particolare sul colle di S. Pietro, dove anche in epoche successive continuarono ritualità “propiziatorie” della pioggia note fino al XIX secolo. Sulla Gampnerknott (detta Comp/camp o Crozet) è più facile che i culti praticati riguardassero i rapporti con l’aldilà e dunque i riti funerari.

Autore: Reinhard Christanell

Il palazzo del turismo e la difesa del “moderno”

Parliamo di una nota ancora, dolorosa, per la recente storia architettonica, culturale e sociale di Bolzano. Nell’estate del 1986 le ruspe entrano in azione fra via Virgilio e Corso Libertà. A niente erano valsi la raccolta di firme di cittadini e commercianti presentata in Comune, gli appelli dei diversi Ordini professionali, la presentazione del vincolo di tutela alla Sovrintendenza ai Beni culturali artistici ed architettonici della Provincia di Bolzano. Un cavillo giuridico permise la demolizione di un edificio, ritenuto da molti uno dei più belli esempi dell’architettura razionalista eretti a Bolzano. Erano gli anni nei quali “il piccone demolitore” aveva come unica scusante quella di affermare “è un edificio costruito dal fascismo, quindi va demolito”; oppure “gli edifici costruiti da quel regime sono tutti uguali…”. Fortunatamente, ne è passata di acqua sotto i ponti. Sulle macerie di quella demolizione sono stati realizzati convegni, pubblicazioni, opere di sensibilizzazione e visite culturali. Con buona pace di molti… le architetture dagli anni ‘30/’40 non sono tutte uguali. Esiste l’architettura monumentale-piacentiniana nella quale il regime fascista veicolava tutto il suo linguaggio retorico e reazionario ed esiste l’architettura razionalista nella quale il linguaggio è libero e non formale, legata alle scuole di pensiero europee e internazionali. Le due realtà coesistevano in quel periodo. Gli edifici maggiormente celebrativi erano legati alla filosofia piacentiniana, quelli funzionali alla scuola di pensiero razionalista. 

Il Palazzo del Turismo si colloca, appieno, nel secondo assioma. Realizzato su progetto dell’ingegnere Armando Ronca viene costruito fra il 1938 e il 1940. Il progettista si trova a dover raccordare il fronte monumentale di Corso IX Maggio (attuale Corso Libertà) con una impostazione pienamente libera di piazza Virgilio. Egli creerà due blocchi. Uno più alto, sul prospetto della via principale – ma ne romperà lo schema compositivo, alternando mattoni a faccia vista con ampie superfici finestrate poste in verticale. Mentre nella facciata a fronte della piazza compone un frontone rivestito in travertino bianco intervallato da nove fornici rimarcate da esili colonne in marmo verde (serpentino del Brennero). Dalla scalinata di accesso si accedeva al grande salone dominato da una plastica scala d’onore – una delle più belle realizzate in Alto Adige – che portava all’ ampio teatro. Oltre alla sala teatrale, l’edificio ospitava gli uffici dell’ Azienda di Soggiorno e di Cura di Bolzano, sale di rappresentanza, gli uffici del Reale Automobil Club e altre attività legate al rilancio del turismo. La guerra fermò la destinazione d’uso iniziale e quando arrivarono gli americani a Bolzano il teatro, non ancora ultimato, venne arredato con i suppellettili provenienti dal cinema Roma. Nel 1946 la sala teatro venne trasformata in cinematografo, nota ai bolzanini come il “Corso” e rimase in funzione fino alla sua demolizione.
Senza il sacrificio del Corso, non avremo potuto salvare l’ex Gil,  il Lido, lo stadio Druso, gran parte della zona industriale e tanti altri edifici dell’epoca.

Autore: Flavio Schimenti