Dell’ingegnere Armando Ronca e di come abbia inciso fortemente nella storia urbanistica ed architettonica di Merano nel corso del ‘900, ne abbiamo scritto anche di recente. Questa volta parleremo invece di un precedente architettonico che stravolgerà l’estetica e le costruzioni locali, nei primi trent’anni del novecento. Nel 1935 il giovanissimo Ronca ottiene l’incarico di realizzare in via Cavour 66 a Merano una residenza per il Cavalier Antonio Cembran. La collocazione del sito è spettacolare, leggermente in posizione elevata rispetto al centro storico meranese e poteva godere di una visione privilegiata sulla città. Il progettista ha praticamente “carta bianca” da parte della committenza e non vi sono vincoli urbanistici o paesaggistici particolari. Tutte le fantasie progettuali di Ronca possono dunque essere attuate, proprio a Merano, anticipando di qualche anno ciò che realizzerà in Alto Adige ed altrove. L’obiettivo è quello di avere grandi superfici vetrate che guardano verso la città ed il suo contesto verde ed ambientale. Il progettista opterà per una “pianta libera” alla maniera razionalista, il linguaggio è quindi geometrico e non formale. La costruzione verrà realizzata su due livelli, dove una scalinata con un ampio terrazzo introduce i visitatori ad un ampio salone d’ingresso di 9 metri per 9,30. Il piano sottostante è destinato a studio e in parte ad abitazione. La pianta è sostanzialmente quasi quadrangolare, con una leggera traslazione sul lato sinistro. Sul lato dove colloca gli studi del cavaliere, Ronca realizza anche un grande terrazzo con il “giardino d’inverno”, il quale si estende per tutta la lunghezza della facciata. Le dimensioni degli ambienti sono tutti ampi e spaziosi ed i percorsi abitabili sono tutti concettuali e razionali. Come in gran parte degli edifici realizzati da Ronca, per la distribuzione degli spazi interni il concetto di “corridoio” è abolito. Uno spazio centrale, distribuisce infatti tutti gli spazi abitati interni. C’è un po’ di cultura veneta in tutto questo: Ronca era nato a Verona e le ville venete, nonché quelle palladiane, sono proprio impostate su tale concetto. Le superfici esterne rivestite in travertino di un bianco abbagliante – in contrasto col giardino verdissimo, trattato all’inglese – ne fanno una delle ville più belle ed invidiate di Merano e non solo. A questa magnifica villa mancano le quattro statue che erano previste nei due scaloni di ingresso, forse bocciate dalla committenza per gli eccessivi costi, ma che ne avrebbero fatto a tutti gli effetti una residenza hollywoodiana.
Il 3 maggio è per Bolzano uno dei giorni in cui si ricordano eventi tragici del “secolo breve”, come quelli della “Battaglia di Bolzano”. Mentre le armate tedesche erano in fase di ripiegamento, ci furono incidenti e scontri a fuoco tra reparti tedeschi e pattuglie della Divisione partigiana Alto Adige, con episodi ancora al centro della discussione storica. Ci si chiede anche da chi fu scatenata la “Battaglia di Bolzano”. Da una parte si imputava ai soldati e alle autorità militari tedesche di aver sparato sugli operai della zona industriale, intervenuti per salvare le installazioni industriali. Ebbe un certo ruolo, però, la disorganizzazione di entrambe le autorità, quella del CLN e quella tedesca, nella delicata fase di passaggio, con varie trattative, dalla guerra alla pace. Quando dei paracadutisti, circondata l’area, irruppero nella stabilimento Lancia per liberarvi soldati tedeschi, al rinvenimento di cadaveri di commilitoni la rappresaglia fu tremenda. Si contarono 41 morti (39 uomini e 2 donne, 17 civili e 24 partigiani) e 35 feriti. Tra i civili venne ucciso anche uno studente bolzanino di 15 anni, Giorgio Sarri. A ricordo di ciò, lungo il muro dell’IVECO (ex Lancia) si trova una targa a firma “I compagni della Lancia” (vd. Qui Bolzano 4.10.2018). Va ricordato che nel 1946 all’interno dell’ex Distilleria federale era stato inaugurato un cippo dedicato agli operai Virgilio Lorenzetto e Romolo Re; tale cippo si trova ora, girando a sinistra da ponte Resia, all’inizio di via Siemens, dopo Biasion Gardencenter. I due partigiani sono così ricordati “Esemplari operai che per la liberazione e redenzione d’Italia e la difesa di questo stabilimento colpiti dagli ultimi conati della barbarie nazista caddero avvolti nella luce del loro ideale. A perenne ricordo e monito la maestranza pose – 3 maggio 1945”. Virgilio Lorenzetto, manovale, nato nel padovano il 19 giugno 1906, era sposato con Clelia Bellini; Romolo Re, impiegato, originario di Modena, era nato il 2 dicembre 1904.
Nelle scorse settimane, insieme ad altri dischi di cui ci siamo occupati o comunque ci occuperemo, ha visto la luce Akshaya Tritiya, disco d’esordio di Elisa Venturin, brava cantante bolzanina dall’importante e titolato curriculum, sia per quanto riguarda gli studi che le collaborazioni. Ma se per qualcuno sarebbe stato legittimo attendersi dalla cantante una raccolta di standard, Elisa ci ha stupiti con un progetto discografico ben preciso, cantato per lo più in sanscrito, ispirato e dedicato al suo maestro spirituale, Paramahamsa Sri Swami Vishwananda, ed è stato sostenuto da un gruppo di amici tramite i quali si è avvicinata ai suoi insegnamenti.
“Per la cultura indiana – ci racconta Elisa –, il guru è un Maestro. Per noi che seguiamo i suoi insegnamenti, Paramahamsa Sri Swami Vishwananda è il nostro Maestro o, più semplicemente, Guruji. La sua vita è dedicata a ispirare tutte le persone ad amare al di là di ogni barriera culturale, religiosa, di genere e di età”. Una scelta sicuramente coraggiosa, soprattutto in un’epoca in cui in campo musicale scegliere di abbracciare una fede, qualunque essa sia, non è certo premiante, sono lontani i tempi in cui artisti come George Harrison prima e Bob Dylan poi (tanto per dire i due più famosi) potevano permettersi di portare in musica il proprio credo senza rischiare di rimetterci, come è accaduto invece ad altri (pensate a Yusuf Islam prima di tornare a essere Cat Stevens). Il disco di Elisa Venturin in questo senso sembra essere in bilico tra le due possibilità: se da un lato ci offre alcune pregevoli composizioni che ne evidenziano le qualità a livello di cantautrice (ci viene in mente la prima Rickie Lee Jones), dall’altro dobbiamo fare i conti con una buona metà di brani in cui il testo in sanscrito non è facilmente assimilabile. “Il sanscrito – ci viene in aiuto la cantautrice – è un linguaggio vibrazionale che è stato usato nei rituali di preghiera per migliaia di anni. Le frequenze vibrazionali generate dal canto dei mantra sanscriti calmano la mente e permettono di scendere fino al tuo cuore, dove risiede il Divino. Tutti i brani a parte il Lingashtakam, che è una potente preghiera per il Shivalingam, sono mantra o preghiere con melodie e testi scritti da me. E ci sono delle composizioni corali perché i cori sono fondamentali nella tradizione indiana”. Così, se determinate tracce del disco sembrano indirizzate ad un fruitore/ascoltatore già addentro la materia anche a livello di idioma, evidentemente, non si può prescindere da quei brani cantati in inglese, o anche parzialmente in sanscrito, in cui emerge maggiormente la vocalità dell’autrice e in cui il tessuto musicale è di una certa consistenza, più vicina al pop che non ai mantra o alla cultura indiana. Parliamo in particolare di All My Love For You, la composizione posta in aperture del disco, ma anche di Om Sri Swami Vishwananda, in cui appunto la lingua usata è il sanscrito, e ancora da non sottovalutare sono Melody For You, You’re The Truth e We Are Gurudeva, molto corale ma interessante e proposta anche in fondo al disco col testo in italiano.
Venturin, oltre a comporre e cantare, si occupa anche del paino elettrico, mentre per la produzione e gli altri strumenti, oltre ad un quintetto di coriste nei brani più mantrici, si è affidata al bassista Mirko Giocondo e agli Shanti Powa Thomas Maniacco, Florian Gamper e Fabian Pichler. “Sono stati gli amici che hanno prodotto il disco finanziariamente – spiega Elisa – a suggerirmi di rivolgermi a Thomas e Florian per quanto riguarda la produzione artistica, io in realtà non li conoscevo, anche se sapevo dell’esistenza degli Shanti Powa. Florian si è occupato oltre che della ritmica anche della parte tecnica, nello studio ad Aicha di Fiè dove lavora in team con Thomas. Mirko Giocondo invece lo conoscevo ed è stato un connubio perfetto. Hanno tutti messo la loro sensibilità nel disco, cosa che in un prodotto a sfondo spirituale è quanto mai importante. Ora spero di trovare un’etichetta interessata a produzioni di questo tipo, che nel mondo anglosassone sono abbastanza frequenti ma in Italia sono piuttosto rare”. Intanto il disco è disponibile sulle principali piattaforme musicali o tramite il sito www.ellisonweb.com.
Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.
“I guerriglieri locali sembrano concentrati solo a difendere il loro stile di vita tradizionale” ha affermato Ernst von Gewar, il rivoluzionario di Amburgo fotografato da Alberto Korda durante il comizio di Figl Kastrum ai piedi del Castel Firmiano. “Questi guerriglieri non hanno ancora capito chi sono i loro veri oppressori. È ora di mettere da parte ‘Gott, Kaiser und Vaterland’ e di spogliarci da qualsiasi vacuo provincialismo brindando al Südtirol e all’Europa Unita!”
“Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”, sancì Hegel; una frase che sembra calzare a pennello con la vita di Andrea Zanotti, un giovane – ha da poco passato la quarantina – scrittore di Bolzano che con una produzione letteraria decisamente prolifica sta diventando un nome nel mondo del fantasy.
È uscita da poco la sua ultima fatica, “Voodoo” (edito dalla Dark Zone di Roma), ma nei prossimi mesi usciranno altri due suoi libri. E il fatto curioso è che in questo scrittore vivono due anime: quella dell’artista e quella dell’economista.
Come nasce Andrea Zanotti? Ho una formazione scientifico-economica. Ho frequentato il liceo scientifico, ho una laurea in economia e commercio, ho lavorato tre anni presso alcuni commercialisti, in azienda elettrica e oggi mi occupo di investimenti in borsa, in particolare della compravendita di certificati finanziari. E ho sempre avuto la passione per la mitologia, per le religioni antiche collegate anche alla letteratura fantastica, quindi il fantasy e la fantascienza.
Come riesce a conciliare il suo spirito economista con quello umanista? Quando uno ha una passione, alla fine riesce a trovare il tempo per tutto, perché è giusto seguirla. Mi ritengo fortunato: una passione mi permette di vivere, l’altra di seguire i miei interessi per la scrittura, per la mistica e per la mitologia.
Una mitologia che, leggendo i suoi libri, pare frutto della sua fantasia… Alla fine sì, ma credo che sia una sorta di rielaborazione di tutto quello che ho letto; qualcosa rimane sempre nel cervello, sia a livello conscio che a livello inconscio. E poi c’è lo studio: per “Voodoo”, per esempio, mi sono informato, ho studiato i vari rituali di questa religione e li ho descritti.
Quanti libri ha pubblicato? Ho iniziato dieci anni fa autopubblicando le mie opere: avevo scritto la mia prima trilogia, “Mondo 1”, e ho messo in internet il primo libro gratis, a disposizione di tutti. Ho notato che in tanti lo hanno letto, così ho messo in vendita il secondo, a un prezzo simbolico di 1 euro e 99, e anche in quel caso ho visto che c’era pubblico. Così ho proposto la seconda trilogia, “Mondo 2”, con la stessa modalità.
E come è passato alle case editrici? Ho iniziato a pensare che sarebbe stato meglio cambiare, anche per avere un marchio dietro che garantisse un minimo di qualità. Ho mandato allora un mio scritto alla Delos digital, la casa editrice di Franco Forte, un autore blasonato che scrive dei romanzi storici ed è anche un grande appassionato di fantascienza. A lui il libro è piaciuto, così è iniziata la mia avventura nella carta stampata. Poi sono approdato alla casa editrice Plesio Editore, specializzata proprio in fantasy, con la quale ho pubblicato “Dracophobia”. E infine ho pubblicato “Voodoo” con la Dark Zone, una grossa casa editrice di Roma.
Ha altri libri nel cassetto? Il prossimo mese con la Dark zone uscirà un weird western che mi ha davvero soddisfatto scrivere. Doveva uscire al Salone del libro di Torino, ma purtoppo la kermesse è stata annullata a causa della pandemia. E poi ho un altro romanzo che avevo scritto qualche tempo fa, si intitola “Il mesmerista” e dovrebbe uscire entro il prossimo trimestre con la Mezzelane editore.
Il fotografo e documentarista di Salorno Andrea Pizzini racconta i sei mesi trascorsi in rianimazione a Bolzano, passati a incontrare pazienti e sanitari, con lo scopo di raccontare le loro storie di sostegno e ritorno alla vita.
Raccontare la pandemia, con scrupolo giornalistico ma allo stesso tempo identificando e valorizzando i motivi di speranza che in questi 13 mesi sono germogliati numerosi, anche dalle storie più tristi e dolorose. Questo è il compito – difficilissimo – che molti di noi giornalisti si sono posti durante l’emergenza Coronavirus, un’esperienza davvero inedita e fuori dagli schemi. Uno dei pochi a essere riusciti in questo intento, a nostro avviso, è il documentarista e fotografo di Salorno Andrea Pizzini che – tornato la scorsa estate dal Belgio dove aveva vissuto per dieci anni – ha scelto di “trasferirsi” nel reparto di terapia intensiva covid dell’Ospedale di Bolzano. Lo scopo? Raccontare dall’interno il dramma – reale, al di là delle peggiori fake news – dei malati ma anche e soprattutto la gioia dei ritorno alla vita dei guariti. E anche il fondamentale lavoro dei sanitari in prima linea.
Il volto di un’infermiera in terapia intensiva a Bolzano
L’INTERVISTA
Com’è nato il progetto Wellenbrecher? Nella scorsa estate sono tornato dal Belgio, dove ho vissuto 10 anni, e sono arrivato a Merano, dove ho un’amica infermiera che lavora in terapia intensiva. Lei mi ha raccontato delle varie fake news che giravano e dopo un po’, in ottobre, ho pensato di visitare il reparto per fare delle foto e raccontare il suo lavoro. Ho pensato che in questo modo la gente poteva vedere un po’ sui social quello che succede veramente. Non sapevo se mi avrebbero dato il permesso per entrare.
Beh, accedere in qualità di fotografo in una terapia intensiva non è la cosa più semplice del mondo… Ho fatto richiesta all’Azienda Sanitaria, pensando che magari non avrei neanche ricevuto una risposta. Ma invece è capitato che proprio qualche giorno prima della mia mail è circolata una falsa notizia davvero importante e virale. Allora i responsabili sanitari mi hanno detto che volevano provare per vedere cosa sarebbe successo. Fino a quel momento nessuno era entrato in rianimazione per raccontare le storie che stavano succedendo. Prima sono entrato a Merano ma presto mi sono spostato a Bolzano, dove la situazione era molto più grave. Sono arrivato lì e ora sono ancora lì, in pratica.
Questo titolo – Wellenbrecher – da cosa deriva? Sono entrato in novembre quando c’era appunto una grande ondata. Vedevo i medici e gli infermieri e il grande lavoro che stavano svolgendo cercando di contrastare l’onda, facendo turni pazzeschi. Il lockdown valeva per tutti, ma all’esterno l’ondata non si vedeva. La vedevano e la affrontavano solo loro, in pratica, stando in prima linea.
E Wellenbrecher sta per frangiflutti, lo stesso compito che svolgono i grandi massi che si trovano appena al largo, al mare, per impedire alle mareggiate di raggiungere il porto e la spiaggia. Proprio così.
Com’è stato il tuo incontro con gli operatori sanitari che lavorano in terapia intensiva? Loro all’inizio erano perplessi, anche perché io stavo loro molto vicino, come si vede anche dai video che ho fatto. All’inizio sono semplicemente rimasto con loro, chiacchierando, per conoscerli ma anche e soprattutto per farmi conoscere. Nei primi due mesi non ho postato nulla sui social, ho cominciato a farlo solo pian piano, coinvolgendo le persone più adatte e con cui avevo stabilito un rapporto di fiducia. Quando ho cominciato a trascorrere lì le notti con loro, hanno capito cosa stavo davvero facendo.
Nei miei documentari il messaggio di speranza è davvero fondamentale. Il senso del lockdown è salvare vite.
Com’è stato l’incontro con i malati? Questa naturalmente è stata la parte più difficile. All’inizio ho solo osservato senza fotografare e senza raccontare. Ho capito che l’unico momento veramente buono per confrontarmi con i pazienti sono gli ultimi giorni in terapia intensiva, prima delle dimissioni dall’ospedale. Lì cominciano a parlare e posso provare ad avvicinarli, spiegando loro cosa sto facendo. Chiedo se posso raccontare la loro storia e, se è possibile, li intervisto. Poi aspetto che escano e mando loro il video, chiedendo se posso pubblicarlo.
Un doppio consenso dunque. Mentre lo si realizza e poi anche a posteriori. Sì. Chiedo anche di fare vedere il video ai parenti, per avere una conferma davvero definitiva. Alcuni di loro, infatti, al momento hanno voglia di raccontarsi, ma magari poi dopo tre giorni ci ripensano. Ci vuole sicurezza, perché si tratta di cose molto delicate.
Quindi vengono veicolati due messaggi, in sostanza. In primo luogo che è tutto vero. E poi che anche di questo si può guarire. Nei miei documentari il messaggio di speranza è fondamentale. Il senso del lockdown è salvare vite. E si vede che chi ne esce vivo, lo può fare grazie alle misure adottate e alle macchine che alimentano i polmoni con l’ossigeno.
In Alto Adige c’è ancora una certa fetta di cittadinanza che osserva con scetticismo la pandemia. Molti sono contrari alle vaccinazioni in generale e c’è anche un settore, per fortuna molto limitato, che inveisce contro tutto e contro tutti, negando persino l’esistenza del video. Che idea ti sei fatto in merito, portando avanti il tuo progetto? Io penso che gli estremisti non li convinci in nessun modo. In ospedale ho visto uno che non credeva nel covid che è stato intubato. Lo hanno salvato e dopo che è uscito ha detto che il covid non esiste e che era influenza. Il senso del mio lavoro è parlare con le persone normali, che si pongono delle domande e che normalmente non vedono quello che succede in terapia intensiva. Se possono vedere quello che succede lì, magari capiscono meglio qual è questa realtà.
Insomma: l’obiettivo è dare degli strumenti in più per consentire alle persone di farsi un’idea oggettiva. Dai social sono arrivati anche degli attacchi d’odio, sulla scia dei post di Wellenbrecher? Ho ricevuto tonnellate di questo tipo di messaggi, ma io sono tranquillissimo. Da anni ho un sito di fotografia con milioni di lettori ogni mese e lì ho anche ricevuto minacce di morte. Sono abituato, ormai. Mi fa zero effetto. La loro è una malattia. Quando leggo un commento pieno d’odio mi dispiace per la persona che lo inserisce, perché vuol dire che sta male.
Quali sono stati i due o tre momenti più emozionanti vissuti in questo periodo? Il momento più forte è stato quando uno del mio paese ricoverato in terapia intensiva mi ha riconosciuto. Sono stato l’ultimo a parlargli prima che se ne andasse. Un mese dopo un altro del mio paese voleva dirmi qualcosa ma non ci riusciva, e alla fine ho capito che voleva dire “aria aria”. Gli mancava l’aria. I momenti più belli sono quando i pazienti stanno meglio, all’improvviso, e cominciano a raccontare le loro storie, sono felici, insieme ai loro parenti. è veramente molto bello.
È la travolgente forza della vita. Sì, li vedi quasi morire per settimane e poi invece si svegliano, come un fiore di primavera. E tu dici: è pazzesco!
Il progetto va avanti ancora? Sì, ora sto facendo una serie di interviste perché il momento è ideale vista la pressione minore sul reparto. Ma spero che presto potrò venire via, perché questa cosa sarà finita.
Lo speriamo anche noi.
ANDREA PIZZINI
Nato il 4 ottobre 1977 a Mezzolombardo, Andrea Pizzini è cresciuto a Salorno e si è diplomato alla Scuola di Documentario, Televisione e New Media ZELIG di Bolzano. Dal 2002 al 2011 ha viaggiato il mondo realizzando documentari in zone di guerra, slums e favelas. Nel 2011 ha creato un sito di fotografia che oggi ha 4 milioni di lettori al mese. Dal 2012 fotografa con una camera gigante chiamata “Cube” creata insieme a Christan Martinelli.
Come ha affrontato l’emergenza Coronavirus la politica altoatesina? L’autonomia ha fornito un’opportunità in più che è stata debitamente sfruttata? A queste domande risponde il politologo Günther Pallaver, che abbiamo intervistato a margine della pubblicazione dell’Annuario di Politica dell’Alto Adige.
Ogni anno la Società di Scienza Politica dell’Alto Adige fa il punto in merito allo stato dell’arte della cosa pubblica e della democrazia altoatesina. Il risultato tangibile di questo appuntamento periodico è un bel volume, edito da Raetia, che raccoglie una serie di contributi affidati a esperti nei vari settori delle scienze politiche. Quest’anno il libro, appena uscito in libreria, concentra la maggior parte della sua attenzione sulle “Conseguenze della pandemia Covid-19 in Alto Adige e in Trentino a confronto”. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con il prof. Günther Pallaver che vive a Bronzolo ed è – oltre che giornalista professionista – professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck. Attualmente Pallaver è membro dello staff dell’Istituto di studi federali comparati dell’Eurac a Bolzano.
Günther Pallaver
L’INTERVISTA
Quali sono le principali debolezze e i deficit che la nostra autonomia ha manifestato durante l’emergenza? In primo luogo possiamo dire che le debolezze del nostro sistema sanitario, presenti da tempo, in questa situazione di pandemia si sono manifestate con forza. In secondo luogo occorre osservare che la politica è stata messa sotto torchio dai vari gruppi di interesse, e questo ha provocato una linea non sempre coerente nella battaglia contro il virus.
L’atteggiamento ondivago della politica è sinonimo di debolezza? Sì e lo si è visto molto bene con il cosiddetto Sonderweg, il percorso speciale intrapreso dalla Provincia. Nella primavera dello scorso anno le nostre istituzioni locali, con delle decisioni autonome, hanno inteso controbattere alla molla del centralismo. Ma i problemi non si sono presentati nella via speciale di per sé, ma piuttosto nelle deviazioni e nelle scorciatoie adottate man mano. Faccio alcuni esempi. Nel febbraio dello scorso anno ospitavamo i campionati mondiali di biathlon che non si sono potuti fermare, “the show must go on”. Ma il giorno dopo abbiamo avuto i primi casi. Poi abbiamo atteso, prima di fermare gli impianti sciistici, perché non si voleva chiudere in anticipo la stagione. Quindi ci siamo sorpresi e arrabbiati quando il Robert Koch Institut ci ha inserito nella zona pandemica. Per non parlare del comitato di esperti che era stato istituito, con alcuni membri che a mala pena sapevano di farne parte. Insomma: tutta una serie di cose non ha funzionato. Il Sonderweg di per sé avrebbe potuto essere una cosa sensata, però la sua gestione è stata deludente. Ed è un peccato perché nella fase iniziale la via speciale era stata sostenuta con poche eccezioni da tutto il Consiglio Provinciale e anche dalla società civile. Poi, man mano, la fiducia è venuta meno e a tutt’oggi il Sonderweg è stato in pratica accantonato.
In ambito sanitario, quali sono stati i problemi più significativi che si sono manifestati? Mancava un piano pandemico e anche il coordinamento tra centro e periferia ha mostrato una serie di debolezze. Poi ci sono stati diversi problemi logistici, come ad esempio la questione delle mascherine.
Durante la pandemia l’Euregio ha avuto un qualche peso? Si deve dire che nostri pazienti covid sono stati accolti sia nel Tirolo che nel Voralberg. In questo senso un supporto c’è stato. Nel nostro annuario un contributo in particolare mette in evidenza come in Europa le realtà transfrontaliere presenti nelle regioni confinanti hanno cercato di fatto di contrastare la chiusura delle frontiere. In particolare si è insistito molto sull’informazione e sulla comunicazione tra le regioni di confine, riguardanti la salute e la lotta alla pandemia. Ma va anche detto che il nostro Euregio è riuscito a fare ben poco in questo senso, purtroppo. Ad esempio la collaborazione tra ospedali avrebbe potuto estendersi anche a Trento, ma questo non è avvenuto.
Non solo ombre ma anche luci: durante la pandemia si è manifestato un grande senso di responsabilità da parte della popolazione altoatesina
Che effetti ha avuto la pandemia sulla fiducia dei cittadini altoatesini nei confronti della politica? Questa fiducia, come sappiamo, negli ultimi anni è progressivamente diminuita. Nel nostro volume abbiamo un saggio che spiega come siano stati in sostanza tre i fattori politici fondamentali per affrontare l’emergenza: un apparato amministrativo competente, la fiducia dei cittadini nel governo e una leadership forte ed efficiente. All’inizio della pandemia la fiducia era alta, ma poi si può dedurre è andata via via diminuendo, a tutti i livelli. E la fiducia naturalmente si ripercuote sul comportamento delle singole persone. Una cosa che si è vista è che nelle aree urbane l’atteggiamento nei confronti delle regole è stato più coerente rispetto alla periferia. Lo abbiamo visto perché è proprio in periferia che si sono verificati i focolai, che invece in città non c’erano.
In realtà i cittadini si sono trovati spesso disorientati, alle prese con direttive nazionali, provinciali e comunali alle quali non si sapeva dare un ordine di priorità e che magari erano in contrasto tra loro. Non solo. è anche capitato che venissero annunciati provvedimenti che il giorno dopo venivano subito modificati. La popolazione è risultata confusa dalla non coerenza nella comunicazione.
Ci sono anche luci, oltre alle ombre? Sicuramente. Possiamo partire dal basso: si è manifestato un grande senso di solidarietà tra la popolazione. Questa cosa non va dimenticata e non per nulla noi abbiamo indicato come personalità politica dell’anno il “volontario” o la “volontaria”. Tantissimi davvero si sono rimboccati le maniche e hanno dato una mano. In secondo luogo, in questa pandemia noi vediamo una grande opportunità. Per il lavoro innanzitutto e per l’adattamento delle imprese, attivando la spinta che è necessaria per rimanere competitivi, anche con meno personale. La pandemia fornisce un impulso trasformativo in grado di rendere possibili cambiamenti altrimenti difficilmente attuabili in una situazione normale. Tutte le innovazioni digitali di questo periodo, ad esempio, rimarranno anche in futuro. Infine dobbiamo anche dire che la campagna vaccinale in Alto Adige sta funzionando molto bene. E questo è un aspetto davvero molto importante.
POLITIKA 2021
L’edizione 2021 di “Politika” è all’insegna della pandemia. L’autonomia dell’Alto Adige, soprattutto la sua amministrazione, ha rivelato una serie di debolezze e deficit in questo periodo carico di tensioni a vari livelli. La gestione della crisi basata sulla divisione dei compiti, soprattutto tra lo Stato e la provincia, si fa riferimento al cosiddetto “Sonderweg”, la via speciale altoatesina, è stata molto al di sotto delle aspettative. I trattati sull’Alto Adige e il Trentino propongono interessanti prospettive comparative. Gianfranco Pasquino, uno dei più importanti politologi italiani, analizza come i diversi sistemi politici abbiano reagito al Covid-19. Le elezioni comunali di settembre 2020 sono il secondo punto focale dell’edizione.